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Una storia di Adaclaudia

Medellin

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3 minuti

Pubblicato il 21 aprile 2021 in Viaggi

Tags: #virtualtour

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Avevo da poco lasciato Chihuahua con un non so che, una voglia un po’ di Botero e allora eccoci qui a Medellin:

case basse a destra, case basse a sinistra, colori vivaci, pitture a righe orizzontali, muri scrostati o con i mattoni a vista in attesa di intonaco.

A destra una strada sale, quella a sinistra scende, nel mezzo uno spartitraffico dove trova posto un’edicola con un Sacro Cuore posto lì in mezzo quasi a dirigere il traffico.

A incombere su tutto quanto un grattacielo diviso in tre settori verticali, un grattacielo proprio lì che cosa ci faceva , affacciato a spiare la vita che si svolgeva per strade, marciapiedi e strette scalette che facevano superare i dislivelli erbosi fra la strada e le abitazioni.

Vado avanti, altra case basse a scaletta e scalette per raggiungere anche quei marciapiedi; qui si sale, si scende, si sale fino alla chiesa moderna, l’Iglesia Santa Gema,

affiancata da un campanile dove campeggia la scritta “Es hora de amar a Dios”.

Lasciata la chiesa mi attardo all’Avenida De Greiff dove trovo n mercato su carretti con le ruote spaiate di qualche vecchia auto oppure di moto.

Le cataste di frutta aspettano qualche cliente e le cartacce per terra anticipano lo scenario che si presenterà a mercato finito.

Intorno a quell’isola il traffico scorre, le vetrine affacciano sulla strada, gli ombrelloni a riparare le merci che certo non potrebbero far affidamento sulle palme un po’ spelacchiate per difendere la loro freschezza.

Più avanti qualcuno ha già sbaraccato lasciando a terra sacchetti e cartoni con un distanziamento così regolare da dare l’idea di aver conservato quel posto anche dopo essersene andato.

Finalmente sono arrivata nella piazza dedicata a Botero, qui il mercato è ancora tutto in azione coi suoi banchetti a tutto colore, mi imbatto nel ragazzo che tiene un grappolo di palloncini multicolori: ci sono pesci, automobili, personaggi Disney. Peccato non aver pensato a qualche palloncino che riproducesse le opere di Botero, le figure così tondeggianti di sicuro si sarebbero prestate.

Alle riproduzioni è sempre da preferire l’originale e qui ce ne sono quante ne voglio, da godere in tutta la loro corposa bellezza.

Mi godo la sfinge che fa compagnia alla ragazza sul dorso del toro; quest’ultima ha gli alluci e i mignoli colore dell’oro che contrasta col nero della scultura, segno di molti tocchi dettati dall’affetto e mi ritrovo a pensare alla statua di San Pietro che nella sua basilica addirittura si trova col piede consunto.

Il grosso faccione di fronte ad un gatto, poco distante un lui e una lei che si guardano da chissà quanto tempo, subito dopo un cavallo una giovane se ne sta stesa sul soffice drappo di bronzo mentre una mamma balocca il suo bambino tenendolo sopra un ginocchio.

Un’altra coppia, saranno quelli di prima? Ma questi sono vestiti, li accanto un cane mostra la lingua, una ragazza giace supina, subito accanto la raffigurazione del modo di dire “mettere i piedi in testa” vicino al “perdere la testa”.

Giro attorno al palazzo, di mattonelle bianche e blu che fanno un decoro assai suggestivo, con le cupole di foggia orientale; così mi trovo di nuovo di fronte alla sfinge e subito dopo il Museo de Antioquia, così dopo le statue mi potrò godere anche i quadri.

Lascio questo splendido posto portandomi l’immagine degli spericolati che si sono appena esibiti in spericolate acrobazie con i loro skateboard e la meraviglia delle inaspettate cabinovie di Santo Domingo Savio.





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