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Una storia di Barbarella49

Tutti per uno, uno per tutti

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8 minuti

Pubblicato il 30 marzo 2021 in Fiabe

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C’era una volta un mondo incantato, dove vivevano in pace sei folletti. I folletti possedevano tutti virtù magiche; di solito andavano d’accordo tra di loro, anche se non mancavano degli screzi, dovuti per lo più a litigi sui compiti da spartire per far andare avanti tutto il villaggio, di cui loro erano i capi.

C’era il folletto Giada. Giada come la pietra preziosa portava un berretto giallo in testa ed era sempre super attiva. Il suo potere era quello di divertire gli abitanti del villaggio con le sue storie che avevano la virtù, se lette e ascoltate con attenzione, di far esaudire i desideri dei bambini.

Poi c’era il folletto Luca che portava sempre un berretto da Babbo Natale. Luca era sempre scherzoso, ma dietro quel suo umorismo si celava uno spirito romantico ed il suo potere era infatti quello di far innamorare le persone. Lui aveva l’arco e le frecce ed agiva come un Cupido, venendo incontro alle mille richieste che tutti i giorni immancabilmente gli abitanti gli presentavano.

Il suo cuore era già da tempo preso dalla sua Genny, un folletto molto carino e con due occhi azzurri meravigliosi, che era tutta la sua vita.

Anche Genny aveva un potere, quello di infondere coraggio alle persone che non ne avevano, stimolandole con la sua energia ad intraprendere imprese che non avrebbero mai avuto il coraggio di fare. Genny poi ne aveva un altro. Quello di spingere le persone ad essere sincere, di modo che con lei era impossibile dire bugie. Succedeva così che con un tocco dei suoi mille cappelli colorati Genny facesse sì che le persone si dicessero in faccia anche le verità più scomode e allora ne venivano fuori litigi, che erano però sempre mitigati dal folletto Filippo, che interveniva da paciere. Filippo era un folletto molto simpatico e creativo e con un grande senso dell’umorismo. Interveniva in questi casi da ago della bilancia, evitando così conflitti irrisolvibili.

Poi c’era il folletto Serena. Serena era una maestra molto brava ed insegnava ai bambini tutto quello che un bravo educatore deve fare.

I bambini l’adoravano e volevano sempre stare con lei. Le regalavano spesso fiori che un po’ le somigliavano, perché anche lei aveva l’animo delicato come quello di un fiore. Serena insegnava ai bambini ad amare e ad avere rispetto per gli altri e i bambini erano così affezionati a lei, che se mancava un solo giorno, si mettevano a piangere disperati.

Poi c’era il folletto Luis, il saggio. Tutti andavano da lui per un consiglio, perché difficilmente Luis sbagliava.

Con la sua barba bianca aveva un’aria solenne che ispirava fiducia a tutti, tanto che la comunità senza di lui, era persa. Grazie anche alle sue capacità linguistiche fungeva da intermediario e traduttore ogniqualvolta il villaggio aveva a che fare con stranieri provenienti da fuori, come quando si presentò un folletto proveniente dal paese vicino, che si chiamava Barbara. Il folletto Barbara portò uno scompiglio generale, in primo luogo perché era straniera e quindi tranne Luis, che capiva il suo linguaggio, gli altri non riuscivano a decifrare quelle parole incomprensibili che pronunciava; tuttavia piano piano riuscì ad integrarsi grazie anche all’intervento di Filippo che era molto carino con lei. Le era stata trovata una casa a forma di fungo molto accogliente e graziosa. Tutti i folletti abitavano nelle case fungo, che erano arredate con garbo e tutte colorate all’interno. Filippo tutti i giorni portava al folletto Barbara la colazione, augurandole una buona giornata e le portava anche dei fiori che cambiavano di colore, a seconda di quale giorno della settimana si trattasse: il lunedì le portava gli azzurri non ti scordar di me, il martedì le margherite bianche, il mercoledì i denti di leone gialli, il giovedì le rose rosse, il venerdì i gladioli bianchi, il sabato le orchidee viola e la domenica i ciclamini rosa. Barbara riuscì ad integrarsi nella vita del villaggio, che scorreva felice e serena.

Ma un brutto giorno arrivarono nuvole temporalesche e tuoni e fulmini e una pioggia torrenziale si abbatté sul villaggio. Il freddo lo avvolse in una coltre gelida e tutti i folletti infreddoliti accesero il fuoco nelle loro casette. Erano tristi perché dovevano restare sempre chiusi nelle loro case fungo, senza mai vedersi. La pioggia durò per giorni e giorni e non c’era verso di uscire. Gli acquisti li facevano attraverso le loro cornette magiche che ordinavano direttamente al grande bazar del villaggio, che era pronto a portare a tutti la spesa e ciò di cui avevano bisogno. I folletti però erano tristi e l’unico modo per comunicare era attraverso le loro menti. Avevano infatti poteri telepatici.

«Ciao Giada, come stai?», chiedeva Serena, a cui mancava l’amica.

«Bene, rispondeva questa, e tu? I tuoi bambini?»

Ora accadde che tutti gli abitanti del villaggio si ammalassero in modo tremendo. Un virus si era diffuso e minacciava l’incolumità dei paesani. Tutti ne furono colpiti, tranne i folletti, che avevano per l’appunto poteri magici. Fu così che una sera, vista la tragicità del momento, decisero di fare una riunione per fare il punto della situazione.

I sette folletti si riunirono in collegamento con le loro menti telepatiche e grazie a queste si vedevano nello schermo della tv di casa.

Prese parola il folletto Filippo:

«Ragazzi, la situazione è grave. Dobbiamo unire le nostre forze ed i poteri in nostro possesso per cercare di scacciare questo maledetto virus».

«E come si fa?», risposero tutti all’unisono timorosi e pieni di mille dubbi. Erano spaventati. Là fuori un mostro invisibile stava distruggendo la vita delle persone, i morti non si contavano più, venivano caricati su dei furgoni e portati via nel bosco, dove erano seppelliti.

«La nostra magia non basterà», rispose il folletto Giada, impensierita.

Luca invece più audace rispose:

«Ce la faremo, ripetiamo insieme la nostra formula magica: tutti per uno, uno per tutti».

Si sentì un coro di voci che diceva questa semplice frase.

Decisero un piano a tavolino.

Filippo dirigeva le azioni.

«Luis tu creerai uno scudo protettivo intorno al villaggio, di modo che nessuno potrà entrare od uscire».

«Signorsì, agli ordini», rispose Luis.

«Genny tu che sei brava con le pozioni, andrai nel tuo laboratorio e farai con i tuoi alambicchi e le tue erbe miracolose una pozione medica, che sarà somministrata a tutti gli abitanti e in questo sarai aiutata da Giada e da Barbara. Tu Luca invece ti preoccuperai di andar a prendere sulla cima della torre, proprio al confine con la Terra di nessuno, l’acqua della vita, contenuta in un’ampolla d’oro. Dovrai superare delle ardue prove per arrivare a prenderla e portarla qua e in questo ti farai aiutare da Serena, che ti presterà il suo cavallo bianco con la stella in fronte, che ha il potere di farti volare dove vuoi.»

Tutti risposero di sì all’unisono.

Non vedevano l’ora di mettersi all’opera.

Genny, Giada e Barbara si chiusero nel laboratorio di Genny e cominciarono a pestare le erbe, macinarle e di volta in volta aggiungevano qualche ingrediente per diluire il tutto: latte di capra, lacrime di folletto, ali di pipistrello, mandragola, semi di papavero. Dopo vari esperimenti di assaggio il tocco finale, una polverina color oro che aveva un forte odore di zolfo e voilà fu tutto pronto.

Luca intanto si era fatto prestare da Serena il suo cavallo bianco. Serena volle accompagnarlo ed insieme giunsero ai piedi dell’imponente torre nera. Serena si era portata dietro il miele che le api avevano prodotto dai fiori che le regalavano sempre i suoi bambini. Quel miele aveva la virtù di addolcire chiunque. All’entrata della torre c’era un mastino nero, che iniziò a digrignare i denti, non appena vide i due sconosciuti. Serena fu subito lesta a gettargli un bastoncino imbevuto di miele e il cane si acquietò subito e li fece passare. All’interno c’erano delle scale a chiocciola ripide. Arrivati a metà percorso serpenti a sonagli minacciosi sbarrarono loro la strada. Luca fu subito pronto a mozzargli la testa con la spada luccicante, che portava appesa alla sua armatura. Si era infatti vestito da cavaliere e si era portato dietro la spada per ogni evenienza. Luca mozzava teste tante quante ne spuntavano, era veloce e con la forza vigorosa delle sue braccia riuscì a stenderli tutti.

Arrivarono finalmente sulla sommità. L’acqua della vita era contenuta in una teca di vetro, ma bisognava conoscerne la formula segreta per aprirla, formula che conosceva solo la fata Morgana, che abitava nel paese accanto al loro. Serena decise di usare il suo potere che consisteva nella gentilezza, per far apparire una fatina minuscola, che svelò loro la parola magica e la teca si aprì. Figuratevi la contentezza di Serena e Luca. Si abbracciarono e corsero di nuovo fuori, e via fino al villaggio, dove li aspettavano i loro compagni. Luis disattivò lo scudo, di modo che potessero rientrare. La pozione e l’acqua della vita vennero fatti bere a tutti gli abitanti del villaggio, che miracolosamente guarirono.

Ci fu una grande festa, il virus era stato sconfitto. Nella grande piazza del Paese, che fu addobbata a festa, i festeggiamenti durarono per settimane. Le persone ballavano, si abbracciavano, ridevano e scherzavano e facevano baldoria. C’era un grande quantitativo di cose da mangiare ed il vino scorreva a fiumi.

Che felicità! I sette folletti erano contenti e si abbracciarono finalmente senza nessuna paura o timore. Tutte le tensioni vennero sedate e chi aveva conflitti con qualcuno li risolse.

Barbara si avvicinò a Filippo e gli disse semplicemente:

« Grazie!»




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