scrivi

Una storia di The_lorix

Le lezioni che non ho mai appreso

Come sarebbe andata se...

210 visualizzazioni

9 minuti

Pubblicato il 15 novembre 2018 in Storie d’amore

0

È il 2002, sono al primo liceo e mi sono accorto di essermi innamorato per la prima volta.


Non sto qui a spiergarvelo: lo sapete com’è, probabilmente meglio di me tutt’ora.

Le farfalle nella pancia, il desiderio di vederla ogni momento, il pavimento che vi crolla sotto ai piedi quando venite a sapere che lei no, non verrà a quella festa, l’avere un’insolita voglia di andare a scuola ogni mattina sapendo che lei sarà lì, l’incrociare le dita in attesa che magari entri alla seconda ora quando invece no, quel giorno ha la febbre e non ti darà quella marcia in più per sopportare le cinque o sei interminabili ore di lezione, quella rigenerante ed elettrizzante sensazione che “stasera tutto può succedere!” all’inizio di una grande festa (di quelle in cui sì, lei c’è) e quell’incolmabile senso di frustrazione quando si fa ora di prendere i cappotti senza che sia successo un beneamato accidente.

Quelle stronzate lì, insomma, assieme ad ancora molte altre che adesso nemmeno riesco a ricordare, le provavo tutte, nel 2002. E la grande cazzata è che mi ci ero convinto, di quelle cose: volevo che fossero vere, volevo essere innamorato. Non si spiega, altrimenti, il mio accanimento terapeutico successivo, quando tutti i segni erano inequivocabilmente a sfavore ma continuavo trovare appigli al limite dell’inverosimile, maledetti film Disney, maledetto Notting Hill, maledetto Peter Parker che alla fine se la fa con quello schianto di Mary Jane. Perché era ormai un postulato: mi ero aggrappato alla presunta reciprocità dei suoi sentimenti per partito preso, perché così mi avevano coccolato, rimbambendomi, tutte le storie che mi appassionavano. Era diventata ormai una fede, cieca, irrazionale, testarda e stupida. La situazione doveva solo sbloccarsi in qualche modo.

“Magari è timida”. “Magari le piaccio ma non sa come farmelo capire”. “Magari aspetta che faccia io il primo passo”. “Magari... ok... ha fatto qualche apprezzamento su quel bel ragazzo dell’altra classe, ma solo perché forse crede che io non sia interessato a lei”. Magari, magari, magari: la mia capacità di aggiungere ipotesi sempre più assurde si faceva fieramente beffe del principio del rasoio di Occam, ma io all’epoca quel rasoio non lo conoscevo. A stento conoscevo, da pochissimo, il rasoio della Gillette.


Magari, magari, magari, arriva il 2006, ci stiamo per diplomare, la scuola sta per finire, la mia frustrante condizione in bilico tra “Non mi caga manco per sbaglio” e “Devo solo trovare il coraggio di farmi avanti” (come se la poveretta fosse stata pazza quanto me ad aspettare quattro anni che il sottoscritto si desse una mossa) arriva al capolinea, quando mi convinco decisamente della prima ipotesi e vado da lei, apposta, a dirle quel che provo ormai da tutto l’arco delle superiori, ma di getto, senza eccessiva passione, esclusivamente per togliermi un peso e farmi dare un due di picche (o palo, come si dice dalle mie parti) una volta per tutte, in maniera chiara ed inequivocabile. La poveretta, naturalmente, cade dalle nuvole (forse anche lei poco sveglia: ero attratto dalle timide e un po’ sceme, in questo senso, quanto me), un po’ si imbarazza, un po’ la metto a suo agio e finisce lì, senza alcun colpo di scena, senza alcun bacio spontaneamente scaturito dalla semplice dichiarazione, senza un cazzo di niente esattamente come avevo sempre giustamente intuito. Tutti i miei “magari” si frantumano nel giro di una breve, intensa e surreale - non avrei altra parola per definirla - chiacchierata, che immediatamente si colloca in una zona sfumata e appannata della mia memoria, tra onirismo e realtà, nella quale risiede tutt’ora.


Le cose sarebbero andate probabilmente in modo diverso se avessi evitato di lasciarmi sopraffare dalla rete di auto-illusioni e scuse assurde che tentassero di spiegare a me stesso una cosa che aveva un’unica, semplice e chiara spiegazione, alla quale ero razionalmente arrivato già da tempo (e che spesso mi dilaniava nella sua lampante evidenza) ma che “col cuore” non sentivo giusta. “Cosa mi dice il mio cuore?”, mi domandavo infatti quando la confusione diventava insopportabile. “Una marea di stronzate”, sarebbe bastato rispondermi.

E forse, ma forse, avrei imparato subito la prima lezione: la reciprocità non è affatto un postulato e, cosa ancora più cocente, quasi sempre non c’è. Allora, a quel punto, le cose sarebbero potute andare diversamente. Mi pare quasi di vedermi lì, qualche tempo dopo aver digerito la faccenda, nei corridoi del liceo scientifico, a posare lo sguardo su quella brunetta con i capelli un po’ alla Avril Lavigne che... mi ha lanciato un’occhiata? Naaa. A me?! Mah. Quasi quasi mi avvicino...


È un altro 2003, il mese di febbraio. Io e la Brunetta usciamo insieme da ormai tre mesi. A lei ho dato il mio primo bacio. Ci siamo detti il nostro primo “Ti amo” al nostro primo ‘mesiversario’, dopo essere stati prima al cinema e poi in gelateria, sul bel lungomare della nostra città. Quella sera era tutto perfetto, tranne per il lettore CD che faceva saltare un po’ troppo la canzone che avevo scelto di farle ascoltare in cuffia prima di dichiararle i miei sentimenti, per cui avevo dovuto un po’ a malincuore procedere senza musica. Avevo imparato la seconda lezione: quasi niente va come programmi, specialmente “la serata perfetta”, ma va bene così, rende tutto più vero e spontaneo.


È un altro 2003, il mese di maggio. Io e la Brunetta ci siamo ormai lasciati. Dice che non mi ama più, va’ a capire se è vero o se c’è dell’altro. Ci rimango di merda per due mesi ma apprendo la terza lezione: prima o poi verrai lasciato, e sarà terribile. Ma va bene, fa parte del gioco.


È un altro 2003, il mese di giugno. Il secondo anno di liceo sta per finire, vanno a scuola giusto quei pochi che ancora non sono stati interrogati nelle ultime materie. Io ci vado perché un paio di giorni fa prima di entrare a lezione una tipa con i capelli rossi di chissà quale classe mi ha chiesto se per caso ero alla festa di un suo amico qualche sera prima (non lo ero, purtroppo) e spero di incontrarla di nuovo. Avrei imparato due lezioni in un colpo solo: ti piacciono un sacco le rosse tendenti al castano, o le castane tendenti al rosso. Quindi la prossima volta che ne conosci una chiedile il numero di telefono, coglione.


È un altro 2003, il mese di luglio. Qualcuno mi dice che la Brunetta sarebbe stata vista assieme ad un biondone palestrato, a pomiciare sulle ringhiere del lungomare. Non so se sia vero, ma ricevo comunque la lezione numero sei: prima o poi una tua ex si metterà con qualcun altro, forse più bello e più figo di te. Accettalo.


È un altro 2004, il mese di gennaio. Altra lezione: a volte, semplicemente, non succede niente. Per tanto tempo.


È un altro 2005, il mese di aprile. Sto con una bionda con gli occhi azzurri e le gambe lunghe da un po’ e ancora non mi pare vero, ma la cosa procede in modo naturale. Non ci siamo ancora detti “Ti amo” e non ho intenzione, stavolta, di farlo io per primo, eppure lei non sembra preoccuparsene, il che mi mette totalmente a mio agio. Ricevo una lezione sulla quale un certo regista, quattro anni dopo, avrebbe tirato su un intero film: basta che funzioni.

È un altro 2005, il mese di giugno. Siamo a casa della Bionda perché i suoi non ci sono e mi ha invitato a vedere un film. Credo che stasera avverrà la mia prima volta e sono eccitato e preoccupato allo stesso tempo. Insomma, non l’ho mai fatto prima, non sono mai arrivato ad un tale livello di intimità con un’altra persona e la cosa un po’ mi crea disagio. Ma poi penso: è la mia Bionda, che cosa può andar male? Non vi dico com’è andata. Non è affar vostro, se permettete. Forse ho ricevuto la lezione che è valsa la pena aspettare, forse quella che la prima volta non è mai come la si immagina e talvolta non sembra granché, ma è e rimarrà unica per sempre.


È un altro 2006, il mese di gennaio. Io e la Bionda ci siamo ormai lasciati da un pezzo. Le cose avevano smesso di funzionare, forse non si è mai andati oltre un certo coinvolgimento per lo più fisico, ma non mi è dispiaciuto. Imparo che a volte semplicemente fa star bene anche solo dar sfogo ad una pura attrazione, purché nel rispetto reciproco e senza prese per il culo, ma che alla lunga probabilmente non durerà. Imparo, inoltre, che qualche volta tocca a me lasciare, e sebbene questo sia meno traumatico dell’essere lasciati è comunque più duro di quel che sembri.


È un altro 2006, luglio inoltrato. Ho appena sostenuto la prova finale dell’esame di maturità e mi sento semplicemente un dio. Il futuro è davanti a me, l’università mi aspetta e non vedo l’ora di plasmare il mio avvenire, di individuare e percorrere la mia strada.


È un altro 2006, il mese di agosto. Sono single e sono in vacanza in Croazia con i miei migliori amici. È pieno di belle ragazze, ma ne conosco una in particolare con la quale percepisco subito una particolare sintonia. Ci sintonizziamo diverse volte nel corso di quella vacanza, se capite cosa intendo, ma al rientro smette di rispondere ai miei messaggi. Apprendo l’ultima lezione del mio periodo liceale, della mia adolescenza: a volte le avventure durano quel che durano, non affezionartici troppo.


Qualche tempo dopo mi iscrivo a ingegneria, che col tempo scoprirò non essere la mia strada, e apprendo la lezione che a ingegneria non esistono ragazze, ma questa è un’altra storia.


Trascorrono altri 2007, 2008, 2009 e così via, apprendo tante lezioni, dure, piacevoli, scottanti, sorprendenti, ma ringrazio sempre quel piccolo, grande compendio di lezioni base che volente o nolente la mia mente, il mio cuore e il mio corpo hanno redatto a partire da quel 2002.


È un altro 2017. Ho conosciuto una ragazza pazzesca. Prende ogni fibra del mio corpo e la rivolta come un calzino. I minuti con lei si susseguono a velocità incredibile, trascorriamo ore e ore insieme senza che io guardi mai l’orologio o prenda mai lo smartphone in mano. E mi ricordo di una lezione appresa parecchio tempo prima: probabilmente il primo “Ti amo”, detto alla Brunetta, non era un vero “Ti amo”. Probabilmente era un “Ho voglia di innamorarmi e tu incarni le mie aspettative sull’amore, ma sono troppo giovane e immaturo per comprenderlo”. Inizio a pensare che questa volta stia prendendo forma dentro di me un vero “Ti amo”, ma mi sono sbagliato tante volte e cerco di non crearmi aspettative.

Ci frequentiamo per un po’, ma la situazione con la Pazzesca non decolla. Tiro fuori dai miei quaderni interiori i primissimi, gualciti e ingialliti appunti liceali ancora, tuttavia, chiaramente leggibili e faccio un prezioso ripasso della prima lezione: “la reciprocità non è affatto un postulato e, cosa ancora più cocente, quasi sempre non c’è”. Allora mi armo del rasoio di Occam, falcio tutte le scemenze che iniziavano ad accumularsi nella mia testa e smetto di frequentarla.


Ma questo non è quel 2017. Questo è questo 2017.


Ho conosciuto una ragazza pazzesca. Prende ogni fibra del mio corpo e la rivolta come un calzino. I minuti con lei si susseguono a velocità incredibile, trascorriamo ore e ore insieme senza che io guardi mai l’orologio o prenda mai lo smartphone in mano.

Ci frequentiamo per un po’, ma la situazione con la Pazzesca non decolla.


Magari è timida.


Nessuno ha ancora commentato, sii tu il primo!

Ottimo! Visita la libreria per gestire i tuoi magazine

×
!
La tua sessione è scaduta! Effettua di nuovo il login e spunta Ricordati di me per rimanere sempre connesso e non perdere i tuoi progressi!
Ottimo!

Controlla la tua email per reimpostare la tua password!

×