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Una storia di Elena97

La prigioniera

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6 minuti

Pubblicato il 02 dicembre 2020 in Thriller/Noir

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Apro gli occhi.

Mi trovo nella solita stanza di sempre. Alla mia destra c’è il solito comodino di sempre, con sopra il solito vaso di fiori secchi di sempre, e le pareti intorno a me hanno lo stesso colorito giallognolo di sempre.

Sono ancora qui.

Mi sollevo a sedere sul letto, scostando le coperte leggere, e appoggio i piedi nudi sul freddo pavimento. Sono leggermente chinata in avanti, con le mani appoggiate alle ginocchia, e i miei lunghi capelli biondi mi cadono davanti al viso.

Mi sento affranta. Non ce la faccio più. Provo una strana sensazione, come se piano piano mi si stesse formando un nodo in gola, grande e duro come un nocciolo di avocado, e con un brivido penso che forse finirà per strozzarmi.

Sposto le mani davanti a me, all’altezza degli occhi, e mi accorgo che stanno tremando.

È la paura. È la paura di non riuscire più ad andarmene da questa stanza. È la paura di scoprire quanto ancora andrà avanti questa situazione. È la paura di non riuscire a resistere a lungo.

Ma forse, forse oggi sarà diverso. Forse oggi quella maledetta porta finalmente si aprirà.

All’improvviso, un’ondata di speranza mi pervade. In fin dei conti, prima o poi dovrà pur succedere, no? E perché non oggi, allora? Perché non oggi?

Mi alzo dal letto e corro alla porta. Afferro la maniglia, pregustandomi quella meravigliosa sensazione: la sensazione di sentirla abbassarsi del tutto, di sentire la porta prima socchiudersi e poi finalmente aprirsi.

Aprirsi sulla libertà.

Ma niente di tutto questo succede. La porta rimane chiusa. Abbasso la maniglia ripetutamente, in un impeto di rabbia e disperazione, ma quella resta impotente, inutile, come tutte le altre volte.

Anche oggi, sono prigioniera.

Comincio a prendere a pugni il legno della porta davanti a me, fino a farmi male alle mani. Mi lascio scivolare a terra e, piangendo, mi accoccolo su me stessa, mentre i capelli, che mi sono finiti davanti alla faccia, si inumidiscono di lacrime.

Mi chiedo perché sono qui.

È successo tutto qualche tempo fa. Quanto esattamente, non saprei dirlo. Mi sono svegliata su questo letto sconosciuto, incapace di riconoscere dove fossi, e da quel momento la porta è sempre rimasta chiusa a chiave dall’esterno. Nella stanza non ci sono finestre, né condotti dell’aria da cui provare a scappare. Nessuna via d’uscita.

Non so che ci faccio qui, e non so chi mi ci abbia portata né perché.

Le mie giornate sono inevitabilmente sempre uguali e sempre vuote. Non saprei dire quante ne siano trascorse, non ricordo il momento esatto in cui questa tortura silenziosa abbia avuto inizio. In realtà, è come se queste giornate nemmeno esistessero. Il tempo sembra essersi bloccato.

Di colpo, quest’ultimo pensiero prende il sopravvento nella mia testa.

E se non esistessi più? E se fossi, che ne so, morta, e questo fosse l’inferno? O il purgatorio?

Mi rialzo in piedi, senza forze, e mi trascino su una seggiola di legno che si trova di fronte al letto. Mi ci butto a sedere, scomposta, le gambe molli davanti a me, le braccia penzolanti ai miei lati.

Sono sicuramente morta. Ora non ho più dubbi. Mi rendo conto di non sentire più nulla, dentro di me. Non sento fame, non sento sete, mi sembra di essere vuota. Mi sembra di essere un manichino, senza più organi interni, senza volto, senza vita.

Non ricordo nemmeno come fosse la mia vita prima che questo incubo soffocante avesse inizio. Non ricordo la mia famiglia, la mia casa, non ricordo che lavoro facessi o se avessi un ragazzo. Forse è così che funziona, quando si muore. Si dimentica tutto, così da non provare nostalgia. Così da rimanere completamente soli.

Oggi è peggio degli altri giorni. Esattamente come ieri è stato peggio del giorno prima, e del giorno prima ancora, e via dicendo.

Sto lentamente impazzendo.

Sollevo lo sguardo verso il soffitto. Il lampadario appeso sembra antico, è uno di quei vecchi, grandi lampadari di vetro colorato. Penso che sia bellissimo.

E poi, improvvisamente, tutto diventa buio.


Apro gli occhi.

Mi trovo nella solita stanza di sempre. Alla mia destra c’è il solito comodino di sempre, con sopra il solito vaso di fiori secchi di sempre, e le parenti intorno a me hanno lo stesso colorito giallognolo di sempre.

Sono ancora qui.

«Non è possibile! Non è possibile, cazzo! No!»

Inizio a urlare disperatamente. Mi alzo dal letto con furia, continuando a gridare, e mi fiondo contro la porta. Comincio a sbatterci sopra, afferro la maniglia e la tiro, la abbasso, la strattono, e grido, grido, grido istericamente, fino a farmi dolere la gola. Il nocciolo di avocado è ancora lì, e sta diventando sempre più grosso e minaccioso.

Dove diavolo sono?

Non ricordo nemmeno di essermi addormentata, ieri. Anzi, non ricordo nemmeno di essermi alzata dalla sedia e messa a letto.

Tutto questo non ha senso.

Da quanto non mangio? Da quanto non bevo? Da quanto non piscio e non cago? Da quanto sono qui?

«Da quanto sono qui?» grido di nuovo.

E poi, il mio stomaco si divide a metà. Letteralmente. Un taglio profondo mi squarcia la pancia, come se qualcuno mi avesse colpito con una sciabola, una scimitarra, una lunga spada. Sono aperta in due, ma non sta uscendo sangue.

Succede di nuovo. Per la seconda volta, qualcosa di affilato e potente mi colpisce e stavolta il taglio è verticale. La mia testa. La mia testa è divisa in due. Sto morendo, ma non sento niente.

Di fronte a me, non c’è nessuno. Nessuno mi sta uccidendo. È come se i colpi provenissero da un’altra dimensione e, improvvisamente, capisco.

È Dio.

Dio in persona mi sta uccidendo e il pensiero è talmente insopportabile che dai miei occhi, separati da uno squarcio netto, iniziano a sgorgare lacrime amare e copiose. E mentre cerco di implorare perdono, perdono per qualsiasi cosa abbia fatto in vita mia, vengo sfregiata di nuovo. E di nuovo, e di nuovo, e di nuovo, e di nuovo, e di nuovo…


«Mary? Mary, ma che hai fatto?»

«Ah?»

«È completamente squarciato…»

«Oh, sì. Non mi piaceva».

«Be’, d’accordo, ma era necessario ridurlo in quel modo? L’hai massacrato».

«Sì, ecco, mi inquietava. Non riuscivo più a guardarlo, e alla fine ho preso un taglierino che era lì vicino per caso e l’ho distrutto. Non so spiegarti il motivo. Lei… Lei mi terrorizzava».

«Ma l’hai creata tu».

«Sì, è vero. Ma mi terrorizzava comunque. Sembrava… Viva».

«E quindi? Non potevi semplicemente buttarlo o metterlo da parte?»

«Ci ho provato, ma non andava».

«Che vuoi dire?»

«Provavo a continuarlo tutti i giorni, volevo dargli una possibilità, credimi. Ma non riuscivo mai ad aggiungere nulla, o a migliorarlo… E quando decidevo di lasciar perdere, non sopportavo che stesse lì a… Guardarmi. Per stare un po’ tranquilla dovevo metterci sopra un telo, guarda, usavo quel telo nero lì. Altrimenti mi sentivo osservata… Da lei».

«Sì, ma questo non spiega…»

«Tom, ti prego. Non chiedermi altro. Lei era… Inquietante. E non ce l’ho fatta più. Ho dovuto eliminarla, ho dovuto… Ucciderla, in un certo senso».

«Ok, va bene… Però te lo devo proprio dire».

«Cosa?»

«Secondo me, era uno dei tuoi dipinti più belli».


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