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Una storia di utente_cancellato

Questa storia è presente nel magazine Mille volte morta

Giorno 363 - Da zero a cento

97 visualizzazioni

9 minuti

Pubblicato il 02 dicembre 2020 in Horror

Tags: #introspezione #morte #Splatter #Romanzoapuntate

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Adrenalina.


Dopo oltre due mesi, quel giorno mi svegliai piena d'adrenalina fino alla punta delle orecchie.


Tutte le giornate che avevano separato il suicidio nella mia cucina fino a quel risveglio a dir poco su di giri erano state, a conti fatti, prive di grandi eventi: la maggior parte delle volte ero riuscita a suicidarmi ancora, in modi non molto fantasiosi ma efficaci, mentre c'erano stati dei giorni in cui la Signora delle Perle era riuscita a battermi sul tempo e aveva riconquistato, anche se solo per pochi minuti, l'illusione di avere il controllo della situazione... prima che io glielo strappassi nuovamente di mano.


Ma non c'erano state altre conversazioni come quella.


Non più.


Non avrei saputo dire se fosse stato un suo tentativo di scoraggiarmi dal proseguire lungo la mia strada – non temerla, mai, per nessun motivo – o pura e semplice frustrazione, da parte sua, nel constatare che ancora non le riusciva di farmi recedere dalle mie convinzioni: ogni ipotesi era buona come un'altra.


Perché lei non mi parlava più.


Col passare delle settimane mi ero abituata ai suoi gesti impazienti, alla sua reticenza, al modo in cui i suoi occhi mi sfuggivano quando, ancora padrona di parte del mio corpo – bontà sua, avevo compreso infine: come spiegare, altrimenti, il fatto che da morta restavo in controllo di carne e organi e muscoli unicamente dal collo in su? – le sorridevo, compiaciuta d'averla messa nel sacco una volta di più.


Mi ci ero abituata tanto da annoiarmi.


Per fortuna, suicidarmi non era l'unica cosa che avessi fatto in quelle settimane.


Non credo che la Signora delle Perle abbia mai prestato particolare attenzione a come occupassi le mie giornate mentre aspettavo di vederla piombarmi addosso. Forse lo considerava un inutile spreco di tempo; o, più probabilmente, riteneva le mie occupazioni futili e inconcludenti nel quadro, molto più grande, di quella nostra sfida che oramai si protraeva da quasi un anno.


Il giorno trecentosessantatré fu quello in cui, per la prima volta, fu lei e non io a capire di aver commesso un errore: e cioè che avrebbe fatto meglio a tenermi d'occhio un po' più da vicino.


Avevo una buona sensazione, quel giorno: sentivo che avrei avuto il tempo e il modo di mettere in atto il programma che avevo faticosamente coltivato per tante settimane, un pezzetto alla volta, come si cura un seme piantato nella terra fino a vederlo sbocciare in una magnifico albero.


Adrenalina.


Solo pensare al genere di sfizio che stavo per togliermi – e alla scena madre che avrei offerto alla Signora delle Perle – me la sentivo scorrere più veloce nelle vene.


Dopo una colazione leggera optai per un abbigliamento aderente ma comodo – quello che ritenevo migliore, visti i miei progetti per la giornata – e uscii senza curarmi di dare le solite due mandate alla porta d'ingresso.


Questo avrebbe dovuto preoccuparmi; stavo iniziando a rassegnarmi alla mia condizione, che abbandonavo alcune delle abitudini più radicate in me?


Era possibile.


Anzi, era quasi certo.


Ma per quel giorno, scelsi di non pensarci.


Camminai svelta ma attenta, prestando attenzione a tutto quello che mi circondava – compreso dove mettessi i piedi – per essere certa di non incappare in brutte sorprese; e quando raggiunsi l'autosalone, per la prima volta in assoluto ringraziai di essere sprofondata in quel loop in una bella giornata di sole.


Perché il modo in cui i raggi dorati si riflettevano sulle carrozzerie di auto e moto facendole brillare come se qualcuno le avesse cosparse di polvere di fata, era a dir poco ipnotico.


Sorrisi tra me del mio stesso pensiero.


Polvere di fata.


Be', Rosie, bisbigliò una voce nella mia mente, in fondo non avevi intenzione di volare, oggi?


Convincere un venditore a mostrarmi le motociclette esposte fu facile; e ancor più facile – ridicolmente, quasi – fu convincerlo a farmi sentire il ruggito di uno di quei motori.


Di sicuro il poveretto mi credeva solo una ragazza appassionata di moto, ma senza la minima idea di come si guidino.


Io, invece, avevo un'idea piuttosto precisa di come si facesse.


Con un movimento fulmineo balzai in sella, rifilai all'uomo uno spintone che lo fece incespicare all'indietro e diedi gas.


La moto azzannò l'asfalto, scodò nel tentativo di disarcionarmi ma poi filò via veloce come il vento.


Con me saldamente in sella.


Settantuno giorni: tanto c'era voluto perché mettessi insieme le conoscenze necessarie a guidare una moto. M'ero dovuta iscrivere a una scuola guida trentuno volte per mettere insieme tutta la conoscenza teorica e non che potesse servirmi; altre diciotto volte me n'ero andata in un circuito privato, dove chiunque poteva correre con il proprio mezzo, a fare gli occhi dolci ad alcuni motociclisti per convincerli a farmi fare un po' di pratica e insegnarmi qualche trucco; senza contare il centinaio d'ore complessive che avevo passato a guardare video su video di corse – amatoriali e non – per capirne qualcosa in più.


Anche così, avevo sempre saputo che restare in sella sarebbe stata, in fondo, più una questione di fortuna che di bravura.


E a quanto pareva, quel giorno alla Fortuna doveva essere caduta la benda dagli occhi e s'era ritrovata ad ammiccare nella mia direzione.


Corsi. Corsi, beandomi della velocità, elettrizzata dal senso di libertà che quei centottanta chilometri all'ora mi facevano sbocciare nel cuore e nello stomaco. Corsi frenando poco o nulla, spostando il peso del corpo da una parte all'altra come un'invasata per aiutarmi a cambiare traiettoria alla moto, facendo uno slalom disperato tra le auto nel tentativo di non centrarne nessuna.


E mi andò bene fino all'ingresso in tangenziale.


Ero nella corsia sbagliata da almeno mezzo chilometro: i conducenti delle macchine che incrociavo facevano lampeggiare i fari, inchiodavano, suonavano il clacson, mi urlavano contro insulti, terrorizzati dalla mia follia suicida.


A me non importava perché sentivo una cosa sola.


Adrenalina.


Intensa, potente, inebriante.


Forse fu quella a farmi vedere lo svincolo della tangenziale come la porta per il Paradiso. Era quella sbagliata; quella da cui le automobili uscivano.


Era quella sbagliata, ma in quel preciso momento non avrebbe potuto essere più giusta: sarebbe stato il mio ultimo atto in quella corsa folle, il coup de théâtre, il gran finale.


Accelerai e imboccai contromano lo svincolo senza esitazioni.


Lì, il traffico era almeno dieci volte più fitto che nelle strade che avevo appena lasciato: un muro compatto di cofani e parabrezza e pneumatici e paraurti che mi veniva incontro.


Schivai le prime automobili e m'infilai agevolmente tra quelle che seguivano, che avevano inchiodato con un assordante stridore di freni; approfittai del poco spazio che mi ritrovai miracolosamente davanti e mi lanciai a tutta velocità.


Il vento che mi schiaffeggiava il volto mi fece sentire di nuovo viva dopo tanto tempo.


Anche lo schianto frontale contro un SUV, a modo suo, mi ricordò cosa significasse essere vivi.


Ero consapevole del fatto che quella corsa folle non sarebbe potuta durare all'infinito; ecco perché il momento dell'impatto non mi colse impreparata.


Anzi, oserei dire che la sequela di reazioni che percepii nel mio corpo fu oltremodo interessante.


Schiocchi; schiocchi secchi, numerosi, continui, quasi sovrapposti uno all'altro, a mano a mano che le mie ossa si spezzavano.


Compressione; fortissima, violenta, immediata, quando il colpo al torace mi schiacciò polmoni e diaframma, privandomi del respiro in meno di un secondo.


La sensazione che qualcosa si gonfiasse dentro di me ed esplodesse, a destra sotto le costole e a sinistra, più in basso, quando l'impatto mi fece a pezzi fegato e milza. Forse era così che si sentiva un palloncino, quando si gonfiava fino al punto di rottura e scoppiava?


Sì, perché la velocità dell'impatto mi aveva fatta volare in aria e rimbalzare sul tettuccio dell'automobile prima che il mio corpo scivolasse a terra.


Sdraiata sull'asfalto, spezzata ma soddisfatta, guardai il cielo. Aspettavo; non mi restava altro da fare e, in ogni caso, l'arrivo della Signora delle Perle era una certezza.


Comparve dal nulla, come sempre, e mi si avvicinò con aria affaccendata.


«Credi che quello che fai sia sano, Rose? Credi che abbia un senso? O che ti renda più forte?» sbuffò, saltando ogni preambolo. «Perché non è così».


Nuocermi non può, grazie a te, pensai di rimando. E almeno mi sono tolta la soddisfazione di fare una follia che in condizioni normali non mi avrebbe neanche sfiorato la mente.


La Signora delle Perle mi agitò contro un dito. «Ti stai comportando in modo infantile. Questa situazione non è un gioco e tu non sei una bambina a cui sia stato regalato un nuovo giocattolo!»


Infatti, pensai. Mi sento più una bambina che trova una pistola e impara a giocarci senza farsi male, a dire il vero!


«Perdi tempo». Il tono secco e definitivo con cui pronunciò quelle parole riuscì quasi a convincermi che stesse dicendo la verità. «Forse quello che fai può divertirti, forse ti fa sentire meglio, ma non ti aiuta. Ti stai solo scavando ancora di più la fossa con le tue mani, figurativamente parlando. Quello che hai fatto oggi è soltanto l'ultima goccia; riesci a capirlo?». Tacque per un istante. «Davvero non vedi quello che fai? Quanto distaccata tu stia diventando all'idea di vivere, di conservare e glorificare la tua esistenza come il tesoro che è? Davvero non vedi come la tua assenza di paura della morte stia diventando noncuranza nei confronti della vita?»


Se avessi ancora avuto aria nei polmoni – se i miei polmoni fossero stati ancora in grado di funzionare – con ogni probabilità a quel punto avrei trattenuto il respiro.


La Signora delle Perle aveva ragione: quella di quel giorno era stata soltanto l'ennesima, bizzarra dimostrazione della deriva a cui stava andando incontro il mio intelletto.


Dopo tante settimane, riflettei su quello che stavo facendo.


Quante altre volte mi ero tolta la vita?


Tante.


Troppe.


Era diventato fin troppo facile: la consapevolezza che la mia morte non era definitiva svalutava la mia vita in un modo quasi osceno.


Eppure non ero stata io a scegliere quella condizione.


Sei stata tu ad aver svalutato la mia vita, pensai con forza. Tu mi hai dato i mezzi e il movente per arrivare a questo punto; e se non hai la colpa per intero di quel che sto facendo, te ne tocca almeno la metà. Questo lo sai; lo sai bene quanto me. Perché sai, come lo so io, che prima del nostro incontro in quel pub, pur non temendo la morte mai ne ero andata volontariamente in cerca.


La Signora delle Perle si massaggiò la fronte con aria stanca. «Tutto questo accade perché ti ostini a non temermi come dovresti».


No. Tutto questo accade perché tu ti ostini a non capire che non ti ho temuta mai e mai lo farò. Sospirai, anche se solo nella mia testa. Quante altre volte dovremo avere questa conversazione? Inizia a diventare vecchia e noiosa.


«L'avremo fino al giorno in cui non mi darai la risposta che devo sentire» ribatté lei.


E allora rassegnamoci a un'eternità trascorsa in reciproca compagnia, riflettei sfinita. Adesso portami a casa.


La Signora delle Perle inarcò un sopracciglio sottile. «Consideri l'oscurità la tua casa?»


Perché, chiesi piano mentre il buio mi accarezzava, me ne resta forse un'altra?


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