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Una storia di MirianaKuntz

Come si dimenticano due occhi neri?

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3 minuti

Pubblicato il 17 maggio 2019 in Storie d’amore

Tags: #occhi #amore #nostalgia #coppie #ricordi

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Mi chiedevo com’è che si dimenticano due occhi neri. Due mani ruvidissime che sembrano scorticarti il cuore. Mi accorsi che era un giorno caldo dell’estate, che le cose che pensavo si avvicendavano all’amore. Non ne avevo mai saggiato le prodezze, un bacio poi, era solo cioccolato. Quando sentivo parlare -di fare l’amore- mi immaginavo due violini abbracciati a fare capovolte, o due persone rosse in faccia che si aggrovigliavano in un letto. Non ho mai pensato al pudore come una cosa soffocante, o ad una legge, o ad una virtù, anche da ragazzina, per me due che si amano avevano diritto a farlo da ogni parte, in ogni luogo, su ogni panchina e sedile. Due. La parola due mi entusiasmava, mi ricordava che siamo fatti per cose a due in questo mondo, che la solitudine non spetta nemmeno ai numeri o alle stelle. Che siamo tutti destinati ad incontrarci: prima, dopo, di sfuggita, per caso. Ci incontriamo e diventiamo due, perché il due ci fa sentire bene, perché -in due- si pedala prima e meglio. Tutto questo per me non rientrava nel concetto di pudore, e talvolta questa parola mi dava un po’ fastidio. Mi accorsi che era amore perché di notte non dormivo, perché volevo sapere il suo gusto preferito di gelato, perché camminando per strada mi chiedevo che passo avrebbe avuto, che andatura ci sarebbe stata accanto a me, se avrebbe affrettato il passo per rincasare, o avrebbe trovato un po’ di scuse, come la lettura delle insegne dei negozi, le targhe delle macchine, -un guarda che piove tra un po’, aspettiamo esca il sole- Mi accorsi che era amore perché quando qualcuno mi diceva che ero bella, mi dava un po’ fastidio, perché mi sembrava di essere una stronza, anche se alla fine non portavo alcun anello al dito. Mi accorsi che era amore perché volevo sapere come si fa…l’amore, senza avere paura. Senza vestiti, senza ritegno, senza timori. L’inesperienza sulla punta della lingua. Mi chiedevo com’è che si facesse a non sentire dolore, che cosa si pensa quando chi ami se ne sta dentro di te, a modo suo, come riesce, come vuole, com’è giusto che sia dai casi. Pensavo ad un acquario, dove si nuota vicini, dove anche l’acqua non sembra bastare mai. Pensavo che non ci fosse cosa più bella: due pezzi uniti mentre fuori il mondo gira. Due pezzi che non si staccano neanche se fuori piove o il sole scotta. Poi ho amato e ho capito che faceva terribilmente male, sentirsi così…vulenrabili. Come quando durante una guerra civile giri a finestrini aperti, senza giubbotto antiproiettili, senza casco, senza munizioni. Nudo, seduto in un’ auto a ruote sgonfie, sai già che potrebbe arrivare un colpo, ma non te lo aspetti. Poi qualcuno mira al tuo cuore, un solo bang, e non esisti più. E’ così che si diventa vulnerabili, sai che farà male, ma non rinunci.

Mi chiedevo com’è che si dimenticano tanti progetti messi in fila, la pizza preferita da mangiare, i panorami belli che si guardano da soli, perché alla fine ci si bacia soltanto. Com’è che si dimentica un nome, associazione pragmatica di vocali e consonanti che si prendono per mano, e diventano indimenticabili. Com’è che si sorride ad un altro. Che sapore ha un bacio che non vuoi dare. Che notte è una notte in cui ti spogli ma non ricordi nemmeno il tuo nome. Com’è disinnescare le bombe facendole saltare. Mi chiedevo come si faccia a memorizzare nuove linee di pelle, mappe di nei e pieghe leggere. Come si dorme su un fianco, dando le spalle alla porta, senza farsi venire in mente una voce. Come si sta in equilibrio senza i giusti pesi messi in pari. Che leggerezza ha il sorriso di un altro, il profumo diluito in candeggina?

Mi chiedevo ancora e ancora. Come si dimenticano due occhi neri?

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