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Una storia di IBonamiciFredducci

Missione Disperata

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14 minuti

Pubblicato il 03 maggio 2020 in Humor

Tags: #lockdown #isolamento #distopia #covid19 #amici

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Uno guardò Due, mentre entrambi si allacciavano le scarpe. Lo sguardo che si scambiarono era preoccupato, pieno di tensione. Rivoli di sudore già scendevano dalle loro fronti ancora prima di mettere piede fuori da casa, e non era per il caldo (dentro l’appartamento si stava bene).

-Questa sarà l’ultima volta che te lo chiederò: lo facciamo? Ne sei convinta?- domandò a bassa voce Uno -Al 100%; ma tu?- sussurrò Due

-Certamente: ho vissuto tutta la mia esistenza con la consapevolezza che, un giorno, la voce della mia coscienza mi avrebbe detto “Vai, è oggi. Oggi può succedere. Oggi è il giorno giusto. Ora è tutto a posto e sei realmente pronto: oggi va bene...”-

-Più o meno idem...sono prontissima: se succederà saprò che è stato mentre ci provavo, e non così a cazzo di cane, mentre lasciavo vigliaccamente che gli eventi mi scorressero vicino senza nemmeno lambirmi...-

-”LAMBIRMI”?- ripeté Uno, afferrando un soprammobile dalla libreria accanto alla porta e mimando il gesto di lanciarglielo addosso -Ma come l’hai?-.

Avevano scelto con cura le loro calzature: erano scarpe da running con le suole il più alte possibile ed il più morbide possibile, affinché i loro passi risultassero felpati come quelli dei gatti. Data l’alta temperatura esterna, erano vestiti leggerissimi e anche questo avrebbe aiutato a non provocare grandi rumori mentre si muovevano. Portavano con loro solo delle borracce, a tracolla dentro dei porta borraccia termici scelti perché molto imbottiti e quindi non rumorosi addosso, ed i loro telefoni impostati in modalità silenziosa.

Abbandonarono l’appartamento e Due osservò il corridoio mentre andava verso le scale, pensando che quella sarebbe stata l’ultima volta che avrebbe visto quella casa, a cui comunque aveva voluto un gran bene. Non chiusero neppure la porta per paura che qualcuno potesse sentire e, dopo aver sceso le rampe di scale il più silenziosamente possibile cercando perfino di non respirare (l’utilizzo dell’ascensore, naturalmente, era fuori discussione), raggiunsero il portone del palazzo che era a doppio battente ed interamente vetrato e si acquattarono accanto, nascosti dal muro. Si guardarono nuovamente, stavolta con una solennità ed una serietà che probabilmente i Sapiens hanno usato al massimo una quindicina di volte nella loro relativamente lunga storia. Uno scrisse sul telefono “Da adesso parliamo solo tramite questi. Al momento che toccherò la maniglia ci sarà lo scatto dell’elettroserratura: aprirò e tu correrai verso quella macchina grigia oltre la strada e ti accuccerai. Io accosterò piano piano la porta e farò lo stesso…-

Due fece segno di “no” e rispose, scrivendo sempre sul telefono di lui: -E se dovessero prenderti subito?-

-Sapevamo che il rumore della elettroserratura sarebbe stato il primo enorme rischio; ma non c’è modo di evitarlo...-

Due si legò i capelli, si morse nervosamente il labbro inferiore e poi si indicò con entrambi gli indici, picchiettandosi sul petto e usando solo il labiale per dire “lo faccio io”.

Uno scosse la testa con decisione.

Lei prese lo smartphone e motivò la cosa: -Sono molto più piccola, silenziosa e veloce: ho molte più possibilità di uscire indenne da questa situazione! Tu hai la grazia di un rinoceronte zoppo!!! Faccio scattare io la serratura e spalanco la porta: tu mettiti al sicuro dopo aver attraversato la strada. Giuro che, se non mi dai ascolto, inizio ad urlare così la finiamo qui direttamente!!!!-

Uno sorrise, si asciugò il viso sudato usando la maglietta e rispose, naturalmente sempre usando il telefono: -Diamine, se sei cazzuta! Ok, facciamo così. GRAZIE-

-Se mi prendono vedi di arrivare dagli altri, coglione! Non voglio fare l’eroina per niente!-

Lui annuì convinto. Lei uscì da dietro il muro e mise la mano sulla maniglia, con l’altro già pronto per scattare. Entrambi non avevano mai avuto così tanta paura in vita loro.

Abbassò la maniglia e l’elettroserratura liberò la porta, emettendo un suono elettrico talmente forte che a loro parve una bomba atomica. Senza perdere nemmeno una frazione di secondo Due spalancò il portone ed Uno corse fuori, attraversando la strada ed accucciandosi dietro una delle macchine parcheggiate sul lato opposto. Lo stretto marciapiede dell’altro lato e gli edifici che vi si affacciavano rappresentavano un ottimo riparo.

Due accostò la porta senza fare altri rumori, mantenendo una freddezza che sorprese se stessa in primis e poi, come un gatto, anche lei attraversò la strada e si sedette con la schiena addosso alla vecchia monovolume dietro a cui si era nascosto Uno (non era casuale come cosa: l’altezza di quella vettura forniva un riparo migliore).

Si sorrisero, si scambiarono un silenziosissimo “5” e ripresero fiato, calmandosi un tantino: in fin dei conti avevano superato il primo grande scoglio!!!!

Iniziarono a dirigersi verso il loro obbiettivo: avrebbero dovuto percorrere 1300 metri.

1300 metri: un tempo sarebbe stato un percorso da coprire a piedi in un quarto d’ora, una cosa da niente; ora rischiava di essere un’odissea.

Avevano anche preso in considerazione di passare dalla strada di campagna poco distante, molto meno a rischio di controlli; ma il percorso in quel caso sarebbe diventato di 1800 metri e sarebbero stati visibili dal cielo per l’assenza di vegetazione: se fosse passato un drone per loro sarebbe stata la fine!!!

Il percorso “normale”, diretto ed in mezzo alla città era il migliore sotto ogni punto di vista: 60 metri su quel marciapiede stretto e protetto da auto parcheggiate ed edifici, poi 160 metri di controviale passando tra la siepe e le auto e con quei giganteschi alberi a difenderli e renderli del tutto invisibili...E POI CAZZI AMARI COMUNQUE.

Arrivarono alla fine del controviale rapidissimamente, senza il minimo problema e anche abbastanza rilassati. Uno prese il telefono e digitò: -Ora abbiamo 130 metri tremendi, in cui saremo completamente scoperti e davvero a rischio!!!- -Sono pronta. Il mio cuore sta per scoppiare, ma sono pronta!-

Dovevano attraversare una strada molto larga, percorrere decine di metri direttamente lungo il viale principale e senza la minima possibilità di nascondersi, attraversare un altro largo stradone e finalmente raggiungere un’area protetta da siepi, al centro della quale si trovava un chiosco che un tempo sfamava le centinaia di persone che lavoravano nelle attività attorno…

Uno scrisse ancora: -Dobbiamo andare separati: non ha senso farsi prendere assieme! Vado prima io e ti scrivo quando sarò al riparo dietro le siepi...- -Vai: stai attento...-.

Con un terrore insopportabile che permeava ogni cellula del suo copro, Uno raggiunse di corsa l’area col chiosco: lo fece senza guardarsi attorno e senza alzare lo sguardo verso l’alto, ma fissando unicamente le siepi in lontananza e, appena fu visibile, il chiosco.

Si lanciò dietro le siepi, atterrando sdraiato sull’erba con una voglia incredibile di urlare per festeggiare! Naturalmente non lo fece, e scrisse subito a Due che aveva raggiunto il “traguardo di tappa”.

La ragazza pensò: -Ok: in meno di un minuto sarò lì. Devo correre e fregarmene di tutto il resto. Queste scarpe e questi vestiti non fanno rumore e poi, diavolo: se ce l’ha fatta Uno che ha la grazia di un triceratopo posso farcela io, che sono agile e silenziosa come un gatto!!!-

Stava per partire, bella convinta, quando vide illuminarsi il telefono! Per evitare rischi anche la vibrazione era disattivata e, per questo, quando si dividevano dovevano sempre tenere gli smartphone in mano e dare un occhio al display continuamente. Lesse il messaggio con un brivido che le saliva lungo tutta la colonna vertebrale: c’era scritto “CI SONO GLI SCIACALLI”.

Ne arrivò un altro, sempre in grassetto: “LI SENTO: SI STANNO INFILANDO NELLA STRADA. NON MUOVERTI!!!! SONO DISTANTI DA TE MA SE VIENI QUI ORA CI BECCHERANNO ENTRAMBI. ADESSO CONTROLLO E TI AGGIORNO”.

Strisciando sull’erba Uno si avvicinò allo spazio tra le siepi che permetteva di entrare sul prato che ospitava il chiosco. Si infilò dietro ad una grossa Mercedes parcheggiata e si sporse per controllare. Passarono decine di secondi, poi un minuto...poi di più: Due iniziò a temere che lo avessero preso.

Si sentì persa e una vocina nella sua testa le chiese se non fosse il caso di tornare all’appartamento ma, quando stava davvero per prendere in considerazione l’idea, finalmente arrivò un nuovo messaggio: -Sono arrivati in fondo alla via, a ben 400 metri da me: corri subito qua!!!!-

Raramente quelli che loro chiamavano “sciacalli” si muovevano in più gruppi vicini e quindi in teoria la situazione era abbastanza sicura in quel momento, tranne per eventuali droni in volo. Due non se lo fece ripetere e si lanciò in una corsa rapidissima e composta verso il chiosco: più che un gatto sembrava una Terminator.

Si lanciò anche lei dietro le siepi: Uno la aspettava con un sorriso gigantesco. Si scambiarono un abbraccio.

La tappa successiva consisteva in 280 metri piuttosto semplici: fino al sottopasso della ferrovia e con la possibilità di nascondersi tra le auto parcheggiate o lungo i palazzi, che erano distanti dalla strada e alcuni avevano addirittura dei portici. Uno e Due arrivarono alla ferrovia senza problemi e piuttosto rapidamente, pur muovendosi sempre piegati o addirittura a 4 zampe.

I successivi 150 metri sarebbero stati più duri per la totale assenza di vetture ferme lungo la strada che, in quel breve tragitto, si stringeva e quindi non aveva parcheggi. Sarebbero anche stati visibili dal cielo ma avrebbero avuto la possibilità di nascondersi in qualche punto e il traguardo intermedio sicuro era un distributore di benzina posto prima di una rotonda, protetto dall’alto dalla sua tettoia e da grandi alberi, e con siepi che li avrebbero anche riparati dallo sguardo di sciacalli o coyote che sarebbero potuti passare lungo lo stradone principale.

Già: c’erano anche i “coyote”… Gli sciacalli erano più tranquilli e meno attenti; i coyote controllavano millimetro per millimetro ed avevano addirittura un udito più sviluppato!!!

Due ricambiò il favore e scrisse sul suo telefono, che mostrò al compagno di sventura: -Stavolta vado io per prima: ti scrivo quando sono al distributore-.

Uno annuì. Erano accucciati sotto i portici, a pochi metri dalla galleria che permetteva allo stradone di passare sotto alla ferrovia, che scorreva sopra, perpendicolare.

Due, quatta quatta, raggiunse l’ultima vettura parcheggiata per mettersi in linea col resto del tragitto (i portici erano alcuni metri all’interno) e poi, come una saetta, partì e svanì sotto la ferrovia.

Non passò neppure un minuto e il grande display del telefono di Uno vide comparire un bellissimo “CORRI: TUTTO TRANQUILLO!!!!!”.

Poco dopo erano entrambi seduti dietro la siepe del distributore di benzina, pronti per la penultima tappa: 270 pericolosissimi metri che li avrebbero condotti fino a potersi nascondere in un parcheggio sotto ad un viadotto. Dovevano attraversare una rotonda e correre lungo la strada principale, su un marciapiede largo poche decine di centimetri e totalmente visibili sia dalla strada che dall’alto!!!

Due guardò il suo smartwatch: segnava 133 battiti al minuto ed erano fermi e seduti da diverso tempo. Stava quasi ansimando: non riusciva a calmarsi.

In caso di pericolo avrebbero potuto attraversare la strada a metà tragitto e rifugiarsi sotto quello che negli anni ‘50 era un altro distributore di benzina, coreograficamente integrato per più di metà della sua profondità in un palazzone; ma per farlo avrebbero dovuto avvistare il pericolo da una distanza enorme…

Uno si indicò: aveva intenzione di andare per primo, ma Due scosse la testa e digitò: -Dobbiamo andare assieme. Sarò sincera: in questo momento ho troppa paura e non ce la faccio...non ce la faccio proprio ad arrivare sotto al viadotto da sola, né per prima né per seconda! Andiamo insieme e buena...- -Sei tutta grulla...- -Ti prego: non voglio correre fino a lì da sola...mi sta per scoppiare il cuore!! Non ce la faccio!!!- -Ok...va bene: corriamo sotto il viadotto assieme ma tu stai davanti, così ti controllo!-.

Lei si mise in posizione, pronta per uscire dalla siepe, attraversare la rotonda e correre il più rapidamente possibile sotto a quel vecchio viadotto di metallo rosso.

Lui le poggiò una mano sulla spalla sinistra e le si avvicinò, sussurrandole all’orecchio: -Adesso...-.

In un istante avevano già passato la rotonda e si trovavano a correre come centometristi in direzione della sopraelevata che passava perpendicolarmente allo stradone e il cui parcheggio sottostante avrebbe rappresentato per loro il traguardo sicuro di quei tremendi 270 metri! Raggiunsero il bivio dove lo stradone si biforcava e dove si trovava un ristorante (il cui spazio esterno, protetto da una tettoia, rappresentava un altro possibile nascondiglio di emergenza) e proseguirono dritti: a quel punto li separavano dal viadotto solo 85 metri. Sia Due che Uno si sentivano allo stremo delle forze, ma quella sopraelevata di metallo rosso a doppia carreggiata era ormai così vicina…

Due fu come accecata per un istante da un riflesso, come se un raggio sole avesse sbattuto da qualche parte: alzò gli occhi e lo vide: c’era un drone! La forte luce del sole che colpiva le sue carene metalliche veniva deviata e riflessa. Quella spaventosa macchina volante emise due suoni di avvertimento: li aveva avvistati!!! Una maschera di terrore comparve sul suo volto, mentre Uno le gridava: -Sotto al viadotto!!! Presto!!!!!-.

Si rifugiarono tra due auto, tra le tantissime parcheggiate in quello che avrebbe dovuto essere un rifugio.

A quel punto non aveva più senso usare i telefoni e Uno, ridendo nervosamente, se ne uscì così: -Il drone ci ha visti. Fine della corsa...-

Due iniziò a piangere, cadendo istantaneamente preda della disperazione.

Uno pareva inspiegabilmente freddo: -Stai tranquilla...calmati! Ora esco e torno di corsa verso il distributore, urlando e cercando di farmi notare il più possibile: sarà il diversivo di cui hai bisogno...-

-Ma che...ma che cazzo stai dicendo???-

-Non ha senso che ci prendano entrambi! Da qui all’obbiettivo ci sono 300 metri, ma tra 170 ti infilerai nella viuzza e sarai abbastanza al sicuro: io ti farò guadagnare il tempo che ti servirà ad arrivare...-

Due era in preda ad un pianto fuori controllo: singhiozzando riuscì a dire qualcosa che suonava più o meno come “Io non ti lascio...io non voglio abbandonarti. Non mi importa di arrivare! Non ha più senso, ormai!!”.

Uno le mollò uno scappellotto piuttosto forte e, serio ed assertivo come forse non lo era mai stato, spiegò: -Abbiamo deciso di uscire, di andare dagli altri: sapevamo fin dall’inizio che sarebbe stata una missione disperata. Avevamo un buon 80% di probabilità di non raggiungere nemmeno il distributore, e invece siamo arrivati tutti e due fino a qua; non buttiamo via tutta la pianificazione,

tutto il lavoro e gli sforzi che abbiamo fatto! Ora tu puoi arrivare: ce la puoi fare davvero! Io sono molto più lento e ben più visibile e oltretutto sono davvero stanco… Adesso mi alzo, esco da qui e mi incammino con tranquillità verso il distributore, bullandomi, urlando e facendo un gran casino; tu come un ghepardo corri nella giusta direzione e raggiungi gli altri!-

-Ma io...-

-Giuro che ti riempio di ceffoni!!! Il drone avrà già avvertito i coyote!!!! Avanti, è giusto così! Ti ho detto che oggi ero pronto: non mentivo quando ho sostenuto che ho avuto la consapevolezza che fosse il giorno giusto!-

Guardò il viso rigato di lacrime di Due, che tremava e continuava a ripetere “no, no” e sussurrò: -Sono a posto: è giusto così. Mi dispiace solo di non avere una frase ad effetto da gridare, cazzo: non mi viene in mente niente!!! Oh, metterò della musica! Finirò alla grande… Racconta a tutti il mio ultimo gesto, e dedicatemi un brindisi… Addio, Due: inizia a correre tra 15 secondi!-

Uno si alzò, trafficò un po’ con lo smartphone e fece partire a tutto volume il Notturno op9 n2 di Chopin, incamminandosi verso la rotonda col distributore, stando preciso in mezzo alla strada. Il drone iniziò a seguirlo e lui gli mostrò entrambi i diti medi.

Due, sempre piangendo e singhiozzando come una fontana, riuscì a contare fino a 15 e poi si lanciò nella corsa più veloce che mai avesse fatto, accompagnata da quella splendida musica…-

Quando fu a metà della stretta via privata chiamò il numero, senza rallentare e senza smettere di piangere. In lontananza si sentivano delle sirene…

Si lanciò letteralmente all’interno del minuscolo cortile e fu afferrata da qualcuno che la portò in casa…

-Dov’è Uno???- chiese, sempre sussurrando, Alpha e Due, che per il tanto piangere pareva avere i connotati del viso del tutto stravolti, reggendo con entrambe le mani la mug piena zeppa di tequila che le era stata data “per calmarsi” scosse la testa senza dire niente.

Beta bestemmiò sotto voce e aggiunse: -Maledetto Decreto di Maggio e il divieto di vedere gli amici...-


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