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Una storia di lisa1949

Lulù e l'amico alieno

sogni infantili

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16 minuti

Pubblicato il 28 novembre 2018 in Fiabe

Tags: #Alieno #Bambino #amicizia #desideri #sogni

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Ciò che elabora la mente di un bambino chi sarà mai in grado di scoprirlo? Sarebbe una rivelazione straordinaria.

I pensieri scorrono, guidati dalle personali concezioni, dalle sensazioni, come fossero coloratissime palline di gomma.

Saltano senza precisi obiettivi, simili a quelle di un “flipper”: incontrollabili. L’istinto muove il pulsante delle emozioni, inconsapevolmente influenzato dalla fantasia.

La solitudine cui è abituato, lo spinge a trovare amicizie immaginarie, per il bisogno di comunicare con un essere capace di comprendere le stravaganti abitudini di un bimbo, inesorabilmente chiuso in se stesso.

Come se vivesse dentro un interminabile sogno, fuori dalla realtà, si lascia trasportare ponendosi domande a cui non sa rispondere. Cercando di dare un senso alla sua esistenza.

Navigano e si librano nello spazio senza meta, le idee più strampalate. Volteggiano appoggiate su nuvole immaginarie o su ali di gabbiano, senza sosta, alla ricerca di soluzioni concrete, appaganti.

I colori di quelle bilie gommose si amalgamano dando luce all’immaginazione, gironzolando senza limiti nell’infinito.



Lulù, lo chiamano così da quando si ricorda. In realtà non conosce il suo vero nome, non glielo hanno mai rivelato.

Nessuno ha spazio da dedicare a un bambino così piccolo. Una perdita di tempo nella convinzione non possa capire. Invece lui, in silenzio, assorbe ogni notizia con avidità, nel bisogno inconscio di sapere, di apprendere.

Una notte, sognando di volare tra i pianeti dispersi dello spazio, vide qualcuno sorridergli.

Lo chiamò: «Chi sei tu che mi sorridi? Perché sei rivestito di verde?»

Nel sogno, quello strano individuo dalle sembianze di un bambino, non pronunciò nemmeno una parola e, continuando a sorridergli, si dissolse come una nuvola di fumo.

Il piccolo Lulù non aveva che cinque anni, Da quella notte il desiderio di incontrare ancora quel bizzarro essere, fu talmente forte che ogni sera i suoi sogni si agitavano, fino a che non veniva esaudito.

Divenne l’amico immaginario di ogni bambino e, con il proposito di ottenere una risposta, pensò di coniargli un nome adeguato.

«Ti piace se ti chiamo Zero?» gli chiese nel sonno una notte, che le stelle sembravano essersi centuplicate. Il cielo era un manto così colmo di luci sfavillanti, da sembrare tempestato di diamanti. Lulù, guarda caso, era nato la notte di San Lorenzo, una splendida notte stellata identica a quella del sogno.

Purtroppo, colpita dalla bellezza della sua mamma, una stella la rapì e la portò per sempre con sé a illuminare la Galassia.

Quindi Lulù restò solo con le due sorelle gemelle già ragazzine e alla anziana e dolce nonna, che si prese cura di lui durante i primi anni di vita.

Da sola e avanti con gli anni, povera donna, non ce la faceva più a svolgere tutti i suoi doveri: accudire un bimbo è impegnativo.

Fu così che, stanchissima, una sera si addormentò sulla sua poltrona preferita. In un miraggio incontrò la figlia, allora decise di seguirla e spaziare insieme a lei nell’Universo, per rasserenare da lassù i suoi cari.

Il bimbo, a soli due anni, fu affidato alle sorelle, Ludovica e Letizia che, a dire il vero, non ne sapevano molto di bambini e, soprattutto, non avevano maturato il piacere di accollarsi un fardello tanto ingombrante. Ciascuna intenta a pensare per sé.

Frequentavano la scuola superiore, vanitose e capricciose, lo cacciavano sempre:

«Lulù, c’è da spegnere la tele in sala, non senti?» «Lulù, lasciaci il bagno libero e sbrigati che facciamo tardi!» Insomma, non lo sopportavano.

Fortunatamente, una vicina di casa fu abbastanza generosa, in cambio di un compenso adeguato, da occuparsi di lui. Lo faceva mal volentieri purtroppo, in modo distaccato e privo di sentimento.

Nessuna di queste donne manifestava tenerezza o affetto nei suoi confronti. A dire il vero, neppure lui esprimeva amore.

Lulù cominciò a trasferire con la forza del pensiero, l’immagine di Zero anche nel quotidiano.

Non si accontentava di incontrarlo nei suoi stravaganti sogni.

Era come se davvero percepisse la presenza fisica di quello strambo bambino, l’unico a interessarsi di lui. Almeno gli sorrideva. Divenne un’amicizia profondamente significativa. Se gli parlava non occorreva sentire la risposta dal timbro della voce, la percepiva nella sua mente.

Invece, del papà che ne era stato? Dopo il “rapimento” della mamma, si era trasferito negli Stati Uniti.

Il lavoro di ricercatore richiedeva sovente lunghi viaggi nei più disparati paesi lontani.

Decise, da che la moglie se ne era volata via, di dare una svolta alla sua vita, per la carriera e per concedere ai suoi figli il benessere economico. Alberto pensò, in questo modo, di garantire loro un futuro concreto, seppure privo di sfera affettiva.

La casa di Lulù era decorosa, bella e grande, tuttavia lui si sentiva a disagio. Se ne stava in disparte annoiato, non amava nemmeno trascorrere il tempo guardando i cartoni in tivù.

C’era però,uno spazio in mansarda, che lui adorava.

Un angolo vicino alla finestra del tetto, che guardava su verso il cielo, da dove sovente faceva entrare Zero con la sua immaginazione.

«Perché non resti sempre qui con me? Scappi di continuo!» gli domandò un giorno. «Nessuno mi considera: parlami di te. Perché ti vedo soltanto io?»

Avvenne qualcosa di inaspettato. Avvertì una lieve brezza invadere la stanza, seguita da una musica delicata, simile a quella di un carillon, che magicamente addolcì l’atmosfera. Spalancò i suoi occhioni scuri, pervaso dallo stupore.

«Finalmente!» esclamò Zero «Ce ne hai messo di tempo a farmi questa domanda!»

Ammutolito, il bambino impallidì per l’emozione. La voce del suo amico era gradevole e morbida come una carezza.

Per la prima volta, osservò attentamente l’amico. Di lui si poteva intravedere solo il volto. Ricoperto da una sorta di muta verde, non mostrava in modo netto il suo corpo e le sue sembianze. Chissà cosa celava, sotto quella copertura? Nemmeno i capelli erano esposti, quasi non ne avesse.

Gli occhi chiari e trasparenti come cristalli, quelli sì, contenevano tutta la sua capacità espressiva. Pareva parlassero dolcemente.

«Ora ti spiego, ascoltami bene!» Gli raccontò che doveva imparare a comunicare con gli altri, invece di isolarsi. Insomma, doveva smettere di aspettare che i fatti accadessero, ma cercare di cambiare le cose, impegnandosi, comunicando.

«Cosa vorresti dire? Ti sei stancato anche tu di me?» domandò rammaricato. Zero gli sorrise ancora «Capirai presto, ne sono sicuro!»

«Tu parli così perché vivi in un mondo diverso. Dove si trova la tua casa?» ripose sconsolato.

«Non ti posso spiegare, vivo su di un pianeta talmente differente! In quel luogo tutto è diverso.»

«Come sarebbe a dire?» domandò il bambino, incuriosito.

«Domani, se vorrai, ti porterò con me e lo conoscerai. Non farne parola con nessuno però!»

Nessun problema, le sue sorelle probabilmente non se ne sarebbero neppure accorte.

Improvvisamente Zero si eclissò, svanì in un battito di ciglia. Lulù guardò attraverso il vetro della finestra su in alto, dentro l’immenso cielo buio. Gli sembrò di intravedere una scia verde luminosa, sfrecciare verso l’infinito.

Il mattino successivo, fu preso dalla smania di quel viaggio. Cominciò a pensare a cosa sarebbe potuto accadere.

«Zero, dove sei finito, non vuoi mantenere la promessa?» Passeggiava in lungo e in largo nella mansarda, ma trovò soltanto il rumore rimbombante del silenzio.

Ludovica sentì parlare il fratello e, per la prima volta, se ne preoccupò.

«Letizia, lo senti anche tu? Non sarà per caso impazzito a parlare da solo?» domandò spaventata.

«L’ho sempre sostenuto, è un bambino strano, dovremmo provvedere!» aggiunse insofferente. Intenzionata a togliersi di torno un fratellino tanto complicato, libera da preoccupazioni.

«Vado a sentire cosa sta farneticando.» aggiunse Ludovica.

«Zero, dove sei? Dobbiamo partire, perché non rispondi?»

Sentendo quelle parole, la sorella rabbrividì. Entrò nella stanza e vide Lulù accovacciato sotto la finestrella, in quella sua adorata oasi di pace.

Non la sentì e continuava a ripetere le stesse parole.

Scese rapidamente interpellando la sorella: «Sta farneticando davvero! Parla di un viaggio con qualcuno!» esclamò presa dall’ansia.

«Dobbiamo farlo ricoverare in un luogo dove i bambini difficili vengono seguiti con più riguardo. Sarà l’unica soluzione.» rispose brusca e insensibile, Letizia.

La signora Rina, non trovandolo in casa, gli servì la cena su in mansarda, informata dalle due ragazze.

«Che cos’hai Lulù, non ti senti bene?» Intanto gli mise sotto gli occhi un vassoio. Dentro il piatto, lo stesso minestrone del giorno prima, un pezzo di pane e una mela. Rossa, lucida e invitante: infatti, in un attimo lo ricondusse alla realtà.

«Sto bene! Non mi va di scendere, le mie sorelle non mi vogliono, lo so!» rispose, mordendo avidamente il frutto delizioso.

«Tu dici? Non credo, devi avere pazienza.» Rispose la donna, spiazzata da quella affermazione.

«Se non hai bisogno d’altro, io torno giù. Va bene?»

La risposta non le giunse. Allora raccolse il vassoio, se ne tornò in cucina scuotendo i capo.

Zero non si era presentato, era tardi ormai e, dopo aver sfogato la tensione con un pianto disperato, Lulù si preparò per la notte.

Si infilò nel letto deluso e stanco. Non riusciva a prendere sonno e continuava a fissare la finestra sul cielo.

Le palpebre, sempre più pesanti, entrò nella fase del dormiveglia, sospeso tra sogno e realtà.

Tlintlintlin… giungevano da lontano i primi suoni del carillon, Lulù sembrò non sentirli. Tlintlintlin, cresceva il volume delle note, Lulù cedette al sonno più profondo.

«Finalmente, quanto ci hai messo! Sei in ritardo amico mio.»

«Per affrontare questo viaggio, dobbiamo partire da questa tuo stato temporale.» spiegò.

«Credevo non saresti più venuto. Non mi avevi spiegato nulla.» ribadì Lulù.

Zero aprì con la forza del pensiero la finestra verso il cielo, infine distese una mano verso l’amico:«Vieni, fidati, lasciati andare. Segui me senza timore.» quindi lo spinse nello spazio galattico.

Assopito, Lulù subito non fu in grado di realizzare l’evento. Se ne rese conto in seguito, librandosi verso le costellazioni. Abbassando lo sguardo riconobbe la sua casa, ormai piccolissima.

«Stiamo volando?»domandò all’amico. «Non esattamente. È una sorta di trasposizione.» spiegò sicuro.

«Cosa significa?» chiese sconcertato il bambino. «Capirai da solo, lasciati andare, non avere paura.»

«Ora facciamo un giro di prova, dopo andremo lontano, molto lontano.» gli promise.

Si sentiva benissimo Lulù, come non gli succedeva da tempo. Istintivamente, lasciò libera la mente da qualsiasi pensiero. Un calore inconsueto avvolse il suo cuoricino, riscaldandolo.

«Posso portare qualcosa con me?» domandò d’un tratto.

«Certo, ma solo una cosa per te molto importante.» aggiunse ancora:

«Pensala intensamente e lei ti raggiungerà.»

Allora lui pensò forte alla sua armonica a bocca, un regalo di nonna Mimì a lui molto caro. Quell’oggetto rappresentava tutto quanto di veramente affettivo gli era rimasto da che la sua memoria ricordava. Istintivamente, girovagando nello spazio, la portò alla bocca e si mise a suonare.

Lieve, sempre più leggero, percepiva un senso di serenità e di gioia, mai avvertito.

«Partiamo sul serio Lulù. Sei pronto?» chiese Zero sorridendo.

«Certo che sì, è tutto fantastico qui.»Gli gridò felice.

«Sei tu a renderlo tale, sei libero ora, in tutti i sensi.»

Ascoltava Lulù, senza recepire il senso vero della frase, estasiato da quella sensazione.

D’un tratto prese a volteggiare su se stesso, poi si senti attirare verso l’alto, come se una grossa calamita lo stesse richiamando con la sua forza magnetica, lo stesso stava succedendo a Zero.

Nell’aria un profumo leggero di incensi e zucchero filato: che strano connubio!

Riprese a suonare la sua armonica e quel suono attrasse le stelle tanto vicino, che un forte bagliore accecante, invase i due ragazzi.

«Siamo arrivati?Abiti qui?» urlò al compagno di viaggio.

«No, siamo ancora lontani, ma continua a suonare.» lo pregò.

Soffiò dentro lo strumento, quanto più forte gli riuscì.

Non ricordava di saper suonare così bene, eppure la melodia usciva avvincente, dolce e gradevole.

Si trovarono in prossimità di una stella molto lucente, volle provare l’emozione di toccarla, non poté farne a meno.

«Ohhh.! Lulù come sei diventato grande e bravo.» Trattenne il fiato, stupefatto.

«Chi sei? Non sapevo che le stelle potessero parlare.» esordì.

«Guarda bene nel centro di questo astro, cosa vedi?» Allora lui i concentrò intensamente. Le immagini, mano a mano diventavano nette, prendevano forma.

«Zero, mi fa un po’ paura questa stella, possiamo andarcene via?» disse impressionato.

«Proprio adesso? Sarebbe un peccato. Aspetta e vedrai!» Lo rassicurò sempre più sorridente.

Ecco che all’improvviso, riconobbe un volto: quello della sua nonna. Gli venne da piangere.

«No tesoro mio, voglio che tu sia felice e sereno. Io sto bene qui e starai benissimo anche tu, dopo questo viaggio.»

«Avvicinati Lulù, ti voglio abbracciare.» Percepì l’abbraccio avvolgere tutto il suo corpo. Era ancora piccolo, ma cominciò a ricordare le canzoncine che nonna Mimì gli canticchiava per farlo addormentare. Tutto sembrava reale, come se il tempo si fosse fermato a quei giorni.

Qualcosa nel suo animo stava cambiando. Non si sentiva più ostile nei confronti del prossimo. Il nodo che aveva bloccato le sue emozioni, si stava sciogliendo.

«Nonna, mi sono sentito abbandonato. Ora so che non è così. Ti voglio molto bene!» Detto questo posò un bacio sul cuore della stella.

«Ora devo andare. Se Zero vorrà, tornerò ancora a trovarti.» Quindi si allontanò sul volto un sorriso nuovo.

«Saluta la mia mamma se la vedi, io non l’ho mai conosciuta» Poi, prese a inviare baci con la mano, sino a che quella luce non divenne che un puntino piccolo piccolo.

«Zero, ma dove sei finito?» per qualche istante lo aveva perso di vista. Quando riapparve però, qualcosa era cambiato.

Il capo, libero dalla copertura verde mela, mostrava ora una lunga capigliatura bionda e ondulata.

«Che cosa succede adesso? Una metamorfosi? Perché ti trasformi?»

E fu nuovamente invaso dall’ansia.

«Ogni avvenimento che stai vivendo, non è altro che un tuo desiderio recondito che si avvera.» Spiegò Zero.

«Ogni ostacolo superato, scoprirai un po’ di me: contento?»

Annuì senza tuttavia, averne compreso il senso.

«Vorrei toccare la luna, è possibile?» s’informò.

«Sicuramente Lulù. Però, dopo averla raggiunta, non ci sarà modo di andare altrove. Dovrai rientrare. Sicuro di volere questo?» lo avvertì.

«No, aspettiamo ancora. Voglio vedere dove vivi tu!» decise.

Non esiste il tempo nello spazio astrale, tutto è probabile, pur restando saldi all’orario terreno.

L’atmosfera lieve e gradevole, agevolava il respiro, quasi liberasse le scorie negative imprigionate nel corpo del bambino.

«Adesso comprendo perché sei così verde. Al buio non potrei distinguerti, altrimenti.» realizzò sul momento.

Zero gli sorrise ancora, poi aggiunse: «Dove vorresti andare ora?»

«Te l’ho detto, vorrei conoscere il tuo mondo.» confermò.

Il blu delle tenebre è così intenso, da sembrare impenetrabile.

Attraversarlo è fantastico, s’incontrano migliaia di pulviscoli luminosi, la sensazione è unica. Padroni di se stessi senza provare timori o angosce, librandosi nel cielo madreperlato, fendendo l’oscurità.

Lulù iniziò a comprendere molte cose della sua vita terrena, quasi che guardasse con occhi diversi, maturò una concezione più ampia della vita.

«Zero dove sei? Aspettami ti prego!» attraversarono e superarono decine di pianeti, soffermandosi dentro nubi soffici come batuffoli si cotone, che al loro passaggio diventavano evanescenti. Infine si avvicinarono a una sfera luminescente. All’interno si muovevano senza sosta, decine di bambini, più o meno simili a Zero, ricoperti di colori differenti. Entrarono da una fenditura apposita, che si aprì al contatto del suo compagno d’avventura.

Le abitazioni, trasparenti, erano ridotte all’essenziale e colme di luce. Tutto era colore e gioia.

«Dove vanno questi bambini così indaffarati?» chiese Lulù, incantato da quella visione.

«Sono alla ricerca di qualcuno che voglia conoscere questo posto incantevole.» rispose orgoglioso. «Aiutarli a capire il mondo in cui vivono, comprendere se stessi.» lo fissò sorridendo felice del risultato raggiunto.

Nell’aria un incessante suono melodioso, creava un’atmosfera quasi paradisiaca.

«Non dimenticherò mai questo viaggio, te lo assicuro. Ho imparato tante cose nuove» Abbracciò Zero con trasporto, tanto da commuoverlo.

«Vieni, voglio donarti una cosa.» si avvicinarono ad una dimora da cui i riflessi rispecchiavano i colori dell’arcobaleno.

Zero entrò e, da una sorta di sacco argenteo, estrasse un oggetto.

«Tieni, ma non aprirlo ora. Lo farai quando tornerai a casa» Ancora una volta, soprafatto dallo stupore riuscì a malapena a mormorare «Grazie amico alieno.»

«Sai come si chiama questo posto? Lullaby: ninna-nanna.»

Lulù rifletteva su quanto era accaduto. Il suo cuore era colmo di emozione, provò per la prima volta l’impulso di tornare dalle sue sorelle, sentendo un sentimento nuovo nascere nei loro confronti. Sentì dentro di sé un grande bisogno di amare.

«Vuoi ancora andare sulla luna?» Gli chiese Zero.

Il sorriso che gli regalò Lulù fu eloquente: «No, grazie. Ho già visto e avuto abbastanza.»

Il buio, ormai rarefatto, stava per lasciare il posto alle prime luci dell’alba. I due amici si lasciarono precipitare nello spazio astrale, colmi di gioia e di entusiasmo.

Lulù cominciò a fremere, tanto fu forte il desiderio di tornare, che lasciò indietro Zero di qualche secondo. Realizzando di non averlo più accanto, si fermò preoccupato.

Accadde un fatto inverosimile, un bagliore accecante lo investì e all’interno del fascio di luce, individuò il volto amico e il suo sorriso. Gli occhi con lo sguardo di cristallo. Non era più verde, vestiva un manto argenteo tempestato di lustrini.

«Zero, chi sei veramente? Che significa questa nuova trasformazione?» Si stupì ancora.

«Hai terminato il tuo viaggio, amico mio. Ho raggiunto il mio obiettivo» svelò.

«Non ci vedremo più allora?» Chiese rammaricato.

«Se vorrai sì, ma sarai tu a non avere più bisogno di me.» gli si avvicinò, sfiorando l’oggetto donato a Lullaby.

«Potrai chiamarmi con questo.» aggiunse:

«Andiamo che si è fatto tardi, il viaggio è terminato.» Si abbracciarono per l’ultimo saluto e il cuore di Lulù accelerò i battiti per l’emozione per la prima volta nella sua vita.

Si fermarono in prossimità della finestra sul tetto della mansarda.

«Addio Zero e grazie per tutto ciò che mi hai insegnato.» Si voltò, ma dell’amico non v’era più traccia.


I sogni, talvolta sono incomprensibili. La mente elabora cose che in realtà non accadrebbero mai. In particolare la mente di un bambino, creativa e fantasiosa, riesce ad immaginare visioni irreali e viaggi spaziali, inverosimili.


Alle prime luci del giorno, i raggi del sole si infiltrarono dalla finestra sul tetto, quella della mansarda.

«Svegliati pigrone, devi fare colazione. Hai dormito più del solito.»

La voce di Ludovica era chiara e determinata.

«Ho fatto un strano sogno, tu come mai mi sei venuta a svegliare?»

«Hai parlato nel sonno tutta la notte, temevo avessi la febbre.» Spiegò la ragazza.

«Sono stato in un luogo lontano che si chiama Lullaby. Bellissimo.» Così dicendo, trattenne la sorella per la mano.

Si guardarono negli occhi e, per la prima volta, un abbraccio spontaneo li unì teneramente.

«Sono stato un bambino antipatico, scusami.» ammise.

«Nemmeno io mi sono comportata molto bene.» confessò regalandogli la prima carezza.

«Sbrigati, stamattina tornerà papà dagli Stati Uniti, gli hanno concesso il trasferimento.»

Un sospiro enorme, a confermare la gioia esplosa dentro di lui. Ogni cosa si stava trasformando in un sogno realizzato e meraviglioso.

«Cos’è quella scatolina?» domandarono Ludovica e Letizia, indicando il regalo di Zero.

«Il regalo di un amico.» rispose Lulù sorridendo.

Appena rimase solo la aprì e, come per incanto, s’illuminò tutta la stanza. Tlintlintlin… il suono del carillon riprese a suonare. Guardò dalla finestra lassù verso Lullaby, sapeva che l’amico Zero lo stava vedendo.

«Grazie amico mio, mi hai ridato la vita.» disse, mandandogli un bacio.

Tra le coperte del letto, luccicavano inspiegabili tracce di pulviscoli luminescenti.



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