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Una storia di DomenicoDeFerraro

IO. PINOCCHIO

Breve Autobiografia di un Burattino

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10 minuti

Pubblicato il 04 agosto 2019 in Fiabe

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Breve autobiografia di un burattino


Mattino luminoso , una calda giornata di sole , affoga il canto in gola , tiene in moto la mente in un vecchio ritornello. Dentro un delirio lirico scemando per rivoli utopici , in memorie rinsecchite simili ad insalate, di pollo maldigerite. Prendo la mia auto argentea , ruggente , scattante , scalpitante nella forza dei pistoni d’acciaio , corrente si lasso per vicoli storti nell’ eco di vecchie battaglie fatte a misura d’uomo. Il piromane forzuto, mezzo galeotto con una cicatrice profonda sulla guancia sinistra mi guarda salire sulla mia auto, indenne da ogni peccato con se avessi consumato mille eiaculati al lume della luna . La luce era rada quel mattino , volevo andare a capo di buona speranza, un promontorio affacciato sul mare lucido ed estasiante, fatto di gocciole aulenti , di onde di pensieri , lassi come figli di un tempo sonoro che si mischia alla sorte meschina. Ed era lì volevo andare , come fossi un cavaliere errante per strade spalmate di sperma. Attirato da grazie , silvestre, figliole, tettone di gran taglia, gioie indurite che sanno di fragola. Con un foglio di carta asciugai il sudore dalla mia fronte rugosa. La voglia di vivere mi condusse ad un passo dal salire in auto ed il rimorso mi prese perenne, ramingo come un cazzotto nello stomaco . Andavo incontro alla morte di tanti miei ideali , ad un destino crudele fatto di canti , di ecloghe ,voci nere, indegne figlie di molti interrogativi, scivolanti in un imbuto, nella gloria d’un tempo disincantato nell’ accidia, nella rabbia degli anni passati . Ed ero sul punto di capire ogni cosa , di rubare il fuoco agli dei, ma la mia sorte era segnata dal fato e dal fatto d’essere perennemente sconvolto , solo, incompreso .


La mia macchina grigia con l’antenna svettante, con il cofano bianco, la tappezzeria di velluto ,il mio sedile , il mio volante la mia voglia di vivere, volando su mari immaginari tra antiche rovine , mi conducono oltre ogni dubbio ad una bellezza serafica. Figlia del cielo è questo mio sogno, mi sento un altro , preso dalla follia , dal sesso , dal sonno, dallo scatto dell’ira , ruggente all’ istante dentro il mio petto. Una belva in calore , s’agita in me , ruggisce, graffia , sincera tra il mio dire sbiadito . Quieto nel mio dramma , vivo aldilà dei mie sogni , recisi da una lama che taglia perfino la barba al profeta. Salgo in macchina , vivo la mia vita , diseredato , forse più vecchio di chi sà quant’altri uguali a me ,vendo il copione di una commedia da quattro soldi , al buffo re dei falli.


Io mi struggo, in vane ragioni dopo aver molto vissuto e poco copulato , in questo mio tempo. Mi consumo come fossi una candela accesa , davanti ad un immagine sacra. Vivo per dire cazzate e non ha importanza tutto il resto . Sono io il burattino di cartapesta. Se pure doloroso , ammetto la colpa subita ed il caso clinico mi perseguita. Non ho dubbio su dove andare. Nel bel paese dei balocchi. E non faccio mai il biglietto sull’autobus delle sette. Ritornerò a casa indenne come fossi una marionetta canterina .

Io sono un uccellino, canticchio stornelli a sera, Felice.

Tu non comprendi il senso delle mie parole.

Oh perbacco ho bisogno di chiarire i miei dubbi

Ecco fatti un bel esame di coscienza

Ma vai , via grillo del malaugurio

Vedrai caro Pinocchio come le cose cambieranno

Grillaccio impertinenti ti tiro una martellata

Non dire così Pinocchio occhio alla gente

Che gente grillo ?

La gente, la gente Pinocchio tu non gli vai a genio

Oh grillino perché mi tormenti con questi discorsi del cavolo

Non sono del cavolo sono parole di tuo babbo buonanima una gran brava persona

Si lo so , grillino ero bravo il mio babbo ed ora lo vorrei qui con me , portarlo al mare a fare un bagno.

Pinocchio tu sei di legno , sfortunato, fatto ad immagine di un desiderio.

Lo so grillo , vorrei cambiare ma non posso


Per circa mezz’ora parliamo dei nostri tentativi di evolvere in meglio come se fossimo nati ieri mattina come se la lupa ci avesse allattati entrambi nel bosco, sopra un bel prato, dietro uno specchio oltre quel colle che divide il mio mondo dal resto del mondo.


Pinocchio bada a ciò che fai

Sono uno storico io

Non sei più d’un asino con una coda pelosa

Grillo m ‘offendi

Ti raccomando di non dire bugie

Faccio quello che posso , questo mondo mi rattrista assai.

Non è un abito il mondo è una realtà in continuo movimento

Ecco grillo questo m’assilla guardare il mondo filosoficamente

Il tuo babbo una volta mi disse che tu sei nato da un faggio

Allora dovrei essere saggio

Il ragionamento è ben altro

Quale grillo

E che tu devi imparare a studiare

Dovrei sgobbare per l’ invidia altrui

Non per invidia ma per diletto

O perbacco , io dovrei essere un ribaldo

Lo do è difficile spiegare caro Pinocchio ma le cose stanno così.

Bene tu dimmi come sono le cose quale forma hanno quale valore contengono.

Non posso darti una ricetta precisa, una soluzione ai tanti interrogativi ma ricorda l’invidia è una cosa orribile.

Balla l’illusione in questa mia capoccia di legno . Sono triste per non poter essere qualcos’altro, un bravo bambino come desiderava mio padre. Una farfalla, un qualcosa di magico, ma tutta la mia tristezza non ha prezzo , ne ha principio ne la fine . Tutto scorre, tutto va , ogni cosa viene gettata dietro di noi con i nostri sentimenti . Ed io sono li in mezzo agi altri che cerco di capire di afferrare il senso di cosa siamo.

Ma nessuno interessa , ne cosa sono, ne cosa sarò domani.

Non guardare la vita da sotto a sopra.

Oh su via grillaccio ma tu sei proprio un petulante.

Fai il bravo Pinocchio se no faccio rapporto alla fata turchina

Ma che fata e fata quella è una ...

Cosa dici

Hai bestemmiato

Non no è vero

E perché ti cresciuto il naso

Non per caso

Ti ho sentito dirlo

Sei un mentecatto

No sono un gatto

Quale gatto dei miei stivali

Grillo non mi abbandonare

Non ti abbandono, ma tu non dire più frase sconce

Prometto , giuro, giuretto

Ecco mettiti questo saio addosso e va elemosinando

Dove devo andare

Elemosinando

Io debbo andare al mare grillaccio

Pinocchio finirai all’inferno per i tuoi peccati

Non m’importa, me ne frego se l’oste ha messo l’acqua dentro al vino

Pinocchio torna subito indietro .

Addio grillo

Pinochioooo


Cosi risalgo sull’auto , ingrano la marcia come fossi me stesso con quella mia illusione di essere felice ad ogni costo mi preparo a combattere i mostri della mia coscienza . Ad essere il pirata dei mari del sud . Ed è tutto cosi incredibile , la ricerca della verità fugge dalle mie mani . Ed io ci provo e riprovo , salgo in cima ai monti e colline toccanti le nuvole sollevate dal vento di ponente nel grido del laido cantore proveniente dal mare.


Quel giorno avrei potuto vivere o morire , certo la fama non si conquista giocando a mosca cieca. Ed il gatto degli stivali mi spinse ad ingranare la marcia , cosi parti sulla scia di una vecchia canzone, con tutte le mie contrazioni che possono essere sommate all’infinito ad un errore . Ed un errore filologico è capace di regalarti una grammatica ed un altro errore la comprensione dell’universo. Tutto sta a percorrere la stessa strada dei santi. Quando giunsi sulla collina sempre verde, ammirai il mare . La memoria dei luoghi emergeva dalla terra ferita , mi prende l’animo e mi faceva capire di che pasta ero fatto.


Io non sono pinocchio , ecco lo detto, neppure mastro Geppetto ne mangiafuoco. Cosa sono lo scoprirò , guardando dentro me stesso , nell’ossesso dei mie versi in quelle stupide frasi ammuffite che continuo ad innaffiare a sera al mattino. Sotto un sole africano , danzo nudo nella mia stupidità . Non ci posso credere ho le trabecole. Qualcuno vorrebbe chiamare carabinieri chi invece ride a crepapelle. E la pelle diventa nera come quella degli immigrati . Diventa gialla come i sogni giapponesi . Quella con la colla , non incolla, la vende il cinese all’angolo della strada dove ammiro lo spettacolo.

Venite a vedere

Non sono io che spingo

Fatti un po’ più in la

Vediamo di starci tutti

Hai una sigaretta

Non fumo mi dispiace

Quanta gente

Io non vi conosco di persone pero mi siete assai simpatico

Donerò il mio cuore

Che minchiata

Acchiappa il ladro

Accidenti me ne vado al bar

La danza continua , un negrone alto tre metri passeggia su una corda tesa . Il panorama infinito, fa mozzare il fiato ed io vivo , spero tutto ciò passi inosservato che tutto ciò sia solo frutto della mia fantasia. Per quanto ci creda per quanto canti e volga la mia voce verso la platea , per quanto viva e sogni, rimane tutto cosi bello , sincero , da non sottovalutare


Risalgo in macchina ho visto il mondo finire in bocca ad un pesce. Sono Tranquillo adesso , ho visto cosa significa essere e non essere , ma cosa m’importa la strada continua ed io risalgo in macchina, riparto verso ciò che credo oltre andrò in maniche di camicia , verso un altro giorno ed altri gironi , girando intorno ad un idea che non muore mai . Una luce brilla nel buio del tempo trascorso. Sembra un fulmine a ciel sereno.


Il correre incontro al tempo e correre incontro a se stesso nell’ossesso di una poesia , dentro una frase scritta in fretta. Tutto scorre con il vento le parole si moltiplicano , diventano dolci come i canti degli uccelli migratori. E guardare dal finestrino dell’auto lo scorrere delle immagini di un paesaggio che volge alla fine. Mi rende più forte, sono il padrone del mio destino, padrone del mio cuore , del mio esule canto che si libra sulla città perennemente afflitta. Ed una banda di scassinatori si cala dentro un tombino e scava un buco per giungere alla cassaforte. Giungere dove ci sono tutti i ridicoli ricordi di una vita spesa troppo in fretta di questa citta, dove ci sono montagne di soldi, ori , diamanti. Tutto luccica agli occhi del malandrino, come la bambola nella vetrina che t’invita ad entrare.




Avrei dovuto correre incontro al mio tempo forse in maniche di camicia , esterrefatto , bianco in volto forse perduto in qualcosa d’incomprensibile in un odio senza tempo che gioca come il gatto con il topo . E verranno i giorni cupi quelli con cui non vuoi avere nulla a che fare con gli altri . Friggerai le tue maledette uova in una padella unta di olio con amore con il sorriso sulle labbra, ammirerai il mare nella tua mente l’onda andare verso una meta prefissa un punto fermo che va dall’oriente all’occidente.


Tutto quello che volevo quel mattino era viaggiare. Forse perdermi in una musica afroamericana, nei miei passi verso le stufe di Nerone. Una vasca di brodo primordiale dove avrei gettato dentro la mia ridicola storia. Avrei compreso cio che sono per davvero senza fingere e senza piangere come sul cartello del venditore di pannocchie . Ma il giocare con il gatto mi tormentava . Io una palla pelosa , un coglione forse rotolo verso il paese giù dalla montagna . E non vorrei essere più pinocchio , meglio brighella o pulcinella. Non so far ridere neppure credo di non credere in quel dio che inseguo con la mia macchina nuova.


Ecco tutto fatto , parto, cado dalle nuvole, canto, nulla di buono all’orizzonte, intravedo la costa, le donne ai margini del marciapiedi e non so più cosa pensare se pensare è lecito io sono nell’occhio del ciclone. Volo più in alto dei miei anni volo verso il basso in fondo a me stesso nell’attimo di un sentimento striminzito in una metrica avvizzita che spremo ,spremo e non esce nulla di buono . Il succo di questa storia sta nell’aver capito nulla , tutto il resto è una fiaba . Ella nasce, cresce , sopra una terra desolata a volte da frutti fantastici , miti, storie surreali , surrogati di canti illeciti , bugie da conservare dentro di se per tutto il resto dell’anno.

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