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Una storia di GioMa46

Questa storia è presente nel magazine TUTT'ALTRE STORIE

“LAUDATO  Sì’”

Enciclica di Papa Francesco per una Casa Comune di tutta l'Umanità.

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24 minuti

Pubblicato il 23 aprile 2020 in Recensioni

Tags: #Chiesa #Catechismo #Religione #PapaFrancesco

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Papa Francesco in preghiera
Papa Francesco in preghiera
Papa Francesco durante la Messa
Papa Francesco durante la Messa


“Laudato Sì’” - Enciclica di Papa Francesco per una Casa Comune di tutta l'umanità.



Laudato sì, mì Signore …” cantava San Francesco d’Assisi nel richiamare l’attenzione dei confratelli in povertà ch’era del Cristo e dei suoi discepoli e che Papa Francesco va ripetendo, seppure con parole diverse, dall’inizio del suo pontificato. sostenendo di dover prendere le parole di Cristo, riportate nei Vangeli, come “..esempio e non come un precetto”, aggiungendo di volerne fare una dottrina applicabile alla Chiesa d’oggi, poiché “..il Cristo non ci ha lasciato delle dottrine da seguire, ma una vita da imitare”, recuperando un dire colloquiale che si rivela efficace parimenti a ciò che è l’idea comune in fatto di religione e che Papa Francesco sembra voler ripristinare in seno alla Chiesa (o almeno ci sta provando). E cioè a quella Chiesa che San Francesco d’Assisi evocava, quella dei primordi, cui dalla morte di Cristo fino al 1200 essa s’ispirava.

Giotto: San Francesco
Giotto: San Francesco

Salutiamo quindi con ritrovato fervore ‘eucaristico’ l’Enciclica di Papa Francesco sia che ci professiamo cattolici o laicali, in ragione della rinnovata ‘mensa cristiana’ cui per la prima volta siamo tutti invitati. Ciò dico perché a differenza dei vari ‘congressi’ di approfondimento e riflessione cui la Chiesa ha svolto decidendo ‘ad imprimatur’ per tutti quanti noi, questa volta cristiani e non siamo chiamati ad entrare nella ‘casa comune’ che Papa Francesco, come già il suo predecessore e ispiratore (Francesco d’Assisi), sta cercando di erigere ‘mattone su mattone’ per dare slancio innovativo alla comunità cattolica. Non già recupero dell’antica fede, la quale resta comunque a fondamento dell’ampia costruzione cattolico-cristiana, quanto invece, propria del ‘riconoscimento’ nei termini dell’epistemologia evoluzionistica, nel tentativo di affrontare le questioni da un punto di vista evolutivo della fede al passo coi tempi.


L'invito, rispreso da un apocrifo venne molto discusso in seno alla Chiesa imperante d’allora: “..sappiate che la nostra non è una religione, ma un servizio”, sebbene non presume si trovi nei Vangeli, pure è come se vi fosse inclusa. O almeno che si vorrebbe vi fosse, perché è qui ed oggi che essa trova la sua massima applicazione, proprio quando tutto attorno: costituzioni, leggi, summit, congregazioni, conferenze episcopali ecc. assumono un aspetto anacronistico. Ciò, se solo si fosse tenuto conto delle problematiche (un tempo sconosciute ma prevedibili) cui la Società odierna e la stessa Chiesa (se fosse stata al passo coi tempi), avrebbe visto ancor più acuirsi quella lungimiranza che 'a dispetto dei santi' ha portato i popoli all’accolturazione e 'grazie a Dio' a riconoscere ciò che è ‘giusto’ e ‘ legittimo’ nel diritto alla sopravvivenza (ambiente, popoli, razze animali ecc.). Questa ‘sì corporea e ancor più spirituale’ ch’è prioritaria all’essere umano ma, e soprattutto, attinente alla salvaguardia del “creato” in quanto “bene comune” da tutto ciò che è riconosciuto come distruttivo in modo estremo: dalle guerre nucleari alle conflagrazioni batteriologiche cui stiamo assistendo ai giorni nostri.

«La nozione di ‘bene comune’ coinvolge anche (e soprattutto) le generazioni future. Le crisi economiche internazionali hanno mostrato con crudezza gli effetti nocivi che porta con sé il disconoscimento di un 'destino comune' a tutti i popoli indistintamente, dal quale non possono essere esclusi coloro che verranno dopo di noi. Ormai non si può parlare di sviluppo sostenibile senza una solidarietà fra le generazioni. Quando pensiamo alla situazione in cui si lascia il pianeta alle future generazioni, entriamo in un’altra logica, quella del dono gratuito che riceviamo e comunichiamo. Se la terra ci è donata, non possiamo più pensare soltanto a partire da un criterio utilitarista di efficienza e produttività per il profitto individuale (leggi spartizioni, appropriazioni indebite, muri divisionali, confini ecc.). Non stiamo parlando di un atteggiamento opzionale, bensì di una questione di giustizia, dal momento che la terra che abbiamo ricevuto come laggio appartiene anche a coloro che verranno.»


Nulla da eccepire, ma non è certo un caso se quanto oggi viene fatto nella vigilanza, la protezione, a tutela e difesa del patrimonio ambientale e naturalistico, rivolto allo studio delle ecologie rinnovabili, in quanto materia di dibattito in seno agli stati, in fine non riesca a trovare negli accordi; né si stiano cercando soluzioni di ‘quanto’ e ‘come’ ridurre gli effetti nocivi sul suolo, l’aria, l’acqua, quando dovrebbe essere pacifica una risoluzione che vieti il costante disfacimento di tutto questo. Sì, ben vengano l’Expo di Milano 2015 a sottolineare che la fame nel mondo si può combattere riducendo gli esuberi e riciclando gli sprechi degli alimenti; o riprendendo le disposizioni FAO e dell’ONU sugli aiuti da elargire alle popolazioni in difficoltà; se poi le risoluzioni di Rio, di Roma, di Tokyo ecc. rimangono sulla carta e ad esse non seguono fatti ‘concreti’. Ci si chiede fino a quando staremo qui a parlarne? Probabilmente fino alla fine dei giorni di vita del pianeta che per adesso non è ancora esploso, ma la strada da percorrere, a detta degli scienziati che studiano certi fenomeni, non dovremo aspettare ancora molto.

Giotto: San Francesco predica agli uccelli
Giotto: San Francesco predica agli uccelli
Copertina del libro contenente le laudi
Copertina del libro contenente le laudi

Sì, ben venga una ‘Enciclica’ come questa che nell’ ‘intendimento’ papale funge non come messaggio quanto come ‘richiamo’ «..a ristabilire un rapporto che si è interrotto forse anche a causa di alcune prevedenti intrepretazioni della dottrina. Credere che l’uomo debba dominare la natura, e disporne a suo piacimento, non deve indurre a pensare che questo atteggiamento consenta ogni tipo di scempio.» Tuttavia va qui ricordato (al Papa in primis e alla Conferenza Episcopale della Fede poi) che il riconoscere una casuale non assecondata da una necessaria rettitudine di comportamenti, ha come effetto una caduta dell’insegnamento che si vuole infondere. Non è nell’ imprimatur papale discernere ciò ch’è giusto da quanto viene taciuto ciò che può anche essere sbagliato?

Se non fosse perché Papa Francesco ispira una certa religiosa fiducia e il suo impegno a ‘cambiare certe cose’ è sotto gli occhi di tutti, penseveremmo nel dire che da ‘bravo gesuita’ che ha individuato (non sottovalutato) la possibile caduta di credibilità verso la Chiesa e nei suoi ‘imprenditori della fede’ che operano nell’ombra, quasi stenteremmo a credergli. Ma, poiché infine noi tutti siamo ‘peccatori’ e vogliamo dare pace alla nostra anima, lo assecondiamo e corriamo tutti ad ascoltare (e a leggere) le sue parole con remissione verso quella ‘verità’ di cui sappiamo essere investito e che oggi gli permette di sedere sul soglio pontificio. Ripeto, se non fosse così, per quelle parole che gli sentiamo pronunciare e ripetere all’infinito (necessarie quanto mai perché non siamo più abituati ad ascoltarle), saremmo portati a pensare che l’attività del ‘cenobio vaticano’ per quanto riguarda il libro dell’odierno ‘Catechismo’ in vigore e questa stessa prima ‘Enciclica’ papale, non siano che delle belle ‘favole’ a misura di semplici creduloni (leggi incolti privi di conoscenza e di cultura; ed anche di increduli, ineducati, scettici, empi, miscredenti), quanto basta per una diaspora senza possibilità di ritorno.


Può sembrare casuale ma non ritengo lo sia, che un libro dopo vent’anni che giace nella mia biblioteca si apra all’improvviso, proprio in concomitanza con i fatti sopracitati: si tratta de “Il quinto evangelio” di Mario Pomilio (Rusconi Editore 1975), “un’opera originalissima per tema e per struttura” in cui si narra a posteriori, non senza una accertata ‘storicità’ dei fatti, di ciò che riguarda la sensibilità religiosa di oggi. Incredibile a dirsi ma vi si ritrova una certa affinità fra luoghi comuni (del comune pensare di oggi) con quello che accadeva nel primo medioevo quando la Chiesa divulgava la sua ‘verità’ dagli altari tempestati di ori e gemme preziose mentre la ‘gente comune’ faceva la fame per le strade e moriva di stenti per le malattie. Oggi, a differenza di allora, la fame persevera in gran parte del mondo e la gente muore lo stesso di stenti e malattie sconosciute. Mentre sugli altari si chiede l’impegno comunitario (monetario ed economico) per il sostentamento delle anime, ma non si vuole ‘partecipare’ (vedi il pagamento dell’ICI) come contributo alla debacle sociale di cui, almeno in parte il Vaticano, può dirsi responsabile.

Senza necessariamente lasciarsi guidare nelle scelte e nei dissensi di questo scritto, riporto qui di seguito un passaggio del libro sopracitato che ritengo sia efficace quanto accattivante alla comprensione. Il dialogo si svolge fra l’abate benedettino di Sulmona e il priore degli agostiniani (pag.110): “Sì, certo: voi improvvisate la vostra vita religiosa, noi probabilmente la regoliamo troppo; voi molto vi fidate della naturale bontà, e per il resto fate come chi crede che lo Spirito coi suoi doni, sia sempre in procinto di bussare alla vostra porta. Convinciti però : noi non siamo buoni. Al massimo nasciamo innocenti, o forse pavidi. E se non operassimo a modificare la natura mediante l’assiduità di un’obbedienza e d’una regola, saremmo persi”. Ci sarebbe qualcosa da aggiungere riguardo l’etica trascurata all’epoca e quanto invece di ‘etica’ parla la presente ‘Enciclica’:

«D’altro canto, è preoccupante il fatto che alcuni movimenti ecologisti (pavidi) difendano l’integrità dell’ambiente, e con ragione reclamino dei limiti alla ricerca scientifica (incoerenti), mentre a volte applicano questi medesimi principi (pusillanimi) alla vita umana. [...] Come spesso abbiamo visto, la tecnica separata dall’etica, difficilmente sarà capace di autolimitare il proprio potere. [...] Quando ci interroghiamo circa il mondo che vogliamo lasciare ci riferiamo soprattutto al suo oientamento generale, al suo senso, ai suoi valori. Se non pulsa in esse questa domanda di fondo, non credo che le nostre preoccupazioni ecologiche possano ottenere effetti importanti. Ma se questa domanda viene posta con coraggio, ci conduce inesorabilmente ad altri interrogativi molto diretti: a che scopo passiamo da questo mondo? Per quale fine siamo venuti (leggi chiamati) in questa vita? Per quale scopo lavoriamo e lottiamo? Perché questa terra ha bisogno di noi?»

Libro del Catechismo
Libro del Catechismo
Copertina del libro.
Copertina del libro.

Ma queste non sono forse le domande di sempre, le stesse che si sono poste i nostri predecessori e che continuano a porsi gli studiosi d’ogni epoca? Quali risposte hanno dato gli antropologi, quali i filosofi, gli eremiti e i santi, che non siano già contemplate nei Vangeli? Foss’anche in quelli ‘apocrifi’ che tanto hanno da insegnarci in fatto di ‘umanità’ e, cosa molto trascurata (volutamente) dalla Chiesa, in fatto di ‘comunicazione’? C’è più ‘etica’ in essi di quanta ce ne immaginiamo, in quanto tendenti alla salvaguardia della concettualità mentale delle persone semplici che (fin da sempre) andavano alla ricerca di risposte ‘elementari’ (in quanto era il massimo dell’insegnamento che avevano ricevuto); facili (in quanto comprensibili); chiare (nel senso di manifeste). E la celebrazione della Messa (seppure in latino) era quanto di più ci si aspettava da un Dio celeste che, benché lontano, (con pochi ieratici gesti e talvolta con brevi incomprensibili frasi), rendeva manifesti i limiti di un ‘dramma’ consumatosi in illo-tempore che riscattava all’umanità l’esigenza della ‘sua’ e ‘nostra’ presenza sulla terra. Ponendo, al tempo stesso, il ‘fio’ d’un possibile ‘castigo-ricompensa’ alla sopravvivenza dell’intero creato.


«Pertanto, non basta più dire che dobbiamo preoccuparci per le future generazioni. Occorre rendersi conto che quello che c’è in gioco è la dignità di noi stessi. Siamo noi i primi interessati a trasmettere un pianeta abitabile per l’umanità che verrà dopo di noi. È un dramma per noi stessi, perché ciò chiama in causa il significato del nostro passaggio su questa terra.»

Ma la dignità umana (da sola) a quanto pare non basta, c’è necessità di fare ricorso a un’etica deontologica del vivere che abbracci sì la ‘conoscenza’ di ciò che ci circonda (il creato) ma, anche la ‘sapienza’ di amministrare ciò che ci è dato (l’intelletto). Allorché l’impegno civile e politico implichi uno stile di «..vivere insieme e di comunione. [...] Occorre sentire nuovamente che abbiamo bisogno gli uni degli altri, che abbiamo una responsabilità verso gli altri e verso il mondo, che vale la pena di essere buoni e onesti. Già troppo a lungo siamo stati (e lo siamo tutt’ora) nel degrado morale, prendendoci gioco dell’etica, della bontà, della fede, dell’onestà; è arrivato il momento di riconoscere che questa allegra (scontenta) superficialità ci è servita a poco. Tale distruzione (decostruzione?) di ogni fondamento della vita sociale (comunitaria), finisce col metterci gli uni contro gli altri nella difesa dei singoli interessi, provocando il sorgere di nuove forme di violenza e crudeltà che impedisce lo sviluppo di una vera (autentica) cura dell’ambiente.»

«Questo vuol dire che coltivare un’identità (un’etica) comune, [...] ci si prende cura del mondo e della qualità della vita in senso di solidarietà e allo stesso tempo di consapevolezza di abitare una ‘casa comune’ che Dio ci ha affidato [...] che vive tra noi e in ciò che ci circonda.»


Questo il messaggio complessivo di questa prima Enciclica il cui scopo è indicarci la retta via «..per recuperare la serena armonia con il creato, per riflettere sul nostro stile di vita e i nostri ideali, quale intensa ed estrema esperienza spirituale». Allora sì, ‘cè ancora un ‘mistero’ che possiamo contemplare, quello stesso che già San Francesco ci ha indicato e che l’odierno Papa Francesco sulla sua scia va ribadendo, cioè: “..la necessità di non separare le creature del mondo dall’esperienza di Dio nell’interiorità”.; che «Quindi c’è un mistero racchiuso in una (ogni) foglia, in un sentiero, nella rugiada, nel volto di un povero. L’ideale non è solo passare dall’esteriorità all’interiorità (di noi stessi) per scoprire l’azione di Dio nell’anima, ma anche arrivare a incontrarlo in tutte le cose e nelle altre creature.»

Giotto: Ciclo di San Francesco ad Assisi
Giotto: Ciclo di San Francesco ad Assisi



Copertina del libro
Copertina del libro

Non a caso si è posto l’accento sul recupero della ‘bellezza’ ricevuta in dono senza nostro merito alcuno che andiamo disperdendo sullo sfondo di un’epoca (quella attuale) che ci sfugge di mano, e ci vede incapaci di gratitudine davanti al grande progetto di Dio. '‘Dio (nella sua onnipotenza) si compiace di salvare con la grazia quello che è perduto per natura, per mostrare che non vuole distruggere, ma riparare [...] sperimentando la dura fatica della gioia misericordiosa (in quanto a noi donata), […] basta meditare la vita del nostro Salvatore per comprendere che l’origine di tutti i nostri errori sta nell’aver confuso il giudizio di Dio con la sua pietà’. E, come pur dice l’amico Nicola Aurini, nell’aver riversato la drammatica storia del ‘figlio’ all’interno di una ‘fiaba’ che ci raccontiamo da tempo ormai, in cui la giustizia divina, quantunque occulta, cessa d’essere irreprensibile e diventa criticabile, o almeno discutibile per la scorrettezza di chi invece è ‘chiamato’ a divulgarla.


Da sempre la qualità di chi dimentica e non ricambia, è propria dell’ingratitudine umana, tipica del trascurare ciò che di bello, di buono, di ben fatto si ridesta alla sua ‘eccellenza’ primaria, al calore (dell’amore) e al candore (dell’anima) del primo apprendimento che abbiamo definito ‘cristiano’, nel ripetersi del gesto costitutivo della creazione e che, pur nelle sue accezioni, chiamiamo ‘forza generatrice’, ‘potenza creativa’, ‘natura’ o come si vuole. Tuttavia se l’attribuiamo a un atto di fede per quel Dio Pantocratore che governa l’ampia estensione del cosmo il concetto non cambia. Ed è questa la ragione per cui noi, che pure abbiamo fatto della leggerezza la nostra filosofia di vita, non abbiamo finora trovato ‘altro’ con cui sostituire quanto postulato in valori e riflessioni.


Acciò l'idea odierna di un ‘Dio lontano e inavvicinabile’ che raggiunge l’ossessione del nostro tempo, in qualche modo accentua il ‘sacro tremore della grazia ricevuta’ (in illo tempore), che pure richiamava alla serenità del vivere, alla fiducia e perfino a quella prima innocenza della fede che (oggigiorno) seppure offuscata, non è mai andata perduta per intera’. Ed è a quella originaria ‘innocenza’ che le parole di Papa Francesco ‘simili a falde misteriose che solcano il profondo e l’infinito’, oggi attingono, riproponendoci l’immagine del Cristo amorevole e a noi più che mai vicino, nel momento in cui si è chiesto di ripristinare la ‘cura della casa comune’ allo stesso modo (ampliato) in cui si era già espresso il suo grande predecessore: San Francesco d’Assisi.


Ma la gratitudine non sembra prediligere neppure il nostro tempo se, al contrario noi, sembriamo capaci solo di arrabattarci a sopravvivere, qua e là sperperando l’intera nostra eredità, meravigliosa quanto pesante, che piuttosto trasformiamo in una sorta di demerito senza responsabilità, di volgarità senza dignità e senza alcuna moralità, che più infatti ci mortificano. A tal proposito le parole di San Paolo risuonano più che mai inappuntabili: "Il Vangelo è potenza di Dio per la salvezza di tutti gli uomini”. Dov’è allora quella ‘bellezza’ che abbiamo avuta in dono (prestito)? Come possiamo salvaguardarla e restituirla alle generazioni che verranno? Come possiamo tornare a vivere il nostro tempo (questo tempo) con la coscienza e il rispetto che merita?


Le risposte a questi interrogativi non sono ‘espliciti’ nell’Enciclica di Papa Francesco, per quanto vengano fatti alcuni importanti riferimenti nelle due ‘preghiere’ che chiudono il messaggio papale e che rompono lo schema dell’emergenza che ci attanaglia per riprendere il dialogo con Dio lì dove l’abbiamo abbandonato. Papa Francesco insiste sul fatto che una dottrina nulla dice se non la si pratica: “..dovremmo agire piuttosto che attendere, dovremmo pensare invece di supporre, dovremmo riprendere ad ascoltare anziché blaterare e, infine, dovremmo salvarci da noi stessi.” Il nostro ‘viaggio interiore’ incomincia da questi pochi propositivi intendimenti: “ridefinire gli obiettivi di vita che ci siamo preposti, (sapere cosa vogliamo); recuperare le motivazioni che ci spingono ad agire, (le pulsioni interiroi); lasciar emergere la parte più profonda e creativa della nostra persona, (alfine di ricostituire in noi l’essere integrale purificato ch’è in noi); restituire allo ‘spirito’ quell’amore ch’è in Dio, affinché guidi la nostra anima nel viaggio che dobbiamo intraprendere, come riscatto alla paura della morte".


Forse non ce ne siamo accorti ma “..stiamo parlando di un atteggiamento del cuore, che vive tutto con serena attenzione, che sa rimanere pienamente presente davanti a tutto ciò senza stare a pensare a quello che viene dopo, che si consegna ad ogni momento come dono divino da vivere in pienezza. […] Separato dall’etica, ogni momento, dificilmente sarà capace di autolimitare il proprio potere”. Acciò non occorre farsi santi o eroi per superare gli ostacoli della vita: “L’ideale non è solo passare dall’esteriorità all’interiorità per scoprire l’azione di Dio nell’anima, ma anche arrivare a incontrarlo in tutte le cose”. Come insegnava San Bonaventura: “La contemplazione è tanto più elevata quanto più l’uomo sente in sé l’effetto della grazia divina o quanto più sa riconoscere Dio nelle altre creature”. [... ] Quindi c’è un mistero da contemplare in una foglia , in un sentiero, nella rugiada, nel volto di un povero. [...] Un’espressione di questo atteggiamento è fermarsi a ringraziare Dio prima e dopo i pasti. Propongo ai credenti che riprendano questa preziosa abitudine e la vivano con profondità. Tale momento della benedizione, anche se molto breve, ci ricorda il nostro dipendere da Dio per la vita, fortifica il nostro senso di gratitudine per i doni della creazione, è rafforza la solidarietà con i più bisognosi”.

Giotto: S.Francesco cede il mantello al povero.
Giotto: S.Francesco cede il mantello al povero.

Perché, infine: “la cura per la natura è parte di uno stile (etico) di vita che implica capacità di vivere insieme e di comunione”. Per quanto i ‘passi’ sopra riportati invitino ad esplicitare la fede con ‘l’agire piuttosto che attendere’, “la spiritualità cristiana propone un modo alternativo di intendere la qualità della vita, e incoraggia uno stile di vita profetico e contemplativo, capace di gioire profondamente senza essere ossessionati dal consumo (consumismo). […] La sobrietà, vissuta con libertà e consapevolezza, è liberante. Non è meno vita, non è bassa intensità, ma tutto il contrario. [...] Si può aver bisogno di poco e vivere molto, soprattutto quando si è capaci di dare spazio ad altri piaceri e si trova soddisfazione negli incontri fraterni, nel servizio, nel mettere a frutto i propri carismi, nella musica e nell’arte, nel contatto con la natura, nella preghiera. La felicità richiede di saper limitare alcune necessità che ci stordiscono, restando così disponibili per le molteplici possibilità che offre la vita. [...] Ciò significa apprezzare ogni (singola) persona ed ogni cosa, imparare a familiarizzare con gli altri e le realtà più semplici, e saperne godere”.


“D’altra parte, nessuna persona può maturare in una felice sobrietà se non è in pace con sé stessa. E parte di un’adeguata comprensione della spiritualità consiste nell’allargare la nostra comprensione della pace, che è molto più dell’assenza di guerra. La pace interiore delle persone è molto legata alla cura dell’ecologia e al bene comune perché, autenticamente vissuta, si riflette in uno stile di vita equilibrato (etico) unito a una capacità di stupore che conduce alla profondità della vita. La natura è piena di parole d’amore, ma come potremo ascoltarle in mezzo al rumore costante, alla distrazione permanente e ansiosa, o al culto dell’apparire? Molte persone sperimentano un profondo squilibrio che le spinge a fare le cose a tutta velocità per sentirsi occupate, in una fretta costante che a sua volta le porta a travolgere tutto ciò che hanno intorno a sé. Questo incide sul modo in cui si tratta l’ambiente. Un’ecologia integrale richiede di dedicare un po’ di tempo per recuperare la serena armonia con il creato, per riflettere sul nostro stile di vita e i nostri ideali, per contemplare il Creatore che vive tra di noi e in ciò che ci circonda, e la cui presenza «non deve essere costruita, ma scoperta e svelata.”


John Stuart Mill, interpellato sul significato dell’etica applicata alla scienza, scriveva che «..l'uomo è sovrano su se stesso, sul proprio corpo e sulla propria mente e, per quanto la scienza non abbia ancora dimostrato il contrario, assistiamo al subentrare della bioetica ad occuparsi dei grandi interrogativi che ruotano intorno alla persona, a partire dal rispetto della vita umana nel suo significato più profondo. Incentrato tutto sul problema della salvaguardia dell'individuo, il nostro tempo si interroga sui limiti; la ricerca scientifica migliora la qualità di vita dell'uomo, traccia un cammino fatto di conquiste verso la cura delle malattie più insidiose, cerca i presupposti per insegnare agli individui come curarsi e come concepire la propria salute. [...] Prevede dunque l'interazione dell'etica con le scienze, in una modalità più moderna rispetto a quella tradizionale e religiosa, con lo scopo di affrontare e valutare anche a livello morale alcuni processi medici quali il trapianto di organi, l'eutanasia, la fecondazione artificiale e tanti altri. […] Pur tuttavia la bioetica viene definita come un'area di ricerca che grazie a diverse discipline su cui si basa pone come «oggetto dei suoi studi l'esame sistematico della condotta umana nel campo della scienza della vita e della salute.»


In fatto di 'bioetica e religioni' una premessa è necessaria, che segna alla radice il dibattito in atto in vari paesi del mondo, e riguarda il concetto di Creato: «Quasi tutti i credenti di qualsiasi fede religiosa condividono l'idea che ciò che ci circonda viene da un atto di creazione, cioè da un intervento divino, sovrannaturale. Tale impostazione iniziale, come conseguenza, porta alle problematiche che coinvolgono la bioetica, che a loro volta hanno ripercussioni su alcune tra le questioni più significative della vita umana (nascita, sessualità, morte). Sono evidenti quindi le notevoli connessioni di questi temi con la religione ed altrettanto evidenti le cause delle reazioni dei non credenti al riguardo. [...] Nei paesi di tradizione cattolica è rilevante il ruolo ricoperto dalla bioetica cattolica ufficiale - cioè quella contenuta nei documenti del magistero della Chiesa, nelle opere degli autori che risultano in sintonia dottrinale con essi e nella comunità scientifica che ad essa fa riferimento e che si muove all'interno del paradigma della sacralità e indisponibilità della vita, sostenendo che la persona umana, come non è la creatrice della vita, così non ne è la proprietaria


All'idea della sacralità e indisponibilità della vita si connettono la proibizione dell'aborto, l'illiceità del suicidio 'consapevole' ed il rifiuto dell'eutanasia. «La bioetica cattolica sostiene che ciascun essere umano ha il diritto/dovere alla vita, intendendosi, con questa definizione, la forma di vita umana dal momento del suo concepimento a quello della sua morte naturale.» Ora, per quanto si può essere d’accordo o meno con queste posizioni ‘utilitaristiche’ e ben anche che studiosi di buddhismo, confucianesimo, cristianesimo, ebraismo, induismo, islamismo e taoismo si sono pressoché cimentati con la bioetica cattolica ufficiale sin dai suoi inizi, offrendo, in molti casi, contributi di rilievo, San Giovanni della Croce insegnava che tutto quanto c’è di buono nelle cose e nelle esperienze del mondo: “..si trova eminentemente in Dio in maniera infinita o, per meglio dire, Egli è ognuna di queste grandezze (eccellenze) che si predicano».

Immagine di S. Francesco di anonimo
Immagine di S. Francesco di anonimo

E aggiunge: «..non è perché le cose limitate del mondo siano realmente divine, ma perché il mistico sperimenta l’intimo legame che c’è tra Dio e tutti gli esseri (del creato), e così sente che Dio è per lui tutte le cose. Dacché l’importanza dei Sacramenti quale modo privilegiato in cui la natura viene assunta da Dio e trasformata in mediazione della vita soprannaturale. Attraverso il culto siamo invitati ad abbracciare il mondo su un piano diverso». [..] Ecco che allora il senso ‘etico’ della vita si sposa con «..l’acqua (del battesimo), l’olio (della cresima), il fuoco spirituale (che unisce gli sposi), sono assunti con tutta la loro forza simbolica (sprigionante vigore e bellezza nella lode levata al Signore); la mano levata che benedice è strumento stesso dell’amore di Dio e insieme riflesso della vicinanza di Cristo che è venuto ad accompagnarci nel cammino della vita».


Tuttavia è «nell’Eucaristia che il creato trova la sua maggiore elevazione. La grazia (l’atto del dono che si rinnova), che tende a manifestarsi in modo sensibile, raggiunge un’espressione meravigliosa quando Dio stesso, fatto uomo, arriva a farsi mangiare dalla sua creatura. Il Signore, al culmine del mistero dell’Incarnazione attiva ciò che ‘in illo tempore’ era chiamato ‘rito antropofagico’ in cui è raggiunta attraverso un frammento di materia (rappresentata dall’ostia consacrata), la nostra nascosta intimità (l’anima), in quanto centro traboccante d’amore e inesauribile di vita. (..) L’Eucaristia dunque, in quanto fonte di luce, unisce il cielo e la terra, abbraccia e penetra tutto il creato. In ciò il mondo, che è uscito dalle mani di Dio, ritorna al suo Creatore in gioiosa e piena adorazione: nel Pane eucaristico la creazione è protesa verso la divinizzazione, verso le sue nozze, verso l’unificazione con il Creatore stesso».


A fronte di ciò come non avallare le parole dell’eccellente sociologo Zigmunt Bauman per il quale «..ognuno di noi è artista della propria vita: che lo sappia o no, che lo voglia o no, che gli piaccia o no. Essere artista significa dare forma e struttura a ciò che altrimenti sarebbe informe e indefinito. Significa manipolare probabilità. Significa imporre un ‘ordine’ a ciò che altrimenti sarebbe ‘caos’: organizzare un insieme di cose ed eventi che altrimenti sarebbe caotico (casuale, fortuito e dunque imprevedibile), rendendo così più probabile il verificarsi di certi eventi anziché di altri. […] organizzare o ‘gestire’ significa mettere assieme e coordinare risorse che altrimento rimarrebbero separate e sparse. […] Per esprimere ciò spesso parliamo della necessità di ‘organizzare le cose’, o addirittura (alludendo all’arte della vita), di organizzarci, e presumiamo sempre (e a volte esplicitamente) che è proprio questo che serve se vogliamo ‘fare’».

Zigmunt Bauman
Zigmunt Bauman

Sebbene il riferimento non sia così esplicito nell’Enciclica di Papa Francesco, credo sia infine questo il principio cui Egli fa riferimento nelle sue numerose ‘omelie’ pubbliche, in cui non si esime dal riconoscersi dentro una stessa realtà ‘liquido –moderna’ in cui la ‘grazia’ è inseparabile dalla vita comune e comunitaria, sebbene l’amore (per quanto grande) non promette il raggiungimento della felicità ma ne riscatta il senso. “La felicità – per richiamare la diagnosi di Kant – non è un ideale della ragione, ma dell’immaginazione. […] Così come l’amore (in Cristo) è qualcosa che richiede di essere ‘creato’ e ricreato ogni giorno, ogni ora; che ha bisogno di essere costantemente risuscitato e riaffermato e richiede le dovute attenzioni e cure”.


In linea con la crescente fragilità dei legami umani, con l’impopolarità degli impegni a lungo termine, con l’eliminazione dei ‘doveri’ dai ‘diritti’ e l’elusione di ogni obbligo che non sia verso se stessi”, si tende a rifugiarsi nel ‘nichilismo’ soggettivo, in quello ‘scetticismo’ che viola ogni paradigma, per cui l’essere umano ha significato intrinseco di etrne ‘bellezza’. In ciò l’Enciclica ‘Laudato sì’ di Papa Francesco, respinge il pregiudizio che non ha mai abbastanza prove per convincersi della certezza di una realtà che scavalca ogni prevaricazione, ogni abuso di potere, ogni malvessazione, e si leva in assoluta onestà spirituale (integrità morale e civile) al di sopra di ogni altra alternativa. “Non interpreta la propria superiorità come motivo di gloria personale (papale) o di dominio irresponsabile (della Chiesa), ma come una diversa capacità che a sua volta impone una grave responsabilità che deriva dalla sua fede”.



Libro dei Fioretti di S. Francesco
Libro dei Fioretti di S. Francesco
Copertina della Enciclica papale
Copertina della Enciclica papale

Bibliografia /Letture:


Papa Francesco, “Laudato sì” Enciclica sulla cura della casa comune. Guida alla lettura di Carlo Petrini. San Paolo Edizioni 2015


Mario Pomilio, “Il quinto evangelio” – Rusconi Libri 1975


Zygmunt Bauman, “L’arte della vita” – Laterza Editori 2009


Marcel Mauss, "Saggio sul dono" - Einaudi - ristampa 2017


K.G.Jung, "Il simbolismo della Messa" - Bollati Boringhieri -ristampa 2013



Giorgio Mancinelli propone inoltre di leggere i seguenti testi. Cliccando sui link qui sotto è possibile visualizzare il testo / recensione de “Il Libro della Gioia” di Papa Francesco, pubblicato sul sito Intertwine http://bit.ly/2vrdjU4 - http://bit.ly/2WjnfKb -

E inoltre: http://www.larecherche.it/testo.asp?Id=393&Tabella=Saggio http://www.larecherche.it/testo.asp?Id=397&Tabella=Saggio



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