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Una storia di DomenicoDeFerraro

MITE CANTO DI PRIMAVERA

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7 minuti

Pubblicato il 28 marzo 2019 in Poesia

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MITE CANTO DI PRIMAVERA



I versi corrono con me ed in me , verso una nuova realtà, verso un sogno che s’affaccia alla bellezza , verso il cielo nella speranza mesta nel rimanere fermo con lo sguardo prima che tutto avvenga prima che la morte mi prenda per mano. Giorni derisi nel caso nella forma che s’avviluppa all’amore pagano o pagato lungo strade solitarie, appresso l’amore delle fanciulle con cappellini colorati con l’alito che profuma di sogni.


La mite primavera annunzia giorni diversi. Annunzia quest’amore malato che galoppa con ardore plasmando le forme del creato .Nell’ascesa al potere del prode , con la morte accanto canto l’amore venduto , comprato, deriso con soldi finti. Con carezze ed amarezze in mezzo ad un delirio la mia lirica potrebbe essere oggetto di un sapere antico . Potrebbe consumarsi pian piano con quella sfacciataggine , con quella faccia tosta ed io credevo di vivere una vita diversa fatta di misticismo , espressioni e condon a buon prezzo resistente al tatto . Ma il caso amico caro non prende in giro nessuno ci trascina in quell’inganno in quella malsana esistenza di mezzo dove vivono, tanti uomini uguali al loro passato, tutti uguali per strade mai fiorite o decantate.



Ritornano le melodie , confuse tra ritmi elettrici danzando nei zefiri marini , danzano nella disperazione in questa sorte che si veste da donna e raccoglie fiori lungo strade desolate. Dove vi saranno uomini pronti a combattere per avere una patria dove ci sarà il signore con il suo cappello giallo. Tutto potrà divenire una via di mezzo un afflizione in mezzo a questa caos di forme reggo il moccolo , reggo la sorte di un popolo incatenato.

Disperati versi aggrappati alle zampe d’arpie in viaggio sopra i pigri grattacieli . Come sono strani , l’avrei preso per uccelli migranti l’avrei dipinti con mano ferma , un solo schizzo, una testa s’apre una festa dentro di me, tutto scorre con la mia memoria con l’amore che vidi nascere là nel cielo d’aprile, sopra un girasole appassito . E la morte troppo corta per ridere in faccia a questo amore ben vestito agghindato da medico , troppe infermiere , troppe conclusioni per essere preso in seria considerazione. E ridevo del male e mi facevo male , elevandomi in altre forme in emisferi ciclici viaggio verso un disperato ricordo.



Ora proprietari e inquilini si grattano le ascelle stanchi dell’ inverno trascorso. Albergano nel mio cuore nella forma che s’anima che cresce, scema oltre ogni pregiudizio sarò il signore della morte accanto , sarò colui che agiterà le acque dello stagno, sarò come Mose sul monte Sinai ai piedi di un monte ove regna l’eterno signore. Ed il rovere arde in me , arderà per l’intero inverno , arderà, brucerà le mie paure e sarò salvo , come la serpe in seno al contadino , sarò lasciato a strisciare a cantare l’aria mite di primavera . Bella cosi bella che mi trascina fino in fondo a se stessa ed oltre veggio il mondo, nell’immagine del redentore. E sono vivo nei miei ricordi in quello che credo possa io essere nel fuoco dell’inferno , sarò salvo alla fine di questo canto.


Scherzando tra l’erbe secche , bande di monelli intossicati dallo smog delle auto , corrono sull’alture della collina a forma di teschio . Giocano a pallone , giocano con la sorte con se stesso con questa storia che non fa sconti . E quando arriverà il momento saremo tutti li ad applaudire o a dire la nostra se ci fosse stato un motivo, una giusta causa per vivere ancora ma la svolta viene dall’alto , viene dal paradiso che in noi .


Ed ora , ecco c’è sempre qualcuno che sogghigna soddisfatto

innanzi al mare in tempesta. Rifioriscono le fronde sugli alberi scheletrici , fioriscono i fiori dolci gialli rosei ,verdi, rossi come il sangue dell’eroe , come l’amore anche la morte prova un dolore nel suo petto. oh mio dio grida il signore sono qui non mi vedete son qui che combatto i miei mostri . Sono a spasso per la città sono ad un passo dalla salvezza ed in mezzo a tanta bellezza io rido e porterò in salvo Ulisse a bere una birra lo porterò da madame Cristina che la vince , la perde ti mette sempre di buon umore. E son contento di essere quello che sono , non faccio sconti ma faccio ammenda dei miei peccati, friggo, frittate , pizze , friggo il mio cervello con due uova.


Siamo passanti con occhi spaventati nel buio dei giorni uguali ,solitari in mezzo al cemento. Si piegano i timidi rami fioriti alla brezza dei venti nervosi , le rondini sorvolando mari e colli bruni, migrando di nazione in nazioni torna la primavera ma alcuni non trovano più nidi ove covare i loro amori .

Si risveglia ogni cosa in noi sui ripidi pendi insiemi ai stambecchi , ai giovani cervi ,alle marmotte dagli occhietti semichiusi , insieme alle lepri con l’ orecchie a sventola , in compagnia delle serpi striscianti , sinistre tra le rocce fredde di questa stramba stagione. Maestose sono le sagge guerce , signore dei silenzi ondulanti negli orfici boschi si scuotono nel vento d’aprile gli intrigati rami dal gelo che li copre, accogliendo all’ombra loro il misero eremita in cerca di pace ,il pastore stanco salito sui monti per la transumanza.


Ed i campi della nostra innocenza sono bruciati dalle piogge acide delle fabbriche sono un letto di morte per gli animali in cerca di cibo. Ora che perfino lo spaventapasseri del campo dei papaveri ha cambiato lavoro è diventato marinaio ,sciacqua e pulisce la nave da cima a fondo. Perde paglia dai calzoni , felice del suo nuovo impiego sorride ai gabbiani che lo salutano mentre lui lavora. E mentre l’amata pastorella vaga disperata per la città dopo essere stata abusata da un banda di teppisti in un giorno di festa in una stazione oscura della metropolitana . Confusa cammina senza meta ,narrando ad ogni persona che incontra la sua tragica disavventura, ironia della sorte la cosa desta solo ilarità e sembra non interessare a nessun che l’ascolta. Una gruppo d’orchestrali suonano in un angolo una malinconica musica , ma lei ormai non ha più fiducia di nessuno


Migrano le greggi in tuta mimetica per i pascoli seguite a distanza da un cane in uniforme , pecorelle con le cuffie sopra l’orecchie ascoltano musica dance, altre copulano , altre ancora sono rapite dal lupo per essere vendute a un buon prezzo al mercato generale. La follia non ha un volto ,non ha confini non invita nessuno alla sua festa ella è già in te figlia e madre del tuo creare.


Ma tu navigatore ,sognatore diretto per lidi lontani , nudo sopra l’onda ,sfidi l’avversa sorte , solchi i mari di una esistenza in cerca di una libertà che abita nell’anima di un dio troppo grande troppo piccolo, cosi minuscolo delicato quanto una gemma che sboccia sopra un ramo spezzato. Ed in questo giorno qualunque . qualcuno sarà venduto e noi siamo li che vorremmo cogliere l’attimo e l’amore senza credere che siamo vicino alla fine nella bella novella decantata che s’alza sopra il male, sopra il mondo ed oltre andremo insieme navigheremo , pregando , dormiremo sopra le nuvole del cielo, sopra il seno della santa vergine.


Sfideremo insieme tempeste ed ingannevoli uragani , insidie e mali per giungere alfine in dimensioni sconosciuti ,luoghi d’inenarrabile bellezza . Anima migrante che navighi in questo oscuro web in cerca di piaceri , in cerca di versi nuovi , d’amori novelli , fermati ed ascolta il doloroso canto della dolce pastorella, ferita nell’onore. Ammira il suo pallido viso cinto d’aura rosea che ha fatto trasalire di gioia il mondo intero , artisti di strada, giullari ,impiegati , poeti dall’usato nome , simile al verbo che incarna l’amore in nome della santa bellezza . Beltà cercata per calle e contrade. Controversa esistenza , canto sordo rincorso a ritroso dentro la propria coscienza ,nome breve e intenso dal suono melodioso quasi materno che racchiude amori ed emozioni , esperienze semiotiche che rendono dolce il divenire in questa mite moderna primavera di nostra vita.



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