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Una storia di Piperilla

Questa storia è presente nel magazine Mille volte morta

Giorno 291- Di altalene emotive ed...

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9 minuti

Pubblicato il 20 novembre 2020 in Horror

Tags: #introspezione #morte #Romanzoapuntate #Splatter

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Giorno 291 - Di altalene emotive ed esperimenti non programmati

Rabbia. Cieca, bruciante, travolgente.


Fu in preda a una furia indescrivibile che mi svegliai, il duecentonovantunesimo giorno.


L'orrore e il disgusto per la vista del mio corpo congelato nelle spire di una morte violenta erano spariti; la mia mente razionale non mi aveva tradita neanche stavolta e, rapida ed efficiente, aveva metabolizzato e catalogato quell'immagine come superflua e ininfluente, per quanto sconvolgente.


Ma la rabbia no; quella non poteva sparire allo stesso modo.


Sapevo che non mi sarei dovuta stupire: la Signora delle Perle era sempre stata molto chiara su quale fosse il suo fine e su non avere scrupoli sui mezzi da utilizzare per raggiungerlo, dunque ogni sua azione aveva senso. Eppure, la gioia maligna con cui mi sferrava i colpi più violenti e meschini riusciva a farmi saltare i nervi come niente e nessuno era mai stato in grado di fare.


Mi alzai sbattendo i piedi sul pavimento e le mani sul materasso.


«Ascoltami bene» esordii, facendo vagare lo sguardo lungo la mia stanza. «Tanto lo so, che sei appostata da qualche parte e non ti perdi una parola di quello che dico. Ti sei divertita abbastanza, in questi sei mesi: adesso prendo io in mano la situazione. E poi vedremo chi è che si diverte!»


Nessuno mi rispose. Non che me lo aspettassi, ma pur sapendo che la Signora delle Perle mi ascoltava, parlare da sola mi faceva sentire come se avessi smarrito anche l'ultima briciola di ragione.


Sbuffai. Quella specie di conversazione a senso unico era irritante e inconcludente: non solo non serviva a nulla, ma rischiava seriamente di farmi arrabbiare più di quanto già non fossi.


E allora esci, pensò un angolino del mio cervello. A che ti serve rimandare i tuoi propositi? Puoi comunque fare qualcosa di nuovo, qualcosa per mettere alla prova la tua risoluzione e vedere se il piano che hai elaborato con tanto impegno può realmente funzionare. Non tutte le possibilità hanno bisogno di cura e preparazione, per essere messe in atto.


A volte amavo il mio cervello più di quanto avrei mai potuto fare con un altro essere umano: lui sì che non mi tradiva mai.


Iniziai a cambiarmi senza neanche perdere tempo con la doccia.


«Sai cosa ti dico, cara?». Un'improvvisa allegria mi aveva pervasa: forse era la prospettiva di far infuriare la Signora delle Perle come lei aveva fatto con me il giorno precedente, o magari era semplicemente l'aver progettato qualcosa dopo tante settimane in balia degli eventi... quale che fosse il motivo, avevo il morale alle stelle. E magari tutti quei repentini cambiamenti d'umore avrebbero dovuto preoccuparmi, ma tanto le cose non potevano in alcun modo andare peggio. «Adesso esco e vado a rendere produttiva questa giornata... a differenza tua, che con ogni probabilità anche oggi farai un buco nell'acqua».


Uscii di casa che ancora ridevo.


L'ora di punta era passata da poco; il traffico si era snellito sensibilmente e scorreva senza intoppi, ma nonostante questo scelsi di fare una passeggiata. Avere un progetto mi aveva rinfrancata: lo smog mi sembrava fresca aria di montagna, il cielo velato da una leggera foschia ai miei occhi era di un turchino luminoso e il calore del sole somigliava all'abbraccio amorevole di un genitore. Programmare – decidere – era un'azione che portava con sé una straordinaria quantità di energia.


Percorsi un marciapiede dopo l'altro con passo elastico, mentre i miei occhi rimbalzavano da una persona all'altra, da una vetrina all'altra, da una possibilità all'altra.


Una banca? Non ero dell'umore giusto.


Quel corriere FedEx dall'altro lato della strada? Con ogni probabilità, inconcludente.


Il tombino aperto che fagocitava e vomitava operai a ritmo costante? Troppo affollato.


Sollevai lo sguardo: in quella zona del centro i palazzi facevano a gara in altezza, innalzandosi verso la volta celeste quasi volessero perforarla. Da lassù si doveva godere di una splendida vista… soprattutto se si fosse continuato a tenere il naso puntato verso il sole.


Sorrisi: dare una toccatina al cielo suonava bene.


Scelsi il palazzo più alto nei paraggi: ventisette piani di mattoni e metallo in stile Anni '20, sormontati da un bel terrazzo. Aveva decisamente un che di poetico.


Entrare fu abbastanza facile: un'occhiata veloce su Internet bastò a scoprire che uffici ci fossero in quel palazzo e, per lasciarmi passare, al portiere non servì altro che il nome di uno di essi e un sorriso da parte mia.


Tsk, pensai. Ingenuo: potrei essere una ladra o una terrorista e tu saresti responsabile di qualunque mia malefatta tra queste mura!


Scrollai le spalle: in fondo, in quella circostanza la superficialità del portiere giocava a mio favore. Non aveva senso recriminare – fosse anche solo nella mia testa – per avere ottenuto quello che volevo!


Arrivare sul tetto dell'edificio fu questione di poco; e quando finalmente tornai all'aperto, non potei fare a meno di essere soddisfatta di me stessa. Avevo avuto ragione: il calore del sole aveva spazzato via la foschia che per buona parte del mattino aveva reso l'aria densa e appiccicosa e, da lassù, il cielo acquistava una trasparenza tutta nuova.


Mi avvicinai al parapetto e guardai in basso: vista da lì la città somigliava a un formicaio in technicolor, persone e automobili trasformate in puntini variopinti che si muovevano a diverse velocità.


Fu a quel punto che mi sentii pronta a mettere in atto la mia idea.


Appoggiai le mani sul parapetto e, facendo forza sulle braccia, mi sollevai e mi misi in ginocchio sui mattoni; poi, lentamente – molto lentamente, restia com'ero a rovinare tutto a causa di un movimento brusco – mi rimisi in piedi, allargando le braccia per bilanciare il peso del corpo mentre mi alzavo.


Il primo respiro che presi, lì, in piedi su quel muro, con nulla a separarmi dal vuoto, generò una scarica di adrenalina che mi percorse ogni vena e ogni nervo in meno di un secondo; sentivo il sangue battermi un ritmo forsennato nelle orecchie, le dita formicolare e un senso di impazienza torcermi lo stomaco. La città era sotto di me, inutile e insignificante; il cielo mi sovrastava come una bolla protettiva e il vento leggero che mi sfiorava ricordava una carezza incoraggiante.


Ero sola. Ero libera. E – anche se solo per quell'istante – ero padrona del mio destino.


Poi, prima di poterlo controllare – prima di poterlo pensare – un grido gioioso mi risalì la gola e riempì l'aria.


Ero esaltata.


E fu quell'esaltazione che mi spinse a spalancare le braccia.


Fu quell'esaltazione a farmi fare un passo in avanti, dritto nel vuoto.


Quell'esaltazione mi portò a compiere un volo di ventisette piani.


Durò poco, quel volo. Ebbi appena il tempo di sentire con quale potenza la forza di gravità mi avesse agguantata e trascinata verso il basso che già ero arrivata a terra.


Lo schianto fu di una violenza inaudita. L'impatto fu brevissimo e definitivo: il momento in cui la mia caduta si arrestò contro il marciapiede, infatti, fu anche quello della mia morte.


Perché quando toccai terra, esplosi.


Non esplosi nel senso letterale del termine, certo; ma il modo in cui le mie ossa si sbriciolarono a contatto con l'asfalto e la potenza con cui gli organi interni vennero compressi fino a ridursi in una massa informe e inutile all'interno del mio corpo, ricordavano la deflagrazione di una bomba.


A pensarci bene, forse sarebbe più corretto dire che la mia fu un'implosione... ma la morte è morte, e certi dettagli sono trascurabili: questo continuavo ad averlo presente.


Le urla degli astanti e lo scalpiccio dei loro piedi mentre si allontanavano da me il più velocemente possibile erano assordanti; tanto da impedirmi di sentire l'unico paio di piedi che, invece, si avvicinava a me.


Mi resi conto che qualcuno mi si era accostato soltanto quando vidi un paio di scarpe color cipria dal tacco alto fermarsi a pochi centimetri dalla mia testa.


Una mano mi afferrò la spalla e mi rivoltò senza troppi complimenti.


«Cosa credi di fare?» esplose la Signora delle Perle. La sua espressione era tremenda: gli occhi sgranati, il volto cereo, le labbra sottili ritratte sui denti e la vena che le pulsava frenetica sulla tempia sinistra... tutto, nel suo aspetto, trasmetteva una furia senza eguali.


Ma nonostante questo, l'unica cosa che provai quando l'ebbi di fronte fu il desiderio di ridere.


«Non c'è niente di divertente!» gridò furibonda quando captò il mio pensiero. «Forse te lo sei dimenticato, Rose, ma non puoi fare come ti pare


Pare che io l'abbia già fatto, pensai giuliva. Numi, che avrei dato per poterle fisicamente ridere in faccia!


Il volto della Signora delle Perle si chiazzò di rosso. «Forse è quello che pensi, ma qui sono io, l'unica che può decidere quando e come devi morire!»


Non si direbbe. La replica mi si formò nella mente più veloce del lampo. Devo morire ogni giorno, no? E fintantoché muoio, se arrivo prima di te, nulla cambia nel tuo grande schema delle cose. Quindi, a meno che tu non abbia intenzione di farmi morire nel modo più rapido e immediato possibile non appena apro gli occhi al mattino, non potrai arrivare sempre prima di me. Anche perché, se facessi così, non raggiungeresti mai il tuo scopo. E come potresti? Non ci stai riuscendo prendendo ogni accorgimento per farmi soffrire nei peggiori modi possibili – che speranze avresti di farcela, se togliessi anche l'ansia dell'attesa, dell'ignoto, del dolore? Gongolai tra me. Scacco matto!


Quanto più la Signora delle Perle seguiva il mio monologo, tanto più la sua furia – già grande – sembrava crescere. Nel momento in cui terminai il mio pensiero, aveva l'aria di qualcuno pronto a radere al suolo l'intero globo.


«Vuoi ancora sfidarmi, Rose?» ringhiò. «Non ti è bastato quel che ti ho fatto in casa di tua madre – davvero non hai capito nulla, da quell'esperienza?»


Altroché se ho capito, pensai in risposta. Ho capito che genere di potere non posso concederti. Ho capito quali debolezze devo eliminare dall'equazione, perché tu non possa sfruttarle. Feci una pausa. Ho capito che sono libera.


«Libera?». Il tono della Signora delle Perle era quasi allarmato, quando mi pose questa domanda. «Libera da cosa?»


Dai vincoli. Dai limiti. Dallo scoglio più grande che gli esseri umani hanno sul loro cammino. Sorrisi tra me. Sono libera dall'idea che la morte sia un viaggio di sola andata... e questo grazie a te.


Il viso della mia nemesi divenne di pietra: di colpo avevo di fronte una statua, gelida e immobile, l'espressione imperscrutabile. Soltanto i suoi occhi ardevano, pieni di quelle fiamme che solo una rabbia profonda può generare.


«Non cantare vittoria così facilmente, Rose» sibilò mentre l'oscurità mi strisciava addosso e mi divorava. «Potresti avere una brutta sorpresa».


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