scrivi

Una storia di GioMa46

MARCEL PROUST : 'NOIR DESIRE'

«..paroles dévoilés d’une multitude peuplée d'une foule tourbillonnante.»

320 visualizzazioni

51 minuti


"CONVERSAZIONI CON MARCEL PROUST"

Marcel Proust in un disegno di (?)
Marcel Proust in un disegno di (?)

‘NOIR DESIRE’

«..paroles dévoilés d’une multitude peuplée d'une foule tourbillonnante.»


«Ombre,

née de la fumée de vos fumigations,

le visage et la voix

mangés par l’usage de la nuit …» (Paul Morand)


«Ombra,

nata dal vapore dei tuoi suffumigi,

il volto e la voce

divorati dall’uso della notte …»


«Cos’è meno in un individuo, la sua figura in carne e ossa o la sua immagine trasfusa nell’ombra? » – si chiese Marcel Proust, allorché svegliatosi nel mezzo della notte se ne restava pigro nel letto meditando al buio su quel che scorgeva nella difformità sostanziale dell’ombra. «Che fosse la frequentazione della propria anima dentro le “..parole disvelate di una moltitudine popolata di una folla vorticosa”? O se non, forse, solo il percorrimento di un confine, l’equivalente specifico e umbratile del proprio carattere individualistico ed emblematico di un voler scovare ovunque ciò che in sé restava inaccessibile al pensiero?»


«Cos’è in grado di dirci l’ombra in virtù della sua qualità profana che reca i segni del carattere di un individuo, se non, forse, quelli della propria interessata dedizione (!?)» – azzardò come risposta, considerando che anche sottoposta a una forzata interpretazione psicosomatica, avrebbe riscontrato nell’ombra solo una parte di sé, l’equivalente rilevanza che uno studio fisiognomico avrebbe svelato dei suoi stessi lineamenti. Del resto già così preminenti nel dipinto che teneva appeso nella stanza e che, pur nell’oscurità che lo avvolgeva, rivelava l’occulta presenza di «..quella che sicuramente era la sua più prossima caratterizzazione»: limite stesso dell’indicibile in cui egli tutto trasfondeva, in quanto declinazione di un desiderio profondo e inconfessato che permeava le sue notti di veglie audaci, per strapparvi un lacerto di senso o forse solo un ostinato consenso.


Una percezione che gli sembrò sconveniente e tuttavia preziosa, come per una promessa di ‘redenzione’ di là da venire, della quale scriverà in seguito ne ‘Il tempo ritrovato’, il cui nucleo proiettava nuova luce sul dipinto che lo ritraeva, quando ancor giovane si era recato nello studio del pittore Jacques Émile Blanche con una cattleya all’occhiello. Null’altro che un ritratto carico di luci ed ombre che straordinariamente Mario Lavagetto (2) a sua volta sottopose a un’attenta indagine critica, evidenziando proprio nel “..contrasto tra i toni molto scuri dell'abito e dello sfondo e l'incarnato del viso e del collo, impreziosito da un fiore di orchidea bianca all'occhiello – come questi sembrasse ancor oggi così – particolarmente sorprendente”. Un’immagine oleografica del futuro autore della ‘Recherche’ come rifratta nell’opale della veglia, che si fà presenza oggettiva, psicologicamente fragilissima, e che null’altro rivela se non il suo narcisistico sembiante, filtrato da un’assurda ironia che attraversa la tetra oscurità del fondale e lo trasfigura nel fantasma di sé.


Fragilità che probabilmente J. E. Blanche aveva voluto evidenziare nel successivo ritratto che fece nel 1892, oggi al Musée d'Orsay, che lo mostra piuttosto ‘indifferente’. Allo stesso modo che lo faceva sembrare, come scriverà poi Sigmund Freud (3): “..un testimone obbligato, pietrificato e privo di ogni potere d’intromissione, con il compito di garantire il solo vincolo di reciprocità che lega chi guarda e chi si offre allo sguardo altrui secondo una dialettica che sembra ossessionare il giovane Proust, e mette in scena un nuovo soggetto al quale ci si mostra per essere guardati”. Ma che a detta dello stesso Proust, nasconde di sé: «..tutti quegli altri elementi, che siamo obbligati a tenere per noi stessi, e che neppure la conversazione tra due amici, tra due amanti, tra maestro e discepolo, possono trasmettere di quell’ ‘ineffabile’ che differenzia qualitativamente quel che ognuno di noi ha sentito, e che è costretto a lasciare alla soglia delle frasi…».


Ciò che di fatto rispecchia esattamente quanto accadeva nella Parigi della Belle Epoque, almeno in ambito aristocratico come antidoto allo ‘spleen’ di stampo bohemien, carico com’era di un certo ‘snobismo eccentrico’ esclusivo del pur fascinoso demi-monde che all’inizio del ‘900, nel passaggio generazionale in atto, s’andava riversavando nel costume, nella danza e nella musica, così come in letteratura e in poesia, nel passaggio dal genere romantico a quello futuribile. Allo stesso modo in cui l’ermeneutica infondeva al testo letterario un più ampio significato tendente a evidenziare quegli ‘elementi essenziali’ che saranno poi dell’ ‘impressionismo’ e che si tradurranno nel linguaggio espressivo dell’arte tout-court, nella pittura, nella scultura e in architettura, così come nella fotografia e nel nascente cinematografo.


Che ciò fosse all’origine di quella ‘finzione’, ironicamente graffiante che attraversa tutta la ‘Recherche’ e che a rileggererla oggi ci appassiona non poco, se non altro per la sensazione che ci rende partecipi di ‘certe cose' del passato come antidoto all’ ‘incertezza’ del futuro? Forse, ammettiamolo pure. Retrospettivamente parlando la Recherche accoglie in sé l’eredità di un passato interiore, affettivo della memoria, che stenta ad accogliere l’essenza della riflessione etico-narrativa in chiave psicologica, soprattutto perché fin troppo auto-riflessiva. Come Proust scriverà in seguito, perché: «..di un altro mondo, di un altro ordine, d’idee velate di tenebre, ignote, impenetrabili all'intelligenza, ma che non sono meno perfettamente distinte le une dalle altre, impari tra esse di valore e di significato». Ma che, in ogni caso, stabiliscono un qualche collegamento con la circostanza che si vuole qui investigare, di un ‘noir dèsire’ da Marcel Proust volutamente segretato.


Forse, oso dire, ma come si sà, la realtà è sempre diversa da come la si dipinge e quello che vediamo è più spesso qualcosa che ‘pensiamo di vedere’, o che ascoltiamo ‘pensando di ascoltare’ nel modo in cui vogliamo ascoltare, verosimilmente sedotti dal profumo di eternità che pure “..impediva a Proust di raggiungere il fondo, il «vuoto oscuro» cui egli stesso tendeva” (4), in quella notte premonitrice, dentro il diluirsi liquido dell’afflizione delle domande che lo avevano particolarmente colpito, immerso nel buio della sua stanza da letto. Ciò, prima di giungere alla conclusiva affermazione che in «..ogni momento ci adoperiamo per dare una certa forma alla nostra vita, ricalcando nostro malgrado, come in un disegno, i tratti della persona che siamo, non di quella che ci piacerebbe essere. Un momento svincolato dall’ordine del tempo che ha ricreato in noi, per sentirlo, l’uomo affrancato dall’ordine del tempo: quindi situato fuori del tempo ... come può temere l’avvenire?» – si chiese ancora Proust, tuttavia esigendo da se stesso una risposta a una non domanda, facendo leva su quella identità percettiva che ogni volta, al di sopra di ogni contraddittorietà, lo restituiva al puro godimento intellettuale.


Che salto folle (sarebbe stato) passare dalla superficie del corpo all’interno dell’anima” (5) di un protagonista commisurato come Marcel Proust che della Belle Epoque fu uno degli animatori più accreditati? Pur se, a dispetto di tutte le critiche sollevate negli anni in cui egli lavorava alla stesura della ‘Recherche’, non era già più: “..il giovane Proust, dai grandi occhi scuri e dalla bocca sensuale […] in posizione frontale e in posa ieratica” (6) che appariva nel ritratto, il cui processo identificativo funge ancor oggi da parametro interpretativo di una personalità volutamente ricercata, trasposta nella quotidianità edulcorata di un‘epoca onirica e fluttuante quale fu la Belle Epoque. O almeno, quando già non era più il modello distaccato «..ricco di una verità duratura, certa e inesplicata» che aleggiava sugli Champs-Èlisées, finalizzata a incorniciare la stravagante effervescenza di una società che sembrava ‘eterna’ e non lo era. Più semplicemente perché non poteva esserlo, e che malgrado i molti tentativi fatti successivamente di trasferirla letteralmente e visivamente fino ai nostri giorni, non si è ancora riusciti a cogliere nella sua essenza eterogenea, senza perderci nei voilées della moda o nelle stravaganze bohemien, come pure nell’irragionevolezza della mondanità “..nel superamento di ogni insufficienza, […] e nel timore di non riuscire a cogliere l’essenza della vita, nell’istante miracoloso che è il passato” (7); in quanto messaggio fondamentale nella 'Recherche' del linguaggio che dall’individuale porta all’universale.


Un mutamento costante dalle dimensioni epocali che portò Marcel Proust ad ‘affrancare il tempo’ dal suo disconoscimento, e pronunciarsi sul perché egli avesse scelto la professione di scrivere: «..l’opera dello scrittore è soltanto uno strumento ottico che si offre al lettore per permettergli di discernere quello che, senza, non avrebbe forse visto in se stesso», le cui poche illusioni davvero necessarie sarebbero quelle paradossalmente contrastanti di cui noi tutti «..vorremmo essere le vittime». L’equivalente probabile di un’azione pur determinante e significativa della parola costitutiva di ciò che J. E. Blanche intendeva come forma dell’espressione pittorica nel quadro che lo ritraeva: “La nitidezza dei contorni, la materia fluida, la delicatezza della pennellata sono a servizio di una autentica interiorità: l'ovale perfetto del suo viso, il pallore della sua carnagione, gli conferiscono un aspetto aristocratico, che spiega molto bene il motivo per il quale questo ritratto ha contribuito a lungo a falsare l'immagine vera dello scrittore accreditandogli quella dello snob e del dandy. Eppure quell'immagine gli appartiene anch'essa perché quel tempo dell'eleganza e della mondanità non è stato sprecato, ma ha contribuito a costituire il materiale al quale lo scrittore ha attinto per l'opera della sua maturità” (8).


Del resto, come ebbe a scrivere lo stesso Proust: «Ogni lettore, quando legge, legge se stesso», sostenendo un processo indubbiamente necessario che mostra un’ulteriore chiave di lettura, laddove la sua scrittura si riflette su un altro pilastro della sua concezione artistica, come quella già evidenziata in “Contre Sainte-Beuve”: «..un libro (in quanto saggio letterario) è il prodotto di un io profondo diverso da quello che si manifesta nelle nostre abitudini, nella vita sociale, nei nostri vizi», “..facendo ulteriore sfoggio di una diversità che ricorre anche nelle opere apparentemente biografiche” (9), Un ‘io’ decisamente diverso e meno teso dell’altro ritratto (stessa impostazione solo con una gardenia all’occhiello), che il pittore J. E. Blanche aveva fatto di Maurice Barrès, l’ostinato dandy oppositore di Proust nell’Affaire Dreyfuss che, nel ‘Diario’ di Edmond De Goncourt (10) veniva fortemente bistrattato perché si riteneva ‘il principe intellettuale dei giovani’ (seguaci di Verlaine). In realtà Proust e Barrès, entrambi collaboratori della ‘Revue Blanche’ insieme a Verlaine, Lorraine e altri, frequentavano gli stessi salotti e contavano parecchie amicizie in comune, come Mme de Caillavet la ninfa di Anatole France e l’affascinante contessa Anna de Noailles che per lungo tempo fu l’amante di Barrès.


Tuttavia tra i due scrittori non si instaurò mai una vera ammirazione reciproca neppure dal punto di vista letterario, per quanto la loro amicizia funzionava soltanto sul piano formale delle ‘convenienze’ sociali, soprattutto dopo (ma non è accertato) che Barrès a proposito della ‘Recherche’ aveva sentenziato: “Un libro grosso come un’enciclopedia per descrivere una macchia sulle mutande”. Secondo Proust: «Non fu la bontà del suo cuore virtuoso, ch'era grandissima, a indurre Choderlos de Laclos a scrivere ‘Les Liasons Dangereuses’, né la simpatia per la borghesia, piccola o grande che fosse, a indurre Flaubert a scegliere come temi propri quelli di ‘Madame Bovary’ e dell' ‘Education sentimentale’, anche se certuni dicono (Barrès diceva) che l'arte di un'età di fretta sarà concisa, come coloro che, prima della guerra, predicevano ch'essa sarebbe stata breve. Così (come) la ferrovia avrebbe dovuto uccidere la contemplazione, ed era inutile rimpiangere l'età delle diligenze; ma che l'automobile adempie la funzione di quest'ultime e fa sostare di nuovo i turisti di fronte alle chiese abbandonate»; fatto questo che Proust poteva affermare in verità, per averlo egli constatato di persona facendosi accompagnare in auto dall’‘amico’ Alfred Agostinelli.


Tralasciate le dispute letterarie al bon-ton dei salotti elitari si può anche affrontare l’eccezionalità di una evidente quanto diffusa contestualizzazione sulla ‘sensualità proustiana’, così spesso pretestuosamente evocata e incredibilmente accompagnata da un certo sottaciuto ‘timor vocis’ in cui ‘tutto poteva ritenersi lecito purché il parlare di ciò che andava taciuto’. Ma forse vale la pena addentrarsi nel tessuto onirico-sentimentale che lo scrittore tesse intorno alla ‘luminosa appariscenza’ della Belle Epoque, al pari di una preziosa cornice ‘volutamente ricercata’ di quella che infine nella ‘Recherche’ risulta essere solo una dilatazione del tempo presente. Una sensualità rifratta che lascia spazio alle ipotesi della presenza in Proust di un sentimento d’amore represso, oltremodo evidenziato dalla mancanza di un rapporto costante (seppure conclamato) con una donna (Albertine?) e forse, dal mancato contatto oggettivo (fortemente desiderato) col suo stesso sesso (Robert de Montesquiou?). Contatti che pur egli rimarca nella ‘Recherche’ in certi slanci dal sapore nostalgico, come rimembranze di qualcosa che non c’è stato, lì dove parlando delle illusioni e delle passioni altrui, gli consentiva di soddisfare i propri istinti onanistici che egli rimanda a quegli impulsi naturali attribuiti all’insonnia che lo colpiva fin dall’infanzia e al suo lottare contro le ‘ombre’ nella stanza da letto, ancorché: “..esaurita di colpo la potenza sessuale e fantastica che animava la mente traboccante di immagini delle letture fatte durante il giorno”(11), s’abbandonava a una fervida e caparbia immaginazione.


Non è stato fin qui scandagliato abbastanza come Proust, per raggiungere il suo passato più geloso, quel ‘ce temps perdu’, si sia servito della percezione più pura, quella: “.. che nella sua nudità pare fatta apposta per accostarci al mondo larvale delle origini istintive” – come molto tempo dopo avrebbe scritto Tiziano Salari (12), parlando di un altro grande ‘diversamente recluso’, Giacomo Leopardi. Allo tesso modo in cui, successivamente, si esprimerà anche Cesare Pavese (13): “Nulla quindi è salutare come, davanti a qualunque più alta costruzione fantastica, sforzarsi di penetrarla sfrondandone ogni rigoglio e isolandone i simboli essenziali. Sarà un discendente nella tenebra feconda delle origini dove ci accoglie l’universale umano, e lo sforzo per rischiarare un’incarnazione non mancherà di una sua faticosa dolcezza. Si tratta di cogliere nella sua estasi, nel suo eterno, un altro spirito. Si tratta di respirarne un istante l’atmosfera rarefatta e vitale, e confortarci alla magnifica certezza che nulla la differenzia da quella che stagna nell’anima nostra.


Una ‘messa in scena’ dunque di ciò che Proust voleva far apparire di se stesso, una sorta di ‘dédoublement’ (sdoppiamento) della propria personalità a uso e consumo ‘d’une multitude peuplée d'une foule tourbillonnante’ che si esprimeva attraverso l’eccesso delle proprie disponibilità, delle proprie capacità intellettive, della propria dedizione mondana per il solo piacere di viverle, o forse solo per sfuggire all’incombenza della morte. Come in seguito scriverà Georges Bataille (14): “..le frasi di Proust sono un torrente, esse scorrono, annunciano, mormorano con dolcezza lo scorrere del tempo verso la morte”; per quanto quest’affermazione possa sembrare in antitesi con tutto ciò che era convenzionalmente accettato in fatto di ‘morale’ dalla società del tempo in termini di ‘divieto’, ‘purezza’, ‘castità’, ‘verità’ ecc.. Di contro, aprendo alla ‘trasgressione’ e all’‘ambiguità sessuale’, al ‘peccato’ e alla ‘falsità retratta’ di appartenere a un mondo ozioso e subdolo, edulcorato da scrittori provocatori e poeti autodistruttivi che saranno poi definiti ‘maudit’; una risma di pittori che si distingueranno in ‘simbolisti’ solo per un’inversione di tendenza rispetto al naturalismo; e in ‘impressionisti’ in concomitanza col titolo di un quadro di Renoir, “Impression”, apparso tra l’ilarità generale alla rassegna organizzata alla Galerie Nadar in cui figuravano insieme opere di Degas, Cézanne, Monet e altri.


Un’epoca, quella della Belle Epoque, ebbra di sollecitazioni e cambiamenti che rivoluzionarono la cultura europea e quella crescente d’oltre oceano, che la bonne societé dei mecenati e degli sponsorizzatori dell’effimero cercò di affogare in scintillanti fiumi di champagne, di orge strepitose e nebulose fumeriés fino a sublimare se stessa e tutto ciò che si esprimeva nel segno edulcorato dell’arte. Non c’è di che meravigliarsi se tutto ciò rifluiva poi nelle notti ‘folli’ di personaggi straordinari che andavano dettando al mondo le ‘mode’ più sfolgoranti e le ‘forme’ più strabilianti che si fossero mai viste prima nel costume di un popolo, quale quello parigino, avido di ‘vivre la vie’ nel migliore dei modi. Ed erano quelli i nomi prestigiosi, ‘incensati’ e/o ‘maledetti’ che fossero, di Charles Baudelaire, Paul Verlaine, Artur Rimbaud, Paul Morand, Èmile Zola, André Gide, Jean Cocteau, Chanel (Cocò per gli amici), Mariano Fortuny, Robert De Montesquiou, Boni de Castellane. Nonché quelli di artisti del calibro di Lucien Daudet, Giovanni Boldini, Gaspard-Félix Tournachon (alias Nadar), Pablo Picasso, Léon Bakst, Toulose Lautrec, Amedeo Modigliani (Modì e Dedo per gli amici).


Nonché di musicisti strepitosi come Maurice Ravel, Eik Satie, Claude Debussy, Igor Stravinsky, un compositore quest’ultimo che si preparava a fare la differenza nella storia della danza con le musiche per balletti ‘extraordinaires’ dai nomi esotici, quali: “Luccello di fuoco” (1910), “Petroushka” (1911) e “La Sagra della Primavera” (1913), che rimangono esempi unici di un clima culturale davvero speciale, fortemente legati all’avventura dei Ballettes Russes dell'eclettico Sergej Diaghilev. Critico d’arte nonché storico musicale, impresario teatrale di finissimo intuito e preparazione che, negli anni a cavallo tra Ottocento e Novecento, fu il vero ‘grande promotore’ della rivoluzione estetica parigina, alla cui corte si alternavano etoillés come Vaslav Nijinskji ribattezzato ‘il dio della danza’; Anna Pavlova, Tamara Karsavina inoltre a Mikhail Fokin, il grande coreografo che ha segnato lo spartiacque del balletto moderno, aprendo le porte a un vero e proprio innamoramento parigino per la danza.


Ma anche di attrici famose e donne appartenenti a un certo demi-monde che lo erano altrettanto, se non di più, come Gabrielle Rejane, Sarah Bernhardt, Cléo de Mérode, La Belle Otero, Liane de Pougy, e quella Mistinguett ammirata per le sue gambe che gli uomini dicevano ‘très belles’, quasi fossero le uniche al mondo. Inoltre a celebri sarti di moda come: Callot, Doucet, Cheruit, Paquin, che assieme a Worth, Redfern e Creed vestivano le dame più altolocate come la Princesse Murat, la Contessa Boni de Castellane, Mme Straus, Maria de Madrazo, Mme de Chevigné, Jeanne de Caillavet, Laure Hayman, Mme Greffulhe e la più straordinaria di tutte, “l’unica”, Misia Sert. «Il y n'a pas que dire», uno stuolo di ‘grandes dames’ vestite di taftà svolazzanti e di paillettes, corone di diamanti e gioielli straordinari che facevano scintillare i salotti aristocratici e le hall degli alberghi più lussuosi. Allo stesso modo dei palchi vellutati dei théâtres come le ‘Follies Bergere’ e del ‘Moulin Rouge’; le sale dei bistrò più rinomati letteralmente presi d’assalto, e quel ‘La Rue’ che Proust frequentava perché più ‘tranquillo’, dove spesso cenava da solo, prendendo appunti sul comportamento degli avventori.


Davvero un ‘bel mondo’ quello rievocato nelle pagine più descrittive della ‘Recherche’ in cui prevalgono lo stile e l'eleganza degli uomini, quanto la grazia nei modi e il gusto traboccante e raffinato delle donne. Più spesso sostenute (mantenute) da altrettanti ‘grands viveur’ fumosi come i locali che frequentavano. Esattamente così, come oggi ci appaiono nei ritratti dipinti da Boldini, da Fortuny, da Bakst ed altri, e trasformate/i con particolare sensibilità da Marcel Proust nei molti personaggi che con tanto sfarzo oggi incedono fra le quinte del suo teatro mondano. Ma leggiamo, ad esempio, com’egli presenta nelle pagine della ‘Recherche’ il poeta Robert de Montesquiou degno esponente di un’epoca di travestiti e di pietose (e impietose) bugie, nelle vesti del barone di Charlus, al quale servì da modello: “Lanciò su di me una suprema occhiata, (occhi di un azzurro freddo di acciaio), a un tempo ardita, prudente, rapida e profonda, come un ultimo colpo sparato nel momento di fuggire e, dopo, essersi guardato tutt’intorno, prendendo improvvisamente un’aria distratta e altezzosa, con una brusca virata di tutta la persona, si volse verso un manifesto e si sprofondò nella lettura, canticchiando un motivo e accomodandosi la rosa muschiata che aveva all’occhiello.” (15)


Personaggi più o meno autentici di un’epoca edonista (epicurea), voluttuosa (volgare), vibrante (perversa), dorata (scandalosa) e tuttavia portavoce di un rinnovamento culturale senza precedenti, che ritroviamo (sotto falsi nomi e talvolta mescolati tra loro) nelle folte pagine della ‘Recherche’, la cui ‘mise en scène’, attraversa l’esclusività del ‘teatro’ per fare il suo ingresso nei salotti della ‘bonne société’, sublimata nell'opera snobistica, nonché mondana di Proust: interprete raffinato di quel mondo frivolo e rarefatto, materialista e ambiguo, colto nel suo splendore ormai prossimo al declino e destinato al disconoscimento generale. Un ‘mondo’ che non sarà mai più uguale a se stesso e che solo Proust ha saputo incorniciare dentro una tela d’epoca segnata dall'eleganza e dalla raffinatezza estetica. Ma è anche qui che l’‘inconnu’, declinato più tardi da Georges Bataille come “..una delle più violente emozioni della mia vita” riferita alla scoperta identità del suo pensiero, diventa in Proust “..un furioso lavoro intellettuale che si dispiega in una graforrea continua, costretta, si direbbe, a ripetersi senza fine, per tentare di cogliere l’esperienza ‘interiore’, ovvero ‘estremo del possibile’, ovvero ‘meditazione’, ovvero ‘operazione sovrana’… che si amplia all’infinito, in uno spazio (mondo) omogeneo, (solo apparentemente) privo di contraddizioni” (16).


Quel ‘mondo’ esteso e per certi versi ‘formidable’ che lo scrittore andava riversando nella ‘Recherche’ di cui, superata la linea autobiografica di fondo, evidenzia pedissequamente l’atteggiamento ‘snobistico’ e in certo qual modo ‘dandistico’ che popolava Parigi tra la fine dell'Ottocento e i primi anni del Novecento. Tale da lasciar distinguere fra gli avvenimenti umani dell’autore e l'opera creativa della sua vicenda artistica, quello che è l’asse portante della struttura della ‘Recherche’, fondamentale nella ricerca dell’universale insito nelle ‘leggi della vita’ che Proust persegue nella scrittura, liberandola dalla contingenza del tempo, servendosi del principio bergsoniano (Henri Bergson) dell’unicità dell’istante, secondo cui: “..il passato viene continuamente accumulato”. Come anche scrive Maurizio Ferraris: “Per Proust infatti, il tempo non distrugge il passato, ma funge piuttosto da memoria interiore, è la forma attraverso la quale l’uomo diventa consapevole del suo essere spirituale. […] Compito dell’arte (tout-court), secondo Proust, è cogliere l’essenza delle sensazioni, liberandole dalla contingenza del tempo attraverso la loro trasformazione in metafora. Infatti, “..dipende da noi rompere l’incanto che tiene prigioniere le cose, portarle sino a noi e impedire che cadano per sempre nel nulla” (17). Si tratta quindi di ingaggiare una strenua lotta contro il tempo per recuperare il prezioso patrimonio del proprio ‘Io’ più autentico.


Pur restando Proust del medesimo convincimento per cui: “Il vero scrittore (il vero artista più in generale) era dunque colui che osava contravvenire alle leggi fondamentali della società, cosciente di essere ‘colpevole’; per cui il peccato e la condanna non erano l’occasione forzata del pentimento, ma il culmine della sua realizzazione”(18). È questo un ‘tratto’ di Proust, sicuramente rilevante che attraversa tutta la ‘Recherche’, assieme ai giochi lessicali e cromatici della sua scrittura, alla preziosità delle ‘linee’ che demarcano il suo raffinato estetismo, con cui egli esamina e valuta le variabili linguistiche che differenziano l’umanità che lo circonda. Un estetismo portato all’eccesso che ancor più sottolinea la composita attività semasiologica ricreata e trascritta che si rileva nei famosi quaderni ‘lunghi e stretti dalla copertina nera’ che nell’insieme danno forma alla ‘Recherche’. Per contrasto colpisce la tranquilla sicurezza di Proust in mezzo all’eccesso traboccante di gusto e di ricercatezza in cui la leggerezza e il lusso si mescolano alla promiscuità dei costumi, nell'avvicendarsi di luci sfavillanti e ombre appositamente ricercate, rintracciabili in molti dei suoi passaggi letterari, tali da spiegare infine un certo suo diletto per il ‘noir’ umbratile e cupo, molto vicino alla natura oscura dei ‘simbolisti’ e tuttavia opposto al ‘desiderio dandistico’ che Proust frequentò con assiduità e dal quale attinse le tante notizie ‘mondane’, riportate nella sua opera con inesausta indagine fino agli ultimi giorni della sua vita.


Quasi un celato desiderio d’immergersi nell’ombra del proprio egotismo promiscuo, consapevole di un desiderio occulto di stravolgere il tutto, onde scrutare in quale nascondere quel che, per una qualche ragione inconfessata, doveva rimanere al margine del comunicabile, misura stessa d’una umanità vulnerabile. Consapevolezza che Proust ripartisce armonicamente nelle sue osservazioni e nelle riflessioni sapientemente elaborate nella Recherche con una scrittura intensa, talvolta frivola, eppure avida di emulazione corporea, di conquista sentimentale brillantemente nevrotica e più che mai (adesso che lo abbiamo scoperto), in tutto somigliante al ritratto che J. E. Blanche fece di lui, e al quale Proust dedicò la prefazione della sua opera "Propos de peintre" e, comunque dopo averlo conosciuto, ospite nell’autunno del 1891 assieme a Les Frémonts, nella villa di Mme Baignéres. Dove per l’appunto il pittore eseguì un semplice schizzo preparativo di quello che diverrà poi il suo ritratto. Dipinto che realizzerà nel suo studio ad Auteuil la primavera successiva e presentato al Salon des Artistes Français nel 1892, in cui era messa in evidenza la pettorina che illuminava il volto del giovane Proust: “..il vasto plastron che, forse, era stato scelto con la collaborazione di Oscar Wilde” (19).


Tuttavia questa amplificazione di luce del volto crea indubbiamente una qualche distorsione dell’ombra, che si ritrae al suo apparire, restituendo dell’individuo (Marcel) un’immagine più concentrata verso il degradarsi delle forme e dei lineamenti, mettendone in risalto l’equivalenza circoscritta dell’anima (interna) più vicina a quella mostrata nelle fotografie tardive che lo ritraggono, cupo e scavato in volto, così come è rivelato nei ricordi di quanti gli facevano visita negli ultimi giorni della sua malattia e dall’immagine (esterna) ch’egli dava di sé. Tamara Karsavina (prima ballerina dei balletti russi in coppia con Nijinskij) ricordava d’essere stata una sera riaccompagnata a casa da Proust: “..timido, educato, verde come un fantasma” (20). E nella testimonianza di Mme Bibesco: “..venne a sedersi davanti a me, su una piccola sedia dorata, come se uscisse da un sogno, col suo cappotto foderato di pelliccia, il suo volto di dolore e gli occhi che vedevano la notte” (21). E ancora nelle parole di André Gide colto dal rimpianto per l’aver respinto come editore il primo volume “Dalla parte di Swann” : “..Proust è un uomo dallo sguardo infinitamente più sottile del nostro, e che comunica anche a noi un simile sguardo mentre lo leggiamo” (22), a rimarcare la penetrante rappresentazione psicologica coltivata nella Recherche.


Così François Mauriac descrive il suo incontro con Proust, avvenuto il 28 febbraio 1921: “Rivedo quella camera sinistra di rue Hamelin, il caminetto nero, quel letto in cui il cappotto lungo e nero foderato di pelliccia serviva da coperta, quella maschera di cera attraverso la quale il nostro ospite sembrava guardarci mangiare, e di cui solo i capelli sembravano vivi” (23). È senz’altro assai istruttivo a questo punto rileggere la famosa descrizione che Corneille propone nella sua “L’illusion comique”: “L’oscurità ch’egli mantiene in questa spaventevole tana schiude il suo spesso velo solo ai raggi d’una falsa luce, e del loro incerto fulgore accoglie, in questi antri oscuri, soltanto ciò che lo scambio con le ombre può tollerare” (24). Ma, per quanto il brano non sia di riferimento a Marcel Proust, certamente è esplicativo della raggiunta dimensione ‘noir’ dello scrittore, la cui ombra quasi fuoriesce dall’ordine della natura, come metafora di un caso ‘a se stante’ di perturbante estraneità, propria di un ‘doppio’ inquietante per eccellenza, sicuramente tipica di una ‘drammatizzazione’ personale e intima, che possiamo definire teatrale.


Sequenze queste che contrastano soprattutto con le pagine dedicate ai salotti debordanti di ‘luci’ e che riflettono di uno stato pressoché costante della sua anima; mentre le ‘ombre’, pur catturate nella cornice stessa del ‘bel mondo’ dell’epoca, forniscono una lettura preziosa per la comprensione di quel ‘dédoublement’ che l’autore ‘protagonista di se stesso’, nascondeva con un misto di timore e di speranza: “..timore di svelare qualche orribile infermità dell’anima; speranza di mettere sotto gli occhi altrui delle insospettate qualità positive” (25), che pure l’ombra di sé già svelava. Una dimensione ‘noir’ cui Proust in qualche modo aveva attinto, data la sua risaputa dipendenza dalla scena teatrale che, alle risorse infinite offerte dalla letteratura frapponeva spettacoli di grande levatura artistica, fatta di chiaroscuri, luci ovattate, arredi fastosi, quinte nascoste nell’ombra, nell’incolmabile divergenza che passa dalla scrittura alla scena, dalla parola detta al gesto interstiziale che l’accompagna con una certa voluttà perfino, che è in sé elemento finito di ineluttabile forza e di piacere assoluto.


Di quella ‘gaîté’ quasi mai esternata che portò Proust ad ammirare Bakst così ‘prodigiosamente’ che alla prémiére di “Schéhérazade” con i Ballettes Russes di Diaghilev, gli fece dire: «Mai ho veduto qualcosa di altrettanto bello!», rapito dalla bellezza estatica dei suoi interpreti. Ma come si sa a danzare in quell’occasione erano Nijinskij e la Karsavina nei rispettivi ruoli dello Schiavo dorato e di Zobeida: ‘il massimo della lussuria nella danza’ dell’epoca, unitamente al racconto di quel mondo ‘unico e perfetto’ che insieme i due ballerini rappresentavano. Come pure scrive Elvio Fachinelli: “Si potrebbe dire che qui si gioca il destino di varie esperienze estatiche all’interno di un vortice creativo generatore di livelli rappresentativi differenti; dai più ‘sublimi’ sino a quelli raggiunti nelle più ‘banali’ circostanze del quotidiano” (26) – dall’ebbrezza di vivere all’estrema razio di avvicinamento alla morte, e che lo spingeva a muoversi ‘dal particolare concreto al principio astratto’ delle cose. Ma Proust non era il solo ad apprezzare tanta ostentata magnificenza, da sempre: “..sapeva subodorare qualcosa di buono. Si potrebbe dire che i principali personaggi del suo romanzo uscissero dalle pagine non ancora scritte per onorare i russi” (27).


Il tutto era ormai nell’aria. La raffinata crudeltà e la sensualità di Balzac e di Baudelaire trovavano nuove dimensioni seducenti nelle ardite spinte sensuali dei danzatori russi che parevano galleggiare, proiettarsi, scivolare, contorcersi, rattrappirsi e poi spiccare il volo: “..Le fantasie erotiche (dei francesi) trovavano vita nei corpi di quei giovani danzatori, così tanto che si parlava d’una nuova arte teatrale russa come un’esplosione di emozioni accompagnata da un virtuosismo e un’abilità espressiva mai vista prima a Parigi. […] Così il poeta, il conte Robert de Montesquiou – alias barone de Charlus di Proust – brandiva al Chatelet il bastone da passeggio dal pomello d’oro gridando il suo entusiasmo per il balletto […] ricorrendo a quell’urbana esagerazione a cui tanto attingeva la stessa Misia Sert” (28), della quale Proust, scherzosamente divertito (e pettegolo), ha lasciato uno scintillante ritratto nelle vesti di musa ispiratrice di molti artisti e patrona delle arti nella Parigi fine ‘800, così come ella farà il suo ingresso nell’inimitabile immaginario de “Il tempo ritrovato”.


“Rievocando quei magici anni – rivelano A. Gold e R. Fizdale – quando Parigi vide la prodigiosa fioritura dei Ballettes Russes, Proust descrisse Misia Sert trasformandola nella “Principessa Yurbeletiev, la giovanile patrona di tutti quei grandi uomini”, la quale compariva nel suo palco al balletto “portando sul capo un’immensa, vibrante aigrette, sconosciuta alle parigine che subito vollero copiarla. Si sarebbe potuto supporre – soggiungeva Proust – che quella meravigliosa creatura fosse stata importata nei loro innumerevoli bagagli quale più prezioso tesoro dai ballerini russi”. […] Nel suo caratteristico modo Proust fece di Misia una principessa. Sebbene non lo fosse – i suoi tre matrimoni la fecero semplicemente diventare Mme Thadée Natanson, Mme Alfred Edwards, e Mme José-Maria Sert – aveva un fascino così accattivante e un temperamento così maestoso che, proprio come una principessa, era nota al mondo con un unico nome: Misia” (29)


Proust non era certamente il primo uomo di genio a rendersi sensibile a quella ‘meravigliosa creatura’ nata Marie Godebska. Di lei si narra che ancora quand’era bambina, la sua vitalità e il talento pianistico deliziarono sia Franz Liszt sia Emile Fauré. Da giovane sposa fu amica e modella di Vuillard, Bonnard, Toulose-Lautrec e Renoir. Ognuno di loro la ritrasse più volte. In seguito, nella sua qualità di amica parigina di Diaghilev, sedette al suo fianco sul trono nel palco reale, ‘éminence rose’ dei Ballets Russes. […] Conoscere Misia significava poter accedere alla cerchia di Diaghilev; era una delle poche donne la cui opinione gli era preziosa e il cui consiglio ricercava. Nella prima stagione dei Ballets Russes il giovane Jean Cocteau, ansioso d’unirsi alla troupe e desideroso di creare storie per i balletti di Diaghilev, speranzoso quindi che Misia usasse la sua influenza per favorirlo, divenne il suo protégé. Un protetto che lei alternativamente aiutava od ostacolava, coccolava o tormentava” (30) ...


“Dio sa quanto irresistibile Jean fosse a vent’anni, disse Misia ricordando Cocteau che ballava sulle panche del Larue. E come Proust, preferì pensarla una nobile”. Pur tuttavia, per divertire il compositore Reynaldo Hahn (ex amante e inseparabile compagno di Marcel), Proust descrisse il dramma matrimoniale di Misia, più volte ripetutosi nel tempo, come una farsa di Feydeau: “A mano a mano che la stagione procedeva, pittori e scrittori, l’alta società e quella omosessuale (sovente sovrapposte), monarchi, aristocratici e dignitari itineranti si unirono nell’applauso con fervore pressoché patriottico. Ravel e Debussy, Fauré, Gide, Claudel, Henry James e Joseph Conrad; ambasciatori americani, russi e spagnoli; i Vanderbilt, i Rothschild e i Gulbenkian; Réjane, Geneviéve Lantelme, Isadora Duncan e Sarah Bernhardt, Ida Rubinstein: tutti andavano a gridare il loro plauso” (per i Ballettes Russes) (31).


AMa non è tutto, Gold e Fizdale proseguono nella narrazione rendendoci partecipi di quanto in realtà accadeva: “Dopo gli spettacoli c’erano festose cene a base di champagne al Bois de Boulogne e al Laure, dove Proust, seduto a un tavolino d’angolo, scriveva lettere e sorseggiava una spartana cioccolata calda, osservando Diaghilev, Nijinskij, Cocteau, Misia in compagnia di J. M. Sert (suo futuro marito) e tutta la compagnia, formata dalla caustica contessa de Chevigné e la bellissima contessa Greffulhe che Misia, come Proust, ammirava smodatamente, e che diventarono due tra le più generose patrocinatrici di Diaghilev. Ed entrambe inevitabilmente tramutate nell’arguta e crudele duchessa de Guermantes. […] Pochi dei personaggi di Proust sfuggono alla sua malizia, allo stesso modo con cui Odilon Redon, che in campagna fu vicino di Misia, aggiunse al dipinto d'un mazzo di fiori misteriosamente ultraterreno quell’acidulo tocco di verde che gli conferisce una sorprendente potenza; e che Proust, in un momento di sdoppiata visionarietà, vide Misia come due personaggi. La raffigurò come la principessa Yurbeletiev che trovava affascinante, seducente quanto gli stessi Ballettes Russes, ma l’adoperò anche come una delle modelle per Madame Verdurin, l’antipatica arrivista a cui attribuisce l’acre appellativo di ‘padrona’. Quando descrive il modo col quale Madame Verdurin raggiunse la sua privilegiata posizione nella Parigi bene grazie a un insieme di fortuna e di astute manovre, traccia in effetti la carriera di Misia” (32) …


C’è da supporre che Proust non si fosse lasciato scappare neppure una delle tante occasioni offerte dalla stravagante e ormai altolocata Misia Sert. Così come adesso non si perdeva gli intrecci e le svolte ‘verduriniane’ nella vita di Misia. Nella sua qualità di amica più intima di Diaghilev, cominciò a ricevere ‘le gratin’, la crosta più dorata della società francese, la quale stava accorgendosi di poter uscire dal Faubourg senza contaminarsi. Attraverso Diaghilev Misia strinse rapporti con gli appartenenti a quella società che secondo Anet mai l’avrebbero ricevuta, e che ora la cercavano con un’assiduità tale che a volte lei faticava a liberarsene. Senza dubbio lieta di ritrovarsi al centro degli avvenimenti Misia, snob a suo modo, perseguiva soltanto ciò in cui trovava divertimento. […] Quando compare nel romanzo di Proust nelle vesti della travolgente principessa russa Yurbeletiev, Mme Verdurin le è sempre accanto, sia per ammirare dal suo palco i ballerini russi sia per organizzare feste in loro onore. Ma Proust ricorre a un accorgimento grazie al quale i tragitti di Misia e i dati della sua storia si dividono tra la principessa Yurbeletiev e Madame Verdurin. In una sezione del suo libro intitolata ‘La Prigioniera’ (infatti) descrive Madame Verdurin come se lei, la principessa Yurbeletiev e Misia siano un’unica persona” (33).


Misia Sert parlava raramente del proprio passato, per lo più viveva l’attimo presente facendone un’arte. Il suo salotto era un teatro informale che mutava di personaggi e di significati man mano che lei mutava la propria esistenza. “Amabile e vitale accompagnò e protesse i grandi anni dell’Avanguardia a Parigi, quando le scoperte dell’arte erano anche (e soprattutto) eventi mondani che lanciavano un nuovo stile di vita. Di quel mondo Misia fu l’incontrastata sovrana: Mallarmé le dedicò un ventaglio, Renoir la pregava di scoprire un po’ più il seno mentre la dipingeva, Diaghilev ricorreva tempestosamente al suo aiuto, Proust rispondeva ai suoi rimproveri, Satie la voleva come madrina ai suoi concerti. Cosmopolita per nascita, cresciuta in stanze dove l’oggetto indispensabile era il pianoforte, fra drammi passionali e ospiti illustri che vanno e vengono, Misia colse da subito l’avventura dei suoi anni e il fiuto per il talento non l’ingannò mai.” (34)


Il giovane Paul Morand nel suo ‘Journal d’un attaché d’Ambassade’ così racconta di aver sentito Proust parlare di Misia come di un “monumento storico”: “In realtà, Misia è un monumento portato a Parigi da una qualche lontana contrada, come l’obelisco, e collocato poi al centro del buon gusto francese, così come l’Ago di Luxor sta al centro degli Champs-Elysées” (35). Almeno così doveva apparire Misia Sert agli occhi di Proust, un tutt’uno con la stessa città di Parigi. A un certo momento sembrava che l’intera Ville Lumiere girasse tutt’attorno a Misia Sert. Era lei la regina degli Champs Elisées e a poco a poco il palcoscenico delle Folies Bergère divenne la sping-asse del fascino pubblico e, ovviamente, delle cortigiane più in voga, soprattutto nelle camere da letto delle teste coronate d'Europa. Ed erano le celebri Liane de Pourgy, Emilienne d'Alençon, Laure Hayman, Anna de Noailles, Cléo de Mérode e La Belle Otero delle quali si dicevano ‘meraviglie’ e per le quali la Francia tutta sembrava come impazzita. Altrettanto di quanto accadeva dopo cena, nelle ‘Soirées de Paris’ e nelle più decantate ‘Persian Nuits’, sorta di balletti mascherati che i francesi chiamavano ‘en travestìs’, organizzati da Etienne de Beaumont con il ballerino Massine come protagonista.


Con la stessa disinvoltura e la spregiudicata compostezza di certi borghesi parigini Marcel non conosceva turbamenti di sorta quando nel bel mezzo di una soirée questi si chiedevano: “..se Proust imitasse la vita, oppure la vita imitasse Proust?”; poiché Parigi era allora l’incrocio di un nuovo modo di interpretare la vita e, con essa, ovviamente la cultura, presa in prestito per scongiurare più di ‘mille e una sconcezza’. Cultura che era prevalentemente al femminile, fatta soprattutto di belle donne che dominavano in senso pieno la scena culturale, letteraria, poetica e teatrale e, ovviamente i saloni e le camere da letto dei più sfarzosi alberghi che si fossero mai visti. Con quella stessa ‘follia’ che inondava le sere dorate di Parigi, in cui gli uomini correvano dietro alle ballerine del ‘Moulin Rouge’ immortalate da Toulose-Lautrec, come Jane Avril, Yvette Guilbert, La Goulue; così come alle tante celebri attrici drammatiche del teatro, fra tutte la grande Sarah Bernhardt, e quella Lugnë-Poe che portava in scena i lavori di Ibsen al tempo stesso in cui i parigini applaudivano il ‘Can-can’ di Hortense Schneider, sulla musica che Jacques Offenbach, aveva composto per l’operetta ‘comique’ “Orphée aux Enfers”.


Dans ce temps, et nous revenons à parler de Proust.. – allorché – I suoi articoli, frivoli, erano accettati dal Figarò. I suoi studi, serissimi, gli favevano scoprire le cattedrali, i poeti stranieri, le parole, la musica” (36). Avvenne così che ad uno di questi ricevimenti per l’ultimo dell’anno si attendeva Proust, quando Etienne de Beaumont annunciò: “Céleste (la governante di Proust) ha telefonato per la decima volta; vuole sapere se ci sono spifferi e se il tè di erbe per il quale ha dato la ricetta è pronto. […] Finalmente, a mezzanotte, la folla si agitò alquanto e capimmo che era giunto Proust. Arrivò con l’anno nuovo, l’anno della sua morte …». Il suo viso si era gonfiato, aveva messo su pancia. Parlava soltanto ai duchi: “Guardalo – disse Picasso – sta inseguendo il suo tema” (37). Effettivamente, Proust offriva di sé un’immagine spettrale; ormai sembrava rivolgere la sua attenzione interiore a quel ‘noir désire’ che s’avviava al compimento, e che andava riversando come un ultimo ritocco di mano al suo volume “Il tempo ritrovato”.


Come al raggiungimento di un ‘tempo’ esclusivo ch’egli da sempre aveva rincorso a ritroso nel tentativo infinito di farlo proprio, testimoniarlo al mondo e renderlo più che plausibile, ancorché zeppo di contraddizioni, di incredibili coincidenze e sorprendenti rivelazioni. Del resto chi avrebbe potuto prevedere che Proust, il dilettante che si piccava di letteratura, avrebbe scritto il più grande romanzo francese del XX secolo? In molti si chiedevano come poteva vivere un giovane scapolo ricco e senza una reale occupazione che superando le sue inibizioni aveva deciso di seguire i propri istinti? Ma era giunto il tempo del cambiamento che s’annunciava con l'Art Noveau e il Post-Impressionismo di pittori come Monet, Cézanne e Toulose-Lautrec e che vedeva Proust vivere sempre più come un recluso, ardente e scettico fino alla morte, sempre pronto a cogliere in ogni elemento l’essenziale e il puro, equivalenti ad un accessorio utile e sempre sostituibile come la ‘maschera’ che egli stesso indossava in quanto malato. Quasi intendesse (perché sapeva) di non poter invecchiare con i suoi contemporanei, altresì rinnegando quella decadenza ormai in atto che avviluppava l’intera ‘societé’ con l’aggrapparsi agli estremi lembi del tempo al fine di concludere la sua Recherche, lasciando il suo letto di infermo solo per raccogliere qualche ultimo tocco da conferire ai suoi personaggi e scrivere la parola ‘fine’.


Questo e ben altro. Rimasto solo dopo la morte dei genitori visse in maniera bizzarra ma altrettanto affettuosa; come raccontano A. Gold e R. Fizdale: “..si svegliava tardi, non pranzava da chez Maxim’s (come facevano tutti), che per lui rappresentava un luogo insopportabilmente chiassoso e fumoso, come d’altronde il Moulin Rouge. […] Se pranzava fuori, sceglieva Larue, lussuosamente tranquillo. E, dopo il teatro, cenava chez Weber’s. […] Più tardi, assai più tardi, scendeva verso la ‘Sodoma e Gomorra’ dei bagni turchi e delle cantine arredate di fruste e catene, tetri simboli della sua deliberata decadenza”(38). È allora che Proust darà seguito ai suoi ricevimenti al Ritz, l'hotel che grazie anche ai talenti culinari di Auguste Escoffier, divenne meta obbligata per alcune delle persoalità più ricche al mondo, al punto che le suites sono oggi chiamate col nome degli illustri ospiti che le occuparono in passato. Ormai tutti s’incontravano al Ritz e “..Proust era molto sollecito con gli amici, al punto di sembrare un adulatore, e questo sebbene ritenesse che l’amicizia non avesse molto valore e che la conversazione rappresentasse la morte della mente, visto che solo la passione e la sofferenza potevano affinare i poteri dell’osservazione, e che l’unica parola di un qualche valore era quella scritta” (39).


Colette che l’aveva incontrato al Ritz quando già Proust aveva iniziato a pubblicare la Recherche, gli scrisse poi una lettera dove tra l’altro gli riconosceva di aver espresso una verità cruciale: “La parola non è rappresentazione, ma una cosa viva, e molto meno un indicatore mnemonico che una traduzione pittorica”. Sembra che anche all’interno del Ritz, Proust era in uso indossare una pelliccia sopra l’abito da sera. Colette ricorda che: “Era molto malato, non pesava più di 45 chili, era divenuto un martire dell’arte. Non smise mai di parlare, cercando di essere allegro. A causa del freddo, e profondendosi in scuse, non si tolse il cilindro, inclinato all’indietro, mentre una ciocca di capelli a ventaglio gli copriva le sopracciglia. Una uniforme di gala, ma messa in disordine come da un vento furioso che, rovesciando sulla nuca il cappello, sgualcendo il tessuto e i lembi agitati della cravatta, riempiendo di una cenere nera i solchi della gunacia, le cavità dell’orbita e la bocca ansimante”(40) .


La cena – scrive G. D. Painter – che avvenne in una sala privata del Ritz, in cui Fauré seduto al piano intratterrà gli ospiti, fu l’ultima grande cena di Proust per molti anni. Gli ospiti che Ulrich (suo maggiordomo) fu incaricato di convocare per telefono mentre il padrone dormiva, erano tanti: Bergotte, Elstir, Vinteuil, Albertine, Charles Baudelaire, Anna de Noailles, Marie Nordlinger, Charlie Morel, Reynaldo Hahn, Luchino Visconti (?), Yves Saint Laurent, John Ruskin, Giovanni Raboni (?), in breve ‘tutti i personaggi di questo ‘libro’ entrarono in quella stanza’, appositamente riservata per l’occasione. Durante la cena ciascuno degli invitati ricevette qualcosa da Proust e qualcosa donò a lui e all’Opera che andava componendo. Ognuno, secondo le proprie capacità e ispirazioni, con l’esercizio della propria arte o semplicemente per il fatto di esistere, contribuì a creare un tassello della ‘Recherche’, nell’accezione più ampia che ad un libro si possa attribuire, ovvero di opera che getta le sue radici in un tempo anteriore all’esistenza del suo autore, si plasma sulla società contemporanea al punto da donargli le sue tinte, e si spinge sino ai nostri giorni come specchio delle nostre esistenze, fonte di studi e riflessioni.” (41)


Ulrich nei giorni successivi alla famosa cena, ricevette da Proust un biglietto indirizzato a Paul Morand (amico di P. Valéry) in cui egli si scusava per non averlo incluso nella lista degli invitati per le diverse ragioni che spiegava: «Mio caro amico… Per dimostrare la mia gratitudine a Calmette mi sono avventurato (nello stato in cui sono) a dare una cena, di cui non vi ho nemmeno parlato perché credevo che sareste stato via … e per non aver voluto mettere insieme persone della Vostra sensibilità, con la grossolanità imbarazzante delle altre» – (in verità perché dichiaratamente antisemita). Il vostro rispettoso amico …Marcel Proust. Biglietto che Morand ricevette solo successivamente, qualche tempo dopo, quando si recò a far visita all’amico morente: […] “Céleste, / severa, dolce, mi immerge nel succo nero / della tua camera / che odora di sughero tiepido e di fuoco spento. Dietro lo schermo dei quaderni, / sotto la lampada bionda e viscosa come la marmellata, / il tuo volto riposa su un cuscino di gesso. / Mi tendi le mani guantate di seta; / silenziosamente la barba ti modella / le gote. / Dico: / - Mi sembra che tu stia molto bene. / Rispondi: / - Caro amico, oggi sono stato tre volte sul punto di morire.” (42)


Allorché ricevuto dalle mani del suo maggiordomo il biglietto, Paul Morand, come avevano fatto gli altri invitati, volle ringraziarlo, allo stesso modo in cui noi facciamo oggi nell’eco dei suoi scritti, col restituire a Marcel Proust il ‘dono’ ricevuto, seppure con qualche ‘variations’ creativa che ha il solo scopo di non farlo sentire poi così lontano … nient’affato dimenticato. Facendo dono all’amico di un’Ode a lui dedicata:


«Ombra,

nata dal vapore dei tuoi suffumigi,

il volto e la voce

divorati dall’uso della notte,

la tua notte non è la nostra notte:

È piena di lucori pallidi

delle cattleyas.

Da queste terribili veglie ti rimase

la rosea frescura

del ritratto di Jacques Emile Blanche?

E tu, questa sera,

sei intriso del pallore docile dei ceri

ma felice che si creda alla tua dolce agonia

di dandy grigio perla e nero?

Le tue finestre chiuse per sempre

ti negano al boulevard Haussmann

Riempito fino all’orlo,

come un truogolo scintillante,

dal fracasso dei tram.

Forse non hai mai visto il sole?

Ma l’hai ricreato, come Lemoine, così vero,

che i tuoi alberi nella notte

sono fioriti.

La tua notte non è la nostra notte:

È piena di lucori pallidi

delle cattleyas e degli abiti di Odette,

delle coppe di cristallo, degli splendori

delle gale increspate del generale di Froberville.

La tua voce, pallida anch’essa, traccia una frase così lunga

che sembra si pieghi, quando, come un malato

assopito che si lamenta,

dici: che ti hanno dato un eneorme dolore.

Proust, a quale riunione vai, la notte

Per tornare con gli occhi così stanchi e lucidi?

Quale terrore, a noi proibito, hai conosciuto

che ti ha reso così indulgente e buono?

E ti ha fatto conoscere i tormenti dell’anima

e sapere ciò che avviene nelle case

e che l’amore fa tanto male?

Da queste terribili veglie ti rimase

la rosea frescura

del ritratto di Jacques Emile Blanche?

E tu, questa sera,

sei intriso del pallore docile dei ceri

ma felice che si creda alla tua dolce agonia

di dandy grigio perla e nero.» (43)


Noi tutti, giunti all’apice della monumentale disquisizione proustiana, in quella parola cui egli in fine era giunto, non senza aver prima redarguito il lettore di non misurare le sue colpe con superficialità, di non giudicare i suoi errori più bassi, poiché ‘alla fine’, tutto si redime e si affranca in quello che ha appena concluso di narrare: “..Certo, ci sono molti altri errori dei nostri sensi – diversi episodi della mia vita, lo si è visto, me l’avevano provato – che falsano ai nostri occhi l’aspetto reale di questo mondo. […] E anche se non avessi avuto modo di preparare – cosa assai più importante – le cento maschere che conviene applicare a uno stesso viso, a seconda almeno degli occhi che lo vedono e del senso in cui ne leggono i tratti e, per gli stessi occhi, a seconda della speranza o del timore o, al contrario, dell’amore e dell’abitudine che nascondono..” (44). quel tempo che si concluderà solo di fronte alla morte.


Gli era bastato presenziare a quell’ultimo ‘ricevimento’ e gettare il suo sguardo scaltro a ‘quel mondo’ esclusivo e ormai decrepito, per fargli comprendere che s’avviava alla fine, allorché decise che sarebbero stati i suoi indistinguibili fantasmi, gli Armand de Guiche, i Bertrand de Fenelon, i Bibescu, i Radzwill, i Bloch, i von Fürstenenberg e altri, a comporre per lui un fregio quasi mitico di modelli per i suoi Saint-Loup, Odette, Albertine, così come la contessa Greffulhe era stato quello di ‘Oriane’; la contessa di Chevigné diventuta poi la duchessa di Guermantes, e man mano tutti gli altri e le altre. Da Misia Sert a Laure Hayman, da Anna de Noailles alla principessa Matilde, che rapprestava la congiunzione fra le leggende letterarie e dinastiche, da farne in seguito un personaggio del suo romanzo, forse l’unico, di cui mantenne il vero nome. E via via tutti gli altri: da Paul Morand a Lucien Daudet, da Reynaldo Hahn a Charles Haas “..indubbiamente il più piacevole e brillante degli uomini mondani che Proust prese a modello per il personaggio di Swann”; e quel Robert de Montesquiou, “..del quale Proust amava imitare le arie di superiorità e la cadenza, e la cui vita aveva offerto allo scrittore il principale modello per il suo personaggio più memorabile, il barone di Charlus” (45).


D’altronde, che noi occupiamo un posto in continua crescita nel Tempo, tutti lo sentono, e questa universalità non poteva non rallegrarmi poiché era la verità, la verità sospettata da ciascuno, che io dovevo sforzarmi di chiarire, […] bisognava che non ci fosse stata discontinuità, che nemmeno per un istante avessi cessato, mi fossi preso il riposo di non esistere, di non pensare, di non avere coscienza di me, giacché quell’istante lontano stava ancora in me, potevo ritrovarlo, tornare sino a lui, solo scendendo più profondamente in me” (46) ... Fino a occultare nell’ombra da cui il mio stesso essere talvolta usciva in cerca di luce, il mio operare nel profondo desiderio di trascinare tutti con me, di dimostrare a ognuno la propria miserabile esaltazione di un vivere fatuo. Quel ‘noir désire’, quel triste presentimento di morte che mi portavo dentro, a causa del quale “..i corpi umani possono fare tanto male a chi li ama, perché contengono tanti ricordi di gioie e di desideri già cancellati per loro, ma tanto crudeli per chi contempla e prolunga nell’ordine del tempo il corpo adorato di cui è geloso, geloso fino a sperarne la distruzione” (47); di quella ch’è possibile interpretare come pretesto per una de-costruzione di se stesso, in quanto sdoppiamento della propria esistenza.


Cos’è (al dunque) meno in un individuo, la sua figura in carne ed ossa o la sua immagine trasfusa nell’ombra? Cos’è in grado di dirci l’ombra in virtù di questa sua qualità minimalista che reca i segni del suo carattere, se non forse della sua stessa anima?


La domanda attende ancora una risposta che nella Recherche non è contemplata, benché riflessa in Proust creatore di un inter-mondo inventato, in cui le ‘ombre’ si scambiano di ruolo sotto i raggi di una falsa luce, in quanto parti di una stessa trama ‘noir’, ricreata dalla sua immaginazione per effetto di un’interiorizzazione della persona, in cui la negatività (psichica) si materializza nella ‘zona oscura’ della sua anima. Non abbiamo nessuna possibilità di stabilire con certezza dove termina la realtà e abbia inizio la finzione, se non dalle dichiarazioni stesse dell’autore raccolte nelle ‘lettere’ (48) postume e nei ‘frammenti di immagini’ (49) che nell’insieme danno forma a un’eloquente e pregiata biographie di Marcel Proust come non si è mai scorsa finora, rivissuta nei luoghi e nelle immagini de la Recherche: “..ricreata quasi con meticolosità viscontiana dentro una sceneggiatura scrupolosa, che si aggira fra oggetti, abiti, cappelli, arredi, carrozze, automobili, orologi che hanno scandito il ‘tempo’ di un’epoca relativamente lontana, il cui stentato riverbero lascia posto alle ombre, ai misfatti, alla superficialità di una società edulcorata e decadente quale è narrata in modo ‘impressionistico’ […] e che lascia l’autore ‘nudo’, protagonista assoluto di se stesso.


Al lettore non avveduto, costretto ad attraversare gli spazi ‘visionari’ dell’immaginazione proustiana, sfugge quanto in realtà si compia all’interno del conflitto interiore che si consuma nella Recherche, nel segno di una tensione ‘muta’, perché non detta, e che pure emerge come da un sogno fatto ad occhi aperti, in quanto proiezione d’ombra (forse a causa del male che teneva Proust in costante dormiveglia), come metafora di una persistente attesa, in cui pur si nasconde una minaccia sottile, quasi metafisica: il sentore dell’avvicinarsi della morte. È così che l’autore riferisce, per così dire, delle ragioni plausibili alle proprie ombre in agguato o, almeno cerca di dare un ‘senso’ alla superficialità della vita, contrariamente all’espressione che riflette lo stato momentaneo della sua anima, vissuta nella logica del suo stesso enigma. Scrive Victor I. Stoichita: “Ed è per questo motivo che per l’esperto in fisiognomica l’ombra catturata è più preziosa di qualunque viso (figura) in carne ed ossa.[…] Quel che la persona può nascondere, l’ombra di per sé lo svela”(50). Ed anche ciò, per l’appunto, che l’ermeneutica propone di decifrare: l’essere morale/immorale dell’uomo (individuo) partendo dalla sua ombra, […] basandosi esclusivamente su una concezione dell’ombra umana intesa come immagine significante” (51).


Così il critico filosofico Franco Rella esprime la sua visione dello scrittore: “Marcel Proust, era ossessionato dall’immagine di Odisseo, del suo sacrificio di sangue nell’Ade per dar voce alle ombre. Proust sa che il sangue da lui versato per dar voce alle sue ombre […] è il suo stesso sangue; il sacrificio è il suo stesso sacrificio. Così, quando inizia a procedere nel “Tempo ritrovato”, scopre che “la morte entrò in me come fa un amore”. La morte non è solo una parte del suo io. Dilaga ovunque. Tutto quello che egli esperisce gli giunge attraverso la morte, quella morte che lo abita e che lo porta non a far rivivere i fantasmi del passato, ma a scrivere un libro che altro non è che “un grande cimitero dove sulla maggior parte delle tombe i nomi cancellati non si possono più leggere. […] Proust ci porta dunque a chiederci: se la grande ipocrisia non sia negare o nascondere che la vocazione autentica della poesia è nella morte?” (52).


Ma più che una risposta conclusiva alla domanda che lo stesso Proust si era precedentemente posta su cosa fosse l’ombra e che cosa essa rappresentava per l’anima, non è altro che un’illusione letteraria o, se vogliamo, filosoficamente precostituita al fine di avvalorare una tesi: “..l’elaborazione di un fine ingannevole data all’incessante indagine sulla rappresentazione che facciamo di noi stessi, giacché l’anima altro non è se non anch’essa, un’ulteriore rappresentazione: una farfalla, un’ombra” (53) – aggiunge Franco Rella … funzione di un avvenuto sdoppiamento costante che si riproduce per effetto delle sue possibili repliche. Allo stesso modo l’ombra di Marcel Proust che tanto incombe sulla letteratura contemporanea segna indubbiamente un valico tra il vecchio e il nuovo incedere, relegando l’esistenza dell’ombra nell’esistere dell’arte, una sfida lanciata al lettore de la Recherche affinché trovi nel ‘tempo perduto’ quel ‘tempo ritrovato’ rappresentativo dell’esistenza, l’unico in grado di dare alla propria vita – rimarcando Zigmunt Bauman – l’ardore dell’opera d’arte che gli spetta.


«Ogni lettore, quando legge, legge se stesso…» – sembra ripetere Marcel Proust all’infinito nei suoi quaderni – per poi farci dono di una preziosa perla di filosofia spicciola contenuta alla fine del brano che segue: «Se mi fosse stata lasciata, quella forza, per il tempo sufficiente a compiere la mia opera, non avrei dunque mancato di descrivervi innanzitutto gli uomini, a costo di farli ‘sembrare mostruosi’, come esseri che occupano un posto così considerevole accanto a quello così angusto che è riservato loro nello spazio, un posto, al contrario, prolungato a dismisura poiché toccano simultaneamente, come giganti immersi negli anni, periodi vissuti da loro a tanta distanza e fra cui tanti giorni si sono depositati – nel Tempo. […] La vera vita, la vita infine scoperta e illuminata, la sola vita che di conseguenza sia pienamente vissuta, è la letteratura».


Ma dall'oscuro viluppo delle illusioni e delle analogie affiorano, senza retoriche declamazioni, quelle che sono le reali necessità umane, la nostalgia d'una purezza interiore, il riscatto dalle impurità della vita e, non in ultimo, il desiderio di dare un senso al ritmo impetuoso dell'esistenza: "Non vi è senso alcuno già consegnato nel cosmo, possiamo solo industriarci a inventarlo, provvisoriamente […] poiché senza senso, non si dà esistenza"(54). Come rammenta Agostino: L’io è “..una vasta vita multiforme e violentemente immensa” di cui è difficile trovare confine: Finis nusquam. Per cui “..la realtà sta ben al di sotto di quel miserabile profilo di linee e di superfici che i nostri sensi possono cogliere. O almeno: i cinque sensi dentro i quali siamo abituati a rinchiuderci” (55). E chissà, forse anche per questo, qualcuno ha scritto che: “..lo stesso Dio che ha provveduto a fare esalare l’ultimo respiro a Molière sul palcoscenico, avrebbe dovuto concedere a Marcel Proust di morire ad un ballo…” (?); magari durante un ricevimento tenuto in suo onore nella sfarzosa e immaginifica dimora dei Guermantes


E proprio quando, «Alcuni nugoli vorticosi lasciano intravedere, per schiarite, delle coppie di ballerini di valzer che si dissipano poco a poco e si distingue un'immensa sala popolata di una folla vorticosa..» (56)

Ma tutto questo è già cinematografo!

Marcel Proust fotografato da Man Ray
Marcel Proust fotografato da Man Ray

Note:

1)- Paul Morand, “Ode a Marcel Proust”, in AA.VV. “La Belle Epoque” – G. Casini 1966

2)- Mario Lavagetto, “Quel Marcel!” – Einaudi Editore, 2011

3)- Sigmund Freud, in AA.VV. “La Belle Epoque” – G.Casini Editore, 1966

4)- M. Lavagetto, op.cit.

5)- Elvio Fachinelli, “La mente estatica” – Adelphi 1989

6)- G.Lichtbenger, in AA.VV. “La Belle Epoque”, op.cit.

7)- Gennaro Oliviero, “Quaderni proustiani” – ass. amici di marcel proust, 2015. E-book n. 176.

8)- M. Lavagetto, op.cit.

9)- G. Oliviero, op.cit.

10)- Edmond De Goncourt, ‘Mémoires’, documento prezioso della vita sociale e culturale del tempo, ricco di pettegolezzi e aneddoti su scrittori e personaggi in vista. Pubblicato tra il 1887 e il 1896. 25 Volumi. Ediz. De Goncourt.

11)- 12)- Tiziano Salari, “Sotto il vulcano: Studi su Leopardi e altro” – Rubettino Editore, 2005

13)- Cesare Pavese, “Stato di grazia” – in “Feria d’Agosto” – Einaudi, 1946

14)- Georges Bataille, “L’experience interieure” – Gallimard 1943

15)- Marcel Proust, “All’ombra delle fanciulle in fiore” in “Alla ricerca del tempo perduto”, I Meridiani – Mondadori 1993

16)- Maurizio Ferraris, “Marcel Proust e la memoria del tempo”, in “Il Caffè Letterario” DVD n.16 – La Repubblica-L’Espresso 2010

17)- M. Ferraris, op.cit.

18)- G. Bataille, “Proust” in “La letteratura e il male” – SE Editore, 1987

19)- Irene Brin, in AA.VV. “La Belle Epoque” – G.Casini Editore, 1966

20)- Tamara Karsavina, in Arthur Gold e Robert Fizdale “La vita di Misia Sert” – Mondadori, 1981

21)- M.me Bibesco, Ibidem

22)- André Gide, Ibidem

23)- François Mauriac, Ibidem

24)- Corneille, “L’illusione comica”, traduzione di Edoardo Sanguineti, Genova, Il Nuovo Melangolo, 2005

25)- G. Bataille, op.cit.

26)- E. Fachinelli, op.cit.

27)- 28) 29) 30) 31) 32) 33)- A. Gold e R. Fizdale, op.cit.

34)- Misia Sert, “Misia” – Adelphi Edizioni 1981

35)- Paul Morand, ‘Journal d’un attaché d’Ambassade’ . Gallimard 1917

36)- Irene Brin, op.cit.

37)- 38)- A. Gold e R. Fizdale, op.cit.

39)- 40)- Edmund White, “Ritratto di Marcel Proust” – Lindau 2010

41)- G.D. Painter, “Marcel Proust » - Feltrinelli, 1966

42)- 43)- P. Morand, op.cit.

44)- Marcel Proust, Op.cit. (Il tempo ritrovato)

45)- E. White, op.cit.

46)- 47)- M. Proust, “Dalla parte di Swann” e in G. Oliviero “Quaderni proustiani 2015”, op.cit.

48)- Luciano De Maria, “Album proust”, I Meridiani – Mondadori 1987 e in

G. Buzzi, G. Raboni, “Marcel Proust - Le lettere e i giorni”, I Meridiani - Mondadori, 1996

49)- Roberto Peregalli “Proust. Frammenti e Immagini” – Bompiani 2013

50)- Victor I. Stoichita “Breve storia dell’ombra” - Il Saggiatore 2000

51)- J.F.Lavater, in AA.VV. “La Belle Epoque” – G.Casini Editore, 1966

52)- Franco Rella, “Soglie, l’esperienza del pensiero” – Anterem Edizioni 2011

53)- Franco Rella, “Proust e Kafka” – Fazi Editore 2005

54)- Paolo Flores D’Arcais “Etica senza fede”, Einaudi -Torino 1992

55)- Ezio Sinigaglia, ‘Dopoproust di passo nuovo’, in “Quaderni Proustiani 2015” op.cit.

56)- Maurice Ravel, “La Valse, Poème chorégraphique pour orchestre.”


Bibliografia di consultazione:


AA.VV. “La Belle Epoque” – G.Casini Editore, 1966

Charles Castle “The Folies Bergère” – Methuen London Ltd, 1982

Roland Gelatt “Nijinsky” – Ballantine Books, 1980

Marcel Proust, “Alla ricerca del tempo perduto”, I Meridiani – Mondadori 1993

Luciano De Maria, “Album Proust”, I Meridiani – Mondadori 1987

G. Buzzi, G. Raboni, “Marcel Proust - Le lettere e i giorni”, I Meridiani - Mondadori, 1996


Nessuno ha ancora commentato, sii tu il primo!

Ottimo! Visita la libreria per gestire i tuoi magazine

×
!
La tua sessione è scaduta! Effettua di nuovo il login e spunta Ricordati di me per rimanere sempre connesso e non perdere i tuoi progressi!
Ottimo!

Controlla la tua email per reimpostare la tua password!

×