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Una storia di Adriano

VIVERE  PER  NOI

amore e morte

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6 minuti

Pubblicato il 01 agosto 2019 in Storie d’amore

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Anna vide il viso del dottore, serio, con piccoli occhiali, baffetti biondi, tedesco di certo. La sua mano prese quella di Anna e la strinse chiedendo “Sicura? Procedo? ”Anna chiuse gli occhi e come un grugnito rispose di sì.


Mentre il dottore le faceva l’iniezione nel braccio, rivisse gli ultimi tre anni della sua vita, dall’inizio della malattia fino a pochi secondi fa. Una malattia che l’aveva resa dipendente da suo marito Luigi in ogni cosa, dal nutrirsi, ai bisogni fisiologici, al passare il tempo sentendosi leggere un libro o un articolo di giornale.


La sua bocca era contratta e la guancia sinistra era un’unica ruga allungata. Solo gli occhi erano gli stessi, profondi e neri. Bellissimi. Anche Luigi era invecchiato precocemente in quegli anni, i capelli erano radi e bianchi, il naso una volta suo vanto e oggetto di battute ora stonava sulla faccia dimagrita e rugosa, le spalle erano infossate e camminava un po’ curvo.


Anna non poteva più parlare e muoveva agilmente solo il pollice sinistro della mano, cosi lei e Luigi si erano inventati un modo per comunicare, come un alfabeto morse. Con quel linguaggio riusciva a parlare con lui che ormai intuiva dal primo contatto della mano cosa volesse dire. Il pollice di lei accarezzava il dorso della mano di Luigi; una carezza significava rimanimi vicino, due veloci accarezzami, una lenta ti amo, e così via per tutti gli altri bisogni.


Però c’era una lettera che lei aveva voluto scrivere all’inizio della malattia e che aveva
dato a Luigi con la promessa che lui esaudisse quello che aveva scritto. Se fosse diventata non più autosufficiente, se non fosse stata in grado di andare in bagno da sola, se non fosse riuscita a tenere tra le mani un libro e una penna per scrivere, se avesse perso la parola, lui doveva assolutamente aiutarla a porre fine alla sua esistenza portandola in qualche stato dove è possibile praticare l’eutanasia. Non voleva che fosse lui personalmente a toglierle la vita, anche se per amore lo avrebbe fatto, un amore troppo grande per chiedergli questo.


Anna aprì gli occhi e una luce intensa l’abbagliò. Era la luce del sole che entrava dalla finestra della sua camera. Aveva sognato tutto quanto e un’angoscia terribile la invase. Perché non era tutto vero? Doveva di nuovo ritornare al suo letto, alla sua impotenza di poter soddisfare in suoi bisogni fisici e mentali? Girò leggermente la testa e vide Luigi che stava aspettando il risveglio di lei, quasi sempre puntuale.


Stava in piedi e sempre la osservava. “Su dai in piedi che andiamo in bagno, è una bella giornata di sole, andremo a farci una bella camminata” ripeteva ogni mattina sorridendo e dandole un bacio all’angolo della bocca. Sentì le sue calde labbra e un calore le pervase tutto il corpo e arrossì provando per la prima volta dopo anni il desiderio di lui.


Lui la prese tre le braccia, la sollevò e si diresse verso il bagno. La posò sulla tazza dopo averle sollevata la vestaglia e si diresse in cucina a preparare il caffè di cui entrambi erano avidi consumatori. Ritornò con due tazzine colme e gliene portò una alla bocca. Anna riusciva a sorseggiare ma lentamente e assaporava quel gusto forte e aromatico. Era uno dei suoi pochi piaceri.


Ora cominciava la solita giornata di Anna, distesa sul letto e leggermente sollevata sulle spalle. Ma dopo quel sogno si sentiva diversa, quella giornata sarebbe stata diversa, un nuovo sentimento l'avvolgeva. Era altruismo immenso. Finalmente capiva che doveva vivere per Luigi . Lei non era un peso per lui, ma un pezzo della sua anima e del suo corpo. Era la sua felicità.


Luigi entrò nella camera e il suo viso fu irradiato dalla luce solare che si rifletteva nello specchio appeso alla sinistra del letto in modo che Anna potesse vedere riflesse le grandi chiome dei tigli profumati in primavera e casa di numerosi nidi di cardellini e verdoni. Venivano fin sul davanzale a beccare i semi di girasole e miglio che Luigi ogni giorno vi cospargeva. “Ora che facciamo Anna? Ci facciamo un giretto sul lago?” disse Luigi togliendo da un cofanetto delle fotografie. Portò una foto davanti agli occhi di Anna, quella in cui stavano adagiati su un masso che si rifletteva nitido sull’acqua calma e liscia come l’olio di un piccolo lago prealpino. “Ti ricordi che il cane ci aveva seguiti in acqua mentre nuotavamo facendo a gara verso il largo e che poi non riusciva a percorrere la strada di ritorno? Tu te lo eri caricato sulla schiena e nuotando a rana avevi raggiunto la riva arrivando anche prima di me. Sei una nuotatrice potente e le tue spalle e il tuo fisico si sono modellati nel lago.


Sai Anna, credo che Martina sia nata ai piedi di quello scoglio” disse Luigi strizzando l’occhio e allungando una mano sul ventre di Anna. Lei ricordava solo ora quel giorno. Dopo la nuotata si erano riparati in una nicchia sabbiosa e presi dalla passione si erano avvinghiati

in un abbraccio in cui i corpi si erano fusi in un tutt’uno e il piacere li aveva sopraffatti senza
nemmeno rendersi conto dell’abbaiare del cane e dell’avvicinarsi di un vecchio che passando aveva emesso un fischio prolungato come per dire “ Hoi che bello, beati voi!” Lei era arrossita e si era coperta il ventre con le mani ma lasciando i sensuali seni scoperti ancora gonfi di eccitazione.


Strano per lei ricordare con dettaglio quell' episodio che aveva completamente rimosso visto lo stato del suo fisico. E si accorse di percepire lievemente il piacere di quei momenti, come nella goccia d’acqua rimane la memoria del suo eterno evaporare e ricomporsi. Luigi spostò la mano sotto la sua e lei gli fece capire :“Cavolo Lù, non sono più una nuotatrice e tanto meno ho il corpo modellato, levati certe idee dalla testa” però ebbe un sorriso, sgraziato ma un vero sorriso. Si rese conto che poteva essere una bella , piacevole giornata.


Luigi era felice con lei, le sue giornate trascorrevano serene nella normalità quotidiana, aveva solo un cruccio, l’infelicità di lei. Avrebbe voluto che anche lei sentisse il suo amore e le bastasse per vivere serenamente senza abbandonarsi a paturnie depressive che la portavano a idee suicide.


All’improvviso Anna avvertì come una spina che si conficcava nel cuore, si ricordò di quella lettera, si sentì sconvolta e irriconoscente verso quell’uomo che viveva perché viveva lei, il suo vivere era il condividere con lei, che la conosceva fin nel suo profondo intimo mentale per entrarci e capire e renderlo suo. Con gli occhi e con il pollice lo implorò di prendere quella lettera, di stracciarla, chelei voleva vivere e capiva che la sua menomazione era solo fisica ma la sua anima e il suo spirito erano vivi e che insieme potevano proseguire amorevolmente nel percorso della vita donata e che non può essere restituita e rifiutata.


Lui si chinò fissandola negli occhi neri e trasparenti, lei si immerse nei suoi e fecero l’amore.

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