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Una storia di GioMa46

SCRIVERE & LEGGERE

Idee e suggerimenti di lettura per questo autunno.

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19 minuti

Pubblicato il 06 ottobre 2020 in Giornalismo

Tags: #Scrivere #Leggere #Editori #Stampa #Libri

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Per una conoscenza globale.
Per una conoscenza globale.


Orbene i libri …


Vale sempre la pena leggerli e riporli?

Oppure scriverli e inviarli a un editore?

Scrivere a mano e/o al computer?

Dipende da ciò che essi rappresentano per noi. Qualche risposta è qui di seguito contenuta, purché non 'sperate di liberarvi dei libri'.


«Cosa sono i libri che, sui nostri scaffali, su quelli delle biblioteche del mondo intero, racchiudono le conoscenze e le fantasticherie che l’umanità accumula da quando è in grado di scrivere, […] soprattutto oggi che Il libro si appresta a fare la sua rivoluzione tecnologica?» Se lo sono chiesto due filologi di spessore in “Non sperate di liberarvi dei libri” (*) un libro di Jean-Claude Carriére e Umberto Eco, nella cui lungimirante ‘prefazione’ curata da Jean-Philippe De Tonnac, vengono svelati i vertici massimi della sottrazione cui si tende a declassare ‘i libri’ così detti: «Analogamente, se anche il libro elettronico finisse per imporsi a spese del libro del libro stampato, non c’è ragione per cui riesca a farlo uscire dalle nostre case e dalle nostre abitudini. L’e-book, insomma, non ucciderà il libro. Più o meno come Gutenberg e la sua geniale invenzione non hanno eliminato da un giorno all’altro l’uso del codex né questo il commercio dei rotoli di papiro o dei volumnia.»

Partendo dal presupposto che “le domande sono sempre pertinenti”, ciò che spesso non sono le risposte che se ne ricevono, non è soltanto un’opinione, bensì una realtà acclarata che possiamo parafrasare diversamente applicando ad essa il principio di relatività: per cui “le domande sono pertinenti fintanto che non trovano risposte” o, almeno, “quando non pretendono delle risposte attinenti”.

Uno squilibrio del pensare questo da parte di chi vorrebbe una risposta ad ogni domanda o, perlomeno, un riscontro concernente e/o una controproposta altrimenti non interrogativa. Ciò che non ho trovato commentato in nessun libro, fra i tanti che ho sfogliato, e dai quali mi aspettavo un che minimo di corrispondenza utile. Ma già, i libri sono quello che sono, e non sempre danno le risposte che vorremmo trovare in essi, neppure in quelli altamente condivisi a beneficio della filosofia o di altre scienze e che, altresì, dovrebbero contenere le risposte a tutti gli interrogativi, così come ai dubbi che sempre più spesso ottenebrano il pensiero umano.


«La posta in gioco – aggiunge De Tonnac – nel dialogo fra i due autori sopra citati non è pontificare sulla natura delle trasformazioni e delle perturbazioni che possono derivare dall’adozione su larga scala (o meno) del libro elettronico. La loro esperienza di bibliofili, collezionisti di libri antichi e rari, cercatori e cacciatori di incunaboli, li porta piuttosto a considerare il libro come la ruota, una sorta di perfezione insuperabile della nostra immaginazione

Ecco, direi di soffermarci a questa prima enunciazione, cioè all’immaginazione. È fatto acquisito che un libro prima di essere considerato per quel che è, va scritto, anzi, va pensato o quantomeno ‘immaginato’. Quindi l’autore deve aver accolto in sé l’idea di trasformare il frutto della sua intuizione, meditati e condensati i contenuti conseguentemente alla sua primitiva necessità di esprimersi e, successivamente averli sottoposti alla sua ‘segreta’ indole creativa, che li avalla col dare forma alle parole, alle frasi e alle glosse da imbrigliarle nella scrittura, in modo che l’emissione inconsistente del semplice suono non permettesse loro di involarsi nell’aria, come ad esempio accadeva un tempo, alle note musicali.


Ciò che vale, per quanto il suono e/o l’emissione vocale si sia riusciti ad afferrarlo, immagazinandolo in supporti fonico-discografici, per la letteratura, il cui insieme, dalle informazioni quotidiane alle nostre memorie personali, sono ormai alla portata di tutti, stampate su supporti cartacei che continuiamo a scrivere e che prendono nome di ‘libri’. Benché ci si continua a interrogare sulla possibilità di‘catturare’ fin dal suo nascere quel che consideriamo “l’idea creativa”, anche se al momento, al pari di una stagione concertistica che si offre alla mente, questa possibilità sembra più una porta spalancata sull’ottusa deriva della fantascienza. Chissà, magari la 'quantistica' potrebbe suggerirci qualcosa d'altro?

Quanti?
Quanti?
Machine Learning
Machine Learning

O forse, oltre alla ‘carta stampata’ e all’inchiostro contenuto in una penna dovremmo solo saper aspettare altri dispositivi tecnologici più efficienti, che pure sappiamo essere vicini, appartenti di fatto all’Intelligenza Artificiale.


Davvero arriveremo a pensare senza le parole?


È quanto si chiede il filosofo Maurizio Ferrari in “Linguaggio” (*), ma intanto che la scienza attende alla scelta di altri ‘strumenti’, noi tutti, autori, scrittori, lettori, continuiamo a interrogarci sulla perennità dei libri che andiamo accumulando sui nostri scaffali (sotto i letti e finanche in bagno), negli archivi segreti come nelle biblioteche ufficiali, nelle librerie (sempre più polverose) degli antiquari, sulle bancarelle d’occasione, dicendoci che ‘il pensiero conta’, che della ‘cultura non se ne potrà mai fare a meno’, e che ‘la ragione’ (per quanto effimera) aprirà di fatto alla ‘futura coscienza universale’.

Maurizio Ferraris
Maurizio Ferraris

Può non sembrare così, ma l’esistenza del libro cartaceo non è ancora finita, di certo continueremo a scrivere libri (seppure autocompiacendoci); ad autoprodurli (come hanno fatto per anni gli editori), ed a collezionarli nei nostri scaffali (perché invenduti). Ma poco importa, fintanto che esisteranno saranno la testimonianza della fertile immaginazione del pensiero umano, a chiunque esso appartenga nel mondo, e di una fattiva creatività di ‘linguaggio’ che andrebbe analizzata nei suoi risvolti storici e teorici, nonché imprenditoriali.

Copertina del libro - Il Mulino
Copertina del libro - Il Mulino

«Il libro vero – scrive Ezio Raimondi in “Le voci dei libri” (*) – parla sempre al momento giusto. Lo inventa lui, il momento giusto; con il colore della parola, con la singolarità della battuta, con il piacere della scrittura» ed è così. Avviene tutto per sintesi, addirittura potremmo dire per simbiosi, dovuta dalla necessità interiore che, ad esempio, ci fa stendere la mano verso un libro e non un altro. Perché è proprio quello di cui necessitiamo in quel momento e che funge da accattivante richiamo.

È così che accade, in verità, spesso siamo propensi a pensare che sia per il colore o l’insieme dei colori di una copertina in particolare; o magari perché la pubblicità editoriale, vista sui social, ci ha colpiti sorprendendoci nel rapporto stretto che manteniamo coi nostri pensieri. Non è così, o almeno non solo, più spesso è il titolo di un libro a catturare la nostra attenzione, la grafica più o meno accattivante di uno sguardo che ci lusinga; la scrittura alquanto impressiva dei contenuti di un libro piuttosto che un altro. Quel fuori dall’ordinario del modo di scrivere una storia (o più storie), di un autore, ‘quasi una dichiarazione d’amore appassionata’ che contiene sogni, smanie e fantasticherie, tali da suggerire al lettore che è ‘il pensiero che conta’ in cui ha inteso racchiudere tutto o in parte il suo universo testamentale.

Come nel caso di "A libro aperto" di Massimo recalcati che vi invito a leggere.

Copertina del libro - Feltrinelli
Copertina del libro - Feltrinelli

Quante volte abbiamo aperto un libro e scorrendo le sue pagine ci è sembrato di aver trovato proprio quello che volevamo leggere, o solo quel che volevamo sentirci dire in quel preciso momento? Va detto che ogni libro ha un suo modo di richiamare la nostra attenzione, una sua luce che in qualche modo ci abbaglia, non è forse così? Poco dopo che lo maneggiamo, riconosciamo nella ‘carta’ (*) e nell’ ‘inchiostro’ (*) un sottofondo odoroso che lo fa nostro, tale che qualche volta sappiamo indicare finanche dove siamo arrivati a leggere senza l’uso del segnalibro.

Copertina del libro
Copertina del libro

Altre volte, rammento, di aver sfogliato un libro e averlo subito riposto, perché non lo sentivo adatto al particolare ‘sentire’ di quel giorno. O di averlo ricevuto in regalo e riposto nello scaffale o di averlo accatastato insieme ad altri sul comodino, nel limbo delle attese. A voler dire in stand-by, aspettando il momento migliore per leggerlo, e che talvolta è arrivato dopo anni, che quasi non rammentavo neppure di averlo. Invece era lì, come ho annunciato, che aspettava il momento giusto, per imporsi alla nostra attenzione, e accipicchia, quante volte l’ha spuntata sul mio volere incerto.


I libri ti cambiano la vita?


In qualche modo sì, ma devo ammettere di non sapere né come né perché, ma è accaduto sovente che il ‘libro’ mi è venuto incontro, cambiando la mia prospettiva di ricerca. Come se mi avesse sussurrato nell’orecchio ‘leggimi, sono il libro per te’; o ‘ti stavo aspettando, quello che vuoi sapere è contenuto nelle mie pagine’; cosa che sul momento mi era sembrata quasi una minaccia, e invece, in più di qualche caso, conteneva davvero le risposte alle tante domande che mi frullavano in testa. Mi è bastato sfogliarlo per capire che non era affatto una minaccia, e leggerlo si è trasformato in accomodante piacere.

È quanto accaduto con il ‘caso letterario’ “I libri ti cambiano la vita” (*), di Romano Montroni che, anche nel suo più recente “L’uomo che sussurrava ai lettori” (*) sulla figura del ‘libraio’ (questo sconosciuto), ha dato a questa nostra epoca, una nuova e più aderente dimensione.

A me è accaduto con “Pinocchio”, seguito da “Cuore” e “Tre uomini in barca”, e con “Bel-Ami” quando ormai avevo l’età giusta, successivamente con “La luna e i falò”, “I fratelli Karamazov”, “Il Maestro e Margherita”, e tantissimi altri. Ma il grande libro che più mi ha conquistato, e che è quasi stupido citarlo, è stata “La Divina Commedia”, a seguire “I promessi sposi”, “Iliade” e “Odissea”, “Don Chisciotte”, “L’interpretazione dei sogni”, “L’idiota”, “La nausea”, “L’odore dell’India”, “Cent’anni di solitudine”, “Memorie di Adriano” e inevitabilmente da “La Recherche” di Marcel Proust.

Per favore non chiedetemi per quanti altri? Tantissimi, che per uno come me, che legge anche il biglietto del tram, non basterebbe questa recensione per elencarli tutti. Ma forse avrei dovuto citare, oltre quelli degli scrittori, i nomi dei poeti che dopo Dante si sono susseguiti inevitabilmente nelle mie letture: Leopardi, Pascoli, D’Annunzio, Montale, Marinetti, Pasolini, Ungaretti, Neruda, Hölderlin, Kerouac, Carver, Celan ecc. ecc.

O forse dovrei elencare qui i grandi saggi ... (?)


Chiedo scusa, smetto subito di tediarvi oltremodo. Fatto è che mi è capitato più volte di aprire un libro e ‘trovare’, quasi come un trovarobe di teatro, qualcosa che in verità non stavo cercando ma che, guarda caso, era esattamente quello di cui sentivo una recondita necessità e, ancora una volta, è stato Romano Montroni, a suggerirmelo. Acciò l’esperienza di un libraio di mestiere può essere un appiglio per cui lasciarsi affascinare.

In quanto curatore di intelligenti e originali raccolte (op.cit.) che vede insieme, per quanto diverse, le esperienze letterarie di cento scrittori, giornalisti, compositori, attori, più o meno conosciuti, più o meno lettori, più o meno impegnati del panorama artistico-letterario. I quali, per una volta, hanno dato voce ai loro ‘segreti’ librari, lasciandosi scoprire nelle attitudini di lettori talvolta inconsueti e, in qualche caso anche inaspettati e che, «..con generosità hanno accettato di condividere emozioni, sensazioni e pensieri nati dalla lettura».

Copertina de 'Il Libraio' Settembre 2020
Copertina de 'Il Libraio' Settembre 2020

Il “Libraio” (*) la rivista mensile di attualità letterarie, ha più volte recensito i libri di questo autore meritevole di aver passato una vita a contatto coi libri presso la Libreria Rizzoli di Bologna ed a sua detta “è stata la cosa più bella che potesse capitargli”. Perché dagli inizi come fattorino è poi diventato Libraio (con la maiuscola), ed ha conosciuto moltissimi scrittori e lettori che ama citare, e che, non in ultimo si è adoperato a sua volta alla formazione di nuove generazioni di librai, capaci di accendere entusiasmi, nutrire sogni e ‘sussurrare ai lettori’ i libri giusti, quelli che riempiono la vita e appunto ‘la cambiano’.

Inutile dire che in ogni sua raccolta ci propone anche qualche ripensamento, ad esempio, affiancando pareri diversi di uno stesso libro; ri-proponendo alcuni libri “secondi” destinati al dimenticatoio e che, guarda caso, valeva invece la pena di riscoprire. Inoltre vi sono elencati libri di cui, personalmente parlando, non conoscevo l’esistenza, perché forse il loro odore, il loro colore, il loro ‘essere’ erano essenzialmente lontani dai miei interessi, e a suo tempo, non mi avevano attratto.

Quand'ecco troviamo qui elencati altri termini di raffronto, che sono: l’attrazione, il fascino, la seduzione e l’incanto dei libri. Lo scherzo intelligente di esistere eppure di nascondersi a noi cercatori d’oppio letterario che stanchi, talvolta lasciamo al caso di offrirci qualche leccornia del passato. Così è stato per me con “La gola”, “Il profumo”, “Follia”, “Ritratto dell’Artista da Saltimbanco”, di cui, forse, non troverete notizia neppure in questa raccolta ma che pure consiglio di leggere per la loro ricercatezza e la loro nascosta accattivante ‘seduzione’.

Un libro fatto di libri” quindi, ogni singolo libro di Montorsi che riapre una discussione sempre attuale e mai conclusa, sulla lettura e sui lettori, nel momento in cui i mezzi, gli scrittori, gli editori, stanno cambiando con il cambiare della società e dei suoi interessi. In certo qual modo fa colpo trovarvi citato lo “Zingarelli, Vocabolario della lingua italiana”, proposto da Cesare Bartezzaghi, nel momento in cui la ‘lingua’ sta perdendo e acquisendo connotati talvolta controversi. O “L’arte della cucina moderna” proposto da Allan Bay, quando ormai sembra non si parli d’altro nei talk-show televisivi ma che forse torna utile per contrastare le ‘stupidità’ di certi suggerimenti, improbabili quanto inutili.

I 'quanti' del linguaggio attuale.
I 'quanti' del linguaggio attuale.

Interessante è a dir poco l’enunciato di Ginevra Bompiani che in “Vari” (*) ipotizza quanto segue: “Se i libri non ti cambiano la vita, certo la fanno. […] Direi piuttosto che i libri ti costruiscono la vita, la ondeggiano, la sprofondano e poi la sollevano, come un sentiero in cresta fra le colline. […] I primi libri, quelli letti da bambino, le danno la patina l’illusione specifica. […] I libri letti da ragazzi non hanno autore, sono sottomarini anonimi che colpiscono e affondano la corazzata bambina. Non c’è difesa da loro, non c’è protezione. L’emozione e la cattura sono totali. (..) L’emozione non ha sempre a che fare con la qualità, piuttosto con la forza. Quando si invecchia, si scopre che l’emozione è una forma di malattia. Non sempre si guarisce, ma quando la malattia si spegne, si rimane svuotati, come in una mattina di ottobre, tersa, pungente, senza veli di nebbia, persi in un orizzonte che non ha segreti”.

Ed è forse questa ‘malattia’ che spesso diventa ‘magia’ capace di stravolgere la vita con le parole. Una ‘magia’ che incanta e che lascia spazio ai sogni, alle illusioni, al canto lirico e alla poesia, quando ottimisticamente “credevamo altresì di trovarci all’alba di qualcosa di nuovo”, quel qualcosa che Enrico Brizzi nel parlarci de “Il giovane Holden” (*) di Salinger, ci ha condotti per mano nella sensazione d’incredulità, irreligiosità e diffidenza che ci attraversa tutti.

Cito qui un volumetto trovato su una bancarella, si tratta di “L’uomo con molti libri” (*) di Hermann Hesse premio Nobel per la letteratura 1946, scritto fra il 1904 e il 1918, un secolo fa quindi, contenente sei racconti assolutamente non secondari all’interno della produzione hessiana che affrontano i temi propri dei maggiori lavori di questo prolifico autore, del quale sintetizzano l’universo narrativo: il passaggio dall’adolescenza alla maturità, il distacco dalla famiglia, l’amicizia, e soprattutto il rapporto fra menzogna e verità, fra illusione soggettiva e realtà, che bene mettono in rilievo la sua straordinaria abilità introspettiva …

«Era un uomo che fin dalla prima giovinezza si era ritirato in appartata solitudine, ché il rimbombo della vita gli metteva paura, rifugiandosi tra i libri. Viveva in una casa di sua proprietà dalle stanze piene zeppe di libri e non aveva altra compagnia se non quella che essi gli procuravano.»

Una via di fuga volutamente cercata dunque, nell’impossibilità di dover porre la domanda ‘giusta’ e che rimane irrisolta (senza risposta) in ragione del fatto che ci sottoponiamo a quelle che sono le esigenze di mercato e le intransigenze dell’attività speculativa che la società odierna richiede, finendo per soggiacere a stili di vita sempre più effimeri che non soddisfano nessuna delle nostre reali esigenze, o almeno quelle che dovrebbero essere considerate primarie, relative alla scansione del tempo del lavoro, del riposo, della ricreazione spirituale, ecc. Quel che nella realtà del quotidiano accade sempre più spesso mettendo a repentaglio la nostra stessa sopravvivenza.

Non c’è più il ‘tempo’ per apprendere dalla natura tutto ciò che ancora ha da insegnarci in fatto di conservazione e sussistenza, in quanto tutto avviene ormai al chiuso e in autonomia (leggi solitudine). Allo stesso modo che non troviamo il ‘tempo’ da dedicare alle cose dello spirito, divenuto terreno arido spazzato dal vento della contemporaneità, in cui tutto accade nel momento stesso del suo accadimento, che se da una parte ci sorprende, dall’altra ci spaventa non poco, perché a detta di Zigmunt Bauman, si trasforma in “Paura liquida” (*) tutto quanto ci sconcerta, da un verso e l’altro delle nostre buone o cattive intenzioni.

Copertina del libro - Laterza
Copertina del libro - Laterza

Allora la domanda ‘dove trovare riparo?’, altresì ‘come proteggerci da tutto questo?’ è in ogni modo sbagliata.


Personalmente non lo credo, sulla scia del nuovo libro di

Massimo Recalcati che, in “Critica della Ragione Psicoanalitica” (*) affronta tutto questo nel tracciare un ritratto di Elvio Facchinelli: “uno psicanalista sovversivo libero da conformismi e dogmatismi”; il cui insegnamento si muove nello specifico, sottoponendo la ‘ragione psicoanalitica’ classica a un nuovo termine di giudizio, cercando risposte attuative ad alcune domande solo apparentemente pertinenti:


«Può la pratica psicoanalitica liberare l’esistenza umana dalla sua passione difensiva per il chiuso? Può interrompere il carattere inesorabile della ripetizione? Può aprire la vita all’incontro estatico con l’illimitatezza della vita?»


Tuttavia suggerisco, prima di leggere il libro, di provare a darvi delle risposte che siano pertinenti e/o attinenti alle tematiche esposte, tenendo presente che ‘il pensiero conta’ fintanto che riusciamo a contenere lo spazio-tempo della singola risposta e «viaggiare contemporaneamente nel passato e nell’avvenire, nell’essere e nel nulla; di poter raggiungere così una forma di immortalità virtuale» (Carriere – Eco), almeno senza il pericolo di naufragare nella ‘paura liquida’ della solitudine.

Copertina del libro - Ponte alle Grazie
Copertina del libro - Ponte alle Grazie

Scrive Jean-Claude Carrière (op.cit.): «Se la nostra memoria è corta, allora è questo passato recente che incalza il presente e lo spinge, lo sbilancia verso un futuro che ha assunto la forma di un immenso punto interrogativo. O forse esclamativo. Dov’è passato il presente? Il meraviglioso momento che stiamo vivendo e che molti cospiratori cercano di rubarci?» Per poi aggiungere che dare una dimensione alla nostra esistenza è strettamente necessario, altrimenti «..ci si perde nei corridoi del tempo, nelle sfasature delle ore, nel bisogno di riconnettersi a questo presente che ci è ormai impercettibile.»

Non una quindi ma due preminenti domande cui è difficile rispondere, tuttavia riuscire a formulare la domanda giusta significa anche dare (non solo cercare) risposta a un’obiettiva esigenza che oggi diremmo ‘virtuale’, coinvolgente le nostre capacità intellettive razionali e irrazionali, in grado di compenetrare il nostro ‘inconscio istintivo’ e il nostro ’inconscio somatico’, nei termini congruenti di un’esplicita equazione, con quelli adoperati dal grande psichiatra svizzero C. G. Jung; il quale in “Psicologia e alchimia” (*) aggiunge: «..ogni vita non vissuta rappresenta un potere distruttore e irresistibile che opera in modo silenzioso e spietato.»

Copertina del libro - Bollati-Boringhieri 2006
Copertina del libro - Bollati-Boringhieri 2006

Il ‘quid’ ?


Che sia questa l’irresistibile domanda cui non sappiamo dare una risposta plausibile? È dunque questo il ‘quid’ su cui ci si barcamena lungo la nostra esistenza spirituale?

Conosciamo una eticità che possa aiutarci a discernere le ragioni del nostro ‘presente anteriore infinito’ dal nostro ‘presente finito’ che si prospetta senza futuro? Sembra proprio di no. Se capire i linguaggi interiori, imperfetti e capaci al tempo stesso di realizzare quella suprema incompiutezza che ci differenzia l’uno dall’altro, o meglio, che diversifica il nostro impatto irrazionale del passato con la nostra ‘spiritualità’ negando ogni possibile verbalizzazione razionale con la ‘materialità’ del nostro presente, questa a mio avviso rappresenta l’unica conclusione di ogni ricerca. Allora inseguire l’idea di una possibile ‘perfezione’ che pure ha contrassegnato fin qui il cammino della nostra inspiegabile esistenza, è stata erronea, cioè frutto di un’utopia mai raggiunta e che mai raggiungeremo. Forse sì, forse no?

La storia nei ‘libri’ risponde a un’accresciuta sete di conoscenza, di approfondimento, di critica, mai venuta meno. La scienza che studia il linguaggio e le lingue, dopo la scrittura e l’avvento della stampa, analizza nei suoi risvolti storici e teorici l’intero scibile del sapere umano che oggi va sotto il nome di ‘comunicazione’, in cui sono raggruppate diverse discipline scientifiche maturate sul campo dell’informazione sulla conoscenza globalizzata.


Ma che cos’è esattamente il linguaggio? Quali sono le sue origini? E quali le sue trasformazioni essenziali e il suo possibile futuro?

Copertina del libro - UTET 2003
Copertina del libro - UTET 2003

Ma che cos’è esattamente il linguaggio? Quali sono le sue origini? E quali le sue trasformazioni essenziali e il suo possibile futuro?


Per rispondere a queste domande Steven Roger Fischer nel suo “Breve storia del linguaggio” (*) traccia un’affascinante storia della comunicazione dai tempi in cui il linguaggio umano non era ancora nato, fino alla più recente esplosione dei media: «Uno studio ambizioso e interessato – scrive Noam Chomsky – che esplora un vasto campo d’indagine, in parte trascurato, in parte esaminato con una certa profondità ormai molto tempo fa. In cui l’autore affronta numerose questioni che hanno a che fare direttamente con aspetti fondamentali della stessa natura dell’uomo e delle sue conquiste.»

Le parole, i gesti, la scrittura, ma anche i segnali chimici, le danze e i suoni, in ogni sua forma il linguaggio tiene insieme la natura e gli esseri viventi che la natura ha creato, sono qui raccoltie in un’affascinate storia della comunicazione con la competenza del frande specialista, con la chiarezza e la concisione dell’esposizione, e la relativa brevità e la forza interpretativa di alcune importanti scelte di campo: «Una scelta che colloca l’autore all’interno di una posizione ‘naturalistica’ che considera il linguaggio una facoltà universale e non una capacità cognitiva ad uso esclusivo dell’Homo sapiens.»


Ed è ancora una volta Jean-Philippe De Tonnac (op.cit.) a dirci che «Il futuro è imprevedibile. Il presente muta continuamente. Il passato, che era ritenuto uno zoccolo duro di riferimento e di sicurezza, si sottrae. Stiamo facendo delle considerazioni sulla impermanenza?»

La domanda è pertinente, e almeno questa volta abbiamo una risposta attinente, fornita da Jean-Claude Carrière (op.cit.): «Il futuro non tiene conto del passato ma neanche del presente. Gli ingegneri aeronautici oggi lavorano ad aerei che saranno pronti fra vent’anni, ma che sono pensati per funzionare col cherosene, che forse a quel punto non esisterà più. Quello che veramente mi colpisce ( e preoccupa) è la completa sparizione del presente. Siamo ossessionati come non mai da modi rétro. Il passato ci afferra velocissimo e presto saremo influenzati dalle mode del trimestre precedente. L’avvenire è come sempre incerto e il presente progressivamente si restringe e si sottrae.»


È forse il caso che ci preoccupiamo anche noi?


Continua.

Sì, è questo il tempo d'iniziare a preoccuparci?
Sì, è questo il tempo d'iniziare a preoccuparci?

Note:

(*) Jean-Claude Carriére e Umberto Eco, “Non sperate di liberarvi dei libri” – Bompiani 2011

(*) Maurizio Ferrari in “Linguaggio”, in "Le domande della Filosofia", Gruppo Edit. L'Espresso 2012

(*) Ezio Raimondi, “Le voci dei libri”, Il Mulino 2012

(*) Pierre-Marc De Biasi, “La carta”, Electa/Gallimard 1999

(*) Alessandro Gusmano, "Gli inchiostri nella storia della scrittura e della stampa." 2011

(*) Romano Montroni, “L’uomo che sussurrava ai lettori”, Longanesi 2020

(*) Romano Montroni, “I libri ti cambiano la vita”, Longanesi 2018

(*) Il “Libraio”, Rivista d'Informazione Letteraria - Settembre 2020

(*) Ginevra Bompiani, “Vari”, in “I libri ti cambiano la vita” Op.cit.

(*) Cesare Bartezzaghi, “Zingarelli, Vocabolario della lingua italiana”, in “I libri ti cambiano la vita” Op.cit.

(*) Enrico Brizzi, prefazione a “Il giovane Holden” di J.D. Salinger, Einaudi 1951

(*) Hermann Hesse, “L’uomo con molti libri”, Edizione Studio Tesi 1986

(*) Zigmunt Bauman, “Paura liquida”, Laterza 2006

(*) Massimo Recalcati, “Critica della Ragione Psicoanalitica”, Ponte alle Grazie 2020

(*) C. G. Jung, “Psicologia e alchimia”, Bollati-Boringhieri 2006

(*) Steven Roger Fischer, “Breve storia del linguaggio”, UTET 2003


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