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Una storia di IBonamiciFredducci

L'Incidente di Louis Slotin

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10 minuti

Pubblicato il 02 giugno 2020 in Giornalismo

Tags: #atomica #incidenti #morte #nucleare #radiazioni

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Vorrei parlarvi di Louis Slotin. Il suo nome non vi dice niente? Appunto: faccio bene a parlarne!

Slotin era un fisico, nato a Winnipeg, in Canada. Laureatosi a Londra, aveva attirato l’attenzione del governo USA con i suoi studi radiobiologici all’Università di Chicago. Lo invitarono a prendere parte al Manhattan Project. Lasciò le sue ricerche e entrò nel programma nel 1942. Per chi non lo sapesse, il Manhattan Project fu il programma americano, allora supersegreto poiché si dovevano battere sul tempo i Nazisti, per lo sviluppo della bomba atomica: vi lavorarono anche Fermi ed Oppenheimer.

Nel 1944 iniziò a lavorare nei laboratori di Los Alamos, dove conduceva esami per verificare il corretto funzionamento dei noccioli attivi. Questi esperimenti servivano a garantire che i noccioli in questione avrebbero prodotto l’esplosione richiesta, e in tempo di guerra venivano eseguiti a mani nude, senza nessuna norma di sicurezza e pure un eccesso di leggerezza.

Assemblò il nucleo di plutonio per ”The Gadget”, prima bomba atomica della storia, che il 16 Luglio 1945 portò alla prima esplosione nucleare della nostra storia, nel “Trinity Test” nel deserto del New Mexico.

Il 21 Agosto 1945 si verificò il primo incidente nucleare della storia: Harry K. Daghlian Jr., recatosi di notte nei laboratori di Los Alamos per terminare un esperimento (contravvenendo alle regole poiché senza sorveglianza), stava sistemando barre di carburo di tungsteno, come riflettori di neutroni, attorno ad un nucleo di plutonio. In pratica stava testando un piccolo reattore nucleare fatto a mano, con l’obbiettivo di raggiungere la “criticità” (quando la reazione a catena data dalla fissione nucleare è auto sostenuta). Stava per posizionare l’ultimo mattoncino di tungsteno in cima all’accrocco, quando il rivelatore di neutroni lo avvertì che il reattore stava per raggiungere la condizione di supercriticità. Daghlian ritrasse immediatamente la mano, col risultato di far cadere maldestramente il mattoncino proprio sul nocciolo di plutonio, innescando una reazione incontrollata. Una fortissima ondata di calore lo investì. Tentò di togliere quel maledetto ultimo mattoncino, ma senza risultato; allora iniziò a smontare le altre barre, disassemblando il reattore e interrompendo rapidamente la reazione. Aveva già ricevuto, però, una dose fatale di radiazioni.

Morì 24 giorni dopo, a 24 anni di vita. Slotin era suo amico, e lo aveva vegliato nei 24 giorni di agonia, collaborando con i medici per stabilire la dose di radiazioni che aveva subito.

Dopo questo incidente, Slotin manifestò più volte il desiderio di abbandonare il Progetto Manhattan, per tornare a dedicarsi a ricerche in campo biofisico e radiobiologico all’Università di Chicago.

Poiché era uno dei pochissimi uomini qualificati nel testaggio e nell’assemblaggio di componenti atti alla fabbricazione di ordigni atomici, dovette mantenere il suo posto fino a quando non venne trovato un adeguato rimpiazzo per lui.

Il 21 Maggio 1946, ovvero 9 mesi dopo, Louis Slotin si offrì di mostrare al fisico Alvin Graves (che aveva lavorato nella squadra con la quale Enrico Fermi aveva costruito il ChicagoPile1 (primo reattore nucleare della storia), al quale stava facendo da trainer poichè quest’ultimo lo avrebbe sostituito come capo assemblatore, un esperimento con una configurazione che Graves non aveva mai visto funzionare.

Entrarono nella stanza dei test in 8: oltre a Slotin e Graves erano presenti il dottor Schreiber e il suo assistente, tre uomini del personale di laboratorio e la guardia di sicurezza, che osservavano Slotin mentre allestiva l'esperimento.

Il nucleo di plutonio, dal peso di 6,4kg, era lo stesso che aveva ucciso Daghlian 9 mesi prima.

Questa volta i riflettori di neutroni non erano però mattoncini di carburo di tungsteno impilati attorno al nucleo, ma 2 semisfere di berillio. L’esperimento consisteva nel sovrapporre le due semisfere quasi completamente, in modo da aumentare il numero di neutroni in fuga, avviando così una reazione controllata a catena. Slotin manovrava la calotta superiore, tenendo il pollice sinistro inserito in un foro sulla sua sommità. Avvicinando o allontanando le due calotte si poteva controllare la velocità dei neutroni, aumentando o diminuendo la potenza della reazione.

Tuttavia, se le calotte fossero giunte a meno di tre millimetri di distanza l'una dall'altra, il sistema avrebbe raggiunto lo stato di supercriticità, liberando una grande quantità di raggi gamma.

Riguardo alla sue eccessiva tranquillità nell’eseguire test potenzialmente letali, lo stesso Enrico Fermi aveva più volte ammonito Slotin avvertendolo che, se avesse continuato a rischiare così tanto, sarebbe morto entro un anno.

I tecnici del Manhattan Project si riferivano a questi loro esperimenti con la frase “tickling the dragon’s tale”, ovvero “solleticare la coda del drago”…e non penso che servano spiegazioni.

Slotin cominciò ad illustrare le varie fasi a Graves: i rilevatori di neutroni ticchettavano sempre più rumorosamente mano a mano che ci si avvicinava al punto critico.

A quel punto i movimenti di Slotin vennero definiti dai presenti come un "qualcosa di diverso". Egli rimosse gli spaziatori che impedivano alle due estremità di toccarsi e, sempre aiutandosi con il pollice, inserì tra le due calotte un cacciavite, in modo da avvicinarli sempre di più. Esattamente alle 15.20 Graves sentì un click, quando la punta del cacciavite slittò via e la semisfera superiore di berillio si chiuse sul resto dell'assemblaggio.

In quello stesso millisecondo si sprigionò una luce azzurra, dovuta alla ionizzazione dell’aria, mentre tutti i presenti vennero investiti da una vampata di calore.

Slotin avvertì un tremendo bruciore alla mano sinistra, ed un forte sapore amaro in bocca.

Il fisico Canadese ritrasse istintivamente la mano, facendo cadere a terra la cupola di berillio ed interrompendo la reazione.

Slotin era stato investito da un'emissione di raggi gamma maledettamente forte: era già spacciato. Il suo corpo fece da schermo a Grave, riducendo la dose da lui assorbita, mentre gli altri si trovavano lontano dallo spazio letale.

Subito dopo l'incidente lo stesso fisico Canadese consegnò agli altri presenti dei gessetti, affinchè segnassero con una “x” sul pavimento le loro precise posizioni durante l’evento, in modo che si potessero calcolare precisamente le dosi di radiazione gamma assorbite da ognuno di loro. (Secondo alcuni, invece, il fisico Canadese invitò tutti a restare immobili, disegnando uno schema con la posizione di ognuno di loro sulla lavagna)

Gli 8 corsero fuori dal laboratorio, e Slotin immediatamente vomitò. Il sapore amaro in bocca ed il vomito sono i 2 principali sintomi che si manifestano dopo aver assorbito una forte dose di radiazioni.

Pare che fu lo stesso Slotin a telefonare per un'ambulanza, prima di chiamare anche

Philip Morrison, brillante fisico e amico personale, spiegandogli l'accaduto e chiedendogli di raggiungerlo.

Mentre tutti aspettavano in silenzio l'ambulanza Schreiber, su suggerimento di Slotin, prese un rilevatore Geiger e tornò nel laboratorio, in quanto nessuno di loro aveva con sé il badge dosimetro di radiazioni. L'ago del rivelatore schizzò subito al massimo e lo scienziato uscì immediatamente.

Durante il tragitto in ambulanza Slotin vomitò ancora, ed anche Graves iniziò a sviluppare gli stessi sintomi, temendo il peggio.

Verso le diciotto entrò nella stanza di ospedale di Slotin il dottor Wright Langham, specialista in radiazioni, che nove mesi prima aveva effettuato le stesse operazioni per Daghlian, aiutato nel calcolo sui dosaggi da Slotin stesso.

Slotin lo accolse dicendo: "So perché sei qui".

Nello stesso momento entrò nella stanza anche Morrison e i tre cominciarono a discutere del dosaggio poiché, come oggi, non esisteva alcun antidoto all'esposizione eccessiva a radiazioni.

Restava la flebile speranza che Slotin non avesse assorbito abbastanza radiazioni da ucciderlo. Prima di congedarsi, i due domandarono a Slotin se avesse bisogno di qualcosa ed egli chiese dei libri.

Alle 18.30 di quella sera, la mano di Slotin appariva gonfia e arrossata, il pollice formicolava e l'unghia appariva annerita.

Mercoledì, 24 ore dopo l'incidente, la mano era gonfiata in modo grottesco e pareva che la pelle dovesse scoppiare. I medici prescrissero iniezioni di morfina e impacchi di ghiaccio. Anche il basso ventre, rimasto esposto all'assemblaggio, iniziò ad arrossarsi, ma nonostante ciò Slotin stava bene, non vomitava più e appariva allegro.

Come era accaduto a Daghlian.

Nonostante una simile offesa, le cellule del corpo reagiscono abbastanza bene per un breve periodo, espletando le loro funzioni fino al momento fatale della riproduzione: questa fase di latenza viene simpaticamente chiamata “fase del morto che cammina”.

Quella notte sulle braccia di Slotin, letteralmente cotte in quell'unico millisecondo di esposizione, comparirono le prime bolle, grosse come pasticcini.

Il giorno dopo accaddero molte cose, vi fu una riunione dei chimici che, analizzando l'anello d'oro e l'orologio di Slotin, tentarono di stimare la quantità di radiazione assorbita. Wright Langham, che aveva effettuato rapidi calcoli, stimava la quantità di radiazione di almeno 4 volte superiore a quella che aveva ucciso Daghlian e molto semplicemente, non gli concedeva alcuna possibilità di sopravvivenza.

Nonostante ciò gli altri scienziati continuarono con i loro calcoli.

I fisici tentarono di salvare Slotin con le loro matite per altri tre giorni.

Quel giorno fu anche il momento dell'esercito che, per evitare che il pubblico cadesse in preda all'isteria delle radiazioni, decise che bisognava rilasciare un comunicato stampa sull'accaduto "morbido", in cui si parlava di un “imprecisato incidente in cui tuttavia le condizioni del personale erano soddisfacenti".

A sera Slotin prese il telefono e chiamò i suoi genitori in modo che potessero raggiungerlo. L'esercito avrebbe provveduto a riservare l'aereo.

I coniugi Slotin arrivarono sabato pomeriggio a Los Alamos, quando ormai la morfina e gli impacchi di ghiaccio non lenivano più il dolore. I medici decisero di incamerare completamente nel ghiaccio il braccio destro e sinistro, con gli stessi effetti dell'amputazione, ma senza lo choc psicologico.

Slotin continuava ad apparire a proprio agio e in possesso delle sue facoltà, era sottoposto a trasfusioni di sangue giornaliere e l'appetito era buono.

Quando arrivarono i genitori li accolse da seduto, il padre chiese:

"Come stai Louis?". Parlarono per un po’ ma lui non diede importanza alle sue condizioni. La madre, accarezzandogli i capelli scuri osservò: "Sono rigidi e secchi, come fili di ferro".

Quel giorno ci furono altri due arrivi.

Il primo fu un medico di Chicago che aveva svolto ricerche su animali irradiati e che aveva constatato che, nei cani allo stato terminale, si verificava un'intricata e massiccia emorragia, dovuta alla morte delle piastrine e che aveva ottenuto dei miglioramenti con il trattamento mediante tintura blu di toluidina.

Il secondo fu un Hermann Lisco, patologo prudentemente convocato in caso fosse necessaria un'autopsia.

La domenica era in quinto giorno dall'incidente e fu allora che si convenne che qualunque fosse stato, il dosaggio era eccessivo. Annamarie Dickie, l'infermiera incaricata di effettuare analisi del sangue giornaliere, constatò in lacrime che i globuli bianchi stavano morendo e la stessa sorte avrebbe presto toccato le piastrine.

Slotin era ancora coerente e padrone di sé e constatò che la lingua si stava ulcerando in una posizione opposta a una capsula in oro, che aveva evidentemente formato una barriera contro la radioattività del dente.

Il quinto e sesto giorno furono evidentemente i peggiori.

Il degente passò allo stato tossico, temperatura e polso salirono a livelli intensi, L'addome si tese e si gonfiò, il sistema gastro intestinale cessò di funzionare e dovette essere drenato per via nasale. La pelle si tinse di un colore bluastro, mentre il corpo si stava sciogliendo in un residuo organico.

Martedì ci fu il crollo delle piastrine, segno dell'inizio della fase emorragica.

Nei cinque giorni successivi Louis fu soggetto a periodi di confusione mentale e mercoledì entrò in delirio.

Fu posto sotto una tenda ad ossigeno e la notte entrò in coma.

Alle 11 della mattinata del 30 maggio, a nove giorni dall'incidente morì, a 35 anni.

I giornali e l'esercito riuscirono a presentare la morte di Slotin in modo degno, perché al momento critico si era comportato da eroe, fermando la reazione e salvando la vita agli altri 7 tecnici presenti. La realtà è diversa, perché Slotin si era comportato da irresponsabile, e il fatto che abbia interrotto una massa supercritica togliendo la semisfera superiore di berillio dal sistema è stata una reazione del tutto istintiva, dovuta al forte dolore provato.

A seguito di questo incidente, si è fortunatamente smesso di effettuare assemblaggi così pericolosi a mano, ma con macchine comandate da operatori al sicuro dietro spessissimi vetri protettivi.

Alvin Graves, il più vicino a Slotin, sviluppò una grave sindrome da avvelenamento da radiazioni, ma sopravvisse. Si ritrovò con lievi danni cerebrali, cataratta ad entrambi gli occhi e una parte di testa priva ci paelli. Per tutta la vita gli fu nascosto il reale dosaggio assorbito dal suo corpo. Morì 20 anni dopo, mentre era in vacanza a sciare in Colorado, per un attacco di cuore. Aveva 54 anni, e si stabilì che la sua morte fu “aiutata” da danni sistemici latenti, dovuti alle radiazioni subite.

[Nelle foto: riproduzione dell'esperimento di Slotin, disegno illustrante la posizione dei presenti durante l'incidente]


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