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Una storia di GioMa46

Questa storia è presente nel magazine TRAVELOGUE

HALLOWEEN BY DAY

VADEMECUM ROMANO / 3

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13 minuti

Pubblicato il 31 ottobre 2019 in Fantasy

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Roma - Piazza di Spagna
Roma - Piazza di Spagna
Il Tevere
Il Tevere

VADEMECUM ROMANO / 3


Le strade notturne poco affollate non mi danno alcun sollievo. Dovunque vedo ombre adunate nascondersi e riapparire nell’incedere delle nubi sul volto della luna. Mi riprendo un poco quando, attraversata Porta Pia, finalmente incontro un posto di ristoro, l’unico aperto a quell’ora.

“Una birra gelata, per favore, presto!”

Non è questa un’ora in cui avere fretta!”, mi risponde l’uomo dietro il bancone.

“La prego, ho molta sete!”

Lei non ha sete, ha paura, è bianco come il “Cencio della Veronica!”

“Cos’è, un indovinello?”

No, è semplicemente un modo di dire. Sta forse scappando?

“No! E semmai da chi?”

Dalla realtà! Sa, non mi meraviglierei, prima o poi tutti scappiamo da qualcosa. Dopo un po’ che si è a Roma tutti scappano volentieri. Perché lei sta scappando. Non lo dica a me” – aggiunge bonario. “Io ciò l’occhio. Perché lei è straniero, vero?

“Le ho parlato forse in un‘altra lingua che non è l’italiano?”

Parlerà pure bene l’italiano ma rimane il fatto che lei non è di qua, ed è certamente straniero in questa città, altrimenti non avrebbe tanta fretta. Ecco la sua birra ma beva piano, è gelata.

Poco dopo riprende quello che ormai era un soliloquio, o forse solo uno sproloquio: “Vede, è facile perdersi quando non si sa dove si sta andando. Lei si è certamente smarrito. Come dire, s’è perso nei meandri di questa città per molti versi oscura. Dal punto di vista delle sue credenze, intendo, con la sua storia, la sua fede millenaria, con i suoi falsi idoli mai del tutto abbandonati, le superstizioni, la sua cultura a buon mercato, la grandezza della sua arte, il suo popolo multilingue e colorato che s’adopera nel cercare nei fasti del passato qualcosa che l’avvicini di più all’eternità.

Lei crede davvero a quello che sta dicendo?

“Scherza, vero? Qui Papi, Imperatori, Re e Regine, artisti insigni, personaggi illustri e ciarlatani, le cui opere da sole danno forma a una “summa” sostanzialmente compiuta che basterebbe, rievocando le singole figure, a ricostruire non solo la storia dell’arte e del papato, di regni e di nazioni, ma quella del formarsi e del diffondersi nel mondo della civiltà europea, dalle cui sponde si dipartirono i fiumi della conoscenza umana.”

Si certo, com’è che si dice: “Un popolo di santi, di poeti, di navigatori, di . .

È nel divenire dei “grandi”, conoscere la grandezza e perdersi. Giunsero fra i molti gli architetti Bramante e Rossellino, il Peruzzi e i Sangallo, il Della Porta e il Vignola, che in qualche modo si persero nel labirinto invisibile della grandezza di Roma, nelle cui trame, le più estreme esperienze si toccano, in modo che il moto dell’uno si ricollega per vie difformi a quello dell’altro, e la parola “universalità” riceve il suo senso precipuo, nella complessiva articolazione umana . . . ”.

Dopo una breve pausa di silenzio, riprende stentoreo: “Dalla toscana Firenze, sono venuti Masaccio, per il Giubileo del quattrocentoventicinque, e si è perso sembra dentro un lupanare. Da Urbino giunse Raffaello detto “il gentile”, che diede alla pittura del suo tempo un nuovo stimolo di luce e la possanza della storia. Venne da Arezzo il grande Michelangelo che tanto diede all’arte “fino a raggiungere l’eterno oblio”.

Dalla lombarda Bergamo venne il Merisi detto Il Caravaggio, capace di cose sublimi, e che si macchiò, si dice, di turpitudini e bassezze. Dalla vicina Napoli, giunse il Bernini, che superò i limiti stessi imposti dalla materia e diede alla decadente Roma del tempo un impulso nuovo, un proprio stile, che la rese “bella” dentro la straordinaria cornice del “barocco”.

A Roma giunse il Canova dalla serenissima Venezia, colui che recuperò dal marmo quell’ideale di bellezza, che solo l’arte ha avuto il potere di far rivivere. Ma anche lui si perse infine, nel puro diaframma di un’arte funeraria che non era più vita, che non era ancora morte”.

“Accipicchia! - esclamai meravigliato - quale conoscenza!”.

E non finisce qui, potrei andare avanti per delle ore. Ma non voglio annoiarla. Talvolta approfitto dell’interlocutore così tanto per dire. Sa, a quest’ora non c’è più nessuno in giro”.

“L’ascolto volentieri”.

Giunsero qui frate Bruno detto “l’eretico” che fu dato alle fiamme, “l’impostore” Cagliostro che fu murato vivo dentro Castel Sant’Angelo, e l’Aretino “il lussurioso” celebre per le sue “pasquinate”, le satire feroci contro il governo pontificio. Fu qui che il Sant’Uffizio decretò la condanna contro il Galilei ‹‹ ..che s’aveva in cielo come un suo gran feudo, pago tuttavia di governarlo da una celletta di locanda o di giardino›› (6). E l’autorevole Burckhardt che vide in Roma il centro dell’arte del Rinascimento. Provenienti da tutta Europa giunsero seduttori e cortigiani, e una masnada di pellegrini e accattoni che una volta messo piede a Roma “sarvo ognuno, nun se n’agnedero più”.”

“E m’immagino anche tanti scrittori e poeti a non finire?”

“Scherza vero? L’Ariosto, Tasso, Rabelais, Byron, Keats, Shelley, Goethe, Stendhall, Haine, ed altri, in cerca di linfa per le loro idee. Vennero il giovane Mozart, e Berlioz, solo per citarne alcuni, che in qualche modo trovarono qui la loro grandezza e si persero nelle infinite brame di questa città, magnifica e assurda insieme”.

“Complimenti, una così forbita lezione non l’ho ricevuta neppure alle superiori!” - dico io.

Che vuole?, io a Roma ce so’ nato. È certo non la cambierei co’ nisun’ antro sito. Roma per me rimane il centro del mondo. Nel millenovecentosessanta, per parlare di tempi più recenti, quando a Roma ci furono le Olimpiadi, allora sì che se ne videro tanti, tutt’insieme. “La dolce vita” di Fellini, era già esplosa, e Roma per altra via, era tornata a far parlare di sé l’intero mondo.

Allora era ‘na gran festa, tutti i giorni. Uno la sentiva, la respirava, era nell’aria. Sembrava che tutti accorressero a rimirarla. E Roma ce stava, tutta imbrilloccata, che se specchiava dentro la fontana, che se faceva arivortà come ‘na puttana”.

“Roma, caput mundi!” – azzardo a dire.

Non molto tempo fa, è passato pure Zev. Lo conosce Zev non è vero? Chi non lo conosce? S’è fermato qui a parlare con me. Proprio lui, che da quand’era ragazzino faceva sempre lo stesso sogno, di una città sotterranea che starebbe proprio qui, sotto i nostri piedi, da sempre. Un “fazzoletto” di terra dove regna il “non-sense”, disse, e che io interpretai come una sorta di paese del Carnevale. “No, disse lui, non a Carnevale, prima della fine dell’inverno!”. Sebbene io non riuscissi a capire, perché mai un posto così dovesse trovarsi proprio alle soglie dell’inferno?”.

“Zev?”, chiedo con voce sostenuta.

Ssst!, non così forte, potrebbero svegliarsi!

“Chi?”, chiedo io.

Ma gli abitanti della città sotterranea, che di Zev hanno fatto il loro anfitrione. Sembra, ma non potrei giurarci, che l’abbiano chiamato in sogno e lui abbia accettato a una condizione: di non essere disturbato allorch’egli dorme. Così gli abitanti della città sotterranea, hanno pensato bene di riposare, tutti quanti nelle stesse ore in cui soavemente dorme il lor Signore. Ricordo ancora il giorno in cui entrò da quella porta, stava cercando una strada, io la per là non lo riconobbi. Non sapevo neppure che faccia avesse, come potevo riconoscerlo? Mi chiese sottovoce se conoscevo dove fosse “Via del Sogno””.

“Davvero dice c’è qui una Via del Sogno?”

“Infatti, je diss’io: Caro signore, perché era già anziano, canuto e bianco, mi dispiace, ma non conosco nessuna via con questo nome. Ora deve sapere che io qui ci sono nato, si nun la conoscevo io la via, nun la poteva conosce nisuno. Poi, chissà comm’è comme nun è, mi venne in mente d’indirizzarlo a una fantesca che abitava nel cortile del palazzo. Lei de’ sogni se ne sarebbe dovuta ‘ntende, in vita sua aveva allevato più de cento regazzini. Fu così che lo accompagnai nell’androne e lui cortesemente mi ringraziò. Lo vidi ripassare più tardi con un bambinetto che lo teneva per mano. Ma dove fosse diretto non saprei. Del resto perché avrei dovuto chiederglielo, io non sogno mai”.

“Zev, chi è?”

Ma come chi è? Ma scherza, è un grande artista! Se non lo sa lei che ha studiato, me meraviglio.

“E ora dov’è?”, chiedo così, disinteressatamente.

Ah, non saprei! Sembra si sia stabilito nella sua reggia nel cuore di Trastevere. Gli stranieri si fermano tutti là. Chissà cosa ci sarà mai, là?”

“Una reggia? In Trastevere?”, dico, non nascondendo una certa perplessità.

E sì! trovò infine la via che cercava e vi ha insediato una reggia fatta di conchiglie, di smalti, di vetri colorati, con giardini di delizie, ove si banchetta e si fa musica, si danza la gagliarda, si “chiacchiera” e si gioca a bazzica. Finanche si va a tavola con la Cabala e i Tarocchi. Fatto è che ogni giorno qualcuno dice di essere stato ospite di Zev, che è un padrone di casa prodigo e cordiale, che sa cosa vuol dire mangiar bene e ancor meglio bere. Che ama e si circonda solo di ciò ch’è bello, che la sua arte “favoleggiante”, così l’hanno definita in molti, è il punto di congiunzione tra la realtà e il sogno.

Una sorta di favola vivente in cui gli esseri umani, gli animali, gli oggetti, la vegetazione, ogni cosa insomma, possiede una propria vitalità, una propria utopia. Parlando dei suoi sudditi, qualcuno li ha definiti esseri insoliti e straordinari, eppure così umani da sembrà quasi veri. Per non dire poi degli animali “fantastici” che popolano i suoi giardini: liocorni, bruchi parlanti, farfalle gelose, pesci giocolieri, serpenti ubriaconi, e chi più ne ha più ne metta. Ma, attenzione!, io non è che credo a tutte queste cose. È che io sto qua e spesso capita qualcuno che ha voglia di parlare e io, se non ho da fare, li ascolto volentieri. Anche per me, capisce, deve passare in qualche modo la giornata”.

“Ma lei sa qualcosa di più a riguardo . . . ?”.

Vede, personalmente io non so niente”, dice, lasciando chiaramente intendere che qualcosa sapeva, e neanche poco.

“Forse con questi …”, faccio il gesto di allungargli del denaro.

Vorrei solo che non si voglia offendermi! Ma a buon intenditor poche parole”, dice e se li caccia in tasca furtivo.

Deve sapere che nottetempo in molti sentono scavare nel sottosuolo, e c’è chi dice che l’Architetto ha fatto costruire una torre dalle parti di Porta Garibaldi, che sta estendendo il suo regno pure alle vie adiacenti. Un vero e proprio labirinto, che attraversa i Ninfei abbandonati, i Mitrei nascosti, i Templi sprofondati, la Casa di Nerone. Quella sì ch’è un autentico centro dell’occulto. E che si spinge, nelle viscere di Roma infino ai Mercati Traiani, ai Fori, alle Carceri famose, fin sotto l’Isola Tiberina.

Dico, sempre per sentito dire, che sfruttando l’opera imponente della Cloaca Massima, ha steso una fitta rete viabile che dalla necropoli dell’Appia Antica congiunge il sottosuolo delle principali basiliche fino ai sotterranei del Vaticano. E li. . .! chi vuole capir capisca: c’è ‘na voragine grande come ché, con un fuoco che non si spegne mai, e che dicono sia la bocca dell’Inferno.”

“Ma lei scherza, davvero c’è …?”

“Io dico, anzi qualcuno dice, che lì ce sò le fiamme della Biblioteca d’Alessandria che arde ancora dall’antichità. Certuni affermano, stando a quanto m’è stato riportato, che lì ce so centinaia de diavoli che gettano nel fuoco i libri del “sapere” dell’intera umanità, e che questi ardono senza bruciarsi mai. Altri invece pensano, che la voragine si riconduca con la Torre di Babele, e che per questo Roma è sempre piena di stranieri che parlano le lingue più disparate. Io, detto tra noi, credo che così nun possa esse. ‘Na sola cosa è certa, che neanche a farlo apposta, questi vengono tutti qui, e qui se laveno la crosta”.

. . .


Che storia è mai questa, ha dell’incredibile? Dico fra me. Una reggia sotterranea, un labirinto invisibile, dove cercarli? La guida della città presenta un groviglio di stradine, viuzze ad angolo, vicoli ciechi, talune così piccole e strette che non hanno neppure il nome segnato sulla carta. La guida mostra edifici che incorporano ruderi, colonnati, cornicioni, capitelli abbandonati, basiliche e catacombe, splendidi resti di monumenti antichi, ma nient’altro, niente di niente.

“Esiste, per caso, una mappa del sottosuolo?”, chiedo l’indomani al libraio di Via del Pellegrino.

Si certo, esistono stampe di luoghi pressoché sconosciuti o scomparsi come, ad esempio, le Carceri del Piranesi, e anche acquerelli della Roma Sparita di A. Roesler Franz”, e molto acutamente mi fa rilevare:

Non è forse una sorta di città nascosta anche quella?, fatta com’è di immagini, di memorie, di luoghi invisibili, seppure reinventati, talvolta, secondo l’estro di questo o quel pittore. E che per altro, nessuno oggi sarebbe in grado di dire se siano in realtà mai esistiti. Per farsene un’idea dovrebbe farsi un ripasso della Storia attraverso l’occhio attento e colto del Gregorovius e degli scrittori latini: Orazio, Tertulliano, Cicerone; ed anche Ovidio, Seneca, Quintiliano e se non l’ha ancora fatto, legga la Vita dei Cesari di Svetonio,

La Vita quotidiana a Roma di Carcopino, Vita Romana di Paoli, o quella Roma che fu del Belli, di Trilussa, di Pascarella e perché no di Zanazzo. Osservare ad esempio le belle tavole del Pinelli sul costume e le tradizioni popolari. Non è certo sui banchi di scuola che si impara ad amare Roma”.

“E dove?”

In giro!, per la strada, passeggiando, osservando, ascoltando, vagando per le Osterie, i Caffè, i Mercatini rionali, le Chiese. Roma la si ama o la si odia, non si può restarle indifferenti. Allora t’accorgi che Roma è tante altre cose:

«È come ‘na tavola imbandita ricca d’ogni ben di Dio, odorosa de mille e più sapori, infiorata de mille e più colori. È come una bella donna prosperosa degna d’esse chiamata madre d’ogni gente, che a braccia aperte accoglie il santo, il profugo, il pellegrino. È come un letto de mille piazze e più, grande come lo spiazzo d’un giardino, ‘ndove ariposa le membra stanche dar viaggio der destino» (7).

Trovo bella la sua poesia nata come dice “dar core”, trascritta a mano su di un foglio, e insieme ad essa faccio scorta di un certo numero di libri che con il “dovuto sconto”, come pure dice, spendo una fortuna. Tra i tanti c’è un libro sui Fasti di Arcella, uno sullo Spettacolo Romano di Verdone, una bella edizione de Le Carceri del Piranesi, tre volumetti di Curiosità Romane di Maes, un Labirinto Romano di De Mattei, Le Feste di Roma Antica di Vaccai e persino un Bestiario, di Cattabiani-Cespeda Fuentes.

Le visionarie labirintiche incisioni del Piranesi, rappresentano per me l’unica scenografia possibile al “tema delle rovine” su cui da sempre lavoro, e in cui affondo gli occhi, nell’illusione prospettica d’una città immaginata, finita tragicamente e altrettanto tragicamente rinata dal suo profondo oscuro passato, senza tuttavia riuscire a vedere la luce, all’interno di un sogno in cui la bellezza, insidiata dal terrore della morte, sempre in agguato, finisce per dar luogo alla migliore rappresentazione di se stessa.

Un unico grande labirinto che si estende dal mondo estremo della suburra ai confini della spiritualità eterna: ‹‹Il resto so quinte di teatro, scale e passerelle, corde, carrucole e catene, terribilmente destinate a rimanere malgrado il loro essere e restar sospese, come il destino sopra la testa d’ogni umano. Non v’era speranza d’uscire vivo da quelle Carceri oscure, ché più si saliva e più la terra sprofondava, al punto che aggiungere altre scale, sarebbe risultato vano››. (8)


Tratto da "Roma in Fabula: fabula picta, fabula dicta" - Inedito di Giorgio Mancinelli.


. . .

(continua)



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