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Una storia di Purpleone

Merlock Sholmes e il caso della rosticceria

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10 minuti

Pubblicato il 29 febbraio 2020 in Humor

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Era una delle solite mattine grigie di Londra e la nebbia, densa come gorgonzola stagionato, stagnava ancora sulle rive del Tamigi e nella parte bassa della città.

Gli stanchi e infreddoliti lavoranti notturni erano tornati alle loro umide bicocche e, in seno alla famigliola, godevano del meritato riposo e di una tonificante colazione: un piatto di trippa fredda con le acciughe.

Io mi crogiolavo in quel limbo che separa il sonno dalla veglia, e meditavo sull’opportunità di sottrarmi al tepore materno delle coltri per recarmi al bagno quando, alle sei e quarantacinque in punto, fummo strappati io, e il mio inseparabile amico Merlock Sholmes il Grande Investigatore, a quel piacevole torpore mattutino.

“Caro Zotzon, credo che questo debba essere per noi.” urlò Sholmes dalla sua camera, dopo che l’enorme batacchio del portone ebbe colpito tre volte gli spessi pannelli di quercia.

Benché avesse la mente ancora avvolta dai lacci del dormiveglia le sue deduzioni non facevano una grinza. Mi districai di malavoglia dalle coperte e, infilandomi la spessa vestaglia imbottita di crine di mulo, scesi le scale. Questa noiosa incombenza è di solito riservata alla nostra padrona di casa ma ella, con l’inesistente spirito di servizio che la distingue, ha ben deciso di far visita a non so quali parenti – sicuramente squinternati quanto lei - nelle lontane lande scozzesi.

Quando aprii l’uscio mi trovai di fronte ad un uomo ben vestito che chiedeva urgentemente del grande investigatore, Merlock Sholmes.

Lo accompagnai nelle nostre stanze e lo feci accomodare nel salottino che da poco avevamo arredato in stile Papuasia; dopodiché andai a chiamare Sholmes.

“Andiamo a conoscere il nostro mattiniero visitatore.” disse mentre si infilava una meravigliosa giacca da camera fatta all'uncinetto, dono di una sua non meglio identificata ammiratrice. Poi, con elegante incedere, entrò nel salottino e dopo aver salutato il nostro ospite si accomodò sulla poltrona di squame di sardina, la sua preferita.

“Dal vostro accento mi pare di capire che siete della contea dell’Essex, volete illustrarmi il motivo di questa vostra urgente e antelucana visita?”

“Il mio nome, signor Sholmes, è Aloisius Mulpighan, e sono il responsabile della locale stazione di smistamento telegrafica di Chelmsford…”

“Ah... Il telegrafo.” lo interruppe Sholmes meditabondo. “Mirabile invenzione.”

“Avete ragione signor Holmes, ma ciò che mi porta a voi è un fatto a dir poco catastrofico: i miei due unici telegrafisti sono stati rapiti!”

Sholmes non mosse palpebra ma io non potei trattenermi e le battei entrambe.

“Perdonatemi Mr. Mulpighan” fece Sholmes mentre, col piede calzato da babbucce arabe, cincischiava il bordo del tappeto sardo. “avete sottoposto codesto vostro cruccio alla locale stazione di Polizia? Direi che…”

“No, niente Polizia! Sono dei poveri agenti di paese che a malapena distinguono un uovo di quaglia da una bilia e, soprattutto, mi è stato espressamente richiesto dai rapitori, pena la morte immediata dei miei telegrafisti! Ecco, questo è il loro ultimatum.”

Il nostro ospite, sempre più agitato, levò fuori da una tasca del panciotto un foglietto spiegazzato che lestamente porse a Sholmes.

Egli, pinzandolo con la punta delle dita, lo esaminò con attenzione. Dopo qualche minuto di attento esame annuì, e poi lo posò sul tavolino accanto alla mia poltrona. Ero in buona posizione e cercai di dare una sbirciatina, ma quel birbante di Sholmes (intenzionalmente suppongo) lo aveva posato rovesciato, nascondendomelo completamente alla vista.

Riportai la mia attenzione sul signor Mulpighan che implorava con voce tremolante:“Aiutatemi o sono rovinato.”

Sholmes, con un regale gesto della mano, lo tranquillizzò all'istante assicurandogli che ci saremmo occupati del caso. Poi, molto ottimisticamente secondo me, s’impegnò a telegrafare la soluzione del caso prima dell’ultimatum imposto.

A quelle parole il nostro ospite si lasciò cadere ai piedi del mio amico che, per nulla imbarazzato, fece sfoggio di maestosa condiscendenza poi, con un cenno del capo, mi trasmise l'ordine di sbattere fuori il pietoso caso.

Quando ebbi ottemperato all’ incombenza riacquistai posto nelle soffici comodità della mia poltrona.

“Il problema mi pare piuttosto arduo.” dissi mentre mi assestavo.

“Al contrario caro dottore. Non avrei altrimenti promesso una così rapida soluzione, non vi pare?”

Nutrivo da sempre una profonda venerazione nei riguardi della materia cerebrale del mio amico, ma devo dire che questa volta mi sentivo piuttosto scettico.

“Volete dire che avete già una traccia?” Chiesi con incredula venerazione.

“E' naturale vecchio mio. Fin dalla prima occhiata ho capito che il bandolo della matassa è nascosto in questa lettera.”

Così dicendo finalmente mi porse il foglietto che, benché io non sia un esperto calligrafo, trovai così mal scritto da far venire il mal di mare perfino al capitano di una baleniera. Impiegai diversi minuti per cercare di dare un minimo senso a quell’accozzaglia di segni poi, finalmente, proprio quando gli occhi minacciavano di cascarmi sulle ginocchia, riuscii a dare un significato al tutto.

“Come giudicate una simile calligrafia ?” Mi chiese Sholmes .

“Non ho velleità da perito, caro Sholmes ma vi assicuro che mai in vita mia ho visto delle zampe di gallina più orribili di queste.”

“Ottima similitudine la vostra, caro Zotzon. Ma perché i rapiti hanno scritto in così malo modo? Sono dei tecnici con una certa istruzione.”

“Non saprei. Forse erano terrorizzati. Chiunque, al loro posto lo sarebbe.”

“Per me” continuò Sholmes, “questa lettera racchiude certamente un messaggio nascosto, altrimenti perché sottolineare questi due nomi che, senza alcun dubbio, non sono certo quelli dei due telegrafisti?”

Nonostante la grande fiducia palesata da Sholmes, io continuavo a non esser convinto della felice riuscita del caso. Non comunque nei tempi così ottimisticamente prospettati. Ora, per dovere di cronaca, vi trascrivo in maniera leggibile il testo del biglietto.

“AIUTO SIAMO STATI RAPITI. SE VOLETE RIVEDERCI VIVI LASCIATE 2000 STERLINE ALL'ANGOLO DI PEVERCHESTER SQUARE E COMPTON STREET ALLA MEZZANOTTE DI DOMANI. NON CHIAMATE I PIEDIPIATTI O SIAMO MORTI.

HANSEL E GRETHEL.”

Mentre ancora cercavo di dare un minimo di senso alla faccenda, Sholmes prese la lettera, si alzò lentamente, e dall’armadio a muro alle sue spalle trasse due sacchi di tabacco Etiopico da venti libbre cadauno. Poi inforcò tra i denti la grossa pipa bulgara a tre fornelli con raffreddamento ad acqua. Si accomodò sulla sedia a dondolo sulla quale era uso meditare e, dopo averlo caricato fino all’inverosimile, accese il mefitico zampirone.

Dopo la prima terribile zaffata mi alzai alquanto seccato: pareva di stare sotto la ciminiera di una fabbrica di colla d’ossa.

“Cribbio Sholmes, che tanfo!” Sbottai irritato. ”Esco. Pranzerò al Club!”

Mi congedò con un gesto languido della mano e non mi degnò di uno sguardo, non volendolo spostare dall'osservazione di quello strano messaggio.

Passai piacevolmente il resto della mattina al Circolo della Caccia, impegnato in un interminabile torneo a rubamazzo. I miei due avversari purtroppo erano particolarmente in forma e riuscirono a intascare ben quaranta penny, prima che mi arrivassero le avvisaglie di una incipiente fame da lupo. Guardai la pendola sul fondo della sala e mi avvidi che il mezzodì era sopraggiunto di gran carriera.

Pagai il mio debito e convinsi il Colonnello Brumster e il Maggiore Fluperthornton Jr., miei vecchi camerati in India durante il servizio alla Corona, ad unirsi a me per il desinare. Accettarono di buon grado e ci recammo senza altro indugio in sala da pranzo.

Traditi dal delizioso piatto del giorno e da un’ottimo vinello, ci attardammo al desco più del necessario e, per tale ragione, rientrai a casa che era ormai pomeriggio inoltrato.

Varcato l’uscio mi trovai immediatamente immerso in un fumo rancido, così denso e pesante, che feci fatica ad arrivare alla finestra che spalancai senza indugio. Come loro costume quelle mefitiche esalazioni non vollero saperne di uscir fuori spontaneamente, perciò dovetti sgottarne buona parte in strada, con l'ausilio del secchio da goletta che sempre tenevo pronto alla bisogna Dopo mezz'ora di furioso sversamento riuscii a scorgere Sholmes che, ancora seduto, con la pipa ormai spenta, osservava sempre la lettera.

Mi servirono ancora una decina di va e vieni alla finestra poi, finalmente, mi feci largo fino a lui e presi a scuoterlo energicamente per svegliarlo da quel catalettico torpore.

“Ci sono Zotzon!” Urlò all'improvviso ergendosi in piedi e facendomi fare un salto indietro.

“Vi venga un colpo, Sholmes! Che accidenti vi salta in mente di strillare in codesto modo?” Esclamai stizzito per lo spavento ricevuto.

“Scusatemi vi prego. Ora sono certo di conoscere il luogo di prigionia dei due telegrafisti.”

“Incredibile Sholmes. ma come diamine avete fatto?”

“Voi tendete a sottovalutare gli effetti del tabacco etiope, vecchio mio; ma adesso non c’è tempo. L'urgenza mi costringe perfino ad usare questo dannato affare.” disse indicando il telefono.

“Attaccatevi all'apparecchio Zotzon, non c'è da perdere un solo minuto.”

Mi precipitai e, dopo aver composto il numero del signor Mulpigham, porsi la cornetta a Sholmes che fece cenno di avvicinarmi affinché udissi anch’io.

Passarono pochi secondi prima che il chiamato rispondesse col suo strascicato accento dell’Essex.

“Ditemi," chiese Sholmes senza perdersi in convenevoli "vi risulta che poco distante dalla stazione telegrafica ci sia una rosticceria o una locanda? “

“Si... mi pare di si.” Rispose l’altro leggermente interdetto.

“Benissimo! Recatevi colà insieme alla Polizia. I vostri tecnici sono laggiù tenuti prigionieri.”

“Ma come potete essere così sicuro?”

“Perché io sono Merlock Sholmes, perbacco! Adesso andate senza indugio alcuno. Mi farete conoscere più tardi l'esito della vostra incursione.”

Il grande investigatore posò la cornetta e si avvide del mio sguardo allibito ed esterrefatto.

“Anche voi non siete molto convinto vero?” Mi chiese col sorrisetto da gatto del Chesire.

“In verità vi confesso che sono alquanto perplesso. Abbiate la bontà di spiegarvi e mi farete felice.”

Mentre mi accingevo ad ascoltare Sholmes notai, accomodandomi sulla mia poltrona, che la curiosità aveva rimesso in moto un principio di appetito. Sfilai dalla tasca un rimasuglio di cracker avanzato dal pranzo e, sbocconcellandolo pian piano, dedicai tutto il resto della mia attenzione allo svelamento dell’arcano.

“E' semplice,” fece Sholmes“ ricordate quando vi chiesi un parere sullo scritto minatorio e voi lo classificaste come un orribile esempio di "zampe di gallina"?

Data la bocca piena, annuii con un cenno della testa.

“Quello era il primo celato indizio. Infine c'era l’enigma, invero astuto, dei nomi Hansel e Grethel apposti in guisa di firma e sottolineati, come a rimarcarne l’importanza. Perché?”

Restai muto e Sholmes formulò un’altra domanda: “Orsù, che fine stavano per fare gli Hansel e Grethel della fiaba?”

Questa volta non indugiai: “Semplice, stavano per finire in un forno.”

“Esatto! Quindi, se noi operiamo questa semplice addizione: zampe di gallina + forno, cosa otteniamo?”

Lo guardai vacuamente, senza che mi sovvenisse da dire alcunché di intelligente in risposta a tale bizzarra somma.

“Otteniamo rosticceria!” sbottò egli. “E’ questo il senso del messaggio che i sequestrati volevano farci pervenire!”

Restai a dir poco senza fiato.

“Siete ineguagliabile Sholmes.”

“Lo so vecchio mio, lo so.”

Così dicendo si diresse verso il violino che riposava sulla mensola del camino e, impugnatolo, intonò una orribile melodia Afro-Cubo-Cambogiana che da mesi tentava di comporre. Non ebbi il coraggio di rovinare quel suo momento di trionfo ricordandogli che era scoccata inesorabile l’ora di cena. Sgattaiolai felpatamente nella mia stanza e mi abbuffai senza ritegno dei resti di un vecchio pasticcio di montone, che tenevo nell’armadio per i momenti d’emergenza.

A tarda sera arrivò uno stringato telegramma da parte del nostro riconoscente cliente che così recitava: “ECCEZIONALE SHOLMES STOP TUTTO BENE STOP INVIARE PARCELLA STOP”.

Dopo che ebbi terminato la breve lettura Sholmes mi guardò con occhi da gibbone e, indirizzandomi un misurato sorriso di regale benevolenza, imbracciò il cacofonico violino e iniziò a grattare sulle corde.

Anche questa era fatta.

Diavolo d’uno Sholmes!


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