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Una storia di Wolfwriter

Lo scroscio dei sogni

Storie di viaggiatori anomali

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14 minuti

Pubblicato il 03 gennaio 2019 in Viaggi

Tags: #viaggo #immigrazione #difficilt #coraggio #redenzione

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Le onde sono spumose. Almeno così le vedo dalla panchina su cui sono seduto. Sembrano litigare per accaparrarsi il primo posto sugli scogli. È un azzuffarsi senza precedenti, un incontro di lotta. E pensare che delle volte sono così tranquille, dormono silenziose in fondo al mare e non danno fastidio a nessuno. Rimuginano nelle profondità una tattica per arrivare a toccare la roccia prima delle altre ma poi tutti si ritrovano nella bolgia, d’improvviso, senza nessuno che gli dia un comando, senza nessuno che le salvi dalla tempesta. Non sono preparate, non hanno esperienze fatte e vanno a morire sul bordo di una banchina o sul pilastro di una di quelle casette dei pescatori, sature di vigliacche reti che se ne stanno all’asciutto senza prendere nessun pesce, neanche una diavolo di spigola smagrita o un’insipida cozza rovinata dal calcare. È il vento che le governa, è lui che fa da arbitro a tutto ed è egli stesso che prende la decisione di dar via ai giochi nell’istante più inadatto. Un sibilo e la partita incomincia. Me ne sto seduto ad osservare questa lotta cruenta per la vita e provo la stessa sensazione di fastidio e schifo verso i telegiornali durante l’ora di pranzo. La panchina però è più comoda della sedia di vimini e degli occhi di mamma che osserva ogni mia mossa come per leggere ciò che penso. Ci rifletto un po’ e immagino che ogni onda abbia un nome, una famiglia ed una vita alle sue spalle, nelle profondità marine. La immagino imparare l’italiano con un quaderno e con una penna. La chiamerò Jonathan, come il gabbiano.

Ha gli occhi castani con enormi pupille nere. La pelle è scura, etiope forse. Il volto è smagrito, allungato e segnato da zigomi alti e marcati. I capelli sono cortissimi, si fondono con le basette e con le ombre degli occhi. Jonathan ha diciassette anni ed è alto un metro e ottanta. È magrissimo, pelle e ossa. Va a scuola correndo per due ore lungo il fiume che costeggia una miriade di piccoli villaggi nella sconfinata solitudine degli altipiani etiopi. Ha un quaderno soltanto, colore del mare e con un delfino che sorride. Se lo stringe fortissimo mentre corre e chiude gli occhi per non pensare a quanta strada ancora c’è da fare. La penna l’ha persa una settimana prima ma il carbone o la grafite saranno ugualmente utili durante le lezioni di matematica. Quella materia gli è sempre piaciuta, dal primo momento in cui ha incominciato a pronunciare i primi numeri con il labbro leporino che gli graffiava ancora il volto. Ora rimangono solo una cicatrice e tanti numeri da sommare, dividere e moltiplicare in una molteplicità di soluzioni. La matematica gli dà sicurezza, quasi lo portasse ad immaginare un mondo adatto al sorriso della felicità ed un mondo con poche regole ma tante strade. Lo sogna così il suo mondo ideale, un mondo matematico e senza confini mentali da seguire, solo verità. Da grande diventerà famoso, se lo sente, lo avverte mentre risolve equazioni e mentre le cancella freneticamente perché ha il colpo di genio preso al volo nella mente.

Oppure lo chiamerò Bob, come il cantante di reggae.

Bob non è molto alto e porta grossi occhialoni con la montatura sporca di terra e piena di graffi. Lui è piccolo, ha poco più di dieci anni ma tanta energia. È il più veloce dei suoi amici. Si volta e non li vede più perché troppo lenti, perché troppo veloce. Non mangia tanto e quel che mangia non gli piace. Sempre riso con latte di capra. Non riesce a digerirlo e sta lì a contorcersi dal dolore per una buona mezz’ora. Non è l’amore della mamma che è guastato ma è quel riso che non si rompe nello stomaco e rimane lì per ore prima di liberare la pancia, che lo fa sentire debole e gli fa provare una lancinante pressione sullo stomaco. Passato il dolore corre, con il fiato corto ma corre per liberare le mille ingenue domande a cui nessuno darà mai risposta. Vorrebbe una prateria difronte a sè, una distesa d’erba verde sgargiante. Tra le chiappe ha sempre la foto un po’ stropicciata e umidiccia del suo idolo dalla super velocità. Bolt lo ha sempre impressionato, lo ha incantato dal primo momento. Un giorno correrà come lui, se lo sente, lo avverte mentre calpesta a piedi nudi i ciottoli della strada, lo avverte nel bruciore dei suoi tendini ancora giovani. Lo avverte perché preso da una forza non sua, perché parte di un mondo non suo, perché non è adatto a quella sua piccola parentesi di tristezza.

Potrei anche chiamarlo Ivo come lo scrittore bosniaco.

Lui è biondo e con occhi color perla. I capelli sono luminosi, morbidi e sottili. Gli danno fastidio delle volte quando soffia il vento e le sue guance si arrossano. La madre glielo dice sempre di mettere la gelatina ma quello schifo a lui non piace. A lui piace vedere le falci di sole accarezzargli la testa ma il sole a lui lo tocca poche volte perché lì da lui non c’è. Non c’è mai quella palla di fuoco che nei cartoni trasmessi la sera dopo cena sorride e parla di calore e di vita. Lì da lui è freddo e scuro. Alle otto di mattina per andare a scuola può seguire le stelle, sono sempre presenti loro. Sembrano spettatori di una partita giocata tra uomini piccoli come formiche. In quella lucentezza degli astri ci trova un enigma che fin da piccolo ha tentato di scoprire, di svelare. Quei minuscoli bagliori che sembravano sorridergli dall’alto e quel nero indecifrabile, inudibile, intangibile lo hanno accompagnato per anni lungo il suo cammino colmo di domande. Astronauta! Viaggiare per le infinità dello spazio come i cagnolini dei film che aveva visto ogni Natale con tutti si suoi cugini! In quel periodo era tutto più sincero, tutto più pulito ai suoi occhi. Ora con i sui ventitré anni non cosa fare. Se andare via da quel posto e provare a far diventare quel suo piccolo sogno realtà o rimanere lì ed aiutare sua madre a tagliare la legna vicino casa e godersi il brivido del buon tè croato. Quel freddo lo colpiva ogni giorno di più ed i suo cuore si congelava lentamente dietro lo sterno. Voleva volare via da quella sua realtà. Diventerà qualcosa, se lo sentiva. Lo sentiva dentro le sue vene e nell’energia impressa nella sua accetta per tagliare grossi tronchi di pini profumati. Riusciva a scorgere nei suoi movimenti una voglia di fuggire da lì. Ascoltava il suo cuore e poteva sentire la musica italiana e assaporare il profumo dei cornetti sotto la Torre Eiffel.

Un altro nome c’è. Ci pensavo ieri mentre provavo a cambiare canale senza soffermarmi su tutte le notizie sature di tristezza ed insensata pazzia. Nomi che rimbombano nel subconscio ed ogni tanto balzano fuori come macchie nere nei fogli bianchi pronti per essere dipinti. Tutto. Ecco il nome.

È un tutto concreto, non astratto o soltanto frutto dell’immaginazione. È un tutto fatto di donne con bambini in grembo e neonati con un nome ancora da scegliere che forse seli porterà via il vento. È un tutto bianco, nero, giallo, rosso, verde, viola ed altri mille colori impregnati nei vestiti di mille uomini in viaggio verso la salvezza o verso un mondo che immaginano forse più giusto. È un tutto senza scuse e senza ambigui significati. È un tutto di lacrime, sorrisi, urla, sangue, fango, acqua ed ingenua follia. Questo non parla, non grida come persone senza vita ma sussurra al cuore tramite l’eco del mare e il sibilo del vento. Come con le onde, non c’è nessuno che ti avverte e nessuno che ti chiama. È senza un vero legame con la vita ma ha mille vite sospese su un filo sottile e facilmente sollecitabile. Non ha una casa perché è la casa di tutti. È freddo come la steppa dell’est ed incandescente come il ciglio della strada rossastra lungo il deserto verso un mondo meno aspro. Non ha un sogno ben preciso, non vuole correre a perdifiato per superare se stesso e non ha alcuna intenzione di superare i confini della terra per toccare le stelle più luminose, lui è semplicemente in attesa di una risposta al dolore, una risposta alla crudeltà del cielo terso, una risposta alla potenza delle onde che si schiantano sui corpi di uomini senza se stessi nel bagaglio. Lui non se lo sente che sarà qualcosa perché è già tutto ed aspetta solo che qualcun altro riesca a capire di cosa è fatto veramente e riesca ad accudirlo come si fa con i neonati dopo il primo pianto per liberare i limpidi polmoni.

Le onde hanno smesso di litigare tra di loro ed io mi godo il silenzio del momento ascoltando il mio respiro. Forse Jonathan sarà seduto a scarabocchiare calcoli sul legno. Lo imito sommando con la mente numeri a caso e mi sento stupido. È una sensazione leggera che poche volte ho provato nella mia vita. Si possono contare sulle dita perché oramai non ci colpisce più nulla, non ci fa sentire nulla come dei bambini che corrono sotto la pioggia e che piangono perché non hanno nulla ma nelle loro lacrime c’è un certo senso di affetto verso il mondo. Noi non abbiamo più nulla che somigli alla pioggia o al calore di un abbraccio. Consideriamo tutto un diritto innato e presente già nella nostra vita dal primo istante in cui il cuore batte nel nostro petto. Non siamo capaci di amare. Bob ama la corsa perché nel calore del fiato, nello sforzo delle gambe e nel vento negli occhi trova rifugio come fosse un abbraccio. Bob è troppo lontano per capire che qui è tutto gelido, inerte sotto una cupola di vetro edificata da televisioni e confuse parole.

Eccolo che arriva, oramai è solito. È una barca bianca con sgargianti strisce rosso fuoco. Un filo, non tanto spesso ma resistente si unisce ad un gommone più o meno lungo quindici metri. È una macchia nera. Mi tremano le vene del collo. Deglutisco lentamente per rispettare il rumore delle due imbarcazioni. Mi alzo e corro verso la spiaggia vicino al porto. Nel piazzale delle banchine ci sono centinaia di persone che si muovono come formiche indaffarate ad accogliere quelle due barche. Più di dieci ambulanze ed una miriade di auto con le portiere spalancate colmano lo spiazzo. I due mezzi pian piano, come in un videogioco, si rivelano nei particolari. Piccoli puntini bianchi emergono nella tensione di quella chiazza di nero che interrompe l’azzurro del cielo. Sembra fastidiosa con quella sua innaturale imprecisione. Cammino velocemente verso l’entrata del porto e mi intrufolo dentro lo spazio zeppo di paramedici. Mi allontano e mi siedo su un container dove ho una perfetta visuale di quell’attimo a me nuovo, senza risposta. Arrivano, sono sempre più vicine, sale la tensione, sale la paura, salgono le domande ma nulla interrompe il silenzio assordante che rimbalza lungo le chiglie delle navi in vicinanza e si confonde con le onde dormienti. Ecco, sono uomini. Quella macchia nel mare vive, respira, ha paura, è felice, forse è anche morta. Si ferma e i mille occhi della chiazza scura si smuovono freneticamente. Tutti sul porto sono pronti per l’arrivo, sono pronti a ricevere le onde e a prenderle al volo. Devono essere tutti bravi a giocare a questo gioco, vedo freddezza e concentrazione. La paura ora non deve avere che un posto secondario, non serve a nulla. Il primo scende dalla barca. Le sue gambe tremano. Cade. Viene sollevato e steso per terra. Le lacrime mi imperlano le guance. Ne scende un altro, sembra Jonathan con quella sua camminata veloce e matematicamente calcolata da un ritmo cadenzato ma sicuro. Sorride e solleva le braccia al cielo. Tutti urlano di gioia e sorridono. Una lacrima mi è cascata lungo le labbra ed il sapore salato mi congiunge al mare. Scendono pian piano tutti quanti e pian piano lo spiazzo si trasforma in un piccolo tripudio di persone, medicine e coperte luccicanti. Il gommone è vuoto e rimane sono il silenzio a gridargli contro. Il silenzio della morte di due ragazzi. Ne sollevano uno e sembra proprio lui, proprio Bob. Gli occhiali hanno la montatura bianca e cascano nell’acqua perdendosi sul fondo. Una mano è inerte e viene scossa dal movimento dei due che cercano di portarlo fuori dalla sua trappola. Gli occhi sono chiusi ma si scorge il bianco del bulbo nelle vibrazioni del corpo. Avrebbe corso per sempre nella sua prateria dei sogni. Avrebbe salutato il suo amico Bolt dall’alto e gli avrebbe sorriso con i dentoni luccicanti. Lì di riso non ne avrebbe trovato e invece avrebbe mangiato tonnellate di succulenta frutta e verdura che aveva visto nei film proiettati ogni mese nella piazza del piccolo accampamento dove viveva. Il corpo lo hanno poggiato per terra su un telo nero. Sembra sorridere e ringraziare tutti per averlo fatto arrivare sulla terra dei suoi sogni. Non ce la faccio. Scappo via, sono vigliacco. Corro con le lacrime agli occhi ed il telefono squilla frenetico avvertendomi che mia madre è allarmata. Me ne frego della vibrazione e corro senza un perché ma con l’obbiettivo di allontanarmi da quel posto, dal quel posto dentro il mondo in cui fa freddo per tutti ora. L’immagine mi rimbomba nella mente scatenando impulsi frenetici, psichedelici, allucinogeni. Non capisco più nulla ora, sono senza me stesso e mi muovo senza rendermene conto. Svolta a destra, svolta a sinistra e dritto per un chilometro. Mi sembra di seguire Peter Pan nella sua isola ma mi ritrovo steso sulla sabbia del lido dove di solito passo l’estate. La sabbia mi graffia il volto. Non so perché ma quella sensazione di ruvido calma le mie lacrime. Loro pian piano si tranquillizzano e ritornano ad accumularsi agli angoli degli occhi. Mi brucia tutto, è tutto un tumulto e l’anima si percuote imprecando contro un qualcosa di onnipotente che possa aver causato questo. E Ivo?

Quell’altra onda, quell’altra anima cosa avrebbe fatto, cosa avrebbe passato lungo chilometri di fre<ddo per raggiungere questa terra che tanto odio? Che cazzo succede? Forse tutto si sta rivoltando in un’incomprensibile codice di tristezza, confusione e rabbia verso un mondo creato da noi stessi. Forse Ivo si sarebbe salvato e avrebbe incontrato Jonathan per chiacchierare davanti ad un caffè e per parlare dei loro sogni avverati. Si sarebbero capiti nella loro lingua dei numeri e delle leggi fisiche. Sorrido come uno scemo e continuo ad immaginare una loro vita perfetta come nei sogni. Forse quella loro disperazione e quella loro ostinazione li porterà davvero a realizzare quei loro sogni giganti per piccoli uomini. Forse Ivo toccherà veramente con mano il buio dello spazio e sarà veramente la stessa parte luminosa delle stelle più belle. Forse il suo sogno sarà realtà perché sono i sogni a fare la realtà, sono i sogni a dare forma al mondo. Jonathan sarà un premio Nobel, ne sono certo, sicurissimo, me lo sento. Me lo sento come si sente il vento freddo che sbatte contro le finestre di casa. Me lo sento come Bob si sentiva che sarebbe arrivato a correre nell’infinito e ci è riuscito. Me lo sento perché mi fido della perseveranza e potenza dell’animo umano. Me lo sento perché corro, salto, calcolo, penso, scrivo, vivo come loro e come loro avverto che una cosa avverrà. Non ho paura di ridere da solo e lo sto facendo come mille altre stelle ridono con me. Eccola, se vede da qui un piccolo bagliore che nasce nuovo e limpido nel cielo. Bob ora mi saluta e mi accarezza l’anima senza rimorsi, solo con la convinzione che la vita non smette di sorprenderci e di definirci invincibili. Siamo invincibili quando riusciamo a passare nottate nella merda d’uomo per arrivare in una nuova terra. Siamo invincibili quando riusciamo a resistere al sangue delle vesciche sotto i piedi dopo ore di camminata. Siamo invincibili perché vinciamo noi stessi e perché si, dannazione si, siamo grandi come le stelle e piccoli come gli atomi che danno vita a questo mondo. Siamo quel tutto che ho immaginato sulla panchina che osserva il mare e che conosce tutti. Lei conosce la direzione ostinata e contraria di chi ha scelto di essere diverso, di chi con il marchio speciale di speciale disperazione non ha pensato a se stesso ma al suo futuro con chili di frutta intorno, con delle scarpe da podismo nuove di zecca, con una matita in mano e con la felicità alle stelle.

Eco d’o mare a tutt ‘e guagliun
parlen ancor d’ammore e libertà
scuordete o male addò e criature
cu poco e niente o’ssaje se sanne accuntentà

Eco del mare a tutti i ragazzi

Parlano ancora d’amore e liberta

Scordati il male dove le creature

Con poco o niente, lo sai, si sanno accontentare.

Eco del mare – Rocco Hunt feat Enzo Avitabile


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