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Una storia di Irinab

La Borda

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6 minuti

Pubblicato il 03 aprile 2020 in Horror

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Ablutofobia. L'ablutofobia (ablutio, in latino lavanda e fòbos, in greco fobia) è una fobia, definita come paura di lavarsi, bagnarsi o entrare a contatto con liquidi per l'igiene.


ho sempre avuto paura dell’acqua, fin da piccola.

ricordo le lunghe giornate al mare assieme a nonna, tutti i bambini frignavano insopportabilmente per fare quel bagno in più o perché non volevano uscire dall’acqua, mentre io stoica li osservavo dal mio ombrellone.

Ero una bambina apparentemente noiosa, ma in realtà la mia imperturbabilità celava vero terrore. La cosa che mi spaventava di più in assoluto erano i cavalloni;

Quando il cielo diventava plumbeo e il mare si agitava, vedevo i miei amichetti giocare fra quelle onde gigantesche in braccio ai genitori; i più coraggiosi si tuffavano fra i flutti da soli, andando volontariamente incontro a quelle onde ciclopiche e immergendosi nelle loro fauci come in quelle di un colossale mostro per poi riemergerne scompigliati e cianotici a causa dell’acqua ingurgitata nella foga del gioco.

in quelle giornate io mi stringevo nel mio asciugamano e mi rannicchiavo sulla sdraio osservando quel mare furente e ad ogni frangente che avanzava imponente come a volermi inghiottire io mi ritiravo ancor di più, fino a quando quello non s’infrangeva a riva in un'esplosione di schiuma rabbiosa, quasi fosse stizzito per non avermi acciuffato.


credo che questo mio terrore sia apparso intorno ai sei anni, ho sempre vissuto con i nonni in una casa di contadini nella bassa, come la chiamiamo qua, una campagna pianeggiante, generosa nei raccolti: un immenso parco giochi naturale per noi bambini; le estati scorrevano piacevoli scandite da giochi fra i vigneti e in compagnia degli animali della fattoria.

Avevo un caro amico: Wainer, con lui passavo tutte le mie giornate, ci arrampicavamo sugli alberi, raccoglievamo lumache e cercavamo le uova nell’aia nella quale nonna lasciava sempre un qualche uovo finto per le galline perchè sosteneva che se non ne avessero trovato nemmeno uno non ne avrebbero fatte più.

La bella stagione era un sogno meraviglioso, ma con l’arrivo dei primi freddi verso sera i campi, i fossi e gli stagni venivano inondati da una nebbia gelida e torbida, di quelle che ti bagnano gli indumenti e ti si appiccicano ai capelli; a noi poco interessava, avremmo volentieri continuato a giocare anche sotto a piogge torrenziali, ma gli adulti rimproveravano di non uscire con la nebbia e mai dopo il calar del sole.

Io e Wainer non capivamo il motivo di tutta questa apprensione e ponevamo continue domande; una sera la nonna, tirando un lungo sospiro e dondolandosi sulla sua sedia, più vecchia di lei, ci raccontò che andar per campi in mezzo alla nebbia non era pericoloso solo per via dei malanni che avremmo potuto beccarci, ma soprattutto per quello che avremmo potuto trovarci dentro: leggenda vuole infatti che nei luoghi umidi e acquitrinosi viva una donna dalle raccapriccianti fattezze, con lunghi capelli annodati e umidi e vesti sdrucite; avrebbe gli occhi bendati da stracci stretti così forte da lacerarle le carni e una bocca punteggiata di denti aguzzi e lordi, pronti a mordere gli incauti che le si sarebbero avvicinati; pare prediliga i bambini, forse perché più teneri, forse perché più curiosi e soglia legarli stretti per poi affogarli a morte nelle acque rafferme, la chiamava la Borda.


lì per lì io e Wainer ci spaventammo molto e per qualche giorno tornammo a casa solerti alle prime avvisaglie di tramonto, ma come è naturale in tutti i bambini, a mano a mano che i giorni passavano, la curiosità cresceva e la voglia di vedere se questa strega esistesse realmente prese in noi il sopravvento:

ci eravamo organizzati a modo, avremmo aspettato che tutti fossero a letto e poi saremmo sgattaiolati fuori dalle rispettive abitazioni.


Per me non fu difficile, ogni sera, dopo cena, nonna si sedeva sulla sua sedia a dondolo e osservava il bollitore borbottare sulla stufa, in attesa, ma ogni qualvolta quello iniziava a fischiare, lei era già bella che addormentata; Mi imbacuccai quindi e filai fuori dalla porta sul retro per incontrare Wainer nel prugneto. La luna era piena, ma il cielo velato e la nebbia fitta come una coltre la rifletteva argentea in ognidove. Vagammo una po’ per i filari ed i campi, rincorrendoci e ululando come lupi nelle favole e una volta stancati di questo gioco decidemmo di cercare seriamente la Borda, nei fossi della strega non v’era alcuna traccia e nemmeno nei frutteti, decidemmo quindi di sfidarla apertamente e ci dirigemmo verso un piccolo stagno non troppo distante dalle nostre case.

la nebbia aleggiava sull’acqua come una miriade di spettri e il gracidare dei rospi pareva un continuo lamento; le mie ginocchia tremavano e il mio cuore batteva nel petto all’impazzata, ma Wainer non sembrava minimamente scosso mentre tirava con forza sassi sempre più grandi in quelle acque gelide e melmose urlando alla megera di mostrarsi, ridendo forte e sancendo che quella non esisteva o che se anche fosse sarebbe stata troppo titubante e decrepita per affrontarlo.

il tronco di un grande albero abbattuto da un fulmine galleggiava per metà nello stagno, decise quindi di salirci sopra, per avvicinarsi ancor di più all’acqua e mi incitò a seguirlo, io però ero pietrificata dalla paura e le ombre dei rami e i suoni della campagna mi terrorizzavano: non mossi un passo.

mi esortò di nuovo: <muoviti fifona!> gridò mentre saltellava sul grosso tronco, <sei una pisciasotto, vieni qua, non c’è nulla!>, io lo osservavo immobile, mentre il mio cuore batteva così forte che pareva esplodermi nel petto e le orecchie mi bruciavano, lui saltava su quel tronco e tirava sassate allo stagno canzonando la vecchia strega, fino a quando non scivolò, un suo piede perse attrito su quel tronco coperto di muschio e lui perse l’equilibrio, battè la testa su una roccia e finì riverso in acqua, io non mi mossi nemmeno allora. Ci trovarono al mattino, io ancora immobile semi assiderata e lui morto affogato nello stagno.

Un terribile incidente, questo raccontano ancora oggi in paese, anch’io a distanza di quarant’anni avvaloro ancora questa versione, ma ricordo benissimo cosa vidi quell’inverno.

Lui saltava sul tronco, beffandosi di quella creatura, quando d’improvviso un lungo e consunto braccio guizzò fuori dall’acqua e una mano dalle dita adunche e lunghe unghie spezzate e incrostate di fango gli si strinse a una caviglia strattonandolo; la borda fuoriuscì lentamente dalle acque e lo cinse per le spalle schiacciandolo contro la corteccia e gli alitò in faccia una gelida e afona risata, gli avvolse prontamente un legaccio attorno al collo sottile e strinse, facendolo annaspare di terrore nella mia direzione come a chiedere aiuto e poi lo trascinò giù in quelle acque fetide. prima di reimmergersi anch’essa, si voltò verso di me, come a guardarmi dietro a quella stoffa lisa e lercia che le mascherava gli occhi, il viso gonfio, la pelle nerastra e le labbra tumefatte e rotte come quelle dei morti in mare, la vidi per appena pochi secondi, ma non potrò mai cancellarla dai miei pensieri.


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