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Una storia di GioMa46

Questa storia è presente nel magazine TUTT'ALTRE STORIE

Nur

(..un mito del silenzio).

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9 minuti

Pubblicato il 21 dicembre 2018 in Fantasy

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Mantegna: La camera degli sposi.
Mantegna: La camera degli sposi.

Nur, (..un mito del silenzio).


La città di Mantova si risvegliava specchiandosi sul filo dell’acqua delle peschiere, mentre l’alba, in un primo momento violacea, s’andava facendo luminosa, striata a tratti di un rosso acceso che si perdeva nell’azzurro del cielo. Nella Camera degli Sposi gli affreschi del Mantegna sulle pareti si animarono di un tremolio leggero, quando il latrare di un cane, per un istante, echeggiò nei corridoi, perdendosi attraverso le fughe delle stanze. Nessuno se ne accorse, tranne alcuni servitori che mossero appena le palpebre insonnolite mentre si rivoltavano nei loro giacigli. Era scoccata l’ora. Di lì a poco avrebbero ripreso le faccende cui erano assegnati, ognuno le proprie, senza far rumore. Gli Sposi nella loro stanza avrebbero continuato a dormire abbracciati per molto tempo ancora, finché dell’euforia passar dovea la notte di piacere.

Erano giorni di festa quelli e nella splendida corte dei Gonzaga il vociare dei bambini e delle balie nane che li rincorrevano da una stanza all’altra, era tenuto lontano dalla Camera degli Sposi che per nessuna ragione dovevano esser disturbati. Se non da quei servitori che a tarda ora del meriggio, avrebbero recato i vassoi del primo desinare, e senza far rumore. Solo ai putti angelici che si affacciavano dalla balaustra del trompe-l’oil del soffitto erano permessi i sussurri divertiti, mentre gli accorti domestici sbirciavano indiscreti, cercando in qualche modo di non essere visti.

Neppure i cuochi di palazzo a loro volta l’avevano avvertito, avvezzi com’erano al risuonare degli strumenti agresti e all’euforia dei balli contadini che la sera prima avevano loro conciliato il sonno. E ben facevano i conducenti dei carri con gli approvvigionamenti, a non disturbare la perfetta quiete che regnava dovunque, cui non era permesso nemmeno di avvicinarsi troppo alle finestre della sontuosa dimora. Allorché le ruote avrebbero creato trambusto sull’acciottolato, per non dire del fragore assordante sull’impiantito delle cucine del trascinare le ceste delle mercanzie.

Lontani, nei campi, i contadini qua provvedevano alle sementi o alla raccolta dei frutti, là alla trebbiatura del fieno nel più totale silenzio; mentre, nella palude lacustre, i cacciatori tenevano abbassati i fucili e i pescatori tiravano le reti senza far baccano. Solo al falcone era dato adocchiare dal cielo la preda solitaria che si aggirava ignara fra le siepi e la rada boscaglia, allorché l’agguantava nel corpo senza che s’udisse un lamento, infliggendole gli artigli fino allo stremo, ed erano allodole, anatre, giovani conigli e salamandre.

. . .


Intanto a Palazzo Te, la splendida dimora di caccia appena fuori dell’abitato che Giorgio Vasari aveva indicato come «un poco di luogo da potervi andare e ridurvisi tal volta a desinare, o a cena per ispasso», i cavalli scalpitarono irrequieti in attesa del pasto mattutino che gli stallieri di corte avrebbero portato loro di lì a breve. Nessuno pensò che a renderli smaniosi fosse il suono di un liuto che d’intorno si era levato, ancor prima che facesse giorno, proveniente da chissà quale segreta alcova. Un pizzicato che dell’armonia faceva vanto, una vibrazione di corde che risuonava come un sussurro nell’aria, o forse come una carezza del vento sopra le criniere.

Erano quelli i tempi in cui Federico II Gonzaga, ormai divenuto signore di Mantova, aveva trasformato l’originaria isoletta della pescaia in luogo di svago e di riposo, solita a fastosi ricevimenti con ospiti illustri, ove poter ‘sottrarsi’ ai doveri istituzionali assieme alla sua bella amante, Isabella Boschetti. Abituato com’era all’agio e alla raffinatezza, aveva trovato nel pittore architetto Giulio Romano e dei suoi collaboratori, un ottimo realizzatore della sua idea di ‘isola felice’ per dare sfogo al suo genio e alla sua fantasia. Ben presto stemmi e decori avevano riempito di significati erotici, più o meno celati, le pareti delle stanze e delle facciate di Palazzo Tè, abbellite da affreschi che attraverso ponti immaginari e grottesche, divenuti simboli del suo voluttuoso proprietario, richiamavano alla natura ospitale del giardino che aveva voluto tutt’intorno.

Comparivano così come dal nulla, il Monte Olimpo con ‘Giove che seduce Olimpiade’ circondato da un Labirinto di bosso che sorgeva dalle acque lustrali, ahimè oggi scomparso; inoltre a giochi di luci, simboli e rimandi di elementi architettonici, in un alternarsi di vedute di Città lontane, più pensate che reali, che si specchiavano nelle adiacenti acque delle peschiere. Nonché la fauna tutta era fatta oggetto di particolare attenzione, inclusa quella ‘salamandra’ che Federico II aveva eletto qual simbolo personale, affiancata dal motto: ‘quod huic deest me torquet’ (ciò che manca a costui mi tormenta), in ragione d’esser l’unico animale insensibile agli stimoli dell’amore, e che si poneva in contrapposizione con la sua natura galante e sensuale, tormentata dalla passione …

. . .


Era solo ieri quando, in una dimora attigua a Palazzo Tè, un giovane musico, seduto sulle sue ginocchia, andava intonando i versi di una ballata dal sapore antico, accompagnato dal suono dolce di un liuto.Vorrei essere un trovatore …” (*), cantava; mentre Nur, redivivo Federico nel tempo, s’abbandonava in sbadigli amorevoli, rimirando nel grande specchio davanti al suo regale letto, la propria figura amata. Un talamo con baldacchino dove s’avvoltolava tra le lenzuola e i bianchi cuscini profumati alla lavanda. Come bianco era il suo viso altero, se non fosse per le sue labbra vermiglie e i grandi occhi profondi d’abisso, dove perdersi e ritrovarsi nel breve lampo di un batter di ciglia, a dare spazio alle apparenti illusioni, alle speranze irrisolte, alle attese deluse di un’intera esistenza.

Il suo corpo era tutto per lui, tutto quello che aveva, tutto ciò che gli era dato; ogni sua minima piega, ogni centimetro della sua pelle, erano un contributo a quella vita che sapeva di aver speso per intera, senza lasciare niente per dopo. Una figura all’apparenza fragile ma vigorosa, un fascio di muscoli tesi che si levavano dalle punte dei piedi fino alle braccia levate, alle sue grandi mani affusolate, capaci di disegnare arabeschi di neve nell’afferrare le note fluttuanti del liuto che, in quel momento, rimandava da una parte all’altra delle innumerevoli stanze, fino a sfiorare la quiete perfetta e immemore della Camera degli Sposi, fino a cullarsi nel ricordo del loro inesauribile risvegliarsi nel silenzio della storia.

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Ed è qui, nella splendida Corte mantovana, che non molti anni or sono, Nur ha legato il proprio ricordo nel fervore dei preparativi di un’ultima esibizione che lo vedeva calarsi nei panni di Filippo II Gonzaga, accompagnato da un’eterea quanto sublime danzatrice nelle bianche vesti della sua leggiadra Sposa (**). Così come i novelli Sposi dipinti sulle pareti, entrambi apparvero a Corte, raccolta per l’occasione, come due ‘amanti fedeli all’amore’ ad onorare “l’arte della danza” che li aveva resi famosi nella vita. Un raffinato rimando ai fasti rinascimentali, ai costumi e alle consuetudini dell’epoca, come pure nel ‘ricercare’ degli strumenti antichi, le musiche a ballo e le voci delle dame di corte, alla luce di mille candele accese a illuminar la scena.

Un turbinio di piume colorate sui cappelli, di lustrini luccicanti nei corsetti stretti in vita, le calzamaglie guantate che permettevano evoluzioni sciolte ed eleganti nella piena libertà dei corpi, nell’ampio spettro delle sollecitazioni e delle tensioni, degli allacci e degli scioglimenti, dei voli angelici e delle straordinarie evoluzioni aeree all’insegna dell’amore. Quell’amore per la danza che li teneva avvinghiati stretti ai sentimenti, ai sospiri, ai respingimenti, così come negli abbracci nel turbamento che sempre anticipa il piacere e la sensualità, che pur sfiniva i loro corpi in quell’ultima affermazione, sul palcoscenico cedevole delle loro vite.

. . .


Ma la storia della danza come si sa non fa rumore, semmai rispecchia movenze d’epoche precedenti, che ancor oggi pur nella loro compostezza si mostrano a noi dalle pareti di quella dimora principesca che rende Mantova unica, esemplare, come sospesa nel tempo. riportando alla memoria certe allegre riunioni di corte, i passi cadenzati, gli scherzi e i lazzi di un festa assopita. Seppure, ancor oggi, qualcuno afferma che al destarsi dell’alba, s’ode talvolta il levarsi nostalgico di un liuto che un giovane musico, come un tempo, torna a far vibrare’ ai piedi del letto, tenendo bassa la voce melodiosa, come a voler cullare l’afflato del suo Signore morente …

«Per vederlo danzare ancora, per non lasciarlo solo affinché l’alba s’inchini a baciarne il risveglio, il suo smagliante sorriso, le sue labbra vermiglie, il suo batter di ciglia ... perché torni a levarsi sul filo dell’acqua delle peschiere, nel silenzio assordante di questo primo ed ultimo mattino del mondo” – si vuole egli cantasse, nel momento in cui l’alba violetta che preannunciava il giorno, si perdeva nell’azzurro del cielo, striato appena qua e là del rosso vermiglio delle sue labbra, nello schiudersi dorato delle sue ciglia.


. . .


Ricordo lo scroscio entusiasta degli applausi levatosi possente dalle contrade della comune gente, accorsa a riempir la piazza; e quello della Corte tutta, affrescata sulle pareti nella Camera degli Sposi, levatasi in piedi a celebrare l’agile etoile con una standing ovation più che meritata, che s’inchinava orgoglioso a raccogliere la riconoscenza della città di Mantova e del mondo intero, per aver egli elevata la danza e la sua vita, al più alto onore dell’arte …


.. Nureyev un mito del silenzio.




Note d’autore:

16 Serttembre 1988 - Piazza Sordello in Mantova, tesoro dell' arte italiana, ha partecipato al “Mantova Festa alla Corte dei Gonzaga”, nella straordinaria ambientazione di Paolo Portoghesi e portata in scena da Vittoria Cappelli e Vittoria Ottolenghi per Rai 1, all’insegna della cultura più nobile e popolare al tempo stesso. Lo straordinario avvenimento in cui si mescolava insieme arte, estro ed eleganza, multimedialità, pantomima e musica leggera, in un intreccio di lirica e danza, ha visto la partecipazione di artisti eccelsi: da Margot Fonteyn a Rudolf Nureyev, da Carla Fracci a Renato Bruson, ad Angelo Branduardi, luminosi eredi contemporanei dell'augusta tradizione di menestrelli e giullari che proprio nel mantovano ebbe in Sordello, uno dei suoi massimi esponenti.


(*) Words and Music by Tom Paxton:

Wish I had a troubadour a-sittin' by my knee / Playing stately rhythms of the ancient balladry. / […] Wish I had a Royal Ballet, to summon at my will. / Dancin' by the candlelight, some lovely old quadrille. / If I had a Royal Ballet I'd signal with a nod, / And they would dance for you, They would dance for you / until you'd smile.


(**) Per l’occasione la ‘Sposa’, Margherita Paleologa, era magistralmente interpretata da una leggiadra Carla Fracci.


Se mai la sua figura richiede un nome egli è Nur.
Se mai la sua figura richiede un nome egli è Nur.

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