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Una storia di Chrisma

Spider-Man

Dead woman alive

884 visualizzazioni

24 minuti

Pubblicato il 05 marzo 2017 in Fumetti

Tags: #Amore #responsabilit #potere #paura #Spiderman

2

Taxi gialli e ruote che stridono, messicani che li guidano, che creano traffico, che imprecano in spagnolo e che sperano che Long Island coli a picco. Ma ancora cinesi, indiani, coreani, grosse frange di afroamericani.

E droga, tanta droga. Tanti malaffari, gente che ci specula, che ci mangia.

E tante buone persone.

Oddio, non proprio buone... È pur sempre il Queens.

E nel Queens devi imparare a guardarti le spalle, perché ci sono più di due milioni di persone che calpestano i tuoi stessi marciapiedi. Ergo, a qualcuno hai sicuramente pestato le scarpe, almeno una volta. Chi non sta attento finisce legato e in un sacco, e verrà poi ritrovato a galleggiare nell'East River.

Morto, naturalmente.

Peter sapeva che quello fosse un cesso di posto e lo odiava con tutto se stesso ma andava avanti come poteva.

Il Queens, ma New York più in generale, ti guardava con disprezzo, ti aveva sputato in faccia più di una volta ma era strano il modo in cui la gente che la sporcava ne fosse legato.

Era come una madre generosa che al contempo ti avrebbe cacciato volentieri di casa. Peter lo sapeva: dal Queens aveva preso tremendi schiaffi ma aveva anche rubato parecchio.

Scommetteva che a svegliarlo, quella domenica mattina, sarebbe stato l'imprecazione di un tassista, e non le pale del ventilatore che lo aiutavano a non morire di caldo.

Sì, l'estate più calda degli ultimi duecento anni.

Come ogni anno. Brutta storia, l'autocombustione.

Si chiedeva come diamine fosse possibile che quel ventilatore, trent'anni di servizio sulle spalle, ancora gli dovesse cadere addosso. Emetteva un ronzio tremendo, che sopportava soltanto perché faceva veramente caldo. Era sicuro che Daredevil sarebbe impazzito lì, con quell'udito così sviluppato. Chissà come mai non era già andato via in un posto più silenzioso. Hell's Kitchen poi, forse era anche peggio del Queens.

Manhattan era un vero buco di culo. Solo palazzi e metropolitane.

E sei bettole dove bere piscio che veniva spacciata per birra.

Come se Peter avesse mai bevuto birra. No, lui era più tipo da acqua minerale.

Già, perché Peter era buono.

Buono fino al midollo. Forse erano stati tutti i pugni sul grugno che aveva preso da ragazzino, o forse l'educazione fin troppo perfetta che suo zio Ben e sua zia May gli avevano impartito, ma qualche anno prima veniva pestato così tante volte in un giorno che spesso guardandosi allo specchio neppure si riconosceva più.

"Gli anni del liceo" pensò, ancora nel letto, con le lenzuola alle caviglie ed entrambi i cuscini per terra. "Che anni di merda...".

Tornò a pensare all'educazione: se suo zio Ben fosse stata una persona sullo stile di Philip Watson probabilmente avrebbe ammazzato di botte la zia May e lo avrebbe trasformato in un omosessuale con problemi edipici.

Invece era soltanto un cazzo di ragno umano. Che culo, eh?

Oppure sarebbe diventato una sorta di Flash Thompson bis. Non le avrebbe prese in quel modo, per tutti gli anni del liceo, con ogni probabilità le ragazze gli si sarebbero attaccate come mosche sul miele e lui avrebbe avuto meno problemi di autostima.

Forse non avrebbe capito la vera importanza della giustizia. Forse avrebbe malmenato un giovane nerd, bassino e poco muscoloso, con gli occhiali.

E invece no. Aveva ricevuto tutto così, all'improvviso.

Grandi poteri e grandi responsabilità, tutta quella roba. Aveva salvato migliaia di vite da quando aveva indossato la maschera ma non c'era un giorno in cui non s'era posto il dubbio se quello che era successo fosse stato una benedizione o una disgrazia.

Forse Mary Jane non lo avrebbe guardato male. Forse Gwen non sarebbe morta.

Ogni volta che pensava a lei una mano gli stritolava lo stomaco e lo distruggeva dentro.

E quella mattina il ventilatore aveva già rotto fin troppo i coglioni, non poteva andare peggio.

Era la prima domenica del mese.

E Peter, la prima domenica di ogni mese, andava al cimitero di Saint John's a posare fiori freschi sulla tomba di suo zio.

Si lavò, si vestì e prese lo zaino dal quale non si separava mai; se qualcuno avesse guardato lì dentro avrebbe trovato il suo costume.

E fortunatamente non ricordava quello che era successo quando s'era smascherato davanti a tutti, prima che Mefisto gli rubasse il matrimonio in cambio della vita di sua zia.

Che brutta storia.

Fortunatamente Mefisto s'era preso anche il ricordo di quegli eventi, quindi non ricordava niente. Altrimenti con ogni probabilità avrebbe fatto i bagagli e sarebbe scappato via.

Aveva una mezza intenzione di imparare a pescare, sarebbe scappato in Honduras e poi sarebbe morto lì, tra le tette di una bellezza ambrata.

Oppure sarebbe andato in Madagascar; ed avrebbe passato le prime settimane a pronunciare correttamente la parola "Antananarivo". Sempre una sillaba in più.

O una in meno.

Fare slalom tra i grattacieli un po' lo rilassava. Stringeva le ragnatele, fletteva il corpo e curvava. Destra, sinistra, lungo per Woodheaven Boulevard fino ad atterrare in un vicolo.

Non c'era nessuno, levò i vestiti d'ordinanza e li mise nello zainetto, quindi infilò le scarpe ed uscì.

Il sole era forte, le inferriate nere correvano lungo tutto il perimetro del cimitero, talvolta nascoste da qualche albero, rigoglioso in quei giorni estivi.

Peter entrò, salutò il vecchio mendicante vicino i cancelli, gli diede un biglietto da un dollaro e poi proseguì. C'era diversa gente, ognuno con una maschera differente sul volto; vedeva, distante qualche fila di tombe, una signora di circa sessant'anni, alta e dritta sulla schiena, con la testa alta ed i capelli di un biondo posticcio, legati in una coda di cavallo.

Dimostrava dieci anni di meno, complice il tailleur beige che indossava e gli occhiali scuri molto grandi, a nasconderle il volto rattrappito.

Era davanti ad una tomba, una delle tante in quella fila infinita. Gambino, questo era il nome inciso sulla lapide.

Peter continuava a camminare lentamente, ognuna di quelle lastre di marmo era ordinata in maniera perfetta, l'una accanto all'altra. Le superò, disprezzando tutto ciò che vedesse: per avere il posto nelle prime venti file, bisognava per forza esser qualcuno di importante.

Peccato che tutti i nomi incisi sui marmi lapidari della facciata di presentazione del Saint John's fossero di mafiosi e politici che avevano rubato a piene mani nelle tasche degli americani.

Brutta storia la politica. Proseguì, metteva i piedi al centro di ogni mattonella, circondata da un quadrato d'erba che si ostinava a non calpestare, girò poi a sinistra e s'inserì nella settima fila dell'ottava formazione.

Ben Parker, lesse, già da lontano. Calendule secche boccheggiavano nelle fioriere d'ottone, accanto alla foto di uno zio Ben giovane e sorridente.

Peter s'inginocchiò, prese i fiori vecchi e li sostituì con quelli freschi che aveva tra le mani. Sospirò, ancora in ginocchio, carezzando la fotografia sotto il vetro ormai opaco sulla tomba.

Guardò il suo sorriso, sorrise anche lui.

Poteri... responsabilità. Avrebbe preferito un bonifico, sinceramente parlando, ma suo zio gli aveva lasciato in custodia sua zia, una casa piena di ricordi e spazi vuoti e dei rimpianti.

Crescere senza una guida, solo con una frase che ti rimbomba in testa.

"Da grandi poteri derivano grandi responsabilità..." .

Era responsabile, lui.

Potente, un po' meno. Più della media, ma non era mai stato fortissimo. Tra i suoi nemici c'erano abomini assai peggiori di lui. Ringraziava la sua buona stella d'esser riuscito a mantenere un aspetto umanoide per la maggior parte del tempo almeno. Tranne quella volta che gli uscirono sei braccia, rise a pensarci.

Ma il tempo andava avanti e sembrava quasi non ricordare una grande fetta della sua vita.

Era la stanchezza, sicuramente, ma si chiedeva per quale motivo la storia con Mary Jane Watson fosse finita in quel modo. Gli mancava un pezzo di vita, dal database dei ricordi.

Era stana, quella situazione, perché aveva avuto a che fare con nemici potentissimi, alleati altrettanto forti e ne era stato all'altezza, ma ogni volta che lo sguardo rilassato di suo zio lo guardava dalla lapide lui si sentiva così debole e fragile.

Gli mancava, fece cenno di no con la testa, pensando che avrebbe potuto salvare la sua vita fermando quel ladro.

Sì, quando poteva farlo.

Stupido che era stato, sorrise. Almeno la zia May stava bene, e ciò lo salvava da quella fragilità che sentiva addosso soltanto quando era in quel luogo.

Soltanto un altro posto lo faceva sentire in quel modo.

Soltanto un altro posto lo faceva sentire colpevole.

S'alzò, carezzò la foto che aveva davanti e gettò i fiori secchi nel prato accanto. Poi proseguì il suo cammino dirigendosi verso est, e poi girando ancora, in direzione nord. Afferrò un fiore da una ricca corona sulla tomba di una donna morta nel novantaquattro e poi virò nuovamente ad est.

Tre passi, accanto alla tomba di George Stacy c'era quella di sua figlia.

Gwendolyne Stacy.

Quello era l'altro posto che lo faceva sentire colpevole.

​- Ciao, Gwen - le disse, attendendo una risposta che non sarebbe mai arrivata. S'inginocchiò anche lì, pulì dalla polvere la fotografia che la ritraeva sorridente, con il cerchietto ad ordinare la sua frangetta bionda e gli occhi azzurri limpidi, in grado di riflettere ciò che vedeva al momento dello scatto.

E lui lo ricordava quel momento, perché quella foto l'aveva scattata lui; erano davanti al mare assieme ad Harry Osborn e Debra Whitman, a Long Beach, e Gwen sorrideva felice.

Forse era l'unica donna che davvero avesse mai amato, Peter. Delle tante relazioni che aveva avuto, quella con Gwen era la più limpida e cristallina.

Sorrise, cominciò a ricordare come la conobbe, diversi anni prima, non appena cominciata l'università. Lei era parecchio amichevole, inizialmente, e cercò l'approccio con lui diverse volte.

Ma Peter Parker era l'Uomo Ragno e quindi ogni volta che la bionda s'avvicinava amichevole lui trovava una scusa futile per correre dietro l'angolo, indossare quella calzamaglia rossa e blu e scappare via.

Aveva finito per farsi odiare da lei ma, convinta da suo padre George, la biondina dava ogni volta una nuova possibilità al ragazzo, che le si avvicinava e, prima di permetterle l'affondo decisivo, diventava nuovamente freddo, rovinando tutto.

Ad esempio quando Zia May s'ammalò; Peter ricordava bene quel giorno, snobbò totalmente Harry e Gwen e i due s'indisposero. Fu sulla spalla di Mary Jane che andò a piangere, lui. Lei era bellissima, non poteva dimenticare il volto di Flash Thompson poco prima della sua partenza per la guerra, quando la vide uscire proprio con Peter dalla tavola calda.

Le soddisfazioni della vita.

Beh, Gwen era gelosissima di Peter, ma al contempo ne era fortemente attratta. E alla fine finirono per uscire un paio di volte, ma ogni santissima sera succedeva qualcosa ed il rapportò tra i due andò deteriorandosi.

Peter ricordò quando Flash, tornato dal Vietnam, cominciò a flirtare con Gwen: la cosa gli diede così fastidio da costringerlo ad andare via.

Ma in realtà era tutto un equivoco: sarebbe stato più semplice fermarsi a parlare. Gwen era una testa dura, sorrise nel riconoscerlo.

E, nonostante gli anni che passavano, lui l'amava ancora.

Ricordava il suo sorriso, vivido come quello nella fotografia, calmo e rilassato. Ricordava anche il suo carattere, così pieno di carica vitale, femmina al massimo nelle sue contraddizioni e nel suo modo di essere Gwen.

Dannazione, quanto gli mancava Gwen.

Avrebbe dato via tutto ciò in suo possesso, quel poco in suo possesso, per riaverla tra le sue braccia.

E non l'aveva detto a voce alta né l'aveva ammesso a se stesso, altrimenti si sarebbe ritrovato di nuovo Mefisto davanti. Che poi lui nemmeno lo sapeva.

Ma poi, come ogni volta, Peter finiva per abortire quei ricordi nello sguardo folle di Goblin e nella sua risata sinistra, nell'urlo di Gwen e nella ragnatela che l'aveva ripescata già morta, come un pesce troppo vecchio per sopravvivere allo stress della rete.

Provava quasi la stessa sofferenza nel petto, un'ansia profonda e perpetua. Ricordava le lacrime che bagnavano la sua maschera ed il corpo morto di Gwen, così pesante e contemporaneamente vuoto.

Era la donna che amava.

- Ciao, Gwen - le disse, attendendo una risposta che non sarebbe mai arrivata. S'inginocchiò anche lì, pulì dalla polvere la fotografia che la ritraeva sorridente, con il cerchietto ad ordinare la sua frangetta bionda e gli occhi azzurri limpidi, in grado di riflettere ciò che vedeva al momento dello scatto.

E lui lo ricordava quel momento, perché quella foto l'aveva scattata lui; erano davanti al mare assieme ad Harry Osborn e Debra Whitman, a Long Beach, e Gwen sorrideva felice.

Forse era l'unica donna che davvero avesse mai amato, Peter. Delle tante relazioni che aveva avuto, quella con Gwen era la più limpida e cristallina.

Sorrise, cominciò a ricordare come la conobbe, diversi anni prima, non appena cominciata l'università. Lei era parecchio amichevole, inizialmente, e cercò l'approccio con lui diverse volte.

Ma Peter Parker era l'Uomo Ragno e quindi ogni volta che la bionda s'avvicinava amichevole lui trovava una scusa futile per correre dietro l'angolo, indossare quella calzamaglia rossa e blu e scappare via.

Aveva finito per farsi odiare da lei ma, convinta da suo padre George, la biondina dava ogni volta una nuova possibilità al ragazzo, che le si avvicinava e, prima di permetterle l'affondo decisivo, diventava nuovamente freddo, rovinando tutto.

Ad esempio quando Zia May s'ammalò; Peter ricordava bene quel giorno, snobbò totalmente Harry e Gwen e i due s'indisposero. Fu sulla spalla di Mary Jane che andò a piangere, lui. Lei era bellissima, non poteva dimenticare il volto di Flash Thompson poco prima della sua partenza per la guerra, quando la vide uscire proprio con Peter dalla tavola calda.

Le soddisfazioni della vita.

Beh, Gwen era gelosissima di Peter, ma al contempo ne era fortemente attratta. E alla fine finirono per uscire un paio di volte, ma ogni santissima sera succedeva qualcosa ed il rapportò tra i due andò deteriorandosi.

Peter ricordò quando Flash, tornato dal Vietnam, cominciò a flirtare con Gwen: la cosa gli diede così fastidio da costringerlo ad andare via.

Ma in realtà era tutto un equivoco: sarebbe stato più semplice fermarsi a parlare. Gwen era una testa dura, sorrise nel riconoscerlo.

E, nonostante gli anni che passavano, lui l'amava ancora.

Ricordava il suo sorriso, vivido come quello nella fotografia, calmo e rilassato. Ricordava anche il suo carattere, così pieno di carica vitale, femmina al massimo nelle sue contraddizioni e nel suo modo di essere Gwen.

Dannazione, quanto gli mancava Gwen.

Avrebbe dato via tutto ciò in suo possesso, quel poco in suo possesso, per riaverla tra le sue braccia.

E non l'aveva detto a voce alta né l'aveva ammesso a se stesso, altrimenti si sarebbe ritrovato di nuovo Mefisto davanti. Che poi lui nemmeno lo sapeva.

Ma poi, come ogni volta, Peter finiva per abortire quei ricordi nello sguardo folle di Goblin e nella sua risata sinistra, nell'urlo di Gwen e nella ragnatela che l'aveva ripescata già morta, come un pesce troppo vecchio per sopravvivere allo stress della rete.

Provava quasi la stessa sofferenza nel petto, un'ansia profonda e perpetua. Ricordava le lacrime che bagnavano la sua maschera ed il corpo morto di Gwen, così pesante e contemporaneamente vuoto.

Era la donna che amava.

S'alzò, posò il fiore nel vaso e carezzò il viso di Gwen nella foto, quindi andò via.

E non si accorse di Eddie Brock, che lo osservava silenziosamente alle sue spalle, una decina di metri più indietro.

Non se la stava passando tanto bene, Eddie: era malato di cancro.

A lungo andare, il Simbionte con il quale condivideva il corpo s'era cibato di tutto il suo senno, cominciando a minare la sua sanità mentale.

Avevano uno strano rapporto, lui ed il Simbionte: come un amore morboso e strano, sbagliato, in cui il meglio di ognuno permetteva di esprimere il peggio all'altro.

Eddie sfruttava l'immensa forza del Simbionte, ma aveva perso gradualmente il controllo e la ragione, mentre l'alieno utilizzava il forte odio che l'ex fotografo del Bugle nutriva per Peter Parker.

Entrambi avevano un solo scopo: distruggere il nemico comune.

Ma poi il cancro lo aveva indebolito, e come una lurida troia il costume alieno aveva preferito un'altra persona. Ora lui era debole, malato, solo, con le allucinazioni e la paura di morire abbandonato, proprio nel Saint John's.

E tutto per colpa di Peter Parker. Lo aveva seguito fin sulla tomba di Gwen Stacy, con un coltello nella tasca del soprabito, gravido di paura, ma quando s'era reso conto della sofferenza che provava la sua nemesi, si ritrovò a rivalutare tutto.

Sì, anche Peter Parker, quello stupido Spiderman, soffriva. Anche lui si sentiva avvilito e solo, proprio come si sentiva Eddie.​

Aveva trovato un motivo per non ammazzarlo. Anche Brock sapeva che sopravvivere alla persona amata era la più folle delle torture che il fato avrebbe potuto donare a qualcuno.

Parker soffriva, e Brock era contento.

Forse.

S'avvicinò alla lapide della figlia del Capitano George Stacy e s'accovacciò

Guardò il volto candido della signorina nella foto, sorrise tristemente e pensò che Peter fosse stato abbandonato.

Abbandonato, proprio come lui, da Venom.

Beh, Eddie Brock non lo sapeva, ma nel suo corpo qualche seme del Simbionte era sopravvissuto. Ed uno di quei semi, una di quelle piccole schegge di vita nera, era scivolata fuori dal suo ospite, finendo nell'erba.

Eddie s'alzò ed andò via.

Ma non aveva idea di quello ciò che avesse scatenato.

Erano passati diversi mesi, ed il vento d'autunno s'era alzato freddo su tutta New York. In Canada già nevicava, ma quel novembre non sembrava volesse arrivare.

Peter aveva fame; era quasi ora di cena e quel giorno aveva deciso di tornare prima dal giro di ronda.

C'era meno criminalità da quando c'era stato l'atto di registrazione. Lui aveva rifiutato di firmarlo e fortunatamente nessuno conosceva la vera identità dell'Uomo Ragno.

Entrò dalla finestra, come quasi ogni volta, levò la maschera e sfilò il costume, riponendolo nello zaino. Entrò nel bagno, e fece per sfilare anche i boxer quando il campanello suonò.

- Proprio prima della doccia. Meraviglioso, ora aprirò con la puzza di ragno addosso.

Infilò di nuovo le mutande ed indossò un accappatoio azzurro ed infeltrito, quindi a piedi scalzi entrò nel piccolo salotto e si fermò davanti alla porta. Guardò dallo spioncino, solo dei capelli biondi, appartenuti ad una persona girata di spalle.

- Non compro niente e non ho ordinato nessuna pizza.

- Peter... - fece la persona oltre la porta.

Quella voce.

Il ragazzo spalancò gli occhi e si avventò come un leone famelico sulla porta, spalancandola: Gwen, la bionda Gwen Stacy era proprio lì davanti a lui.

Sbatté un paio di volte le palpebre, lui, stropicciò gli occhi e si strinse nell'accappatoio, ridendo istericamente. Tornò alla porta, Gwen era lì, e lui le aveva sbattuto l'uscio davanti al naso.

- Tu non sei reale! Tu sei un ologramma! Uno zombie! Sei un cazzo di mostro!

- Aprimi. Devo fare una cosa.

Peter era sconvolto; cosa diamine doveva fare, quella persona dietro la porta?

- Tu non puoi essere vera... Tu sei morta! Ti ho visto morire! - urlò ancora Parker, piangendo.

- Ti prego, Petey... apri la porta...

"Petey" pensò il ragazzo. "Solo lei mi chiamava Petey...".

- Ti prego... - faceva ancora lei.

E fu così che il nostro giovane eroe mise la mano sul pomello della porta e l'aprì, lentamente.

Gwen Stacy era di nuovo lì. Sorrise, e sembrava così reale da essere una cosa assolutamente finta. Si gettò su di lui, stringendolo forte ed avviluppandosi in un abbraccio caloroso.

Lo baciò poi con passione, passando una mano tra i capelli e spingendosi verso di lui.

Si staccarono dopo qualche minuto, con ancora la porta aperta e lo sguardo stranito del ragazzo.

Gwen lo fissava, sorridente. - Petey... sei diventato un uomo.

- Tu ti sei mantenuta fresca, invece...

Gwen inarcò un sopracciglio e sorrise nuovamente.

- Ehm... scusami, battuta inopportuna. Stai bene anche tu.

- Mi inviti ad entrare o...

- Sì, scusami! - esclamò, facendosi da parte. La bionda mosse passi aggraziati nel salotto del giovane. Si guardò attorno e storse il muso.

- Kafkiano... - osservò.

- Odio questo posto. Sembra un buco di culo. E dannazione, sto parlando come Deadpool...

- Non ho il piacere di conoscerlo.

- Mi riferivo al fatto che sia diventato troppo volgare. E fidati, non sarebbe un piacere conoscerlo.

- Oh... beh, comunque è comprensibile che tu sia scosso: non mi vedi da tantissimi anni, mi credevi morta e...

- Eri morta! - esclamò il giovane, prendendola per le spalle e scuotendola.

Quella sorrise nuovamente. - Sì, ero morta, sì.

- E perché sei viva?! Tu eri morta ed ora sei viva! E per anni sono venuto a portare fiori sulla tua tomba, accanto a quella di tuo padre!

Peter si voltò e camminò in cerchio, sul pavimento. Era nervoso e la cosa divertiva Gwen.

- Sei stato carino, non me ne sono mai accorta.

Peter sorrise e portò le mani ai fianchi. L'accappatoio s'allargò, mostrando alla rediviva il torace e l'addome tonico. Indugiò quella e Parker se ne accorse.

- Stavo per andare a fare una doccia.

- Oh, beh, puoi andare. Posso cucinare qualcosa e...

- Non c'è nulla in frigorifero, e comunque posso aspettare, non preoccuparti. Che devi fare? Perché sei tornata?

La bionda si morse un labbro e si accomodò sul divano di pelle consunta. C'era un odore familiare, lì sopra, di una donna che conosceva. Non si fece tante altre domande e guardò Peter negli occhi prima di rispondere.

- Non mi sembri felice.

Peter lasciò cadere l'accappatoio e sparì per un istante. - Non è il momento migliore della mia vita... - rispose dalla camera da letto.

- Non intendevo questo. Intendo dire che non mi sembri felice di vedermi.

- Ma... - e poi la sua voce risultò ovattata ed incomprensibile.

- Non ho capito.

Peter tornò in salotto, vestito. - Ma non mi aspettavo di vederti, tutto qui. Hai intenzione di spiegarmi?

- Certo. Ma ho fame. Sembrano anni che non mangio.

- Il Queens non è cambiato per niente... - fece Gwen, sotto il braccio di Peter. Passeggiavano lentamente, ben stretti nei propri soprabiti, mentre il vento continuava a soffiare forte. Le luci illuminavano in maniera sommessa la Hollis Avenue, creando strani atmosfere.

- E quindi? - chiese Peter, guardingo. Gwen lo notò e sorrise.

- Il tuo istinto di ragno non dovrebbe avvertirti prima se c'è qualche pericolo?

- E tu che ne sai del mio senso di ragno?! - esclamò Peter, bloccandosi e sciogliendo Gwen dalla presa.

Quella gli diede un'occhiataccia per la brusca frenata e sbuffò. Poi allungò una mano verso il ragazzo e lo guardò negli occhi. - Guarda qui - fece, ed in breve una sostanza nera e lucida la ricoprì.

Peter spalancò gli occhi e fece un grosso balzo indietro, allargando le mani.

- Venom! - urlò, mentre la folla si chiedeva cosa avesse nella testa quel ragazzo snello dai capelli castani.

- Hey, hey, hey, calmo, Petey...

- Non sto calmo per niente!

La mano di Gwen tornò libera e dello stesso colorito candido del suo volto. - Stai tranquillo. È proprio grazie a questa roba nera che io sono viva.

- Ti renderà un mostro - disse Peter, guardando distrattamente l'indicazione che dava sulla strada intitolata a Run DMC.

- Sono tre mesi che convivo con l'alieno. Ho imparato a controllarlo e...

- Anche Brock lo controllava... e poi s'è frullato il cervello con quella roba... Ha provato ad uccidermi per anni.

- Brock ti odiava. Io ti amo.

Peter sbatté le palpebre un paio di volte. - Anche io ti amavo. Cioè, ti amo...

Gwen sorrise. - Sono passati tanti anni...

- Già... - s'avvicinò di nuovo Peter. - Ma sei sicura di riuscire a mantenere il controllo del costume alieno?

- Già. Posso fare cose incredibili: forza, agilità... sparo anche ragnatele, proprio come te.

Peter fece spallucce e la sentì di nuovo mentre brandiva il suo braccio. Passeggiarono fino al Silver Spoon, un ristorante della zona.

Si sedettero ed ordinarono degli hamburger.

Ma non era convinto.

- Mi sembra di non mangiare da un secolo - fece quella, addentando il panino.

- L'hai già detto.

- E com'è andata in questi anni? Cioè, che è successo?

- Sommariamente?

- Sì, sommariamente - sorrise quella, con la bocca piena.

Peter fece spallucce e sospirò. - Tutto ciò che puoi pensare è successo... Ora il mio peggior nemico è entrata nella persona che amo.

- Parli di un incesto o cosa?

Peter sorrise. - No, è che... Dio, il mio senso di ragno dovrebbe farmi esplodere il cervello! Invece è assopito... spento.

- Non sono un pericolo, Petey. Non ti farei mai del male. E poi?

- Beh, ora come ora non so se stai parlando con Peter Parker o con Spider Man.

Gwen annuì, avendo compreso il senso della frase del ragazzo.

- Con Peter. Sto parlando con te, Peter.

- Ok - annuì allora il ragazzo. - Allo stesso tempo non so se io stia parlando con Gwen, Gwendolyne Stacy, la figlia del poliziotto, la bionda che mi ha fatto perdere la testa e con cui ho litigato tante di quelle volte da... uff, non riesco nemmeno a trovare un termine di paragone... oppure con Venom, quella belva assatanata senza scrupoli né coscienza.

- Ce l'ha una coscienza.

Peter spalancò gli occhi, spostando i capelli castani dal volto. - Dio mi fulmini se ogni volta che ho visto Brock quello stronzo non abbia provato ad uccidermi!

Gwen addentò l'ennesimo boccone, finendo il suo cheeseburger. - Ma... - fece, con la bocca piena. - Cioè, il punto è questo! Era Brock che voleva ucciderti... La coscienza di Brock, quella che ti odiava...

- Venom l'ha fatto impazzire, io non so se...

- Peter... Perché stai cercando tutte queste scuse? Cosa succede?

Lui la guardò negli occhi, quegli occhi celesti e cristallini. Dietro l'iride poteva vedere il candore, e dietro il candore qualcosa di torbido e denso, pieno di rabbia e gelosia.

Pieno d'ira.

- Perché io ho paura di te, adesso, Gwen.

Lei pulì elegantemente le labbra con un fazzoletto, quindi fece lo stesso con le mani.

- Non devi aver paura di me. Sono la stessa donna per il quale ti sei gettato da un ponte, Peter.

- Lei non aveva quel... quel mostro dentro, Gwen.

La bionda abbassò lo sguardo e sospirò. - Peter... questo è un addio?

Ci pensò per quasi dieci secondi, poi annuì silenziosamente. - Ci sono tante persone che... che hanno bisogno di Spiderman.

- E io?! - urlò all'improvviso lei. - Io non ho bisogno di Peter?!

- Tu non sei tu! Tu sei morta!

Tutta la folla nel locale si girò, fissando la coppia.

- Io non sono morta! Io sono viva!

Peter sbuffò, si alzò e lasciò dieci dollari, gli ultimi che aveva in tasca, sul tavolo. Poi si voltò.

- Ma! Hey! Peter, io sto parlando con te! - urlò Gwen, rincorrendolo. Lo raggiunse quando lui era ormai già sul marciapiede, all'esterno del locale.

- Gwen! Devi andare via! Tu sei... sei soltanto frutto di un errore!

- Ma come puoi dire questo?!

- Oh, dannazione, Gwen! Puoi spiegarmi in qualche modo il fatto che io sia venuto a portare fiori sulla tua tomba per anni?! Puoi?!

Gwen rimase in silenzio. - Io...

- Sai cosa significa perdere un pezzo di te stesso?!

- Io sono morta, Peter! So cosa significa perdere tutto!

- Sei stata più fortunata di me! - urlò il ragazzo, prendendola per le spalle. - Io sono rimasto per anni qui, da solo!

- Non eri solo per niente! Tu e quella rossa!

- Non mettere in mezzo Mary Jane! Non lo fare mai! - la scosse, stringendola ancora più forte.

- E lasciami! - urlò poi quella, sfogando gran parte della forza che aveva in corpo e facendo volare Peter diversi metri più lontano, proprio al centro della strada trafficata.

Gwen spalancò gli occhi, lo vide rialzarsi e ripulirsi i vestiti. Sanguinava da un labbro.

La guardò per attimi lunghi quanto ore, poi si voltò e fece per andarsene.

- No! Peter, scusami! - urlò la bionda.

- Sparisci! Non cercarmi mai più! Ormai sei un mostro, Gwen!

E fu così che quello s'allontanò, confondendosi tra le mille teste che marciavano sui marciapiedi del Queens.

Gwen rimase da sola.

Sola.

Sole.

"Ci ha lasciate da sole, Gwen...".

- Lo so. Lo hai spinto troppo forte.

"Ho sentito che volessi farlo e l'ho fatto".

- Lascia che sia io a decidere cosa fare.

"Ma Gwen! Non può trattarci così! Lui è l'uomo che amiamo!".

- Sì, ma tu hai rovinato tutto!

"Non urlare così forte, tutti ci guardano".

- Ed ora mi fai sembrare una pazza.

"Gwen, per l'amor del cielo, non capisci che lo faccio per te?!".

- Sì, lo so...

"Io ci tengo a te. Tu non ci tieni a me? Io ti ho fatta rinascere...".

- Lo so, lo so. Anche io tengo a te.

"Nessuno può rifiutarci".

- Nessuno.

"Peter Parker la pagherà".

- Sì. La pagherà.


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