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Una storia di Purpleone

Un mattino d'estate

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10 minuti

Pubblicato il 11 marzo 2020 in Thriller/Noir

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Ho aperto gli occhi: sono in una stanza d’ospedale.

Le tapparelle alla mia destra sono semichiuse e la luce che filtra dai fori evidenzia una caotica danza di pulviscolo a qualche centimetro dal mio naso. Ho un cerchio alla testa e un dolore pesante al petto e il bip del monitor cardiaco mi irrita più del sondino per l’ossigeno.

Mi sento incredibilmente lucido. E ricordo tutto.

Non parlo del perché mi trovo qui, ma di quello che è successo quasi settant’anni fa; a occhio e croce.

Forse dovrei dirvi chi sono, ma alla mia non più giovane età concedetemi almeno il lusso di sbattermene altamente delle convenzioni sociali. Vi basti sapere che sono appena sfuggito all’ennesimo infarto e, stavolta, credo proprio che mi abbiano recuperato per il rotto della cuffia.

Vedo la porta di fronte a me muoversi lentamente. Chiudo gli occhi. Fingo di dormire. Percepisco un leggero profumo di fiori. E' sicuramente un'infermiera che viene a controllare le mie condizioni e non ho voglia di fare conversazione. Intuisco che ascolta il mio respiro regolare e prende sicuramente appunti dopo aver consultato gli apparecchi ai quali sono attaccato. Sento il rumore ovattato delle calzature da ospedale che si allontanano, e le concedo ancora qualche secondo per chiudere delicatamente la porta e allontanarsi lungo il corridoio. Sollevo lentamente una palpebra: siamo di nuovo soli.

Per riportarmi indietro credo che questa volta mi abbiano sparato qualche scarica con il defribillatore. Gli operatori della casa di riposo nella quale vegeto sono abilitati per questo genere di emergenze, ma non li ringrazierò per averlo fatto. Il pensiero di ritornare fra quelle quattro mura a mangiare brodaglia e respirare piscio di vecchio mi spaventa più di un viaggio sulla barca di Caronte. Quello però che più mi fa incavolare, è l’essere quasi certo che sono state le scariche elettriche a riportare a galla i ricordi. E parlando con cognizione di causa vi assicuro che stavo meglio senza di loro.

Ormai però siamo qui, io e voi, e considerando che potrei anche andarmene stanotte é bene che vuoti il sacco. Non che questo possa cambiare qualcosa, quindi ‘che serà serà’ e tanti saluti all’organista.


All’epoca avevo dodici anni, forse qualcosa in più.

Quella mattina d'estate sgattaiolai fuori di casa subito dopo colazione, lanciando un frettoloso saluto alla mamma. Avevo letto dello specchio di Archimede e non stavo nella pelle al pensiero di verificare se la lente, che tenevo nella tasca dei calzoni, fosse in grado di fare qualcosa di simile. La giornata era calda e tersa e mi diressi verso la vecchia cava, il mio parco giochi preferito. Si trattava di un’enorme voragine, risultato di anni e anni di estrazione di non so dirvi cosa e che, già quando mio padre era bambino, veniva da tutti usata come ricettacolo per qualsiasi ferrovecchio di cui sbarazzarsi. La casa dei miei genitori stava all’estrema periferia del paese e, dopo di noi, solo un rado boschetto e brulla campagna a perdita d’occhio. In dieci minuti o poco più percorsi di buona lena la distanza che mi separava dalla discarica. Arrivai sul poggio che la sovrastava e seguii la sterrata che mi avrebbe portato, una trentina di metri più in basso, sulla spianata di fronte alla voragine.

Dopo la prima curva mi arrivarono le voci.

Sbuffai, pensando di essere arrivato tardi. La discarica era, per tutti noi ragazzini, un luogo assolutamente vietato e, proprio per questo, meta privilegiata delle nostre scorribande. Avevo però sperato di restare da solo almeno per il tempo necessario a fare le mie prove incendiarie. Non avevo granché voglia di mettere la lente nelle mani di qualcun altro.

Pensando a ciò persi molto del mio entusiasmo e rallentai il passo. Scalciai una latta d'olio accartocciata e sbuffai di nuovo.

Intanto il tono delle voci era salito di intensità. Ora si trattava di una lite in piena regola. Lasciai la stradina e mi arrampicai sul fianco della collinetta e, una volta in cima, ebbi la visuale sulla spianata sottostante. Stavo a pancia sotto, ben nascosto da un cespuglietto di erica, e immediatamente cambiai l’ambientazione del gioco: niente più Archimede, ma 7° Cavalleggeri e indiani Apache. Naturalmente io ero uno del 7°.

Aguzzai vista e udito e mi sembrò di riconoscere almeno uno dei due ragazzini che, a pochi passi dal ciglio della discarica, se le dicevano di santa ragione. Era l’unico che vedevo in viso, mentre l’altro mi dava le spalle, ma non conoscevo il suo nome. Per tutti noi era “Sputo” per la capacità di lanciare boli di catarro a notevole distanza e con millimetrica precisione. E proprio questo suo superpotere ora era stato appena scatenato. Vidi il ragazzo di spalle chinare lentamente la testa e capii immediatamente che stava osservando, sicuramente con disgusto, la grossa moneta di saliva che bagnava la terra tra le sue scarpe da ginnastica. Era un gesto di sfida che sarebbe finito in un solo modo: a suon di pugni. Rotolarono nella polvere in un mulinio di braccia e gambe e, nella confusione, vidi Sputo assestare una discreta sberla sull’orecchio del tizio che gli stava a cavalcioni, riuscendo così a disarcionarlo. Cercò di rialzarsi ma fu afferrato per le caviglie e nuovamente bloccato, spalle a terra, dal peso del suo avversario che prese a martellarlo di pugni. Quello che avvenne subito dopo mi gelò il sangue nelle vene, veramente.

Dopo essere stato quasi sbalzato di sella un’altra volta il ragazzo, che ancora non vedevo in faccia, afferrò qualcosa alla sua sinistra e colpì Sputo alla testa e, dal mio posto di vedetta, sentii chiaramente il tonfo sordo del sasso che si abbatteva sul suo cranio. Vidi le gambe avere uno o due spasmi e poi restare immobili. E immobili anche le braccia aperte a croce. L’altro si sollevò lentamente e, scavalcando Sputo, girò lo sguardo tutto intorno. Prima che si voltasse del tutto mi schiacciai ancor più a terra, affondando la faccia nella polvere e trattenendo il fiato. Non riuscii però a trattenere altro e mi pisciai addosso senza ritegno. Quando ritrovai il coraggio di sollevare gli occhi lo feci proprio nel momento in cui lo sconosciuto (fino a quel momento) spingeva il corpo di Sputo oltre il ciglio della discarica. Si sfregò le mani sulle cosce e poi, con i piedi, prese a spazzolare furiosamente il terreno tutt’intorno sollevando più polvere di un escavatore al lavoro. Immaginai volesse cancellare eventuali tracce di sangue. Terminata l’incombenza stette con le mani sui fianchi, come a contemplare la bontà del suo lavoro, poi fece due passi in avanti, buttò lo sguardo oltre il bordo della discarica e infine, soddisfatto, si voltò. Mentre ancora teneva il sasso in mano, come indeciso su cosa farne, un improvviso frullio di passeri gli fece sollevare il viso nella mia direzione e allora, illuminato in pieno dal sole, lo vidi bene. E lo riconobbi.

La successiva scarica di adrenalina (anche se, a quell'età, non sapevo che diamine fosse) mi riattivò il cervello e in un lampo capii che, se non mi fossi levato immediatamente di torno, avrei rischiato di fare la stessa fine. Strisciai lentamente all’indietro con la stessa cautela di un soldato del 7° Cavalleggeri che abbia a cuore il suo scalpo, e raggiunsi lo sterrato dandomi immediatamente alla fuga.

Sono smilzo e molto veloce e raggiunsi in un batter d’occhio il boschetto. Pur essendo relativamente al sicuro non rallentai di un solo secondo e questo mi fu fatale.

Un vecchio e nodoso ramo, cresciuto ad altezza assassina, mi si stampò in fronte con la forza di un martello sull’incudine. Piroettai all’indietro e finendo lungo disteso battei violentemente anche la nuca. Tanto per non farmi mancare niente.

Restai svenuto per non so quanto tempo ma, quando riaprii gli occhi, l’altezza del sole mi indicò che non era ancora ora di pranzo.

Lentamente mi misi seduto e, con molta cautela, tastai il bozzo che mi pulsava in fronte e poi il suo dirimpettaio sulla nuca. Avevo l’impressione che il cervello volesse uscirmi dalle orecchie e che, se non ci fosse riuscito, mi avrebbe sparato fuori le palle degli occhi pur di farcela. Mi presi un altro poco di tempo poi, sempre con estrema lentezza e cautela mi sollevai in piedi. Cribbio se ballava il mondo.

Temetti per un attimo di perdere l’equilibrio e di finire nuovamente gambe all’aria e mi afferrai al ramo che avevo di fronte. A quel punto cercai di fare un poco d’ordine nei miei pensieri e, prima di ogni altra cosa, mi chiesi: cosa diavolo è successo?

Stavo certamente correndo a rotta di collo, ma perché? Mentre formulavo questa essenziale domanda, mi accorsi anche del perché avessi un certo senso di fastidio tra le gambe. Mi toccai e…me l’ero fatta addosso!

Per osservare meglio il danno feci l’errore di chinare troppo precipitosamente la testa e, immediatamente, i resti della colazione mi risalirono in gola con la velocità di un treno espresso. Un fiotto acido di latte al gusto di lampone finì a poca distanza dalle mie nuove scarpe da ginnastica e prese in pieno una fila di formichine, affogandone almeno una decina. Rimasi in posizione aspettando un altro conato che fortunatamente non venne.

Mi tirai su lentamente mentre una miriade di lucine mi ballava davanti agli occhi.

Dopo qualche minuto mi sentii meglio e mi avviai ancora traballante verso casa. Rimuginavo ancora su quel che poteva essere successo e arrivai alla conclusione che, quasi sicuramente, avevo incrociato uno dei tanti cani randagi che da qualche tempo si aggiravano dalle parti del boschetto. Erano bestie dalle quali era meglio girare alla larga, sempre e comunque. Con tutta probabilità ero zompato a tutta velocità per sfuggire alle zanne di uno di loro o forse a quelle di un intero branco, andandomi a schiantare poi su quel ramo maledetto.

Così rimuginando arrivai davanti a casa. Come mio solito sgusciai tra i paletti dello steccato e attraversai il cortile. Sentivo la mamma canticchiare sul retro. Per un attimo coltivai la speranza di riuscire ad arrivare in camera senza essere visto e potermi così cambiare i calzoni, ma rimase solo un desiderio.

La mamma mi intercettò sul primo gradino delle scale, e il suo sguardo non aveva bisogno di essere accompagnato da nessuna parola. Gli snocciolai quella che pensavo fosse la verità: una fuga precipitosa per sfuggire a un branco di cani bastardi (quest’ultima parola però non la pronunciai, ci tenevo a non rimediare anche una sberla). Dopo una ramanzina coi fiocchi mi intimò una radicale ripulita e tornò alle sue faccende.

Nelle settimane seguenti sentii i miei parlottare a proposito di un ragazzino trovato senza vita nella vecchia discarica, ma nessun interruttore mi scattò nel cervello.

La mia vita continuò beata e ignara fino a qualche ora fa.

Adesso, dopo tanto tempo e confinato in un letto d'ospedale, so chi è l'assassino ma a che mi serve questo orribile ricordo? Tante grazie.

Se anche parlo con la polizia quante probabilità ci saranno mai che prendano sul serio un vecchio rincitrullito? Magari quel tizio è morto e sepolto da tempo. Oppure sarà emigrato in Brasile o a Timbuctù.

E son qui che mi arrovello su cosa fare e come farlo che di botto il cuore mi balla in petto. Credo di essermi agitato troppo e non sono in condizioni di potermelo permettere. Mentre penso di premere il campanello di chiamata sento che la vecchia pompa cambia ritmo: adesso il ballo è diventato una quadriglia indiavolata e dannatamente fuori tempo. Annaspo inutilmente alla ricerca di un poco d’aria e ho giusto il tempo di un ultimo pensiero: 'fanculo al defibrillatore.


fine



27 - 28 febbraio 2020


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