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Una storia di stainless

Questa storia è presente nel magazine Una donna racconta donne

Ritratti di Donne

AnnaMaria va in città

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5 minuti

Pubblicato il 22 novembre 2020 in Altro

Tags: #Miano #citt #santAmbrogio #viaggio

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Se mi hanno mai raccontato favole non so. Di sicuro non ne ho nessuna,
adesso, dentro, da ricordare. Nulla, e mi sforzo. Non una storia di principi
e principesse, un lieto particolare o un'immagine colorata da preservare.

Oggi mi ritrovo in Sant'Ambrogio ad ordinare la mia giornata.
Non so proprio come sia qui. O meglio, sì, forse, a ben indagare, una
ragione la scopro: c'è un mio sentiero, là dietro all'altare, da Gemelli a
De Amicis. Ma non importa, fuori tema il percorso. Certamente non lo volevo
o dovevo.

Ero arrivata in città per fare tutt'altro. Ero convinta che sarei riuscita
ad incontrarlo, se non martedì almeno mercoledì, giorno giusto di lavoro,
nè all'inizio nè alla fine della settimana; giorno fortunato, nata,
laureata, sposata- fortunata?- di mercoledì.
Sì, n'ero sicura. Gli avrei fatto una sorpresa. La mattina, non troppo
presto, non troppo tardi, verso le nove e mezza, dieci, un'ora in cui se si
va in ufficio per tempo può essere piacevole bersi un caffè, se ci si arriva
tardi, beh, non è tanto che si è lì, non puoi aver combinato granché, puoi
pure smettere di lavorare per un po'; la mattina, allora, gli avrei
telefonato "ciao" "oh, ciao. Come stai?" "Bene" "Sono qui" "Qui dove?" "Qui
a Milano" "E cosa ci fai?" "Come cosa ci faccio? Sono venuta a trovarti. Ti
pare tanto strano?" "No, ma… con chi sei?" "Da sola" "Ah, sola… cosa è
successo?" "Niente. Voglio parlarti…Non subito, posso rimanere due giorni Ho pensato di organizzarmi in questo modo.

Questa mattina e nel pomeriggio vado a fare la turista Milano è pur sempre la città in cui una volta ho vissuto Poi quando tu stacchi all'ora che vuoi puoi anche non dirmelo adesso puoi decidere nella giornata tanto ho il cellulare mi telefoni, ti do il numero no, ti telefono io dimmi quando e ti chiamo ci vediamo vengo io dove sei tu e…"


La mattina l'avrei incontrato. Sarebbe di certo successo così. Anzi no: lui
correggendo il tiro iniziale, gli avrebbe pur fatto un po' di piacere,
volevo saperlo, incontrarmi, avrebbe risposto "Sola? Bene, lasciami
organizzare. Non ho niente di tanto urgente da sbrigare proprio questa
mattina; può farlo qualcun altro per me. Raggiungimi in ufficio; in
un'oretta sarò libero."
E io non avrei parlato a raffica, avrei respirato e avrei detto " ma non c'è
tutta questa fretta. Me ne vado un po' in centro a fare un giro dei negozi.
Ci vediamo a pranzo. Non affrettarti. Ti raggiungo più tardi."
Ecco, così, sì, proprio così sarebbe accaduto e non avrebbe avuto nessuna
opportunità di sfuggire all'appuntamento. L'aveva fatto tante altre volte:
discorsi iniziati, interrotti, lasciati cadere e io… io lì sempre ad
illudermi che una pausa di riflessione deve essere presa, che è giusto che
uno ci pensi su, e che, dopo, avrebbe certamente telefonato … ma dopo
quando?
Quel dopo non era mai arrivato.
Ora, oggi o domani, sarebbe stato finalmente il dopo, il tempo del rendersi
conto delle proprie responsabilità e di decidere.
Filippo è non solo mio figlio, ha bisogno di un padre alla sua età e, se non
viviamo più insieme, Filippo, certo, non c'entra.

Avevo preso il treno la sera, non volevo avere l'impiccio della valigia da
trascinare con me per tutto il giorno, essere stanca quando lo avrei visto;
un treno che arrivava alle nove era perfetto: taxi, albergo, una doccia, un
toast e una birra al bar più vicino, due o tre paginette di quel romanzo che
non mi piaceva ma che avrei in ogni modo letto, non ho mai lasciato un libro
a metà, collirio, la luce spenta ad aspettare il sonno che sarebbe giunto in
fretta.
E così era andata.


Veramente avevo stentato ad addormentarmi: non ero più abituata ai suoni
della città e, mentre all'inizio l'andirivieni delle macchine mi aveva
tenuto compagnia restituendomi memorie lontane nel tempo e nello spazio,
alla lunga lo sferragliare del 30, il rumore di motori, di sirene
d'autoambulanze, e le voci di un gruppo che parlottava di chi sa che mi
avevano irritato e mi avevano fatto sobbalzare tutte le volte che mi
assopivo. Alla fine, però, ce l'avevo fatta. Avevo dormito, non bene, forse
ma sognando non ricordo che cosa.


Dunque, questa mattina quando mi sono svegliata, crema idratante e colorata
(riflette la luce e attenua le rughe, dicono le istruzioni. Almeno quelle
piccole non si vedranno, decido io) colazione con caffè lungo, succo
d'arancia, una brioche. Pronta. Ho telefonato: "Sono Anna Maria X…, cerco il
dott…" Mi dispiace, non c'è" "A che ora arriverà in ufficio?" "Non ci sarà,
è fuori città tutta la settimana. E' ad un convegno in Piemonte" "Capisco,
può dire che ho telefonato" "Sì, certo, mi ripete il suo nome, per favore?"
"Sì…no, non importa, mi farò viva in un altro momento".
Ho rifatto la valigia. Alla reception "Mi scusi…Un contrattempo. Non mi
fermerò tre notti. Parto stasera. Potete tenere la valigia? Saldo adesso il
conto. Buona giornata." "A lei. Spero niente di grave" "No, grazie, diciamo
un normale imprevisto."
Sono uscita.


Mi è sempre piaciuta la primavera che si posa in città solo sulle punte più
alte degli alberi a fianco dei corsi, e fa nascere foglie che il sole, di
sguincio tra case, restituisce più verdi che non quelle della campagna in
cui vivo.
Ho seguito la via fino a quando i marciapiedi invadono tutta la terra; ho
continuato a camminare, fermandomi ogni tanto, una tabella del tram per
orientarmi - "lo prendo? non lo prendo?"- un negozio, un altro, un altro
ancora. Avanti, fino a sant'Ambrogio.
A riordinare la mia giornata.

E' buio all'interno, la luce dalle tre finestre riesce a malapena a lambire
il pulpito di sinistra. E' freddo qui dentro. Sono sola in Sant'Ambrogio; e
il mio sentiero non lo vedo. Fuori soltanto un po' di sole e strade e
macchine e gente che non conosco.

Mi hanno mai raccontato favole? Non so. So che odio l'azzurro e il turchino,
ho paura di non trovare percorsi, negli specchi vedo tratti contorti
plasmati in strani sorrisi, nei cristalli visi bianchi e labbra senza
colore.


E quello che ho raccontato è ciò che so ricordare.



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