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Una storia di Jolie87

Missing

A me tocca portar via quest'anima, e come il sacerdote di un antico rito cercare un corpo nuovo in cui impiantarla...

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10 minuti

Pubblicato il 24 novembre 2018 in Altro

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Sì, tutta la pressione è sul maschio: è lui che guadagna, lui che offre la cena, lui che procura cibo, un tetto, rifugio, riparo.


Non posso credere di aver pensato che fosse qualcosa di importante, di speciale. Tra uomo e donna le cose accadono per puro caso. Poteva esserci un'altra, chiunque altra quella sera al posto mio; e avresti fatto lo stesso.


Poteva esserci un altro quella sera al posto tuo: forse l'avrei baciato comunque.


Con un residuo di fiducia nell'umanità mi sforzo di credere in qualcosa di simile al Destino, che ci direziona da una parte piuttosto che da un'altra. Non ha senso. Quando ti accadrà di rifarlo, quale persona sceglierai? Io da chi sarò affascinata, dopo di te? Accadrà presto, è già accaduto. Mi osservo allo specchio, guardo il modo in cui piango: non sono lacrime silenziose, ma piccoli urli soffocati. Mi copro la faccia, non voglio vedermi. Tutto il dolore del mondo, per cose insignificanti che non valgono la pena. Una donna non dovrebbe mai piangere: accade perché voi uomini siete il peggio del peggio, la sciagura più orribile che sia mai stata inviata alla donna in secoli di evoluzione umana.


Che sto facendo? Non so perché faccio le cose che faccio. Mi guardo allo specchio, e non mi riconosco. Non sto piangendo per un motivo in particolare; piango perché non so da che parte voglio andare, non so perché faccio le cose che faccio, mi pare che niente abbia senso compiuto. Non soltanto le cose mie, ma la vita, tutto quanto in generale.


***


Tutte le lacrime che ho versato da quando ero piccola, vi si potrebbe riempire un oceano; sono sempre stata incline alla sofferenza esibita. Mi pare che le lacrime versate nel corso degli anni mi abbiano modificato il corso del viso, i lineamenti, scavando solchi sotto gli occhi e lungo le guance che adesso non riesco a riparare. Ho così tanta pietà di me stessa. Mi piace tanto piangermi addosso. E' bello guardarmi mentre io stessa mi faccio del male in molti modi: una fiamma feroce che splende in maniera più intensa prima della fine, prima di consumarsi del tutto. Ma io non voglio morire.

Mi dispiace, mi dispiace così tanto. Credo che me ne cercherò un altro, come faccio sempre, soltanto perché ho bisogno di sentirmi connessa, a qualcosa o a qualcuno. Quando finisce, quando si spezza la connessione, ogni fiamma cessa di ardere e a me resta semplicemente il vuoto. Farei di tutto per spazzar via quel vuoto, quella specie di zona cava che si forma al centro del mio corpo e che mi consuma, perché non produce nulla, e si porta via tutte le mie energie. Ho bisogno sempre di qualcosa, sempre di qualcun altro. Non sei tu, sono io. Forse anche tu fai così. Vedo le altre persone come il riflesso di come sono fatta io, mi è difficile credere che possano pensarla diversamente.

Non credo che ciò abbia una particolare importanza. Il dolore, a tratti, resta; il dolore è reale. Il dolore è il segno che mi induce a passare oltre, anche se non era nulla e io pensavo che fosse chissà cosa, e tutte le volte lo penso perché ne ho tanto bisogno. Mi è venuta in mente una immagine particolare: è come cercare il corpo giusto per un'anima in attesa di trasmigrare, ma alcuni corpi sono deboli e dopo un po' si esauriscono, muoiono: non ce la fanno a contenere l'anima nuova. A me tocca portar via quest'anima, e come il sacerdote di un antico rito cercare un corpo nuovo in cui impiantarla. Ma è difficile, a ogni nuovo tentativo il corpo successivo resiste sempre meno, e io sempre più dispero di riuscire a trovare il corpo adatto a contenere la mia anima ribelle in pianta stabile. Un'anima, privata del corpo, non serve a granché.

Nel mio corpo non ce la voglio, tutta quanta non ci può stare.


Sentirsi soli e al freddo: io so come ci si sente. Io lascio perdere, io voglio lasciar perdere, ti ho perso di vista, non mi piaci neanche più. Ma mi sento morire, mentre penso queste cose. Penso: l'ennesima cosa che si spegne, l'ennesima cosa priva di senso. Penso che ho trent'anni passati e mi comporto come se ne avessi quindici. Mi sento pazza mentre penso queste cose, ma non posso farci niente: è una vita che sono fatta così, non conosco altro modo.


Immagino che tu abbia un'altra donna. La immagino nei minimi particolari, mi fa male; mi dà fastidio che sia diversa da me. Mi dico che se anche tornassi con me, poi ti mancherebbe lei; così come quando stai con lei, a volte forse ti manco io. Ti detesto, e prego e imploro un'Entità superiore di riuscire a cancellarti dalla mia mente, di non ricordare più di te neanche un piccolo gesto. Inizio a concentrarmi spietatamente sui tuoi difetti, li allineo in fila uno dopo l'altro: sei stupido, sei goffo, ti credi chissà chi ma sei un coglione, non sai come si tocca una donna, quando parli ogni tanto balbetti e ti sei lasciato prendere in giro, sì ti ho preso in giro. Ti ho usato per dimenticare il precedente. Quando incontrerò un altro uomo, di te mi dimenticherò completamente. Penso che sei egoista, che fai finta di interessarti agli altri ma l'unica cosa della quale sai interessarti veramente è te stesso, il tuo sporco egoismo e la tua sporca felicità momentanea. Io odio tutte le persone con le quali sono stata. A pensarci bene, è anche triste. Io non riesco a rintracciare un motivo per il quale faccio le cose che faccio, certamente non è il piacere perché non provo un reale piacere. La tristezza deriva poi dal fatto che non voglio avere cattivi sentimenti, se è successo ci sarà stato un motivo anche se adesso di te, degli altri non mi importa più nulla. Era perché stavo male e avevo bisogno di allontanare il dolore con altre sensazioni. Ma il sollievo momentaneo sparisce, torna il dolore. Penso che ho bisogno di stare da sola, ma voglio anche fartela pagare e quindi dimenticarti totalmente. Solo un altro dopo di te, e poi basta.

Ma so che "solo un altro" è utopia: finirò per essere presa al laccio anche da questo Altro, e la spirale non si spezzerà mai. Devo stare da sola.


A pensarci bene, è triste anche perché, prima di odiarti, e anche se adesso non lo ricordo, in qualche modo, in precedenza, devo averti desiderato, ho desiderato a lungo quel bacio anche se non ho mai fatto nulla per passare all'azione. Credevo che non sarebbe successo mai nulla, ma mi faceva piacere pensarci. Ora penso di te tutto il peggio possibile. Penso che sei come me, penso che passi da una persona all'altra senza farci troppo caso, penso che lo fai con tutte, penso che sono stata una delle tante, penso che le tue siano tecniche da quattro soldi imparate chissà dove per irretire la stupidina di turno. Chiedo scusa a me stessa: so di non essere stupida, ma c'è un criterio in base al quale tu ci scegli, perché ci scegli, no?

Sola.
Vulnerabile.
In preda a un bisogno.

Avevo bisogno di staccare la spina. Il mio cervello non si riposa mai. Faccio sempre le cose peggiori per me, sembra una sorta di mania. Avevo bisogno di qualcuno che mi ascoltasse, volevo essere considerata, mi vergogno così tanto, vorrei che restasse una cosa isolata, voglio fuggire altrove, voglio incontrare l'uomo della mia vita e sposarmi e farti stare male perché mi hai lasciata.


Succederà. Ne incontro sempre un altro.


Starai male. Adesso forse non senti la mia mancanza, ma la sentirai. Succede sempre così. Proverai rabbia, a voi uomini dispiace così tanto quando vedete che un altro vi ruba le "cose" che consideravate vostre.


Gli uomini sono attratti da me come calamite, poi una brusca torsione di me li respinge come il polo dello stesso segno. Triste anche questo, nessuno resta: nessuno vuole restare. Io forse non voglio che restino. Mi spaventa l'intimità, condividere. Allo stesso tempo, desidero tanto l'intimità e condividere. Dentro di me coesistono due persone completamente diverse, si fanno a pezzi tra loro, una dice bianco l'altra dice nero e il risultato è che io sono sempre in guerra con me stessa, perché queste due parti non si mettono d'accordo mai. E che cavolo, mettetevi d'accordo. Forse lui non mi piace. Forse volevo che restasse. Forse è stato meglio così. Forse lo odio. Forse non voglio vederlo mai più. Forse è per questo che sono senza amici, che alla fine mi sento sempre sola.


***

E la vergogna, Dio mio, non ti puoi immaginare che vergogna. Valeva davvero la pena, per poi dover sopportare il peso di tutta questa vergogna, il non riconoscersi allo specchio, il pensiero che mi restano solo cattivi sentimenti? Sei contento? Non c'è nulla di te che migliori gli altri, puoi solo peggiorarli. Fai finta di essere il buon Samaritano, ma è tutta scena. Almeno io sono autentica. Sarò anche fragile, ma sono una persona vera, e non fingo di essere quello che non sono, non faccio finta di essere una brava persona perché tanto so benissimo che non lo sono. Io sono cattiva. Lo leggo negli occhi degli altri. Cattiva perché non decido mai da quale parte stare, perché non ho valori incrollabili, perché la mia vita a volte mi sembra finta e artefatta, perché quando sono in un gruppo vasto mi comporto in modo diverso dal solito e dopo mi guardo con gli occhi della mente e penso a me stessa e non mi riconosco. È come essere costantemente fuori dal proprio corpo. È come assistere al film della propria vita, tutto sconclusionato, senza essere poi in grado di intervenire. Questi sono non-problemi? Ma se sono proprio la base, l'equilibrio sul quale deve poggiare tutto il resto; sono il fiore dei problemi, il nocciolo da cui comincia e si diparte tutto quanto. A me manca la base, non ho punti di riferimento. A me manca l'accettazione di questa sregolatezza: perché ci sono persone che fanno le stesse cose mie, ma poi razionalizzano, e vabbe' allora sono fatta così, allora queste sono le mie caratteristiche e allora cerchiamo di organizzare la vita tenendo conto del fatto che sono fatta così, va bene comunque, va bene perché sono io. Io niente, non riesco ad amare questo sconclusionato modo di vivere, voglio altre cose ma poi non le faccio, voglio per me le cose belle, la tranquillità, l'amore, ma poi non me li prendo.


***

Mi succede una cosa strana: non riesco più a toccare i tuoi vestiti. Li ho lavati, li ho piegati e li ho rimessi a posto nell'armadio, ma ogni volta che li tocco mi viene in mente che li avevi addosso quando ci siamo visti, mi pare che ci sia rimasto impresso qualcosa di te. Quando mi stringevi, io accarezzavo quella stoffa; adesso non posso sopportare più neanche di vederli. Credo che li farò sparire dall'armadio. L'altra notte mi sono svegliata in preda al panico, non sapevo più chi ero: mi sono messa a sedere sul letto, ma nel limbo tra sonno e veglia non riuscivo a ricordare dove fossi, e poi ancora, in uno sprazzo di orribile lucidità, mi sono resa conto che ero in camera, sì, ma non ricordavo in quale casa, in quale città, in quale posto; e mia sorella, che dorme con me, lei neppure la riconoscevo, era un'estranea; e io ho soffocato la mia voglia di urlare. Chi sei? Questa domanda mi frullava nella mente, mi sono alzata per accendere la luce e per zittire un senso crescente di panico. Non riconoscevo il mio corpo, la mia mente era del tutto vuota e non c'era nulla che mi ricollegasse a un tempo vissuto in precedenza. Mi sono detta: sto vivendo l'esperienza più brutta della mia vita. Mi era già successa, in passato, una cosa del genere, sempre tra il sonno e la veglia e sempre terrificante; poi passa, ma per dieci minuti io non so più chi sono e non ho nessun contatto col genere umano: sono una sorta di alieno e ogni cosa mi è terribilmente estranea.


Mi vedo orribile, mi vedo con gli occhi tuoi. Vedo tutti i difetti di me che prima non notavo. Se l'altro è uno specchio nel quale riflettersi, allora io mi rifletto e vedo un'immagine che non mi piace. Ho bisogno di qualcuno che mi faccia vedere che sono bella. Ho bisogno di qualcuno che non mi faccia avere altri problemi: non ne voglio, te li puoi tenere, è finita.

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