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Una storia di OrnellaStocco

Questa storia è presente nel magazine Storie di Donne

Dove sono stata felice

235 visualizzazioni

5 minuti

Pubblicato il 23 dicembre 2018 in Altro

Tags: #sognopresentepassato

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I campanelli sono sempre quelli. I nomi, quasi illeggibili, sono scritti con la biro su cartoncini sbiaditi. Sei campanelli in plastica. Di sera venivano illuminati da una lucina che per anni ha torturato la mia mente infantile.
Dove si nascondeva? Chi era quell'anima che tutte le sere puntualmente l'accendeva?
Sei famiglie. Sei vite ordinate. Il primo in basso era il nostro. Tre vite normali che transitarono in quella palazzina negli anni sessanta.
Non suono. Manca il citofono e il cancello in ferro con tracce di ruggine come sempre è aperto. Una bicicletta da uomo appoggiata al muro sembra quella di mio fratello.
Mi bastano pochi passi per trovarmi davanti al portoncino di legno scuro. La maniglia è in ottone. Sembra lucidata da poco. Una bambina è seduta sulla soglia di marmo. Trovo singolare e un po' triste il suo giocare a dama in solitudine. Poco lontano un paio di pattini a rotelle attendono.
-Ciao... abiti qui?
La bambina, concentrata a muovere una pedina, sembra non avere udito. Il fatto che stia giocando con solo le pedine nere non mi stupisce.
Le accarezzo lievemente il capo chino sulla scacchiera. Alza il suo viso paffuto e mi pianta addosso due grandi occhi azzurri.
Quello sguardo limpido lo conosco bene.
-Ti va di dirmi quanti anni hai?
-Dovresti saperlo... oh, come sono diventata vecchia... ti vedi? Hai sei anni e non abiti più in questa palazzina da molto tempo.

Abbassa gli occhi con quella timidezza che mai la lascerà. Le sue lunghe ciglia ombreggiano la pelle chiara.
-Sai, sto andando a trovare la tua mamma...
-Lo so, ti sta aspettando. Ma quando arriva Paola?


Paola era sempre in ritardo. Si andava a scuola assieme. Poi non ci siamo più incontrate nemmeno in questo luogo dove ci si trova. Ogni tanto, qualche notte.


-Ciao piccola, ci rivedremo tra non molto, il tempo passa così in fretta! Ah, mi spiace, ma non diventerai mai una campionessa di pattinaggio.

L'angusto atrio mi accoglie. Le pareti hanno il colore del sugo fatto in casa.
L'inconfondibile odore dell'infanzia è una presenza che avverto nelle narici.
A destra il mobiletto di legno racchiude i vecchi contatori della luce. Lo apro con cautela. Fa sempre quello strano cigolio. Sento un brivido. I contatori sono fermi. Nemmeno l'aria sembra esistere. La bambina si è mangiata tutte le pedine.
Uno. Due. Tre.
Tre gradini. Li contavo prima di suonare il campanello di casa che non è in plastica e non ha scritto nessun nome.
Uno...due...tre...
Faccio più fatica ora, i movimenti sono lenti ma sembra che il tempo si sia fermato in qello spazio sempre uguale. Senza rughe.
Una signora con un grazioso grembiulino a fiori è già sulla porta.

Mamma, come sei giovane.

Mi guarda con espressione incredula. In questa mia età non avrebbe mai potuto vedermi, con le ciglia sfoltite e l'argento nei capelli. Così diversa da allora quando arrivavo da scuola e la prima persona che vedevo era lei. Il suo sorriso è lo stesso come il golfino rosa con i piccoli bottoni in madreperla. Le "pattine" in feltro sono sempre lì, appena varcata la soglia sulla sinistra. Mamma non faceva entrare nessuno se prima non indossava le pattine le quali adempivano ad un compito praticamente vitale a quei tempi: lucidare i pavimenti!
- Sono tornata, vorrei rivedere la nostra casa, posso entrare?
Lei non c’è più, risucchiata da quell'alone che l’avvolgeva come una nuvola leggera. La stufa a kerosene riscalda il piccolo ingresso che mi appare ancora più stretto. La stufa
era l'orgoglio di mia madre, stanca di dover caricarsi sulle spalle sacchi di carbone. Ventimila lire al mese per dieci mesi. L'odore dolce di sugo si mescola prepotente
con quello di petrolio. Posizionata in modo strategico intiepidiva quei settanta metri quadrati che mi hanno ospitato per un decennio. Giù di lì.
Faccio due passi con le pattine che strusciano sul pavimento in marmo.
Giro a sinistra. Entro nel cuore del modesto appartamento. Il tavolo, quello dei pranzi importanti, trionfa al centro della stanza.
Per noi bastava quello del cucinino. Addossato alla parete che divideva in due, come un sipario, la saletta da pranzo.
Il televisore sembra un catafalco. Per evitare polvere e usura veniva ricoperto come si fa con le bare.
La camera di mio fratello conserva l'amato disordine. Mi piaceva entrare quando lui non c'era e rovistare tra le sue cose. Gianni, che era bello come un attore.
- E tu cosa ci fai qui... dovresti essere a scuola se non sbaglio.
- Mi trovavo da queste parti. Qui sono stata felice. Ma ancora non lo sapevo. E tu stai bene lassù? Sei andato via così presto...
Silenzio. Assenze che ritornano. Ma non i morti.

Suonano. Vado ad aprire una porta che non c'è.
Continua a suonare.
Sono in un'altra casa. La bambina mi ha salutato. Adesso è con me.
Il cellulare insiste. Sono le otto di una giornata agognata. Sognata.
-Signora, mi scusi per l'ora, spero di non averla svegliata... le volevo confermare
l'appuntamento con il notaio per domani alle diciotto...
L'agente immobiliare parla a voce alta, sillabando. O mi ha preso per una demente o è molto giovane e io gli sembro molto vecchia.
Il giovanotto impertinente continua.
-Ehm... mi scusi signora, è sicura di volere proprio quello?
- Certo che sono sicura. Guardi che non ho cento anni!
- Se passa in agenzia le potrei offrire appartamenti più recenti, quello che lei vuole acquistare ha più di cinquant'anni...
- Cinquantacinque.
- Ma cara signora non l'ha neanche visionato!
- Non c'è bisogno che lo veda. Lo conosco perfettamente. Ci entro tutte le notti. E voglio tornare a vivere lì, dove sono stata felice.

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