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Una storia di Morea_writer

Il gomitolo

Nonna, perché non parli?

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7 minuti

Pubblicato il 26 aprile 2021 in Horror

Tags: #suspence #story #horrorstories #horror

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La nonna guardò il gomitolo di lana, incuriosita come un gatto. In effetti, era simile al suo gatto Timmy, pensò Martina, ma non così uguale. Era ingrigita, con i riccioli stanchi che le pendevano di lato alle orecchie e con una faccia grinzosa che ormai non raccontava più nessuna storia. Ma quando Martina le portava un regalo sembrava felice, immersa in un sorriso antico che rifletteva le ultime luci di un passato stantio che non le faceva vibrare più la lingua. La nonna aveva smesso di parlare da un anno, ma senza motivo.


“Ti piace questo gomitolo, nonna? Bello, vero, questo colore?”, chiese Martina per sentire una risposta, si sarebbe accontenta di poche sillabe. Era da quando aveva smesso di parlare che ci provava, ma tutti i regali sorprendenti che le portava non erano abbastanza.


La nonna baciò i fili di lana più sporgenti, lilla, un colore che spargeva energia nella stanza fredda. Dalla finestra entrava solo una scia polverosa di luna. Era tardi e Martina doveva tornare a casa, ma le piaceva stare con la nonna e poi, quella speranza di poterla finalmente risentire, la tratteneva sempre più del dovuto. Anche se non ricevette risposta, quel gomitolo doveva piacerle, perché la nonna cominciò a passarselo tra una mano e l’altra. Oh come erano sottili quelle dita ossute, Martina le scrutò pensando a cosa altro dirle per spronarla.


“Potrebbe piacere anche a Timmy, non è così nonna?”.


Il gatto Timmy allora fece un balzo e si accovacciò sulla gonna a fiori della nonna, che le arrivava fino alle pantofole, come una coperta. La nonna restò zitta e osservò la nipote da capo a piedi, con un sorrisetto.


“Ti piace la mia maglia?”, domandò allora Martina che era diventata una donnina deliziosa con quei capelli rossi e l’incarnato chiaro di una dea. Aveva imparato a vestirsi ammirando le studentesse più grandi di lei a scuola e le presentatrici dei reality in Tv. Quella sera indossava una maglia celeste, con lo scollo a cuore, e un pantalone di jeans a zampa d’elefante.


“Cos’è che ti piace?”, domandò ancora, vedendo che la nonna insisteva con lo sguardo. Seguì la traiettoria degli occhi minuscoli. “La mia collana?”.


La nonna si infilò un dito in un riccio e strinse le labbra in un gesto smorfioso.


“È un regalo delle mie amiche”, spiegò Martina e sfiorò il punto luce verde acqua che le riluceva sul seno. “È stato un mese fa, ti ricordi? Forse è stato anche il regalo più bello che ho ricevuto, perché non me l’aspettavo. Certo, mi piacciono anche i libri di mamma e il portachiavi di papà, ma questo mi si addice di più”. Concluse la frase con un’espressione così orgogliosa che il petto le si gonfiò nello scollo romantico, e ravvivò i capelli rossi come una regina che saluta dalla sua carrozza. Sorrise alla nonna che però aveva le labbra all’ingiù, in una curva ostentatamente triste. La nonna si era tirata indietro nella poltrona e Timmy sembrava essersi appiattito su di lei, un fiore assopito in quel prato di stoffa.


Martina singhiozzò e si portò una mano alle labbra tremanti. “Credi che sia troppo vanitosa? Lo pensi anche tu, come mamma e papà? Ma io non voglio imitare nessuno, nonna, e i ragazzi a scuola non mi guardano perché metto la gonna. Io sono una brava ragazza e studiosa anche. Te lo giuro! Non perdo tempo in fesserie”.


La nonna allungò una mano e le sfiorò un ginocchio. Martina alzò lo sguardo frenetico. “Oh nonna! Che bello! Allora mi credi!”. Le strinse le dita e una punta lilla spuntò da sotto l’unghia del suo indice. “È il gomitolo”, sussurrò Martina e tirò l’estremità del filo che si tese. La nonna teneva stretto un altro punto. Quel filo sospeso nell’aria le teneva unite. Si guardarono. La nonna aveva ammorbidito le labbra e tirò Martina, con dolcezza, verso di sé.


“Vuoi giocare?”, domandò Martina e la nonna cominciò a sgrovigliare il gomitolo e a passarselo intorno alle orecchie, con un sorriso abbandonato che diventava sempre più lontano. Martina capì subito il gioco e l’aiutò, girandole il filo nei capelli e poi intorno al petto. Timmy scattò giù sul pavimento e scappò in cucina.


“Dovrai alzarti, per le gambe!”, esclamò Martina divertita e cominciò a canticchiare una canzoncina che aveva imparato a scuola quando era piccola. “Io e la nonna ripariamo l’aquilone e ce la diamo a gambe in un momentone. La mamma e il papà non se ne accorgeranno, perché siamo piccole e più precise di un ragno”.


La nonna si afferrò alle maniche della sua maglietta per tirarsi su, pesante come un grosso sacco pieno, e Martina traballò.


“Attenta nonna”, disse Martina, cercando di sostenerla.


La nonna stringeva i sui tricipiti sotto la magliettina celeste, tanto forte come se in quel cielo di stoffa volesse procurare un temporale. Il gomitolo rotolò per terra come una granata e tagliò la scia di luna. Poi lo sguardo della nonna la risucchiò.


Martina lanciò un urlo, perché quegli occhietti mesti avevano abbandonato la bellezza antica e proiettavano un oscuro riflesso. Erano due bottoni senza spessore, bucati di orrore. Il volto paralizzato nelle rughe, in una specie di stato di sorpresa.


“Nonna che ti prende?”, domandò Martina indietreggiando, ma la nonna le si era attaccata, quella nonnina dolce e indifesa senza parola, non mollava.“Nonna, mamma mi sta aspettando”, tentò Martina, improvvisamente presa alla sprovvista. La nonna era sempre stata una donna pacata e secondo il dottore, che la teneva sotto osservazione, aveva solo piccole amnesie ogni tanto, nessuna malattia, momenti di confusione, ma poi ritornava in sé.


Martina si ritrovò a pensare a quanti sprazzi della sua presenza c’erano nel quadro della sua infanzia; a quanto le loro passeggiate al parco e le torte sfornate, rigorosamente al cioccolato, avevano colorato la sua vita di bellezza. Certo, non erano state tante volte, perché la mamma e il papà non volevano che lei tralasciasse gli studi e forse la nonna, nonostante fosse la madre di suo padre, non gli piaceva quanto piaceva a lei, e proprio per questo forse adesso pretendevano che non ritardasse troppo quando andava a trovarla, ma lei trovava bellezza nei loro incontri. O forse era quella speranza che la spingeva a restare, perché la nonna si limitava solo a sorridere e a muoversi un po’ sulla poltrona alla vista dei suoi regali, quindi non le dava tanta soddisfazione, ma non aveva mai pensato che il motivo omesso dai suoi genitori si nascondesse dietro quello che stava succedendo.


“Nonna, ti prego!”.


E poi pensò: “Perché mamma e papà non vogliono che venga a trovarla? Perché non me l’hanno detto?”.


Le venne in mente la favola di Cappuccetto Rosso. Quello sguardo era feroce come quello di un lupo, mancava solo che digrignasse i denti e ululasse. Il lupo cattivo ha mangiato la nonna e ora mangerà anche la nipotina, sembravano dirle quegli occhi.


Le dita della nonna stritolavano la sua carne, sentiva la pelle pizzicare per il bruciore. La nonna mostrò i denti gialli che sembravano appuntiti e cacciò la lingua fuori, arida, distorta come chi cerca di vomitare il brutto che gli ha fatto male. Tolse le mani dalle sue braccia e afferrò il punto luce al volo, come una mosca.


“Nonna! Ti prego, nonna! Non…”, ma si sentì mancare il fiato perché ormai la collana le stringeva il collo, la sentiva raspare sulla pelle. Il punto luce tremava come un lume durante un terremoto.


“Nonna!”.


Martina annaspò, cercò di ingoiare aria e cadde sulla sedia di fronte la poltrona, sentendo lo schienale di legno frastagliato tirarle i capelli rossi. Si incurvò sotto il peso delle mani della nonna e un rivolo della sua vecchia saliva le calò sulla guancia e poi nella bocca increspata come un pesce che ha ingioiato l’amo. Sapeva di qualcosa di salato, di imputridito. La nonna si era ammuffita dentro a quel lupo. Ora lo vedeva chiaramente al suo posto, anche se la luce intorno si affievoliva. Gli occhi le sembravano più neri della tappezzeria della macchina di sua padre e opachi, privi di ragione, il viso si incartapecoriva in smorfie pazze, con quella lingua saettante che danzava rock and roll, e il filo di gomitolo di lato alle orecchie pendeva verso di lei come la sua saliva.


“Mamma, papà, ma che cos’ha la nonna? Lei mi voleva tanto bene! Perchè non parla più?”. E a quel pensiero, all’improvviso l’aria le entrò prepotente nei polmoni e sentì l’esofago rilassarsi. Fu un attimo, ma poi l’aria si bloccò ancora, perché la nonna, con le sue mani da buona vecchina delle favole, afferrò il gomitolo da terra, in un tempo così breve che Martina lucida avrebbe potuto domandarsi che fine avessero fatto i suoi acciacchi della vecchiaia, e tanto ancora più veloce glielo ficcò nella bocca vogliosa di ossigeno, come un lampone succoso.


“Mangia nipotina”, la nonna parlò, poche sillabe, Martina poteva essere soddisfatta ma aveva gli occhi chiusi.



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