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Una storia di OrnellaStocco

Questa storia è presente nel magazine Storie di Donne

Storia di Antonio

897 visualizzazioni

10 minuti

Pubblicato il 02 febbraio 2019 in Spiritualità

5

La mano dell’uomo di colore aiutò la ragazza bianca ad alzarsi e, per entrambi, la vita cambiò.


L'uomo di colore si chiamava Antonio.
Antonio, per un uomo che arrivava da un paese sperduto dell'Africa, sembrava un nome strano, poco in uso tra gli abitanti del villaggio. Antonio aveva un'età difficile da quantificare. Poteva avere vent'anni come novanta.


Era spaesato, faceva freddo, lui non sapeva cosa fosse il freddo, nel suo villaggio al massimo ci si metteva qualcosa per ripararsi dalla pioggia. Lì tutti correvano, di qua e di là come tante formichine. Antonio le vedeva correre così, prima della pioggia, portando ognuna un uovo, spostandolo nel nido più sicuro, ma qui nessuno correva con bambini in braccio! Perché correvano? Perché tutti avevano visi tristi, emaciati; forse erano tutti malati?


Antonio aveva un problema più pressante: doveva trovare un posto per dormire ma soprattutto doveva trovarsi un lavoro. Era migrato in Italia perché aveva saputo che in Italia si curano le malattie più strane e sua moglie Maya da tanto tempo non stava bene. Lo stregone del villaggio di Toubacouta, in Senegal, non sapeva più cosa fare, certe malattie non le conosceva; aveva quindi consigliato Antonio di portare Maya in un posto a due giorni di cammino. In quel piccolo ospedale, con i mattoni rossi, i medici dissero che Maya aveva bisogno di un’operazione. Antonio allora si mise a chiedere alla gente che incontrava informazioni, ascoltava, spiava ogni piccola cosa che lo potesse in qualche modo rassicurare. Tutti lo avevano consigliato di andare in Italia poiché, chi ci era stato, era poi ritornato in perfetta salute, praticamente rinato! Addirittura gli avevano riferito, quelli incontrati nel piccolo ospedale, che una donna, dopo quindici giorni dal rientro in Senegal, era potuta tornare a lavorare nei campi con il bambino in spalla.


Antonio decise di recarsi in Italia da solo, avrebbe così evitato un viaggio stancante e faticoso a Maya. Una volta giunto nel nostro Paese, si sarebbe informato bene presso qualche medico specializzato in quel tipo di malattia.

Aveva il cuore dolente, era stato tremendo lasciare sua moglie a casa, la paura di non trovarla più, la paura di essere in un posto sconosciuto, freddo. Dov'era il sole caldo, raggiante sopra la testa? Aveva trovato un sole pallido che non riscaldava; potevi fissarlo e non bruciava gli occhi. Si sedette su una panchina, vicino a una pianta che gli ricordava il sicomoro fuori dalla sua capanna.


Antonio era cresciuto con poco, giusto il necessario. Era adulto già da bambino perché aveva dovuto adattarsi a mille situazioni difficili ma nel villaggio ci si aiutava l'un con l'altro e si era felici anche con quel poco che si possedeva. Per cui non capiva la tristezza di questi uomini bianchi.


Seduto su quella panchina con le dita tra i capelli scuri e ricci, gli occhi appoggiati a terra, Antonio si chiedeva come avrebbe potuto fare arrivare in Italia sua moglie; da giorni vagava per le vie di Padova alla ricerca di un lavoro. Avrebbe fatto qualsiasi cosa, non si sarebbe risparmiato contando sulle sue giovani e robuste braccia. Per dormire aveva trovato rifugio presso alcuni connazionali: dodici brandine in una stanza di venti metri quadrati. Tutti uomini. Tutti a dirgli che era meglio se rimaneva in Senegal che in Italia non c'era lavoro nemmeno per gli italiani. Ma come! Quando era in Senegal tutti a dirgli che in Italia si stava bene e che di sicuro la sua Maya sarebbe stata curata da ottimi medici.
Si sentiva sempre più confuso, anzi, disperato.
- Ciao, posso sedermi accanto a te?
Antonio guardò stupito la ragazza. Una ragazza bianca che gli chiedeva di sedersi vicino a lui. Era forse il suo giorno fortunato?
Non parlava molto bene l'italiano, solo qualche parola, di solito con lui c'era Moudo che l'italiano lo conosceva bene ma quel giorno Antonio era solo. Più solo che mai. Riuscì a dire solo sì. La ragazza dai lunghi capelli si sedette accanto a lui.
- Vedi quella grande Chiesa? Quella è la Basilica di Sant'Antonio.
Antonio si girò di scatto verso la ragazza; nel suo sguardo scuro come la notte apparve un’espressione d'incredulità.
- Antonio? Io, chiamare Antonio.


Antonio non conosceva la Chiesa Cattolica, quando era in Senegal aveva visto in altri villaggi delle persone vestite di marrone o bianco che aiutavano i bambini. C’erano anche delle donne, la gente del villaggio diceva che quelle persone venivano dall'Europa per aiutare la popolazione. Avevano costruito una piccola scuola e scavato un pozzo per la tribù; tutti sapevano che quelle persone arrivavano da paesi di religione cattolica ma erano brave persone ed erano rispettate e benvolute da tutti gli abitanti del villaggio. In particolare una ragazza, dalla pelle chiara, capelli biondi e occhi azzurri, si dava un gran da fare con i bambini, poi c’era un uomo alto, con pochi capelli, che aveva portato con sé una valigia piena di medicine. Il dottore, così lo chiamavano i suoi amici, non era ben visto dallo stregone, nemmeno dai vecchi del villaggio che lo osservavano con curiosità ma anche con rispetto.

Ora, davanti a quella grande Chiesa, Antonio si chiedeva se in quel luogo sacro poteva entrarci per pregare, per chiedere la grazia. Guardò la ragazza, le avrebbe voluto chiedere tante cose. Rimase in silenzio. Nella sua espressione c’era quella domanda che non sapeva dire a parole ma la ragazza capì. Allora prese Antonio per mano e assieme attraversarono la grande piazza antistante la Basilica. Antonio si fermò di scatto non appena si trovarono di fronte al portone: sarebbe potuto entrare o quel Dio sconosciuto l’avrebbe scacciato? Titubante, timoroso ma con la speranza nel cuore, appoggiò una mano sulle antiche pietre ammirato per tanta bellezza e magnificenza, osservò i vetri colorati come per magia e, sì, entrò con il cuore non più dolente nella Basilica del Santo di Padova.


La ragazza lo portò all'interno del santuario, gli indicò la statua del Santo poi, gesticolando con le mani, gli fece capire che quella era una statua che richiamava molti fedeli e quel Santo, così conosciuto e venerato quasi come un Dio, si chiamava come lui. Antonio rimase immobile di fronte alla statua del Santo di Padova. Pensava alle feste di adorazione nel suo paese, ai canti e balli, ai fiori e alle lance che adornavano le statue venerate nella sua terra di origine. Osservò attorno a lui che le persone presenti nella Basilica erano inginocchiate, molti si tenevano il volto tra le mani, ad alcuni scendevano le lacrime. Capì allora che tutte quelle persone erano in preghiera, in silenzio, senza cantare e ballare, senza fuoco e senza suoni. In silenzio. Alzò lo sguardo in alto, attonito per la bellezza di quel luogo così vasto e pieno di colori. In fondo anche in quel luogo c’era la luce del fuoco attorno al quale la tribù si radunava per pregare, ammirò i colori degli affreschi. Era tutto talmente immenso e sconvolgente. E silenzioso. Ma un’altra cosa entrò nell'animo del ragazzo; quelle donne e quegli uomini pregavano in solitudine. Non come in Senegal dove gioie e dolori venivano condivisi, ad Antonio la solitudine di quelle persone lo faceva sentire a disagio. La ragazza disse qualche cosa che lui non capì. Allora lui le prese una mano e la strinse tra le sue. Un segno di affetto dove parole non servivano. Lei si alzò sulla punta dei piedi per raggiungere la guancia dalla pelle scura. – Ciao Antonio, a presto – gli sussurrò.


Il ragazzo iniziò a muoversi lentamente, quasi a non volere irritare quel Dio così potente; all'improvviso vide la ragazza bianca in mezzo ad un gruppo di persone mentre indicava alcuni affreschi, notò che sul petto portava un talloncino con su scritto GUIDA., non conosceva il significato di quella parola, allora si limitò ad un cenno della mano; lei rispose con un sorriso. Antonio camminava sull'antico pavimento; aveva il volto pensieroso, lo sguardo non era più in alto, verso la grande cupola, bensì sul pavimento. Il suo Dio si sarebbe arrabbiato se si fosse inginocchiato di fronte all'imponente Altare per pregare? Iniziò a parlare a bassa voce in wolof sicuro che anche il Dio bianco lo avrebbe ascoltato. E capito tutte le lingue del mondo. Immerso nei suoi pensieri e nelle sue semplici preghiere non si era reso conto che il tempo era trascorso ma Antonio aveva ancora molto da chiedere. Da promettere. E non si era nemmeno accorto che il tono della sua voce si era alzato e che non pregava più sommessamente, le sue parole rimbombavano nella vastità del luogo come un eco soave. Un uomo alto, bello gli si avvicinò e nella sua lingua gli chiese se avesse bisogno di aiuto. Antonio sobbalzò: chi aveva parlato? L’uomo gli ripeté la frase - Che cosa fai qui? Hai bisogno di aiuto? -

L’uomo gli spiegò che conosceva la sua lingua perché era stato un lungo periodo in Senegal, Al ragazzo con la pelle scura e gli occhi buoni non sembrava vero poter esprimere quello che aveva dentro di sé: la paura di non farcela, quella malattia difficile anche solo da dire CHAGAS, la preoccupazione per la sua Maya, le difficoltà nel trovare un lavoro. Finalmente qualcuno con cui parlare!

Poi chiese – E lei, perché è qui? -

- Sono qui perché mia madre è volata in cielo e ho sentito il bisogno di pregare; sono un medico ma non sono riuscito a salvarla, tieni Antonio, questo è il mio numero di telefono, se ne sentirai il bisogno chiamami, cercherò di aiutarti. Maya significa Madre, la mia è morta ieri e, se oggi ci siamo incontrati, è perché lei vuole che io ti aiuti.


Il biglietto con il numero di telefono finì nella tasca dei pantaloni del ragazzo. I due si salutarono con un abbraccio. Mai avrebbe pensato di incontrare tante persone così buone. Antonio si sentiva sempre più con l'anima in pace. Adesso poteva ancora sperare in un miracolo.


Mentre cercava l'uscita, un piccolo frate dalla pelle leggermente abbronzata, lo invitò a sedere vicino all'Altare Maggiore sotto al quale si trova la tomba del Santo. Sapeva che chi varcava quella soglia con lo sguardo perso aveva bisogno del Santo dei miracoli.
Nessuno era ad aspettarlo quella sera e poi si sentiva con il cuore gonfio di affetto per il mondo intero. Con un sorriso sedette vicino a frate Angelo,così gli disse di chiamarsi. Antonio guardava con stupore e ammirazione il frate vestito di marrone mentre congiungeva le mani pregando il Santo di ascoltare la pena silenziosa del forestiero. Lui che da forestiero era arrivato a Padova. Il frate prese le mani di Antonio e le congiunse.

- Prega anche tu, non temere il tuo Dio che è il Dio di tutti noi. Il frate non parlava wolof ma le sue parole furono comprese poiché parlava con l'anima.
Antonio respirava a fatica, non era abituato a tanto interesse, chiese la guarigione per la sua Maya.Frate Angelo lo accompagnò all'altare Maggiore dove l'Abate scriveva le suppliche dei fedeli.
Per la notte fu accolto in convento. La mattina al risveglio, gli arrivò la notizia che l'ospedale di Padova, dedicato al grande Santo, avrebbe preso in carico Maya.
Antonio non riusciva a credere che tutto ciò stesse succedendo a lui. Uscito dalla piccola e modesta stanzetta cercò frate Angelo per tutto il convento, ma nessun frate portava quel nome.
Dopo qualche giorno arrivò Maya e trasportata subito nel grande ospedale.
In una parete del nosocomio, lungo un corridoio, spiccavano, incorniciate, le foto dei benefattori. Antonio riconobbe immediatamente frate Angelo con al suo fianco una bellissima donna.
Solo in seguito seppe che "frate" Angelo aveva perso la moglie di parto e la sua bambina di nome Maya,venne salvata grazie all'intervento tempestivo dei medici dell'ospedale dove ora stava ritornando a nuova vita sua moglie. Maya.



Ringrazio Marily Buizza, Francesca Degli schiavi e Rita Masia Fancellu, per avere contribuito, con parole piene di amore e speranza, alla stesura di questo racconto.



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