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Una storia di MirianaKuntz

Venti

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7 minuti

Pubblicato il 10 gennaio 2020 in Fantascienza

Tags: #distopico #futuro #morte #venti

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Immaginati una storia a ritroso, dove tutto ciò che hai fatto, tutto quello che sei stata, ogni cosa che hai visto, alla fine, non esiste più. Qualcuno la chiamerebbe morte, qualcuno la definirebbe come -la fine della storia- ma quello che è stato insegnato a me, dopo tutto questo tempo, fa parte di una serie di cose che non capisco, e non apprezzo. Nella città dove mi trovo non esistono compleanni, in realtà per ogni anno che passa c’è più paura, non esistono i vecchi, se non i nostri genitori, che comunque hanno l’età bloccata e non arriveranno mai ad invecchiare del tutto. Quest’assurdo sadismo è toccato solo ai giovani del mondo, quando compiamo venti anni, non esistiamo più. Il governo ha pensato che fosse giusto, che il mondo fosse in sovrappopolamento, eppure penso che se ci fosse stata scelta, chiunque si sarebbe stretto per fare un po’ di spazio agli altri. Non esiste la tristezza, perché -i vecchi- sono stati progettati bene, non si ricorderanno più di noi, non esiste il ricordo, non esiste il rimorso, niente di quello che siamo stati sarà ricordato.

Qualche anno fa ho dovuto salutare una delle mie più care amiche, aveva tre anni più di me, e al suo ventesimo anno, oserei dire, di produzione, sono venuti a prenderla. Ho osservato tutto dalla finestra, i loro corpi metallici, le grida di Anette, come la sua casa sembrava esattamente la stessa la notte dopo la sua scomparsa. Suo padre potava le aiuole il giorno dopo, sua madre sfornava dolci alla mela, la stanza di Anette era piena di mobili sconosciuti, che di fatto, erano stati riempiti con camice e maglioni della casa.

Ho temuto di dimenticarla, eppure quando mi sono svegliata, il giorno dopo, ricordavo ancora la sua voce, ancora le sue perle, persino la nostra ultima chiacchierata. Anette era rassegnata, anche se non ha omesso la lotta finale. Ci provano tutti a non scomparire, perché nella morte c’è più grazia e dignità, perché quando muori alla fine, qualcuno si ricorda di te, qualcuno porta un fiore sulla lapide, qualcuno racconta di quanto eri buffa quella volta, mangiando un biscotto con il cioccolato tra i denti. La morte restituisce una bellezza che lo scomparire non potrà mai fare. Nessuno ha più memoria della ragazza con le perle, tranne che io, e francamente non ne conosco nemmeno il motivo. Non l’ho detto a nessuno, nemmeno a mia madre, non capirebbero, nessuno potrebbe capire, e parlare di una persona che nemmeno ha mai visto, sarebbe come sembrare un pagliaccio sorridente in un cimitero.

Anette me l’aveva detto che alla fine sparire fa schifo, ma vivere nella paura è ancora peggio. Non è vissuta nel timore di svanire, ha riso, ha amato, ha mangiato le cose che voleva non curandosi del suo aspetto in modo maniacale. Abbiamo fatto miglia correndo per le strade, ci siamo accorti di come il mondo ogni giorno sembri più vuoto, e di come questa barbarie è assolutamente inutile. Lei mi aveva detto che forse a vent’anni non si sparisce e basta, perché forse a vent’anni non puoi nemmeno morire e basta. Lei mi aveva detto che forse vieni portato da un’altra parte, ed è per questo che porto le sue perle, per portarla con me, da un’altra parte.

Ho evitato da quando ne ho memoria di innamorarmi, essere legata a qualcuno e poi dovertene separare, salutarlo perché lui sarebbe sparito più avanti, o vederlo sparire, mi sembrava piuttosto inutile e doloroso. L’amore è per me quello che il mare è per la gente. Puoi nuotarci dentro, come quando accarezzo i capelli di mia madre, ma non potrò mai immergermici per più di sei minuti senza morire affogata. Guardo l’amore dalla riva del mio tempo, mi aspetto che si allarghi, che si accorci, che in qualche maniera diventi della mia misura. Nel frattempo mi limito ad esistere, anche se come diceva Anette, la paura non può toglierti l’aria, che finchè i polmoni vanno, è giusto respirare a grandi boccate.

A volte invidio i -vecchi- perché non provano dolore, perché quando i figli spariscono, è come se non li avessero mai partoriti, mai immaginati, mai voluti. È come prosciugare il pozzo delle lacrime e avere le forze per iniziare da capo. Qualcuno, complice l’età bloccata, ha messo al mondo altri figli, sentendo un vuoto enorme nella loro vita, senza sapere di che cosa si trattasse. I nuovi figli non avrebbero mai conosciuto i vecchi figli, e non avrebbero mai ascoltato neppure le loro fattezze, e i vecchi, alla fine, avrebbero perso anche i secondi e i terzi, senza averne mai ricordo.

Il lutto lo immagino un momento speciale, e vorrei che i miei genitori si ricordassero sempre di me, ed è per questo che non aspetterò che vengano a prendermi, se venti è il numero limite per la mia vita, sarò io a porgli fine. Non aspetterò che qualcuno venga a prendere i miei libri, che rimpiazzino i miei vestiti con i brutti maglioni di mia madre, che diano a mio padre un vuoto insopportabile nella testa, perché avrà voglia di vedere i miei occhi, ma non saprà a chi appartengano, rendendo la sua ricerca vana ed impossibile.

Non svanirò dalle foto sul comodino, non diventerò un fantasma nei ritratti in salotto, non ci sarà un secondo figlio, e questo non è egoismo, vorrei tanto che i miei fossero felici, se solo la versione più piccola di me avesse una durata più lunga di venti anni.

Nel vecchio mondo alla mia età eri ancora un ragazzo in cerca della sua strada, per noi la strada è alla fine, senza steccato, senza ruspe da poter usare per fare i buchi di salvataggio. Mia madre ha paura di perdermi, ma io le ho lasciato un regalo che sono sicura apprezzerà quando non ci sarò più. È un diario, e in quelle pagine ci sono tutti i miei segreti, tutte le cose che ho fatto, e anche le liste delle cose che volevo fare ma a cui non ho avuto tempo di adempiere. Le farà lei per me, ed ogni anno che passerà, sarà come vivere di nuovo, in mezzo a loro. Noto la sua angoscia quando mi tiene ferma sul petto, e mi dice a bassa voce, che -avrebbe voluto non mettermi al mondo- poi sente il mio respiro attorcigliarsi e diventare di ferro, e aggiunge sempre – avrei voluto metterti al mondo in un mondo diverso-

Capisco il suo compianto, e credo che avendo più tempo, nemmeno io avrei messo al mondo un bambino. Non ha senso un posto dove hai un tempo prestabilito, dove alla fine nessuno ha più memoria delle tue cose belle, dei tuoi sbagli, delle tue fattezze. In quel diario ho raccontato a mia madre tutta la mia vita, o meglio quella che ancora ricordo. E le ho parlato anche dell’amore, dell’unico sentimento che ho mai provato in tutta la mia vita, destinato a lei. Le ho raccontato che sarebbe stato bello innamorarmi un giorno, diventata adulta, di un uomo come mio padre, e che non esiste una storia più bella di quella che per vent’anni mi è stata raccontata. Ed è così che conosco l’amore, ed è così che ho provato l’amore: in loro, con loro, nelle loro storie di vita più belle.

Mia madre ha messo via tutte le foto, per paura che sarebbero cambiate fra quarantotto ore. Non ho paura della morte, perché so che mi porterà in un posto più bello, diverso da quello di Anette, e dove alla fine, si ricorderà il mio nome.

Non è un mondo sano quello dove sparisci e vengono a prenderti, ma non lo è nemmeno uno in cui per vivere ancora, devi decidere di morire.

Nessuno lo sa, non l’ho detto a nessuno, perché anche in questo caso, nessuno capirebbe.

Mio padre non taglierà l’aiuola, e mia madre non sfornerà biscotti, c’è dell’egoismo forse, nella mia scelta, piangeranno tanto, ma sono sicura che alla fine saranno d’accordo con me. Ho voglia di essere ricordata, ho voglia di esserci ancora, anche quando non ci sarò più.

L’orologio traballa e fa rumori, stringo le perle di Anette, e la immagino libera e felice, senza una scadenza nel petto. Chiudo gli occhi, sento l’aria mancare.

Non mi avranno, non mi avranno. Me lo ripeto a denti stretti.

Venti anni sono pochi per morire, ma non troppo pochi per fare la guerra.


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