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Una storia di Stegia18

Questa storia è presente nel magazine Fiabe, favole e racconti

Le interviste impossibili: Veronica Franco

Cortigiana, scrittora, strega

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17 minuti

Pubblicato il 08 ottobre 2020 in Altro

Tags: #VeronicaFranco #IntervisteImpossibili

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Nella foto: Tintoretto, Ritratto di Veronica Franco (probabile), 1575 circa , Worcester (Massachusetts), Worcester Art Museum


La Venezia del sedicesimo secolo primeggiava tra le città italiane per un’ enorme esplosione di arte e cultura: vi operavano grandi pittori quali Tintoretto, Tiziano e Veronese o architetti come il Palladio e Jacopo Sansovino, con lo scopo di fornire alla città l’immagine di luogo ricco e opulento, al pari di altre lussuose corti europee. Fiorivano i salotti e i cenacoli letterari e artistici, nonché le Accademie come quella fondata da Domenico Venier: l’Accademia Veneziana, dove si incontravano poeti e letterati e si discorreva di arte, filosofia e cultura.

Venezia aveva fama di città cosmopolita, di aperte vedute e disposta ad accettare genti di cultura e fede diverse, oltreché di costumi più liberi. Affollata da commercianti, pellegrini, avventurieri e altra varia umanità, si calcola che circa il dieci per cento della popolazione fosse costituito da prostitute, che, seppure denigrate dalla moralità corrente, costituivano un bella fonte di ricchezza per la Repubblica che imponeva forti tasse sulle loro prestazioni. La civilissima Venezia, come in una sorta di falso pudore, le chiamava “cortigiane” e aveva anche un “Catalogo de tutte le principal et più honorate cortigiane di Venetia” con l’indicazione di nome, indirizzo e tariffa.


«Veronica, forse la più famosa “cortigiana honesta” veneziana del ‘500. Quali le motivazioni di questa scelta?»

«Piuttosto parlerei di una non-scelta. Sono nata con un destino già segnato, al quale non ho potuto sfuggire. Già mia madre, col mestiere, aveva provveduto alle necessità della famiglia. Con tre figli maschi, fu ben felice di allevare una femmina che, nei suoi progetti, avrebbe potuto mantenere il buon livello di vita raggiunto»

«Avrebbe preferito una vita diversa?»

«Moglie, monaca o cortigiana: erano questi i destini di una donna nella Venezia del mio tempo. E non c’era poi una gran differenza tra le prime due, se non l’obbligo di soddisfare un marito, spesso non amato, ma imposto per convenienza, dalla famiglia, nel contratto che precedeva le nozze»

«Infatti i documenti storici che ci hanno raggiunto testimoniano di numerose unioni coniugali che si sono rivelate drammatiche, soprattutto per le donne che le subivano, poiché contratte al solo scopo di dare lustro alla propria famiglia o a quella del coniuge»

«Altro che sacro vincolo, benedetto dalla grazia divina! Il matrimonio non era che un accordo di tipo commerciale tra le famiglie degli sposi. Non infrequenti erano anche le nozze combinate per motivi politici. In ogni caso si trattava sempre di una cosa pubblica, con poco spazio per l’amore o il romanticismo cantato nelle poesie e nelle opere letterarie. A Venezia una donna di buona reputazione viveva praticamente segregata, le ragazze che potevano aspirare al matrimonio invece che al convento, uscivano di casa solo in occasione delle grandi festività religiose, per recarsi in chiesa, sempre scortate da padri o fratelli. E una volta maritate provvedevano i mariti a tenerle ben tappate in casa, preferendo, nelle occasioni pubbliche, mostrarsi accompagnati da cortigiane belle e colte che ne innalzassero il prestigio»

«E dunque non era poi così disprezzabile la vita della cortigiana…»

«Le sembra una bella vita quella in cui il corpo non ti appartiene e sei costretta a mostrarti come gli altri ti vogliono, senza nessun rispetto per i tuoi desideri o le tue aspirazioni?»

«E quindi cosa avrebbe scelto se avesse potuto farlo?»

«Di non essere una donna: questo avrei scelto, per sfuggire ad un destino che in nessun caso mi avrebbe concesso di vivere e comportarmi secondo il mio pensiero e la mia volontà»

«Disprezzate di giorno, ricercate di notte, non solo per convegni amorosi, ma anche come animatrici di salotti culturali. Spesso le cortigiane, nelle loro abitazioni, ospitavano cene e feste, durante le quali suonavano, ballavano e mettevano in mostra la loro erudizione. Godevano comunque di una libertà non concessa ad altre donne, come quella di frequentare biblioteche, di vestirsi sontuosamente e anche di possedere proprietà e ricchezze personali senza dover sottostare alla volontà di mariti o padri. Lei stessa si è più volte confrontata con poeti, scrittori ed artisti che costituivano l’élite culturale di Venezia e d’Italia»

«I miei fratelli avevano un istitutore privato e io partecipavo alle lezioni perché ciò faceva parte dei progetti di mia madre per la mia vita futura. Fin da piccola, ho amato lo studio e altro non avrei voluto fare nella vita che spendere il mio tempo in conversazioni con sapienti che mi dessero occasione di imparare, per mio desiderio e diletto»

«Ha avuto protettori eccellenti e fatto amicizia con uomini facoltosi ed esponenti di peso della vita politica e culturale di Venezia. Cosa rara tra le donne, è anche stata ammessa alla famosa Accademia Veneziana di Domenico Venier»

«Domenico è stato il mio mentore e consigliere, mi è stato di grande aiuto nella stesura e revisione dei miei versi e nella mia affermazione di donna di cultura. Ma a nulla è servito il suo patrocinio per alleviare il disprezzo per l’attività di cortigiana a cui ero stata condannata. Ho vissuto negli agi, ma li ho conquistati a duro prezzo. Avrei voluto essere giudicata per quello che sono e non per il mio mestiere»

«Tuttavia proprio questo le ha permesso, almeno per un breve periodo, di essere la veneziana più famosa. Ci riferiamo naturalmente all’incontro con Enrico III di Valois»

«Re Enrico fuggiva dalla Polonia per recarsi in Francia, dove avrebbe dovuto essere incoronato come nuovo sovrano, dopo la morte del fratello Carlo IX. Era un uomo molto intelligente, apprezzava la letteratura e la cultura in genere. Nonostante i ruoli che la storia gli ha via via assegnato, amava più le soluzioni diplomatiche che non gli scontri diretti sui campi di battaglia. Le guerre, e perfino la caccia, con le loro immagini di sangue e morte lo disgustavano. Forse è proprio per questo che nel viaggio di ritorno in patria, dove sapeva attenderlo una situazione assai caotica da gestire, a causa delle cruente guerre di religione che imperversavano in Francia, decise di fermarsi per qualche giorno a Venezia, nonostante le ripetute sollecitazioni della madre, la regina reggente Caterina De’ Medici»

«Ci parli di lui, di come lo ha conosciuto e della breve “liason” che vi ha uniti»

«Quando la Repubblica seppe della sua intenzione di soggiornare due settimane in laguna, organizzò una serie di festeggiamenti per accoglierlo. Furono messi all’opera i più famosi artisti, Palladio, Veronese, Tintoretto, per abbellire le strade e le piazze. Una corte di quaranta gentiluomini lo accompagnava ovunque desiderasse andare. Furono organizzati spettacoli, feste e banchetti. La città voleva mostrarsi in tutto il suo splendore, dimostrando che la sua fama di città fastosa e cosmopolita non era immeritata. Tra i gentiluomini del seguito di Enrico c’era anche il padre di mio figlio Enea, il nobile Andrea Tron, che frequentavo, con una certa regolarità, per via della mia professione. Quando il re espresse il desiderio di conoscere una delle famose “cortigiane honeste” di Venezia lui propose me. Avevo già conquistato una certa notorietà e le mie tariffe erano diventate via via più elevate. Ma, poiché il mio nazionalismo era ben noto, forse fu anche una scelta politica dato che la Repubblica, in eterno conflitto con i turchi, necessitava di alleati potenti. La mia bellezza, ma soprattutto la mia capacità di intrattenerlo piacevolmente, anche conversando, suonando e componendo poesie, lo avrebbero certamente bendisposto verso il nostro stato».

«”Prendi, re per virtú sommo e perfetto, quel che la mano a porgerti si stende..” sono le prime due righe di un celebre sonetto che lei gli dedicò al momento del vostro congedo, insieme ad un suo ritratto in miniatura. Sarà stata invidiatissima da tutte le veneziane: in fondo non è proprio un’esperienza comune trascorrere una notte d’amore con un re tra i più potenti della terra!»

«Ho voluto che mi ricordasse per la mia vera natura di poetessa e non per quella, impostami dal destino, di cortigiana. Enrico era bello ed elegante, amava indossare abiti sontuosi e splendidi gioielli per apparire al meglio della sua regalità. E poi era anche amante della pulizia e dell’igiene, cosa per me assai importante dato che il mio lavoro mi costringeva al rapporto con molti amanti. La pulizia era l’unica arma di cui disponevo contro il “mal franzese” che mieteva vittime in tutti gli strati della popolazione e a cui noi cortigiane eravamo particolarmente esposte»

«Tuttavia un re che la storia ha condannato in tutti i modi: accusato dagli uni di omosessualità, poiché amava circondarsi di giovani favoriti, i cosiddetti “mignons”, dagli altri di immoralità per le numerose amanti che gli si attribuivano. Fu accusato addirittura di incesto con la sorella Margherita!»

«Condannato dalla storia proprio come la madre, la regina Caterina De’ Medici, disprezzata dai cattolici e odiata dagli ugonotti. Ma che, in realtà, era soltanto una donna che ricercava la pace, al fine di lasciare in eredità ai propri figli un regno unito. Assai sfortunati questi Valois, regnanti in uno dei periodi storici più infelici della Francia, quando le lotte di religione insanguinavano il paese».

«E allora, da protagonista, ci faccia un breve ritratto psicologico di questo suo amante occasionale»

«A me è sembrato un uomo molto dolce e gentile. So per certo che era capace di perdonare i suoi nemici e di operare con clemenza, anche nei confronti di coloro che lo avevano ostacolato o tradito, come il fratello minore Francesco, duca d’Alençon e la sorella, la regina Margot, che, in sua assenza avevano fomentato la rivolta per detronizzarlo. Sapeva essere magnanimo e riconoscente verso gli amici, che ricompensava lautamente. Da questo, penso, sia sorta la leggenda dei “favoriti” che, probabilmente altro non erano che fedelissimi della piccola aristocrazia, che lui aveva elevato a cariche importanti, per ridimensionare le pretese della nobiltà che attentava al suo ruolo di monarca assoluto. Era anche un uomo molto pio: prima che ci lasciassimo mi ha chiesto di pregare con lui e per lui, perchè presto la sua bella vacanza veneziana sarebbe terminata e, in patria lo attendevano grandi e complessi problemi di governo»

«Ma torniamo adesso a parlare della sua professione, che nonostante questi occasionali benefici e la libertà che le altre donne vi invidiavano, comportava numerosi rischi»

«Come scrissi ad una madre che mi chiedeva consigli su come avviare alla professione la sua giovanissima figliola, “troppo infelice cosa e troppo contraria al senso umano è l'obligar il corpo e l'industria di una tal servitù che spaventa solamente a pensarne”. Concedersi a molti significa mettere in pericolo la propria vita, contrarre spaventose malattie, correre il rischio di essere derubata, spogliata da ogni conquista duramente raggiunta, sfregiata o addirittura uccisa da un amante che infine non sopporta più di condividerti con altri. Coperta di ingiurie e di false accuse, costretta a vivere come i clienti ti vogliono, mettendo sempre a rischio la propria capacità di pensiero autonomo, fino al desiderio di porre fine ad una vita che non ti appartiene. Quale ricchezza, agio o comodità può mai ricompensarti di ciò? Per non parlare del dolore dell’anima che induce a pensare a perdizione e certezza di dannazione!»

«E tuttavia, contrariamente ad altre cortigiane famose della vostra epoca, che hanno tentato di nascondere la loro attività, voi avete sempre pubblicamente ammesso il vostro ruolo sociale, mai cercando di sottrarvi al giudizio altrui, anzi rivendicando la dignità della vostra attività»

«Il lavoro di ogni donna o uomo è importante per il benessere e lo sviluppo della società. Nei miei scritti ho cercato di evidenziare che il connubio tra amore e cultura eleva lo spirito oltre l’animalità umana. Molti dei miei contemporanei lo hanno compreso. Ho potuto riscattare il destino che la vita mi ha imposto e modificarlo così da entrare in quel mondo letterario che sempre ho amato»

«Molti, ma non tutti! È famoso il suo scontro con il popolare poeta dialettale Maffio Venier»

«Maffio pretendeva, in nome del suo essere un aristocratico, di usufruire dei miei servizi senza il corrispettivo in denaro. Ma, questo non avrei mai potuto accettarlo, se non a detrimento della dignità della mia attività, che mi ero conquistata con grande fatica. Perciò scrisse un sonetto in cui mi accusava di essere la “ver unica puttana”, di avere la rogna e di essere affetta dal mal franzese.

Come avrei potuto tacere di fronte a tali insulti? Ho preso lezioni di scherma e l’ho sfidato a duello»

«Ma la sfida non fu accettata…»

«Se avesse perso si sarebbe coperto di ridicolo di fronte a tutti i veneziani e anche oltre i nostri confini. Se avesse vinto, quale gloria avrebbe ottenuto da un duello con una donna, neanche nobile?»

«Perciò la sfida si spostò su un piano letterario…»

«Sì, e gli ho anche offerto la scelta della lingua, dialetto o lingua italiana erudita. Ma alla fine lui ha mollato l’osso e la questione si è chiusa lì»

«Beh, non proprio, me lo lasci dire, visto che a soli trentacinque anni Maffio morì di quel mal franzese, la sifilide, di cui l’accusava di essere malata. A volte il destino gioca strani scherzi! Ma cambiamo discorso e parliamo ora della sua opera letteraria»

«Ho avuto la fortuna, nel mio tempo, di essere considerata una valente rimatrice, apprezzata dall’elite letteraria veneziana. Il nobile Francesco Martinengo, per esempio, mi chiamò a curare la pubblicazione di una raccolta poetica commemorativa in onore del fratello Estore, capitano di fanteria, caduto in guerra e sono stata invitata dal conte padovano Bartolomeo Zacco a scrivere versi per onorare la memoria della figlia Daria, morta in giovane età. Ho frequentato letterati come Aldo Manunzio, il noto stampatore, Bernardo Tasso, padre del più famoso Torquato e Pietro Aretino. La mia residenza era ritrovo di musicisti, pittori e nobili e le serate trascorrevano piacevolmente tra concerti, discussioni filosofiche e lettura di poesie. Nel 1575 ho potuto pubblicare le mie “Terze rime” che ho dedicato al Duca di Mantova e del Monferrato e cinque anni dopo le “Lettere familiari a diversi” di cui ho donato una copia al grande Michel de Montaigne che, in visita in Italia, si fermò a Venezia e fu mio ospite»

«Nelle epoche successive, invece, tutta la vostra opera sembra aver risentito della riprovazione che la società riservava alle cortigiane, espurgandola dai testi di studio, quasi a non voler urtare la sensibilità dei moralisti e forse anche in relazione alla volontà da voi dimostrata di non nascondere la vostra professione, contrariamente ad altre famose poete del suo tempo quali Gaspara Stampa o Tullia d’Aragona che, dedicando le sue Rime alla sua protettrice, la duchessa Eleonora di Toledo, moglie di Cosimo I De’ Medici, chiese ed ottenne di non indossare il velo giallo, marchio obbligatorio per le cortigiane»

«Ogni persona ha diritto alla sua dignità, indipendentemente dal sesso o dal suo lavoro: la vergogna è nell’alterigia di chi compra. Se è deprecabile la cortigiana, allora lo è altrettanto colui che dei suoi servigi si serve, non credi?»

«E passiamo, infine, ad un altro grave episodio della vostra vita: quello che vi ha visto imputata presso la santa inquisizione con l’accusa di stregoneria»

«Nel 1576 una grave epidemia di peste afflisse Venezia. Come in tutte le precedenti epidemie si diffuse l’idea che fosse la risposta dell’ira divina per i peccati degli uomini e, naturalmente, la ricerca del capro espiatorio si concentrò sulle prostitute, come se i loro clienti non fossero ugualmente, o più ancora di loro, colpevoli di una vita dissoluta e corrotta. Le autorità cittadine, che non avevano saputo operare le scelte sanitarie necessarie, nulla fecero per dissipare la credenza popolare, anzi la assecondarono allo scopo di far accettare quelle misure di contenimento che avrebbero ulteriormente inasprito gli animi, come la chiusura delle bettole, l’imposizione della quarantena per coloro che erano venuti a contatto con i malati, il divieto di assembramenti, sia religiosi che per motivi commerciali. Decisi quindi di allontanarmi dalla città. Ma al mio ritorno trovai la casa depredata e devastata: il benessere economico e le ricchezze che tanto mi erano costate, seppure non completamente sfumate, divennero solo un ricordo del passato. C’erano stati tempi in cui, col mio lavoro così disprezzato, avevo retribuito anche quaranta dipendenti, permettendo a loro e alle loro famiglie una vita più che dignitosa. D’altronde tutta la città viveva una pesante crisi economica e molti dei miei amanti e protettori erano morti. In questo clima di precarietà subii un furto, da parte di alcuni miei servitori. Non potevo passarci sopra o le ruberie sarebbero continuate, né volevo incolparli apertamente. Ho escogitato il trucco dell’inghistara: la mia vicina di casa portò un bacile pieno d’acqua santa, ci mise per traverso due rametti d’olivo benedetto e poi fece inginocchiare i suoi tre figli, ciascuno con una candela in mano. I puttini dovevano scrutare il movimento dell’acqua e recitare una cantilena “angelo santo, angelo bianco, per la tua santità e la mia verginità mostrami il vero e la verità” e sarebbe apparso loro l’autore del furto. Era una pratica diffusa a Venezia, ma io non ci credevo. Poi, siccome i bambini dicevano chi una cosa chi l’altra, ho dato loro una merenda e li ho rimandati a casa. Questo semplice espediente diede lo spunto al ladro, Ridolfo Vannitelli, l’istitutore di mio figlio Achilletto, che io ospitavo in casa mia e pagavo puntualmente, per denunciarmi di stregoneria presso il Sant’Uffizio. Fossimo stati a Roma o in Spagna sarebbe bastato, probabilmente, per una condanna al rogo o comunque ad una pubblica fustigazione. A Venezia, fortunatamente per me, al Sant’uffizio si affiancava un tribunale laico, la “Magistratura ai Savi all’eresia” col preciso incarico di assistere e controllare il tribunale religioso. La Repubblica ci teneva a mantenere autonomia e indipendenza da Roma e ad arginare l’ingiustizia troppo spesso esercitata dall’Inquisizione. Mi è stato facile difendermi: i savi hanno capito che l’accusa di stregoneria altro non era che uno stratagemma messo in atto dal Vannitelli per evitare l’accusa di furto»

«E così, libera e incolpevole, forse sostenuta da alcuni dei vostri più potenti e affezionati clienti, sfuggiste al grande pericolo di essere bruciata viva come strega. Dopo questo grave episodio non ci sono più tracce della vostra vita di donna pubblica»

«L’attività di cortigiana è legata alla giovinezza e alla bellezza, e quindi di breve durata. Io mi sono ritirata a trentaquattro anni, padrona finalmente di me stessa e libera di coltivare le mie passioni. Mi pento del lavoro svolto, poiché non avevo altra strada, ma non di come di come questa strada ho percorso: ho venduto non solo il mio corpo, ma anche cortesia, serate liete, musica e tenerezze. Quante mogli e donne oneste del mio tempo possono dire altrettanto?»


Veronica Franco nacque a Venezia nel 1546 e morì nel 1591 a causa di forti febbri che la tormentavano già da giorni. Pur apprezzata tra i contemporanei, la sua opera è stata a lungo dimenticata a causa della misoginia che ha caratterizzato i secoli seguenti, fino ai giorni nostri. Si deve a Benedetto Croce la sua rivalutazione come artista di valore. È definita “scrittora” da Dacia Maraini, che su di lei ha anche incentrato un’opera teatrale, credo a voler dare rilievo a quell’uguaglianza tra i sessi, ancora oggi non raggiunta, che il prefisso –trice sembra negare, quasi a sottolineare una sorta di inferiorità della produzione letteraria di donne che osano accostarsi ad un’arte considerata tipicamente maschile.

Consapevole dei rischi e dei rovesci di fortuna cui andavano soggette le cortigiane e le donne in genere, particolarmente quelle di più povera estrazione sociale, nel suo ultimo testamento si legge che il suo lascito, in caso di mancanza di eredi: “…sii dato a due donzelle da bon per il suo maritar, che se si ritroverà due meretrice, che volessero lassar la cativa vita e maritarsi, o monacharsi, in questo caso sii abrazado dette due meretrice, et non le donzelle…”

Propose, anche, al consiglio cittadino la costruzione di una casa per il soccorso delle ex prostitute, finanziata con parte del patrimonio di quelle morte senza eredi a causa dell’epidemia di peste che aveva interessato la città, ma rimase inascoltata. Si costruirono invece ospizi in cui esse venivano di fatto recluse, nell’idea che la loro salvezza risiedesse nella clausura e allontanamento dalla società perbenista che, in giovane età, le aveva sfruttate.

La sua è la storia di una donna generosa, fiera e ardita, che ha lottato per l’uguaglianza culturale e sessuale tra i generi, una donna troppo avanti per il suo tempo e perciò a lungo incompresa.

Una femminista ante litteram? Forse soltanto una persona intelligente e razionale.







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