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Una storia di MirianaKuntz

San Valentino è anche mio.

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7 minuti

Pubblicato il 15 febbraio 2019 in Storie d’amore

Tags: #sanvalentino #riflessioni #amore

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Di solito non sono una a cui piace san valentino. L’ho sempre reputata una festa dove si comprano troppi cioccolatini, si dicono cose troppo belle ma non si dimostra mai niente che vada al di là di una cena, di un mazzo di fiori e di una promessa vuota poco prima di spogliarsi. Ho sempre pensato che l’amore dovesse avere un posto speciale e un tempo unico, che valesse sempre, tutti i giorni dell’anno. Che valesse sempre, se è amore vero. Non serve un giorno segnato in rosso per comprare dei fiori, né una ricorrenza specifica per dirsi le cose più belle del mondo. E’ come ricevere un regalo a natale, che ti rende felice e ti sorprende, ma è ancora più bello e strano insieme, riceverlo un mercoledì mattina, così, dal niente, che sbuca e ti strappa un sorriso. Le cose inaspettate sono sempre le più dolci. Sono quella che le lettere profonde te le scrive al compleanno o quando sei tesa ed hai paura per qualcosa. Ma le lettere più belle le ho scritte così, senza date, senza fogli, senza impegno. Lettere nate mentre giravo il cucchiaino nel latte e pensavo a quanto fosse dolce la sua voce. Lettere nate mentre cantavo e facevo la scema allo specchio e mi mancava la sua presenza accanto a me a cantare e fare stupidate. Lettere mentre di notte non riuscivo a dormire, mentre avevo il singhiozzo, mentre ridevo, mentre me ne stavo su un fianco a guardargli il profilo da uno schermo. Lettere che dicevo sottovoce, poi le gridavo nella testa, e alla fine le lasciavo scorrere dalle dita, con la mia penna. Erano quelle le cose migliori del mondo.

Eppure ieri mi sentivo strana. Per la prima volta forse in vita mia, mi sentivo davvero sola in un giorno che ho sempre reputato stupido. Mi sono resa conto che volevo la mia cena al lume di candela, il mio regalo, le mie tenerezze, persino il mio sesso. Volevo tutto. Forse perché muoio dalla voglia di sentirmi normale. Ma volevo una cena a lume di candela con un menù a costo fisso, che abbia si e no tre portate in tutto e un dolce base per ogni serata, con un vino che fa dodici gradi, con l’etichetta scolorita, con la candela glitterata che trovi in ogni negozietto a basso costo. Con le luci spente, le serrande mezze rotte. La tovaglia da tavola semplicemente bianca, due patatine fritte, una bistecca e un tiramisù. Una cena per guardarlo negli occhi e sentirmi persa e a casa allo stesso momento. Allungare il braccio e toccargli i capelli, ridere per il cameriere pasticcione, strofinare la mia gamba alla sua, sotto il tavolo, mentre nessuno ci guarda. Bere un po’ di più e non avere paura, lanciargli due patatine, senza fare troppo la snob, tornare bambini che si amano con poco, che ogni tanto si prendono la mano, col ghiaccio tra le dita, e il respiro affannoso. E poi scappare, coi cappotti chiusi alla rinfusa e i miei soliti cappelli. Coi bottoni che si chiudono male e le gambe che tremano dal freddo. Ad aprire i regali, come bambini piccoli. Nessun diamante, nessun solitario. Nemmeno una coccarda da gioielleria. Solo magari una piccola scatola, un bracciale con dei simboli, un cuoricino, qualcosa da stringere quando si ha troppa paura. Dei biscotti fatti in casa con un nastro rosso, un piccolo peluche dagli occhi grandi grandi. E poi le corse in autostrada, ad alta velocità, con gli autovelox che scattano foto, i freni che strisciano forti per terra. Arrivare alla stanza d’hotel ma non darsi nemmeno il tempo giusto per arrivare. Fermarsi al cancello nella penombra del buio, con le finestre spalancate di chi se ne sta già a dormire o si sta amando. Spogliarsi veloci, senza smettere di baciarsi la bocca. Sentire l’aria passare da un orifizio all’altro. Gustare il sapore dell’uno che si mischia con l’altro. Senza provare vergogna, senza nascondersi più. Fare l’amore lì in mezzo al niente, col freddo addosso che nemmeno si sente, senza coperte, senza calici né petali. Senza cioccolatini, senza troppe spiegazioni e domande. Uniti cento volte in una, come ladri che si nascondono dal più cattivo del mondo. Che si perdono, che si amano senza sentire più ragione. Che si sfasciano l’uno sull’altra. Che si annodano come lacci emostatici. Che si amano senza tregua e disegni da architetto.

Semplicemente amore.

E mentre pensavo tutto questo, piangevo. Perchè alla fine non sono sogni così grandi, eppure sembrano così titanici visti dal buco della mia vita. Forse perché il mio braccio non sa portare i bracciali, o la mia pancia non è in grado di mangiare abbastanza, o il mio corpo non sa amare, perché forse non è perfetto, e perché forse non lo è niente di me. Questo mi rende fragile, questo mi rende vulnerabile. E quando mi sento sotto assedio non divento sempre più forte, a volte vado solo a nascondermi.

Allora lascio perdere i titani della mia vita e mi rifugio nel mio stomaco. Nessuno mi vede e nessuno mi sente, ma sento tutti i colpi che gli altri mi sferrano, e anche quelli che mi auto infliggo. Nemmeno lì nascosta sono al sicuro. Mi avveleno del mio stesso veleno.

Mi viene una rabbia acerba a pensare che molte delle cose che ho avuto sono state solo -buone concessioni- e mai desideri spassionati, voglia incontrollata di avermi e di costruire cose che non cadono mai. Io sono la regina dei castelli di carta. Tutte le cose che tocco non durano, e tutte le cose che costruisco con gli altri, crollano. Fa male, ma è così.

E mentre penso a chissà quante cose belle si sono fatte alle mie spalle, mi viene da mordermi la faccia, ma riesco solo a mordermi la bocca. Sanguino e mi asciugo.

Quante pizze a forma di cuore che sono state mangiate, quanti mazzi di fiori ad ogni compleanno, quante volte ci si è spogliati senza -concessioni- ma solo perché è giusto che due ‘’che stanno insieme’’ debbano fare delle cose. Quante cose senza segreti, quante serate passate in camera a ridere come due che si conoscono da troppo tempo. Quante felpe prestate, quanti giri in moto, quante cene in mezzo agli altri, quanto vino bevuto gridando -cin cin- quanti sguardi sott’occhio per non perdersi di vista anche in un locale zeppo di gente. Quanti ‘ ti accompagno a casa’’ tanto è qui accanto. Quanti buonanotte che non finivano mai, perché tanto -si dorme insieme anche stavolta- Quanto sballo, quanta musica ascoltata insieme. Quanti san valentino che tanto -non ce ne importa niente- passati poi sotto al pleid vicini vicini, col profumo dell’altro addosso, senza fare niente di particolare ma essendo felici.

Quanto. Ma non con me.

Qualcuno mi ha detto che soffro di strane manie, che la mia testa non va come dovrebbe. Che tra le tante, ho ‘’l’ossessione per le ex’’.

Io penso solo di essere una persona che ogni volta che ha amato tanto qualcuno, poi si è sentita derubata di tutto. Una persona che le cose se l’è sempre dovute guadagnare, senza mai ricevere nulla di spontaneo. Una persona che ha dovuto lottare per un bacio appena sfiorato sulle labbra, resistere al silenzio e alle regole, quando l’unica cosa che si voleva fare era gridare ed essere incontenibili. Una persona che ha visto le cose da lontano, e non ha mai potuto avere niente.

Forse, non sono malata. Non per questo, non di questo.

Forse ho ragione a pensare che la pizza -a cuore- me la meritavo io, o almeno.. anche io. Forse dovevo vedere meno albe da sola, forse dovevo essere amata un po’ di più, forse dovevo avere la mia cena, i miei bracciali, il mio fare l’amore. Forse avrei dovuto pretenderlo più di quanto ho fatto, o forse certe cose non vanno pretese, perché se non arrivano, forse – non sono tue.-

Allora non sono mie. L’ho capito. Queste cose non sono mie, quella persona non è mia, ma ci ho creduto più di quanto avrei dovuto farlo, ci ho creduto perché mi hanno insegnato a credere nelle cose impossibili, a battermi per le cose che desidero, a vincere contro gli altri anche con meno mezzi, meno fortune, meno armi.

Forse il mio -san valentino- non doveva essere in un ospedale, da sola, in mezzo al casino.

Forse esistono cose che non posso avere, che non posso toccare.

Semplicemente cose che non vogliono essermi dentro, persone che non vogliono camminarmi accanto.

Silenzi e brutte parole.

Lontananze, priorità senza la mia faccia.

Ed io, non posso farci niente.

Però voglio farmeli lo stesso gli auguri, perché anche se sono pazza, dice qualcuno, una cosa ho sempre fatto bene, ed è amare. E quindi è anche la mia festa, anche se sono sola, se non mi si ama, se c’è qualcuna al posto che doveva essere mio.

Allora auguri comunque, Buon San Valentino, perché forse…un po’ te lo meriti.


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