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Una storia di GioMa46

Questa storia è presente nel magazine TRAVELOGUE

RACCONTI E LEGGENDE DELL’ALTIPIANO ANDINO

QUADERNI DI ETNOMUSICOLOGIA

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Pubblicato il 27 luglio 2020 in Giornalismo

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Buena nueva!” è il saluto rivolto al viaggiatore che s’incammina, zaino sulle spalle, verso la sacra Valle degli Incas attraverso il ‘fantastico mondo’, quanto mai realistico, tracciato da José Maria Arguedas (1) nel suo romanzo “I fiumi profondi”, andando alla scoperta dei luoghi, da lui poeticamente narrati, alla ricerca delle tradizioni e delle usanze conservate dagli Indios dell’altipiano andino.

Tremila chilometri di costiere, più di quaranta valli separate tra loro da zone desertiche e da fiumi di diverse dimensioni che sfociano nell’Oceano Pacifico, costituiscono la mappa orografica di un paese che occupa solo una parte infinitesiamale del continente centro-americano che gli archeologi occidentali non hanno faticato a tracciare. Il quadro relativamente preciso delle civiltà pre-incaiche, è pressoché datato attorno al 3.000 a.C., periodo in cui si vuole risalgano e prime costruzioni in pietra. Tuttavia l'inizio della civiltà è databile attorno al 100 d.C. detratta dal ritovamento di attrezzi di lavoro, degli strumenti tessili e di alcuni strumenti musicali.


Indios è il nome dato dai Conquistadores che per primi giunsero sulle coste dell’America Centrale negli anni della scoperta, ai popoli autoctoni che assai numerosi vivevano nei ‘pueblos’ disseminati dalla Costa alla Sierra, uniti dal "Camino real del Inca" che si snoda dalle alture delle Ande alle profondità del grande fiume Apurimac …


Il forestiero lo scopre quasi di colpo, mentre davanti agli occhi una catena infinita di montagne nere e nevai si susseguono. La voce dell’Apurimac e la profondità dell’abisso raggiunge le vette e si diffonde come un rumore nello spazio. […] Corre tra boschi nerastri e monti di canne che crescono e appaiono sospese sui precipizi. Mentre il gioco della neve lontana e le rocce che brillano come specchi destano in lui ricordi primitivi e più antichi sogni. […] L’aria trasparente d’alta montagna si va facendo densa verso il fondo della valle. […] Come un cristallo in cui vibrasse il mondo.

Narra un’antica ‘leyenda chequa’, la lingua autoctona dei popoli andini tenuta ancor oggi in gran conto, che si possono narrare all’acqua di questo fiume le proprie pene e affidargli i propri messaggi che la corrente impetuosa sicuramente porterà a destinazione. Dacché il forte richiamo della natura che lega l’Indio strettamente alla terra, ai suoi valori ancestrali, alla trasmissione orale delle sue tradizioni, alla sottomissione timorosa alla forza degli elementi.

Forme queste che ritroviamo espresse in diverse modalità nelle forme arcaiche della vita puotidiana, nell’uso degli strumenti tipici, nei canti e nei balli tradizionali, nelle forme artigianali e manifatturiere dell’arte, così come in molte espressioni linguistiche dialettali.


Come in questo antico ‘wayno’ trascritto da Waskar Amaru (2), pioniere della ricerca sul campo e scopritore dell’antica ‘oralità’, originaria di questi luoghi …


Prendimi per la mano / sollevami con tenerezza / come i delicati fiori / che non vadano sparsi. / prendimi per la mnao / sulla sommità di questi monti / dove costruiremo le nostre case / dove lavoreremo e un giorno potremo / raccogliere i frutti e cantare le nostre canzoni.”

Copertina del disco di Waskar Amaru
Copertina del disco di Waskar Amaru

Le spoglie valli andine costituiscono un piccolo-grande-mondo entro i cui limiti si svolge l’esistenza della popolazione andina strettamente legata alla propria terra, da cui è scaturita la forte concezione della sua appartenenza e la credenza nella forza degli elementi.


Manachu kaita atin” (3)

(traduzione dalla lingua Jawari di una canzone dedicata alla presenza sul territorio dei Conquistadores).


Uomo malvagio, invano tu predichi

un amore falso e ingannevole.

Non ti è possibile vivewre tranquillo?

Non ti è possibile fare bei sogni?

Il veritiero amore non può più essere?

Prima che il sole si levi invano

Vorrai ucciderlo nell’oscurità.

Non ti è possibile donare qualcosa a tutti

senza chiedere nulla per te stesso?

Perché? tu devi saperlo!


Ecco un lamento delle donne ‘Jarawi’ raccolto da J. M. Arguedas (4) …


Non dimenticarti, piccolo mio, non dimenticarti!

Bianca montagna fallo tornare,

acqua della montagna, sorgente della pampa

che non muoia mai di sete.

Falco, caricalo sulle tue ali e fallo tornare.

Immensa neve, padre della neve,

non ferirlo nel cammino

vento cattivo non toccarlo.

Pioggia di tempesta non raggiungerlo.

No, precipizio, atroce precipizio

non sorprenderlo.

Figlio mio devi tornare, devi tornare!

Non importa se piangi.

Piangi, figlio mio perché se no,

ti si spezza il cuore.

Copertina del disco di Waskar Amaru
Copertina del disco di Waskar Amaru

Numerose sono le divinità ancestrali testimoni di questo forte legame con la natura. Tra queste in-primis troviamo ‘Inti-Jllapa’, deità della pioggia e del tuono, in cui si specchia il profilo del cielo, disegnato dalle stelle che formano l’Orsa Maggiore, in prossimità di un fiume, la Via Lattea, dov’egli attinge l’acqua che poi riversa sulla terra.

Viracocha’ è il dio celeste, creatore omniscente cui si devono le tecniche di vita e di lavoro, soprattutto adorate dagli Aymara, gli abitanti degli altipiani che si spingono fino al Lago Titicaca.

Pachamac’ è invece venerato dalle popolazioni della costa, a sua volta considerato anche come dio del mare.

Mamaquilla’ è considerata nella doppia veste di moglie del Sole e déa della Luna alla quale vengono rivolti numerosi culti notturni diffusi in molte regioni.

Su tutti la ‘Pachamama’, protettrice della fertilità della terra e degli innamorati che la proclamano protettrice e signora dei propri amori. Le cerimonie in suo onore si tengono un po’ ovunque sul territorio in coincidenza con l’arrivo della primavera, cui si riserva l’essere di buon auspicio per la semina e il raccolto.


Il soggetto dell'antica divinità inca è sempre lo stesso, la Pachamama che letteralmente significa Madre Terra: è la sposa di Inti, dio del sole. alla quale ci si rivolge in preghiera che recita così: "Pachamama di questi luoghi, bevi e mangia a volontà quest'offerta, affinché sia fruttuosa questa terra".

Moderna raffigurazione della Pachamama in un dipinto di Arianna Ruffinengo
Moderna raffigurazione della Pachamama in un dipinto di Arianna Ruffinengo

Diversamente onorati sono anche alcuni dèi animali come il ‘giaguaro’, il ‘serpente’, il ‘lama’, il ‘condor’, ritenuti per lo più incarnazione, o meglio, trasformazione del capostipite di un villaggio, che usufruisce in vita del soprannome attribuitogli secondo le peculiarità eroiche e/o valorose delle sua gesta. Il ‘condor’, il più grande uccello conosciuto al mondo, capace di risalire le altissime vette della Cordigliera dove costruisce il suo nido, è preso ad esempio, a simbolo del potere e della maestosità del capostipite, ed è forse quello che si ritrova su emblemi e drappi d’uso comune più di frequente.


Secondo una leggenda andina l’apparizione in cielo di un ‘condor bianco’ era considerato un segno di buon auspicio per colui che deteneva il potere e di conseguenza per tutta la popolazione del villaggio. Come è detto in un ‘wayno’ riportato in “Tutte le stirpi” di José Maria Arguedas (5) …


Sulle vette, negli abissi, condor da solo / nel tuo nido, forse / mia madre mi partorì / mi concepì mio padre. / Così, anche se nel tuo nido / mia madre mi avesse partorito / non per questo / così tanto avrei pianto, / così tanto avrei sofferto.”


A determinare il proprio riscatto dal potere esercitato dal ‘condor’, pone qui l’autore in una posizione di soccombenza che la maestosità dell’animale impone. È questo il fine ultimo del ‘wayno’ (lamento) che abbiamo appena letto, una forma di canto improvvisato che esprime una sottesa ‘tristezza’, sulla quale si condensa la melodia di base. Al pizzicato cadenzato delle corde del charango, lo strumento utilizzato per l’accompagnamento, si unisce una quena, flauto di canna, il cui suono ha un inizio lento, è rappresentativo della ‘voce’ dell’esecutore, che nell’andatura acquista corposità nel timbro, fino a divenire maestoso.


Maschera di Giaguaro
Maschera di Giaguaro
I muri parlanti di Cuzco
I muri parlanti di Cuzco

Non molti sanno che il motivo de “El condor pasa” (6) rappresenta una delle più antiche melodie “..forse la più triste del mondo, che non induce al pianto, ma a qualcosa di più infinito.” La sua trascrizione musicale ha trovato un numero elevato di arrangiamenti fino ai nostri giorni, il cui successo è dovuto solo in parte a Simon & Garfunkel che negli anni ’70 lo hanno fatto conoscere al mondo intero, permise alla melodia andina di fare il suo ingresso fra le culture musicali internazionali …


El condor pasa” (traduzione)

Preferirei essere un passerotto
piuttosto che una lumaca
Sì, lo preferirei
Se potessi,
certo lo farei.
Preferirei essere un martello
piuttosto che un chiodo
Sì, lo preferirei
Se potessi,
certo lo farei.

Via, preferirei salpare lontano
come un cigno che un attimo è qui
e quello dopo se n'è andato
Un uomo viene inchiodato alla terra
e regala al mondo
il lamento più triste,
il lamento più triste.
Preferirei essere una foresta
piuttosto che una strada
Sì, lo preferirei
Se potessi,
certo lo farei.
Preferirei sentire la terra tra i miei piedi,
Sì, lo preferirei
Se potessi,
certo lo farei.

Copertina del libro Einaudi
Copertina del libro Einaudi

Nel caso specifico la tradizione musicale Inca, rappresenta un qualcosa di insoluto nella scienza etnomusicologica, forse dovuto a una rapida espansione e a una repentina fine della sua esistenza. Una civiltà quella incaica certamente molto diversa dalla nostra, difficile da penetrare secondo i nostri criteri di valutazione e interpretazione. Basti pensare alla sua straordinaria capacità di organizzazione sociale e politica nonostante la mancanza del mezzo che da sempre consideriamo fondamentale nei rapporti sociali qual è la ‘lingua scritta’.

La mancanza di una ‘lingua scritta’ ha costretto gli studiosi a rifarsi a testi tardivi scritti da cronisti spagnoli e a reperti archeologici rinvenuti nei ‘pueblos’ come uniche fonti attendibili.


Come in questo caso, ad esempio, in cui si è attinto alla ricerca musicale e alla trasmissione orale dei testi tramandati negli usi e nei costumi popolari, fonti propriamente tipiche dei popoli senza scrittura. Questa è indubbiamente la causa primaria di molte lacune e di imprecisazioni riguardo la civiltà Incas, non lascia dubbi sulla identità dei popoli andini. Sì che “L’impero del sole” rimane, e non solo per l’alone di mistero che lo circonda, una delle più affascinanti tipologie etnicomusicologiche tra quante ci è dato studiare.


L’Impero Incas – riporta lo studioso Geoffrey H. S. Bushnell (7) in “Il Perù precolombiano” che ha dato nome al periodo – si sviluppò a partire da una zona relativamente piccola, fino a raggiungere il massimo della sua estensione nel giro di 90 anni, oltrepassando i limiti dell’area peruviana per coprire la maggior parte dell’Equador a Nord e del Cile a Sud.”


Le cronache del tempo successive all’arrivo dei Conquistadores spagnoli, riferiscono di un vero e proprio ‘Impero incaico’, termine che non può essere propriamente accostato a nessun altro antico stato americano, se si eccettua quello dei Chimù, residenti del Regno di Chimon con capitale a Chan Chan nella valle Moche del Perù. Probabilmente ottenuto per contrazione del nome ‘Inca’ usato al singolare, con il quale, in lingua ‘quechua’, si indicava il sovrano di un certo numero di tribù originarie della regione di Cuzco.

Copertina del libro Il Saggiatore
Copertina del libro Il Saggiatore

All'interno del paese sussistono tuttavia differenziazioni di carattere linguistico interessanti, come ad esempio l‘aymara’, la lingua parlata dai popoli delle alture presso il Lago Titicaca e nel resto della Bolivia e la lingua 'quequa' parlata nel resto del paese. Per appunto, l’insoluto della scienza linguistica, rappresenta l’impossibilità di penetrazione del linguaggio ‘ermetico’ Incas. Ciò nonostante è possibile distinguere sul piano musicale una ricchezza d’espressioni originali che si rivelano man mano nei temi trattati, nelle frasi composite dei canti tradizionali d’appartenenza al simbolismo profondo del pensare indigeno. Leggiamo qui di seguito un’altra canzone appartenente alla tradizione orale raccolta dalla viva voce degli Indios Aymara da Waskar Amaru (8) …


Qorikanastita

Canta mio piccolo uccellino d’oro / canta il mio piccolo fiore / al mio amore, io devo andare./ Canta, quando io sarò lontano / perché se tu non canti / il mio piccolo fiore appassirà./ Canta, o il mio piccolo fiore diverrà triste / canta fin quando non tornerò.”


Racconta una leggenda redatta da Garcilaso De La Vega (9) che nei tempi antichi, il Dio Sole ebbe pietà degli uomini e mandò sulla terra un figlio (Inca) e una figlia (sorella e moglie dell’Inca) per rivelare la sua esistenza …


I due messaggeri avevano l’incarico di portare agli uomini le ‘leggi’ che li avrebbero governati, consegnando loro una ‘verga d’oro’ con la quale avrebbero lavorato la terra, praticato la semina e il raccolto, l’allevamento del bestiame, la filatura e la tessitura, quindi a vivere del frutto del lavoro.”


Lavori questi che, gli Incas precolombiani svilupparono in maniera predominante e in modo particolarmente redditizio sì da rappresentare ancora oggi la parte migliore dell’economia del paese. Come per molte popolazioni esclusivamente contadine disseminate sull’altipiano, il momento del raccolto è sempre stato molto importante, legato com’era al simbolismo magico delle origini, per cui furono anche chiamati ‘il popolo delle stelle’.

Copertina del libro Rusconi
Copertina del libro Rusconi

Narra ancora la leggenda che: “Ogni volta che si fossero fermati, avrebbero dovuto conficcarla nel suolo e, se essafosse entrata nella terra al primo colpo, ciò avrebbe significato che dovevano fermarsi lì, costruire una città e stabilirvisi.


Giunti che furono sulla collina che oggi ha nome Huarracani nel distretto di Cuzco, allora selvaggia e ricoperta di foreste, l’Inca piantò la ‘verga d’oro’ che penetrata nella terra subito disparve …


Nostro padre – disse l’Inca alla consorte – ci ordina di rimanere in questa alta valle, di stabilirci qui e di regnarvi. Quindi ordinò agli uomini del suo seguito di coltivare il campo onde evitare che la fame li costringesse ancora a rifugiarsi nelle foreste; di costruire in quel luogo case e capanne al pari di una città reale.”


Dunque l’Inca, re e divinità suprema, insieme capo dello stato e principale sacerdote della religione, signore del popolo e dei sacerdoti addetti al suo culto, volle edificare la sua città che prese il nome di Cuzco a capitale dell'Impero. Pur tollerando le pratiche devozionali rivolte alle altre divinità arcaiche, egli stabilì che la religione ufficiale fosse il culto del Dio Sole, del quale impugnava la ‘Chiquilla’, il serpente a due teste simbolo del potere assoluto.

Si narra di tredici imperatori, intorno ad ognuno dei quali fiorirono numerose leggende. In una di queste si narra del rito dell’incoronazione dell’ Inca capostipite che avveniva nel giorno dedicato alla Festa del Sole.

Rappresentazione moderna della "Festa del Sole" Cuzco - Perù
Rappresentazione moderna della "Festa del Sole" Cuzco - Perù

Una festa imponente preparata in forma sontuosa che occupava la popolazione al lavoro durante l’intero anno solare. Inni e danze erano levate agli déi dalle Vergini del Sole, così dette “accla-cuna”, donne scelte, reclutate da tutto l’impero nel più grande e celebrato Tempio del Sole che si onorava a Cuzco, e addestrate per accudire l’Inca. Per lui tessevano gli abiti con lana di ‘vicugna e oro’, preparavano gli alimenti rituali come la ‘chicha’, l’acquavite ottenuta dalla fermentazione del granturco masticato e sputato nella ciotola adibita all’uso. Per le famiglie di queste vergini, che in un anno potevano raggiungere il numero di 1500, avere le proprie figlie destinate al Culto del Sole rappresentava un grande onore.


Per l’occasione veniva intonata una preghiera alla Pacha-Mama “Ataypura” affinché il regno dell’Inca incoronato prosperasse per gli anni a venire. Si trattava di un inno già conosciuto nell’america precolombiana che per la forza emotiva che da esso sprigionava venne proibito dai Conquistadores perché ritenuto di incitamento alla ribellione alla loro autorità. Ma le feste in suo onore hanno continuato a tenersi un po’ dappertutto e vengono riprese ogni anno, vibranti di autenticità e colore in occasione del Carnevale, dove tra l’altro fanno la loro apparizione maschere simboliche per lo più di aspetto orrendo.

Copertina del disco Capitol
Copertina del disco Capitol
Copertina del disco Capitol
Copertina del disco Capitol

In un’altra leggenda “Xataby” si narra la storia di una Vergine del Sole innamoratasi perdutamente di un principe Azteco. Un amore proibito, il cui segreto ella cantò a lungo ai monti e al vento. L’intensità del suo lamento disperato raggiunse il cuore dell’amato spezzandolo per la tristezza della lontananza che il principe ne morì.

Sfortunatamente i testi di queste canzoni non sono reperibili, rimangono però le straordinarie esecuzioni su disco della soprano Yma Sumac (10) ritenuta a giusto conto la ‘Voce delle Ande’, reincarnazione della originaria leggenda Inca.


Un'altra immagine della "Festa del Sole"
Un'altra immagine della "Festa del Sole"

La Festa del Sole trovava (e trova) il suo fulcro nel favoloso Coricancha, "..un recinto d’oro in forma di piccolo giardino in cui tre volte all’anno venivano piantati steli d’oro di mais con tanto di foglie e spighe che l’Inca zappettava simbolicamente in occasione della Festa della Semina.”

Copertina del libro Einaudi
Copertina del libro Einaudi

Situato all’interno del tempio di Cuzco, il Coricancha,era per gli Incas l’equivalente del Tempio di Salomone per gli Ebrei. Come rilevato da Alfred Metràux (11) nel suo libro “Gli Inca” le popolazioni andine vi andavano in pellegrinaggio almeno una volta all’anno in occasione della Festa del Sole …


Le mura di cinta del tempio misuravano quasi quattrocento metri ricoperte all’esterno da un fregio decorativo di trenta/quaranta centimetri di altezza di sottili placche d’oro. Le pareti raggiunte dal sole erano di un oro più puro di quello impiegato nelle parti che restavano in ombra."


Tutte le piante in esso contenute figuravano nell’inventario del riscatto pagato dagli Incas per la liberazione di Athaualpa sovrano assoluto del periodo, all’origine delle successive quanto fantasiose descrizioni fatte attorno a questo ‘giardino meraviglioso’ in cui ogni cosa era forgiata nel prezioso metallo: d’oro erano gli alberi, l’erba del prato, gli uccelli in volo, gli insetti e perfino i finti guardiani con i loro lama in grandezza naturale, che si trattasse del favoloso ‘Eldorado’ cercato invano dai Conquistadores spagnoli, non è dato sapere.

Inti-Raymi 'Processione della Festa del SOle.
Inti-Raymi 'Processione della Festa del SOle.

L’odierna “Festa del Sole” che si celebra ancora a Cuzco, prende il suo nome da “Inti Raimi”, che in lingua quequa significa il ‘sole nascente’, e ha inizio con il lavoro dei campi in tutte le province dell’impero. Come riporta una cronaca spagnola dell’epoca riferita però alla festa denominata “Capac Raimi” , dopo la riforma religiosa apportata da Pachacuti Inca, che si svolgeva in Dicembre …


Prima che facesse giorno, una lunga processione di nobili vestiti sontuosamente e ingioiellati, si snodava per le valli d’intorno al seguito delle numerose divinità (feticci) trasportate a spalla e protette da baldacchini di piume. Giunti a Cuzco si attendeva che l’Inca si sedesse sul suo trono d’oro “Tiyama” rivolto verso l’astro nascente, onde i nobili e il popolo presente s’inchinava prostrato aspettando che il Sole spuntasse inchinandosi e sollevandosi al ritmo frenetico di un canto. Quindi l’Inca, nel fluire dei canti, innalzava verso l’astro una coppa d’oro contenente una bevanda consacrata, versando poi il liquido in essa contenuto, in un canaletto che scorreva fino al tempio. Seguivano i sacrifici che avvenivano all’interno del tempio e ai quali partecipava solo l’alta nobiltà. Infine, eseguendo canti assai tristi si aspettava il momento in cui il rosso disco del Sole spariva giunto al tramonto per prostrarsi a terra con le mani rivolte alla sua divinità.”


In un’altra cronaca riferita alla ‘Festa’ redatta da Cristobal De Molina (12) è detto che “..sul finire, venivano portate sul campo le vanghe d’oro puro e l’Inca Capac, presane una iniziava a vangare la terra; il gesto era poi ripetuto da tutti i grandi di Cuzco. Nessuno di loro avrebbe osato toccare una vanga prima che l’Inca avesse tracciato un primo solco nella terra, un gesto sconsiderato verso la sacralità della terra per cui, gli Indios credevano che, altrimenti, la terra non avrebbe dato alcun frutto.

Copertina del disco di Waskar Amaru
Copertina del disco di Waskar Amaru

Il tempo della ‘festa’ rappresenta l’essenza dei popoli andini della Cordigliera, ed è tutt’oggi luogo d’incontro delle genti che abitano i ‘pueblos’, e non solo di quelli disseminati lungo la grande Strada sel Sole, quanto anche degli abitanti costieri. Festa che l’avvento del Cristianesimo ha considerevolmente influenzato nello spirito, seppure straripanti di devozione popolare e di viva partecipazione, e che ha assunto nel tempo un carattere meno colorito di quello che doveva essere in origine.

È così che la Vergine Maria ha preso il posto della Pachamama; come pure il culto riservato al Signore de los Milagros ha assunto la forza evocativa del culto del Sole. Culti che la fantasia popolare, rivelatasi assai più viva delle imposizioni poste dal Cristianesimo ha ricomposto in numerosi canti ispirati, e nuove strumentazioni dei suoni arcaici della natura, qui utilizzati in maniera originale.

Ritratto di Ima Sumac
Ritratto di Ima Sumac

Molti sono gli strumenti a fiato: la zamponas una versione del flauto di Pan; il sikus simile all’armonica a bocca anche detto rondador; il tarkas, un flauto di legno senza becco; il pinquillà un piccolo flauto, e la quena il flauto di canna di diverse dimensioni più diffuso in tutta l’area panamericana. Fra gli strumenti a corde è il charango, sorta di mandolino a cinque corde costruito con il carapace dell’armadillo, il cui suono risulta all’ascolto molto acuto e sibilante. Su tutti l’ arpa delle Ande, spesso suonata da suonatori ciechi, è indubbiamente lo strumento tipico per eccellenza “..che riconduce all’arcana dissolvenza del suono” riconosciuto a carattere internazionale. Le percussioni occupano un posto secondario, rappresentate da alcuni bombos di diversa fattura e dimensione, per lo più utilizzati solo per l’accompagnamento; le maracas e il quijada ricavato dalla mascella del cavallo.

Altri strumenti non necessariamente originari delle Ande sono il violino, la chitarra, la fisarmonica, utilizzati nelle danze popolari. Si contano più di duecento danze tipiche tra simili e differenziate, molte delle quali risalenti al periodo precolombiane. Il ‘wayno’ tipico peruviano ne è un esempio. Un’altra danza, rappresentativa dell’area costiera, è la ‘marinera’, che prende i passi dalle ‘rodas’ spagnole, anticamente nota come ‘zambra chilena’.

Donna peruviana in costume tipico impegnata in una danza.
Donna peruviana in costume tipico impegnata in una danza.
Suonatore di 'quena' flauto tipico di canna.
Suonatore di 'quena' flauto tipico di canna.

Come abbiamo ormai appreso la fantasia popolare e la strumentale musicalità così ricca di opposte espressioni ha dato forma nel tempo a una documentazione vasta che raccoglie attorno a sé romanzieri e poeti, musicisti e studiosi del folklore da ogni parte del Perù e degli altri popoli confinanti: Brasile, Chile, Bolivia, Colombia, Ecuador.


Di tutte le forme artistiche che concorrono a plasmare il carattere di un popolo, nessuna è più autentica della musica, in quanto rappresenta la incorporeità spirituale della razza, dà forma al linguaggio dei suoni, al ritmo nostalgico del suo vivere, dei suoi accenti linguistici, delle forme e dei colori dell’arte.

Acciò la musica dei popoli Indios che abitano l’altipiano andino, ispirata ai suoni misteriosi della natura, da sempre ne cattura la ‘voce’ nelle assonanze e le corrispondenze che riproducono fedelmente, così come gli accordi che ricavano dagli strumenti costruiti con i materiali che la natura stessa mette a loro disposizione, che siano essi forgiati nel legno o nella canna, realizzati in ceramica o con le ossa e il carapace di alcuni animali.


È così che riscoprire la musica autentica di questo popolo, è un po’ come discoprire la ricchezza intrinseca della sua anima che esso fa rivivere negli strumenti, in ogni esecuzione armonica, nell’armonia del suo costante spingersi, passo dopo passo, a un peregrino andare, solo apparentemente senza meta, attraverso la Cordigliera delle Ande, la grande Strada del Sole che dalle alture di Macchu Picchu (foto di copertina) che si snoda fino a Cuzco, l’antica capitale dell’Impero Inca, situata a 3.360 metri sul livello del mare, e oltre, fino a sfiorare le nuvole sopra il Lago Titicaca, che segna la linea di confine tra Perù e Bolivia.

Isole Uros sul Lago Titicaca
Isole Uros sul Lago Titicaca


La trasmissione orale era l’unico modo possibile per mantenere vivi gli antichi costumi e le usanze contadine, le leggende popolari e i riti della religione arcaica di quell’antica cultura che risponde al mitico popolo degli Incas. Nonostante le influenze straniere subite nel corso dei secoli, gli Indios dell’altopiano andino hanno conservato le proprie tradizioni indigene e i legami con l’ ‘altrove’ , quell’al di là dalle nuvole che lo distingue per originalità da ogni altro popolo. E' così che possiamo avvalerci del supporto di un altro romanzo, d'importanza capitale per la letteratura mondiale: "Cent’anni di solitudine” del colombiano Gabriel Garcia Marquez (13). Il suo autore Premio Nobel 1967 è infatti riuscito a creare un paesefantastico fantastico 'Macondo', dove il meraviglioso è impregnato dei colori e di quei sentimenti umani che ancora oggi è dato riscontrare nelle genti della latino-america, il più grande avvenimento della letteratura mondiale di questi ultimi anni …


Qualche mese dopo tornò Francisco el Hombre, un vecchio giramondo di quasi 200 anni che passava frequentemente da Macondo divulgando le canzoni che lui stesso componeva. In quelle canzoni, egli riferiva con particolari minuziosi le notizie occorse nei paesi del suo itinerario, da Massaure fino ai confini della palude, di modo che se qualcuno aveva un messaggio da mandare o un avvenimento da divulgare, gli pagava due centavos per farglielo includere nel repertorio fatto di canzoni a ballo, ritmi tradizionali e antiche leggende”.

cOPERTINA DEL LIBRO ORIGINALE.
cOPERTINA DEL LIBRO ORIGINALE.

Non dimentichi dei gravi conflitti sociali e delle opposte pressioni politiche ed economiche che minano alle fondamente i paesi dell'a latino-america voglio però chiudere questo lungo excursus musicale con un messaggio di speranza, trascritto ancora una volta dall'autore che per primo ha sottolineato le molte necessità che investono il popolo andino, e non solo, a ritrovare la necessaria pace interiore: Josè Maria Arguedas tratto dal suo libro “Tutte le stirpi” (14) …...


Che non ci sia rabbia

che non ci sia odio

che il fuoco inutile (delle guerre) si spenga.

Che l’uomo salga

che l’uomo scenda

dalla culla alla morte, tranquillo.”

Copertina del volume dedicato all'America Centrale
Copertina del volume dedicato all'America Centrale

Fra le sette poesie scritte in quechua negli ultimi anni di vita di José María Arguedas e raccolte in volume solo in forma postuma (Arguedas, 1972), “Iman Guayasamin” occupa un posto particolare. Si tratta infatti di un testo che ha avuto la sua traduzione in spagnolo realizzata solo parzialmente dall’autore e completata da Jesús Ruiz Durand. Scritta probabilmente fra il 1964 e il 1965 e pubblicata per la prima volta direttamente nel volume citato, è una celebrazione della pittura del celebre artista ecuatoriano Oswaldo Guayasamín. Il testo bilingue a cui si fa riferimento, riportato in appendice insieme a una mia traduzione italiana, è quello incluso nel V volume delle opere complete di Arguedas (Arguedas, 1983: 235-237).


Testo e traduzione di Antonio Melis in “La dimora del tempo sospeso” – blog letterario


IMAN GUAYASAMIN

Maypachamantan Guayasamin kallpayki oqarikun?
Qaqchaq urpi, yawar qapariq
¿maypachamantapunin ukupacha kanchariq ñawiki cielo kañaq makiyki?
Uyuriway, rauraq wayqey.
Ñakay pacha mitata
runa kiriq punchauta, waqachiq tuta
runa, runa mikuq uyanta,
wiña wiñaypaq churanki
mana pipa kuyuchiy atinanta
¡maykamaraq chanqanki!

Runa waqachun
[…]
wayrapa kallpanta mikuchun,
qan rayku.
Wayasamin sutiyki
intipa qepa ñeqen churinkunapa qaparisqanmi
Quito muyuq apu wamanikunapa katatatasqan
waqasqan, riti mirasqan,
cielomantapas astawan sinchi sombran.
Manan challaychu:
Estados Unidos, China, Tawantinsuyu
tukuy llaqtapi runakuna ñakasqanta,
imaymana mañakusqanmanta
qan, rauraq wayqey, qaparinki,
Apurimaq mayu astawan hatun
astawan mana tanichiq simiwan.
¡Allinmi, wayqey! ¡Estabín, Oswaldo!


CHE GUAYASAMÍN

Da quale mondo Guayasamín la tua forza si innalza?
Colomba che spaventa, sangue che grida.
Da quali tempi i tuoi occhi che illuminano il mondo profondo
le tue mani che incendiano il cielo?
Ascolta, ardente fratello.
L’epoca del dolore
del giorno che ferisce l’uomo,
della notte che fa piangere
il volto dell’uomo che mangia l’uomo
l’hai stabilita in eterno
così che nessuno riuscirà a muoverla
fino a chissà dove l’hai lanciata!

Pianga l’uomo
[…]
divori la forza del vento,
in tuo nome.
Wayasamín è il tuo nome
il grido degli ultimi figli del sole
il tremito dei falchi sacri che svolazzano su Quito
che piangono, che accrescono la neve,
che accrescono ancora di più l’ombra smisurata del cielo.
Non solo questo:
la sofferenza degli Stati Uniti, della Cina, del Tawantinsuyu
degli uomini di tutte le terre,
tutto ciò che essi chiedono,
tu, ardente fratello, lo gridi,
con voce ancora più forte del fiume Apurímac
ancora più irresistibile.
Va bene, fratello! Está bien, Oswaldo!

Pan -flute
Pan -flute

Note:

1)José Maria Arguedas Altamirano - scrittore e antropologo peruviano, la particolare circostanza di essere cresciuto a contatto con la tradizione culturale andina unita alla formazione di etnologo, gli ha consentito di capire e descrivere con spiccata sensibilità la complessa realtà degli Indios nella società peruviana. La sua produzione letteraria e intelletuale è piuttosto ampia e diversificata, comprende oltre 400 opere tra racconti, romanzi, traduzioni, monografie, saggi e articoli.Tra quelli citati: “I fiumi profondi” (Einaudi 1958), “Tutte le stirpi” (Einaudi 1964), “Musica, danze e riti degli Indios del Perù” (Einaudi 1991).


2) 3) Waskar Amaru - è un musicista e cantautore di lingua ‘quechua’ si stabilì in Francia alla fine degli anni 60. Nel 1977 pubblicò a Parigi il suo lavoro più noto, “La epopeya de Túpac Amaru”, dedicato a José Gabriel Condorcanqui, leader dell’insurrezione anti-spagnola del 1780 in Perù. Tra gli album editi vanno ricordati inoltre, quelli pubblicati con l’etichetta Moshé Naim 1/2 . “Manachu kaita atin”, è una canzone in lingua Jawari contro la presenza sul territorio dei Conquistadores.


(4) (5) José Maria Arguedas - “Tutte le stirpi”, op.cit


(6) Los Koyas - “El condor pasa”, (Lp Barclay) traduzione del testo della canzone più volte elaborata anche in chiave di ‘canzone di protesta’ composta dal peruviano Daniel Alomía Robles nel 1913 su testo di Julio de La Paz.


(7) Geoffrey H. S. Bushnell - archeologo britannico Curatore del Museo di Archeologia ed Etnologia dell'Università di Cambridge, fino al 1970. Fu eletto membro del Corpus Christi College nel 1963, divenne Lettore in New World Archaeology nel 1966, ed è stato eletto FBA nel 1970. E’ inoltre presente nella Enciclopedia Britannica. Ha scritto “Il Perù precolombiano”, pubblicato in Italia da Il Saggiatore 1953.


(8) Waskar Amaru - “Qorikanastita”, canzone Aymara (disco Moshé Naim).


(9) Garcilaso de La Vega è stato uno dei maggiori poeti della letteratura spagnola vissuto nel XVI secolo. Soprannominato El Inca, fu uno dei primi meticci del Nuovo Mondo. Come scrittore si occupò prevalentemente di tematiche riguardanti il popolo degli Incas. Scrisse poi i famosi “Commentari reali degli Inca” - Rusconi 1982, considerati il suo capolavoro, basati sulle storie che egli aveva sentito raccontare dai suoi parenti inca quando era bambino a Cuzco.


(10) Ima Sumac - è stata una cantante peruviana nome d'arte di Zoila Augusta Emperatriz Chávarri del Castillo Negli anni cinquanta fu una delle più note esponenti della musica esotica. Le canzoni citate nel testo “Ataypura”, “Xataby”, appaiono in album diversi incisi su dischi LP Capitol.


(11) Alfred Metràux - etnologo francese autore di ricerche sull'isola di Pasq.ua e sulla Bolivia e continuatore dell'opera di Marcel Mauss. Assunse un indirizzo prevalentemente etno-storico, volgendosi più alla ricostruzione descrittiva delle civiltà che alle costruzioni teoriche. Prof. in Argentina, unì sempre all'attività scientifica una forte tensione etica e politica per la tutela dei diritti dei popoli. Fu membro permanente della sezione di scienze sociali dell'UNESCO, consigliere delle Nazioni Unite e coordinatore dell'importante serie “Le racisme devant la science”, pubbl. tra il 1951 e il 1960. Nella sua vasta produzione libraria “Gli Incas” – Einaudi 1961 si narra del “L'impero del Sole” e i suoi miti, le strutture economiche, politiche e sociali, la cultura, l'impatto devastante della Conquista spagnola.


(12) Cristobal De Molina – soprannominato ‘el cuzqueno’ vissuto nel XVI secolo, è stato un religioso e cronista spagnolo, che visse buona parte della sua vita tra gli Inca del Perù. “Racconti, favole e riti degli Incas” - Il Cerchio, Editore 1993 è il suo libro più importante. In esso si narra la storia del Perù a partire dalla prima apparizione dei Conquistadores spagnoli sul territorio, ed esamina tutti gli aspetti della conquista e in particolare sulla figura di Atahualpa.


(13) Gabriel Garcia Marquez - romanziere colombiano Premio Nobel nel 1967. Il suo “Cent'anni di solitudine” è considerato tra le opere più significative della letteratura del Novecento. Narra le vicende di 7 generazioni della famiglia Buendía, il cui capostipite, José Arcadio, fonda alla fine del XIX secolo la città di Macondo. Ma non è il solo importante della sua vasta produzione. Tra gli altri “L’autunno del patriarca” 1975, “L’amore al tempo del colera” 1985, “Dell’amore e altri demoni” 1994.


(14) José Maria Arguedas – “Wayno”, tratto da “Tutte le stirpi”, op.cit.


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