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Una storia di Mattianuzzaci

Sono felice così

Scrittori in crisi o crisi di scrittori?

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9 minuti

Pubblicato il 26 marzo 2020 in Avventura

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Perché non dice a suo figlio di starsi zitto e fermo?
- Perché l’ultima volta che l’ho fatto poi mia moglie il giorno dopo ha chiesto il divorzio sostenendo che non fossi un padre affidabile.
- Brutta storia.
- E comunque se lei si è scelto il tavolo sbagliato non è certo colpa mia.
- Veramente io sono qui a mangiare una semplice pizza.
- Anche io, ma non capisco che fastidio le stia dando mio figlio.
- Si muove in continuazione e parla ad alta voce. Mi deconcentra.
- Da cosa? Non sapevo fosse diventato così problematico sfogliare il menu.
- No io sono qui per altro. Sono uno scrittore in crisi. Cerco l’ispirazione.
- Brutta storia.
- Magari ne avessi una, è quello il dramma.
- E perché è venuto a cercare l’ispirazione in una pizzeria?
- I luoghi aiutano. Ma non volevo qualcosa di eccessivamente banale. Ha presente le lunghe distese di prato dove aspetti che il cinguettio di un uccellino o la curiosa forma delle nuvole nel cielo smuovano qualcosa dentro te, facendoti scrivere un poema dantesco da dedicare alla ragazzina che al liceo voleva fare l’amore sdraiata per terra, in strada, perché credeva nella cultura hippie?
- Più o meno sì. E poi com’è finita?
- Con una denuncia per atti osceni in luogo pubblico.
- Intendo la sua ispirazione.
- Niente non ha funzionato, non funziona più. Ci ho provato. Sono andato in spiaggia, anche di notte, anche provando a cambiare mare per vedere se la solitudine e la quiete mi avrebbero aiutato ma…
- E poi com’è finita?
- Due ragazzi hanno provato a vendermi della droga.
- Intendo sempre la sua ispirazione.
- Niente anche lì. E allora ho cominciato a girare nei posti meno opportuni.
- Scavando dentro di lei…
- In ordine sparso, sono stato ad una partita di campionato A2 di basket, in un negozio di antiquariato gestito da un pakistano, in una piccola città di tremila abitanti della Basilicata e nella mia stanza chiuso per sedici ore di fila ad ascoltare un disco dei Blue.
- Capisco.
- Ah e in una serata tra universitari finita in orgia.
- Ha perso del tempo.
- Anche soldi e dignità, se permette. Comincio a pensare che i luoghi siano sopravvalutati. Metta il fatto che uno vuole chiedere ad una di sposarsi.
- Non ho capito, mi sta prendendo in giro? Giusto prima le ho detto che mia moglie…
- No, sono serio. Mi segua. Ecco, non è che portandola al posto dove si sono conosciuti per la prima volta tutto vada liscio. Io non ho mai visto qualcuno fare una richiesta di matrimonio stando in silenzio. Devi saperci mettere le parole giuste, le sensazioni giuste. Diciamocelo, anche l’anello giusto. Capisce quanto è difficile fare lo scrittore?
- Perché non prova a metterci qualcosa di sbagliato allora?
- Non sopporto questa cosa. Ormai tutti scrivono partendo dal presupposto che si sta scrivendo per errore. Troppo facile. Trattano l’incomunicabilità come una puttana buona a soddisfare le loro pulsioni di egocentrismo, poi quando qualcuno chiede loro il perché di una scelta, di un verso o di una rima tirano fuori qualche pensiero esistenzialista del ‘900 di qualche autore che hanno letto di sfuggita e il gioco è fatto.
- Lei ha sempre avuto una spiegazione per tutto quello che ha scritto, quindi?
- No, anche perché la maggior parte delle volte ero ubriaco e la mattina seguente, come può immaginare, mi riusciva difficile dare un filo di razionalità a quelle parole. Ma per il resto della giornata vivevo male, perché pensavo di continuo a cosa si celasse dietro la forza di impugnare una penna dopo dieci bicchieri di vino.
- Una crisi nella crisi. Paura, crisi. Sono tutte cose tristi. Io penso che lei ne abbia a sufficienza di materiale per buttare giù qualcosa.
- Io invece penso che una sensazione di disagio, di malessere o di semplice non conformità alla bellezza del mondo sia destinata a finire in massimo due romanzi. E io ne sto cercando il terzo.
- E scriva qualcosa di allegro.
- Per scrivere qualcosa di allegro bisogna essere allegri, altrimenti chi lo legge capisce in un attimo che è una finzione dedita a sentirsi dire “vedi che sai anche scrivere cose allegre?”
- Com’è complicato lei.
- Lo so, lo so.
- Perché non prova a parlare realmente della natura? Di quello che le sta attorno, senza partire necessariamente da un luogo? La metta in relazione con qualcosa, tipo gli sviluppi con il potere o con un bisogno di evasione da tutto per una propria riscoperta personale. Tipo “Sulla strada” di Kerouac, non so se conosce.
- Tipo?
- Tipo.
- Praticamente dovrei copiare.
- No, prendere spunto.
- Non è questo il mestiere dello scrittore. Anzi forse il mio errore è stato proprio prenderlo come un mestiere. Avrei dovuto tenerlo come hobby ed inventarmi dell’altro da fare nella vita. Alla fine ho pure fatto Ingegneria.
- E allora senta… parli di un amore.
- Non saprei da dove partire.
- Anche quelli passati che l’hanno lasciata con l’amaro in bocca o che ricorda poco volentieri. Ne racconti la storia. Il suo ultimo amore.
- È che sono stato troppo innamorato.
- Perfetto.
- No. È proprio questo il punto. Quando si vuole troppo bene ad una persona e ci si lega in un modo quasi ossessivo, si sprecano tutte le forze possibili a livello mentale ed emotivo che poi quando tutto finisce ti resta in mano un pugno di ricordi. Ed è quasi sprecato descriverli. Anzi, più che sprecato è proprio ingeneroso. Non è un fatto di farsi del male, ricordando certe situazioni, non c’entra neppure quello. È che tu immagini un libro in cui raccontare all’infinito una storia d’amore senza difficoltà e in cui alla fine comunque ci si ritrova sempre sotto casa a darsi un bacio. Vorresti che ogni capitolo del tuo libro si chiudesse così, con questo lieto fine. Ma lasciare così un lettore significa illuderlo che il giorno dopo nulla si sia guastato e che quello che tu stai vivendo stia continuando come per magia. Come fai ad aprire il verso successivo parlando di ricordi, trovando le parole giuste per dire che è tutto finito? Un lettore smette di seguirti. E tu smetti di illuderti. E di scrivere. E io non ho mai lasciato dei romanzi a metà. Forse qualche storia sì, ma i romanzi non si lasciano mai a metà.
- E da allora?
- Da allora non capisco più cosa sia l’amore.
- Forse però potrebbe scrivere un libro di soli ricordi.
- Vede, ne ho talmente tanti e li ricordo così perfettamente che non saprei fingere la confusione con la quale uno li dovrebbe raccontare.
- Faccia una cosa.
- Dica.
- Parli di lei, di quello che è lei. Si metta a nudo. Inizi da queste debolezze e vedrà che in qualche modo ne verrà a capo. Non si ponga un progetto. Inizi, poi si vedrà.
- Scrivo per cercare di capire chi sono. Se lo sapessi non lo farei.
- Sì ma deve farlo.
- L’ho già fatto.
- In altri modi. Prenda un inizio di qualsiasi cosa. Viva di inizi, ne metta insieme due o tre e sarà più facile.
- Non so.
- Cominciamo dallo scegliere cosa mangiare.
- Mi sembra un ottimo punto di partenza. Comunque grazie per avermi ascoltato e mi scusi se mi sono posto male inizialmente nei suoi confronti.
- Si figuri.
- È una brava persona lei, sa? Cosa fa nella vita?
- Lo scrittore.
- Ma come? E me lo dice così?
- E cosa scrive di bello?
- Adesso sto scrivendo un libro sull’animo umano. Parla di un uomo che non trova più fiducia e ispirazione in nulla e allora rinuncia al suo lavoro di scrittore.
- Scusi? Come me insomma.
- È proprio lei.
- Non capisco.
- Siamo nel mio libro, non se ne è accorto?
- Tutto questo è assurdo. Cos’è un sogno questo?
- No, è tutto vero. E lei era esattamente la persona che cercavo per il mio romanzo, devo solo ringraziarla.


“A questo punto sorrisi, accarezzai mio figlio e volsi lo sguardo a cercare un cameriere per chiedere di poter fare la mia ordinazione. Presi la mia solita pizza con il prosciutto crudo e una buona birra. Il cameriere aveva l’aria stanca di un giovane perso dietro i turbamenti della gioventù che un turno di otto ore in un posto simile quasi finisce per essere una consolazione.”


- Posso avere un microfono? Ecco, allora innanzitutto complimenti davvero.
- Grazie.
- Il suo primo libro è stato un successo inaspettato. Ha toccato temi importanti con grande delicatezza, è riuscito nell’intento di appassionare il lettore raccontando una non storia. Una storia nella storia. Penso che abbia portato un qualcosa di innovativo nella letteratura italiana. Come le è venuto in mente?
- Bah credo che tutto nasca dalla spontaneità e dall’esigenza di dire qualcosa. Come tutto del resto. Non volevo essere necessariamente originale.
- C’è solo una cosa che non mi è chiara.
- Mi dica.
- Dalla lettura fatta mi è sembrato di intravedere una sua tendenza ad annientare del tutto un tipo di società basata sull’elogio del possesso. Lo ha fatto senza pudore. Mi sono segnato a tal proposito un passaggio nel capitolo precedente dove lei dice “Non desideravo altro che l’alba del mattino per mostrare ancora una volta al vicino di casa che la mia ricchezza era il frutto di una vita passata a cercare di capire perché gli altri si affannassero tanto a produrre, quando sul divano del mio soggiorno c’era il mondo." Cosa intende?
- Difficile spiegarlo. Ma c’è una frase di un autore esistenzialista del '900, Sartre, che racchiude al meglio il concetto. La frase è: “L'uomo non è la somma di quello che ha, ma la totalità di quello che non ha ancora, di quello che potrebbe avere.”
- Interessante.
- Spero di esser stato chiaro.
- Chiarissimo.


- Senta.
- Dice a me?
- Sì. Vuole essere la protagonista del mio prossimo romanzo?
- Oddio, certo. Certo che mi piacerebbe. Cosa dovrei fare?
- Mi dia un bacio.
- Scusi?
- Mi dia un bacio.
- Ma qui? Proprio qui?
- Proprio qui sotto casa.
- Ma non ci conosciamo neppure.
- Mi dia un bacio.
- E adesso?
- Non lo so ma è stato bello.
- Sì ma adesso il suo romanzo?
- Quale romanzo? Per me questo è un nuovo inizio. Sono felice così.


“Quella sera ero stanco più del solito. Due clienti avevano discusso tra loro perché il figlio di uno faceva eccessivo baccano. Poi li vidi ridere insieme. Sorrisi anche io e portai loro delle pizze che avrei voluto solo per me. Ero affamato. Tornai a casa e mangiai velocemente un panino prima di mettermi a ripetere qualche appunto di Ingegneria. Ero contento della mia scelta universitaria. Pensai all’importanza delle scelte e pensai che gli uomini diventano grandi, non per l’età ma per la capacità di riuscire a scegliere sempre un modo per iniziare un qualcosa quando lo si crede finito.”


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