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Una storia di NicoTina

Parole. Lame. Amore

Ci sono volte in cui l'amore è più affilato di un coltello. E ferisce profondamente.

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5 minuti

Pubblicato il 15 giugno 2020 in Storie d’amore

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Kaitlin non sentiva più nulla, ormai da molto tempo, Il suo corpo era anestetizzato contro qualsiasi cosa avrebbe potuto ferirla. Schiaffi, pugni, calci, parole. Un pomeriggio aveva provato a farsi un taglio su una mano. Una piccola incisione, ma decisa e profonda. Solo sangue. Quel liquido colava nel lavandino, colorandolo di rosso, e lei era rimasta a fissarlo per un po’, come ipnotizzata da quelle gocce che uscivano dal suo palmo. Non sentiva nulla.

Era una persona solare, una volta. Silenziosa e timida, con una grande forza dentro di sé.

Ma era dei suoi occhi che lui era rimasto affascinato, di quello che riuscivano a trasmettere. Sembravano un pozzo con dell’acqua così cristallina da volercisi tuffare. Quella luce che sprigionavano era qualcosa che non aveva mai visto, mai colto, mai assaporato. Un intruglio fatale di sincerità, dolcezza e sorrisi.

Qualche mese di quella felicità che è data provare solo agli innamorati, di quella che ti travolge e stravolge come un uragano, che ti prende alla sprovvista, quando meno te lo aspetti, e ti capovolge la vita. Non le sembrava neanche possibile provare certe emozioni, aver trovato qualcuno che sembrava capirla nel profondo.

C’era della chimica, un miscuglio strano di ingredienti che sembravano funzionare ma che, in realtà, erano pronti ad esplodere.

Dopo l’iniziale euforia, due lunghi anni di felicità agonizzante. Sorrisi a singhiozzo, lacrime a fiumi. Tazza che vola, cuore che si spezza. Parole che tagliano, sigarette come cerotti. Promesse vane, orgoglio ferito.

Ogni volta, ogni maledetta volta, pensava sarebbe stata quella definitiva. Pensava che quell’offesa o quel gesto avrebbero fatto traboccare la goccia dal vaso ma, in qualche modo, ingannandosi, credendo a parole vuote e false, riusciva a perdonare tutto, a convincersi che sarebbe andata meglio, che quelle pugnalate gliele aveva inflitte a causa della rabbia, non di proposito. Illusioni, speranze, “andrà meglio” ripetuti infinite volte, anche se in realtà, poi, nulla è mai andato meglio. Amore falso, amore che non è amore, amore ingannevole, amore detto e non provato, amore meschino, amore pericoloso.

Kaitlin sapeva di non essere felice, lì, in quella relazione che le stava portando via la sua voglia di sorridere, che la faceva sentire sempre inadatta, al posto sbagliato, con idee insignificanti, non valorizzata, non voluta. Eppure, per qualche strana ragione, non riusciva a dire basta e, sicuramente, non perché i momenti belli valevano tutto il male che ogni giorno sopportava.

C’era qualcosa, qualcosa di più forte che sembrava controllarla, per far si che restasse lì, in quel luogo buio, tra le macerie del suo cuore.

Fu solo quando la distanza geografica la obbligò a stare lontana da lui, fisicamente e, causa tutte le litigate, anche mentalmente, che si rese conto dell’esistenza di un filo sottile che la teneva legata a lui e alle sue parole taglienti. Era sì sottile, ma terribilmente forte ed elastico.

Sembrava impossibile da spezzare. Una volta tagliato credeva avrebbe perso sé stessa, perché, in due anni, una cosa lui era riuscito a fare, e l’aveva fatta molto bene: riuscire a convincerla che da sola non ce l’avrebbe fatta perché non valeva niente.

Era riuscito, come il più abile dei meschini, ad entrarle in testa e farle credere di essere una nullità, di aver bisogno di qualcuno migliore di lei per riuscire a fare qualcosa.

E nonostante i successi, le idee, la voglia di fare, non si rendeva conto di quanto valesse, di quanto potesse dare, di quanto fosse in realtà forte. Ma quella forza si rivelò tutta insieme in un tiepido pomeriggio di fine agosto.

Era quasi l’imbrunire, e se ne stava seduta sul davanzale della finestra della sua camera, a scrivere, osservando le diverse sfumature di colori che stava assumendo il cielo. Una gamba a penzoloni nel vuoto, mossa ritmicamente avanti e indietro, che le dava una sensazione di libertà e di pace. Un venticello leggero le sfiorava il viso, dolcemente le spostava i lunghi capelli scuri, facendoli talvolta cadere sul viso. Un delicato profumo d’aria di fine estate le inebriava la testa. Era un momento perfetto. Si stava godendo quell’attimo di pace totale, quando il suono molesto del cellulare la fece tornare alla realtà. Pensò di ignorare il messaggio, ma iniziò a suonare con insistenza, così scese dal davanzale per leggere i messaggi che le stavano arrivando.

Ovviamente era l’unica persona che sperava non fosse: Lui. “Sei una merda! Io ti blocco! Non voglio più né vederti né sentirti in vita mia. Ti detesto. Ti odio. Tu non fai nulla, sei falsa, una sfigata, opportunista, egoista. Mi fai pena. Non sai pensare, non sai ragionare, non sai fare nulla, non arriverai da nessuna parte…” Insulti gratuiti, dettati dalla rabbia e dal rancore di una persona insoddisfatta di sé stessa. Una lacrima amara era scappata dal suo occhio, dal suo controllo. Si rese conto che certe cose fanno sempre male, seppur si cerchi di mantenere una fredda distanza. Qualche giorno prima aveva deciso di non rispondere più alle sue continue provocazioni, proprio perché era stufa di quella guerra continua e logorante, che si era protratta per fin troppo tempo. Ma questa volta decise di rispondere. E lo fece in modo pacato, mantenendo il distacco, non facendosi coinvolgersi in quel bombardamento di parole. Ma, come ogni bomba che si rispetti, era pronta ad esplodere e lei, con calma piatta, riuscì finalmente a dire quello che non era mai riuscita a capire. Gli disse, di getto, che non voleva una persona come lui nella sua vita, che il suo essere nuoceva alla sua serenità e che quella sarebbe stata l’ultima volta che si sarebbero visti e sentiti, perché lo avrebbe bloccato ed eliminato dalla sua vita.

Aveva appena messo una pietra definitiva sopra a quella che sapeva essere stata la peggior avventura della sua vita; era riuscita a tagliare quel filo che pensava impossibile da spezzare e a far tornare quegli occhi della stessa sostanza che avevano due anni prima.

Era finalmente arrivato il momento di riprendere in mano le macerie e costruire qualcosa di nuovo, di più bello e di più forte.



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