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Una storia di Lightblue

QUELLA CALDA NOTTE DI GENNAIO

La domanda è? Io chi sono veramente?

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minuti

Pubblicato il 15 gennaio 2019 in Avventura

Tags: #omosessualit #amore #love #girl #emozioni

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"Ma dove mi hai portata?" chiesi a Davide.

"Sono stato solo una volta qui, le migliori disco erano tutti sold out." rispose.

"La gente è strana qui."

"dai Giulia smettila. Non farti venire le paranoie, siamo venuti qui a divertirci."

"Ok Davide. Andiamo a prendere qualcosa da bere, ho bisogno di sentirmi a mio agio."

"ok, però andiamo sulla destra del bancone che c’è meno confusione."

"ok."

"Che stupida, dovevo rimanere a casa." ripetevo nella mia mente e sforzando un sorriso raccoglievo i miei capelli che puzzavano già di sigaretta.

” Un altro capodanno di merda, voglio scappare via”. Volevo sparire.

Prendo il mio cocktail e mi guardo in giro. Davide aveva già fatto amicizia e la cosa mi metteva ansia e mi demoralizzava molto.

Passarono quaranta interminabili minuti prima che mi adattassi a quell’ambiente. Cominciai a sentirmi più rilassata, i muscoli erano meno tesi e sentivo finalmente il respiro nel mio petto. Mi sentivo quasi bene perché nel buio sentivo la sensazione che nessuno giudicava nessuno. Solo in quel momento, in quel luogo era possibile togliere le maschere per essere veramente se stessi.





La domanda è? Io chi sono veramente?




Rimasi immobile a guardare una coppia con un atteggiamento sessuale sulle poltrone quando improvvisamente rimasi sola. Un ragazzo iniziò a farmi delle domande ma ero troppo distratta, voleva attaccare bottone. Avevo perso di vista Davide. Cominciai a cercarlo nascondendo la paura in tasca vagando nel vuoto, nel buio, nella confusione. Il mio corpo si sfiorava con altre persone e sentivo la loro pelle sconosciuta sulla mia… La cosa mi stava infastidendo molto. D’un tratto subentrano i bassi accompagnai da lunghe intermittenze di flash bianco di uno, due secondi che illuminava tutta la discoteca, la sala era veramente piena. I rumori, le voci, e le risate adesso avevano un volto. Era un vero bordello. Un gruppo di amici per sbaglio mi spingono e perdo il controllo dell’equilibrio che mi portava a soffermarmi sulla sagoma di una donna nascosta tra la gente che bellava. Lentamente: la musica, la confusione e la paura erano passate in secondo piano. A tratti vedevo il suo volto.

poi si voltò...

Aveva un viso così angelico, fuori luogo, dolce, diverso, unico. Era persa in sé stessa, con lo sguardo deciso cullava la testa tra una spalla e l’altra, a volte sfiorava il mento nella spalla destra per poi alzare la testa verso l’alto chiudendo gli occhi e alzando le mani. Era vestita Total black, portava un taglio corto con un ciuffo disordinato verso destra. I suoi occhi fissarono i miei, con piccole pause. Rimasi ferma, immobile. Non sapevo cosa fare. Mi sentivo stupida. Sentii improvvisamene un forte pacca sulla spalla da dietro (come quando ti svegliano di botto nel bel mezzo di un sogno profondo) era Davide.

"dove sei finita?"

"Rimasi a guardare lei in silenzio."

"Giulia, tutto bene?" Chiede Davide

"si." Risposi stordita.

"Andiamo a fumare una sigaretta" Mi prende per mano e mi porta con sé.

Uscendo fuori l’aria era così gelida ma piacevole. Guardo la gente fuori che litiga, che piangeva, che rideva, che cantava. Ma anche gente persa nel vuoto.



Improvvisamene da dentro la discoteca la gente cominciò ad uscire impazzita. C’era una forte rissa. Iniziai a correre per entrare dentro, andavo un po’ controcorrente, era faticoso, faceva male ma qualcosa mi diceva di non fermarmi. Correvo senza sapere la meta, mi sentivo forte, coraggiosa e sicura di me. Improvvisamene vengo afferrata da una persona e portata lontana da quella confusione. Era lei.

"Seguimi... leviamoci da qui prima che ci calpestano." È stata una bellissima sensazione sentire la sua voce decisa, quasi protettiva. Uscimmo dalla porta di emergenza e ci sedemmo nelle scale recuperando il fiato perso.

"Grazie. chiesi con tono spezzato."

Mi guarda fissa, poi abbassa la testa, gli occhi e mordendosi il labbro guarda altrove.

"Eri sola e indifes.." la interrompo subito.

"cosa ci faceva una persona come te li dentro, in un luogo così ostile e confusionario?"

"provavo a perdermi." Rispose mentre si accendeva una sigaretta.

"sì so’ cosa vuol dire." Solo che a differenza di me tu lo fai di tua spontanea volontà, forse perché sai proprio bene chi sei e vuoi scappare.




1 minuto di silenzio.





"Sai? Io proprio non so co." m’interrompe e mi bacia sul labbro dolcemente.

La guardai e continuammo. Era come toccare un prato bagnato scalza dopo aver camminato su un parquet caldo. Era una sensazione forte e intensa.

"Strana questa notte. Sento caldo anche se siamo a Gennaio". Pensavo nella mia mente.

"Come ti chiami?" Chiesi con curiosità.

"Elena."

Sorrisi per qualche minuto, ma...

"scusa devo scappare." Mi lascia la mano e fugge via.

"ASPETTA!" Comincio a seguirla e vengo fermata da Davide.

"Giulia ma dov’eri? Andiamo via da qui, Subito" Vengo tirata con forza e portata in macchina.

Guardavo la strada e il buio che lo accompagnava da dietro in finestrino della macchina di Davide e pensavo a quello che era successo. Tornammo a casa in silenzio.




Tre giorni dopo mi arriva una richiesta d’amicizia su facebook.

Elena.

Felicissima accetto e vengo subito scritta.

- LEI: Scusa se sono scappata.

- IO: scusa ma come hai fatto a trovarmi?

- LEI: dalle foto della serata, eri taggata in una foto con un tuo amico/ fidanzato.

- IO: amico, migliore amico.

- LEI: ok... Ci vediamo?

-

A volte sarebbe preferibile aspettare, cercare di capire, farsi desiderare. Ma l’entusiasmo spesso blocca i meccanismi di autodifesa.


- IO: si certo, ti lascio il mio numero

- LEI: non è necessario, ci vediamo domani alle 18:00 al bar di Via Frattina, ce n’è soltanto uno, non puoi sbagliare


Rispondo con cortesia, rimanendo perplessa dal suo modo di fare ma eccitata e curiosa al tempo stesso. Controllo il suo profilo, ci sono pochissime foto e quasi nessuna pubblicazione.

Rinuncio.

Così, passo a soqquadro l’intero armadio prima di cadere sfinita sul letto senza sapere cosa indossare. Non ho idea del perché io sia contenta di vedere una perfetta sconosciuta ma il ricordo del suo bacio mi fa fremere.


4 gennaio, 17:00


Mi guardo allo specchio ancora incerta, non sono sicura di aver scelto l’abbigliamento giusto. È paradossale come si cerchi di scappare da qualcosa, rischiando di perdersi in ciò che neanche si conosce. Liscio la gonna con le mani e controllo ancora una volta che le calze non siano smagliate. Il top mette in risalto le curve, ma il cardigan copre quello che deve.

Sono pronta.


Via Frattina, 17:40


Arrivo in anticipo, caccio il telefono in tasca quando mi ricordo che non so chi chiamare. Rimango impalata all’angolo della via, e vago con lo sguardo in cerca di qualcosa che mi distragga nei minuti che mancano all’appuntamento.

Vedo le mani di un uomo, ruvide e callose, che preparano i cartocci per mettere le caldarroste. Il suo fuoco scalda un cagnolino, che sdraiato sotto una sedia cattura gli occhi curiosi di un bambino, ma la mamma lo strattona perché non gli sta al passo.

Poco più avanti c’è una donna, non saprei dire l’età, è inginocchiata sull’asfalto, chiede l’elemosina. Si è arresa. Ha smesso di combattere, glielo si legge negli occhi.

Mi avvicino e le lascio qualche spiccio che avevo nella tasca del cappotto.

Tornando indietro al punto di partenza, lancio uno sguardo furtivo al bar e la vedo.

Elena è già lì, seduta al tavolino. Sta giocherellando con l’accendino.

Mi avvicino con passo svelto. Non so se sono stupita di vederla davvero lì, non so se è l’aspettativa, il desiderio, ma sorrido inebetita.

Improvvisamente scompaiono tutti, non c’è un signore di mezz’età che vende caldarroste, nessuna donna inginocchiata e nessun passante.

C’è soltanto lei che alza lo sguardo e mi sorride. Il mondo potrebbe frantumarsi da un momento all’altro ed io potrei non accorgermene neanche.

“Sono contenta che tu sia venuta”, mi accoglie alzandosi leggermente e dandomi un bacio sulla guancia. Sento il suo profumo, è fresco e delicato.

Ricambio con un sorriso, non so cosa dire.

Lei prosegue.

“Ti ho vista quando sei arrivata, è stato carino dare speranza a quella signora”

Annuisco. “Schopenhauer diceva sempre che la pietà è la prima vera valida garanzia per il buon comportamento dell’uomo”

Sorride. “Non mi piace Schopenhauer, troppo pessimista, cosa prendi ?”

“Quello che prendi tu”

Una volta seduta mi accorgo di quanto siamo diverse.

Lei ha i lineamenti dolci, un viso delicato. Confermo quanto mi sembrava quella sera in discoteca, sembra quasi angelico. L’unico contrasto lo danno i capelli, così corti, scuri e con il ciuffo ribelle. Le stanno bene, ma sembrano i capelli di un’altra. Quasi come se fossero un grido di ribellione. Come se li avesse tagliati da poco. Come se volesse gridare al mondo che lei non è più lei.

“Benissimo, ho già ordinato due Whisky Sour, ti ho vista in discoteca con il cocktail, sono certa che tu non sia astemia”

“No, infatti. Come sapevi che ti avrei lasciata ordinare ?”

“Non lo sapevo” dice, e poi aggiunge “Come mai hai accettato di incontrarmi ?”

Prende il pacchetto di Winston tra le mani.

A quel punto mi faccio coraggio e le chiedo “Perché mi hai cercata su Facebook ?”

Ride e si accende una sigaretta, aspira e con gli occhi vispi mi ammonisce: “Non si risponde ad una domanda, con un’altra domanda”

Elena si alza e prende il posacenere da un altro tavolo.

Indossa un pantalone di ecopelle nero ed una maglia dello stesso colore che sembra troppo leggera per il freddo di gennaio. È comunque bellissima.

Mi arrendo e le rispondo.

"Ho accettato di vederti perché ho pensato molto a te in questi quattro giorni, mi hai colpita in discoteca, sembravi così diversa, avrei voluto parlare di più ma sei scappata via. Non mi hai lasciato modo”

“E come mai ti trovavi lì con quel tuo fantomatico migliore amico ?”

“Adesso devi rispondere te alla mia domanda, perché mi hai cercata ?”

Il cameriere consegna l’ordinazione e lei spegne la sigaretta con estremo vigore sul posacenere. Come se le avesse rubato l’anima. La spegne con foga e rabbia.

Poi alza uno dei due bicchieri che ci hanno lasciato e mi chiede di brindare, ha gli occhi che sorridono.

Non esito, alzo anche il mio.

“Alla nostra conoscenza”

“Alla nostra” ripeto mentre sbattiamo con fragore i bicchieri l’uno contro l’altro.

“Non sta bene”

“E che importa”

Ridiamo all’unisono e sorseggiamo un po’ di cocktail fino a che non si china verso di me con le braccia conserte e mi chiede di nuovo come mai mi trovassi lì con Davide.

Non c’è niente da fare, comanda lei.

È come il comandante di una nave che sa perfettamente quando virare e come gestire il timone. Non ti lascia possibilità di scelta. Forse mi piace, sto al gioco.

Mi avvicino un po’ di più allo stesso modo.

La guardo negli occhi e le dico: “Le altre discoteche erano sold out e Davide, il mio amico, sosteneva che lì ci si potesse divertire, e tu ? Cosa ci facevi lì ?”

“Ti cercavo”

A quel punto non resistiamo, mi alzo un po’ per arrivare dall’altra parte del tavolo e ci baciamo. Un bacio lento e delicato. Le sue labbra sono morbide e calde. Mi gira la testa.

Forse è il Whisky Sour.

Il tempo passa e noi parliamo dell’alcool, del fumo, dei vizi.

Poi si interrompe.

“Giulia” è la prima volta che pronuncia il mio nome “Venire quì, da una persona che non conosci, di cui non sai niente, che potrebbe essere chiunque .. non è normale, ti fidi di chi non conosci e rifuggi quello che invece hai”.

Lo dice con determinazione ed io rimango perplessa.

Poi, sempre come un comandante, senza lasciarmi modo di replicare e capire quanto di vero ci fosse nella sua valutazione cambia argomento.

E parliamo di speranza, di carità, di virtù.

Ma è gennaio, siamo sedute fuori, fa freddo ed ho bevuto, devo fare pipì.

Così le dico che vorrei andare un momento al bagno.


Il bagno è minuscolo, sembra ricavato da un’intercapedine, prima di uscire lavo le mani, ed alzando lo sguardo vedo il mio riflesso in quello che alla meno peggio dovrebbe essere uno specchio, queste luci sono pessime. Sistemo i capelli ma l’umidità li rende gonfissimi.

Sbuffo e con un’ultima occhiata mi allontano.


Nel tornare al tavolo decido di fare un gesto di galanteria e mi fermo alla cassa per pagare.

Il ragazzo, dopo avermi chiesto di quale tavolo intendessi saldare il conto, mi avvisa che qualcuno ha già pagato.

Stupita ringrazio e con velocità raggiungo i tavolini esterni per correre da Elena.


Ma il sorriso si spegne sul mio volto.

Lei non c’è più.

Il tavolino è vuoto, le sigarette non ci sono e neanche l’accendino.

Mi guardo intorno ma non c’è.

Esco nella via e non è neanche lì. Se ne è andata, di nuovo.

La delusione è cocente, mi si infiammano le guance e gli occhi si riempiono di lacrime.


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