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Una storia di Athal

Questa storia è presente nel magazine Racconti

Il tramonto

38 visualizzazioni

3 minuti

Pubblicato il 07 settembre 2020 in Storie d’amore

Tags: #memorie #margherita #tramonto #amore #vita

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La vita per quanto bizzarra non smette mai di sorprenderti. Chi poteva mai immaginare che ancora una volta avrei trovato la serenità, per giunta in un piccolo e solitario paesino nebbioso dove ero arrivato al solo scopo di allontanarmi da tutto, da quello che per me un tempo era stato pura felicità.

E sì, perché io qui ci ero venuto dopo tanti anni di spensierata gioia, il cui ricordo, presente in tutto ciò che mi circondava, era tanto doloroso che ovunque posassi gli occhi era come ritrovarsi in quell'asettica stanza che sapeva di fiori secchi a vedere ancora una volta il petto di Margherita sollevarsi un’ultima volta prima di distendersi in un lento e sereno sospiro, l’ultimo. Margherita, per quanti anni abbia passato al suo fianco mi sembrano sempre insufficienti; allegra, vitale, forte e determinata, semplicemente Margherita. Figli non ne abbiamo mai avuti, ricordo ancora le sue spalle scosse dal pianto alla notizia, che ha tuttavia rafforzato il suo istinto materno, e così si è sentita madre di ogni bambino in Kenya, di ogni elefante e leone che correva libero nella savana, di ogni tramonto rosso in quell'Africa selvaggia e dolce come i suoi occhi sono stati fino all'ultimo sguardo, quello di una guerriera. Il male non l’ha sconfitta, è lei che l’ha sfidato a seguirla, ed ora non può più nulla contro di lei, contro di noi.

Ed è esattamente da tutto questo che volevo fuggire; scappare dal suo profumo che è parte di ogni foulard nell'armadio, dalle rosee albe che guardava alla finestra della camera da letto come una Giulietta dal fato favorevole, dall'entrare in casa aspettando un suo immancabile abbraccio nell'ingresso, dallo smoking nero con cui l’ho aspettata al termine di quell'infinita navata e da quello di quando è stata lei ad aspettarmi all'altare, dagli opprimenti sguardi di compassione che ti perforano la nuca per le strade.


Eppure persino qui ogni cosa mi parla di lei: i candidi fiori nei cesti del chiosco che brillano tra i variopinti petali, i bambini in piazza che giocano, il suono delle loro voci che si espande tra gli stretti vicoli e le madri affacciate alle finestre leggermente scuotendo la testa con le labbra distese in un sorriso da ‘’non cambierai mai’’, come quando nelle notti d’estate la portavo in spiaggia a guardare le stelle e poi le prendevo la mano correndo verso il mare; il sole che tra le nuvole timidamente si affaccia perché nessuno pensi di essere stato dimenticato dalla sua luce.

E infondo mi rendo conto di averne bisogno. Ciò che mi ha dato ragione di vita per trent'anni non è sparito, non si trova dietro i cancelli di ferro e ancor meno in un abbraccio di mogano, e come potrebbe mai esserlo? Non la mia Margherita. Mai mi ha lasciato solo e so che neanche adesso mi abbandona. Come? Nel luogo più piovoso che abbia mai visto, proprio oggi che, stanco, nel mio letto guardo la finestra aperta sui campi e i boschi di querce prima di riposare, splende il tramonto della savana. Il più delicato vento trasporta in una delicata danza le leggere tende e mi prende per mano, mi guida. Il suo sorriso, gli occhi profondi, i capelli color del miele sciolti nel vento, la delicata pelle della sua mano sulla mia, l’inebriante profumo di lavanda di cui mi sentivo ubriaco ad ogni abbraccio sono ora ricordi che si fondono con la realtà mentre la mente viaggia lontano, verso il rosso sole.


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