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Una storia di Marti75

L`attesa

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5 minuti

Pubblicato il 13 gennaio 2019 in Thriller/Noir

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Le avevano detto così: di presentarsi alle dieci e mezzo il giorno dopo, con tutto il necessario per la prova, al numero 37 di Via Delle Bande Nere. Cinzia Bandoleri, non stava più nella pelle. Si svegliò alle sei, con poco più di cinque ore di sonno sulle spalle, ma non le importava : l'avevano infine convocata, la sua occasione infine si presentava e la sua vita sarebbe potuta cambiare davvero, stavolta. Si tirò su dal letto con una smania eccitata che fosse già l'ora fatidica. Si diresse in bagno agguantando lo spazzolino da denti come fosse un nastro di ginnastica artistica, gli fece fare quattro o cinque svolazzi per aria e poi concluse con una piroetta. Si guardò allo specchio : aveva già molte rughe intorno agli occhi e cominciava ad averne anche sulle labbra. Non le piaceva più molto guardarsi allo specchio, vedere ogni giorno i segni che il tempo andava scolpendo inesorabilmente sul suo volto. Eppure le sembrava ieri che si era laureata, le sembrava ieri che aveva preso il treno e le sue poche cose per trasferirsi in città, lontano da tutto e a da tutti. Lì in effetti sarebbe stato tutto più facile : i contatti, il movimento, le opportunità...tutto. E oggi finalmente era il gran giorno: tutti i suoi sforzi, i sacrifici sarebbero stati premiati.
Si preparò con quella leggerezza che ormai poche volte, negli ultimi tempi, le riempiva il cuore : si infilò con cura il vestitino che la sera prima aveva designato per quella grande occasione, mise piano piano i collant, le sue meravigliose scarpe rosse col tacco. Si truccò cercando di camuffare i segni del tempo. Avrebbe voluto fare colazione, ma non le entrò niente di niente nello stomaco, così decise che un caffè per svegliarsi era più che sufficiente.
Verso le nove e tre quarti prese al volo la sua borsetta e uscì. Via Delle Bande Nere era lì a due passi e in un batter d'occhio arrivò a destinazione. Suonò il campanello in alto a sinistra, come le avevano spiegato, e una voce femminile, formale e sostenuta, le diede le ultime indicazioni su come raggiungere la sala d'attesa. Salì le scale senza accorgersene, immersa nelle sue sconnesse e strabordanti fantasie di futuri possibili, soddisfazioni, riconoscimenti finalmente imminenti. Terzo piano, seconda porta a destra. Entrò: la stanza era piccola e già piena di gente di ogni sorta : un uomo anziano ben vestito con una cravatta gialla a pallini neri che leggeva un quotidiano ; una donna abbastanza giovane con due bambini rumorosi che le frullavano intorno senza darle pace ; un ragazzo di colore, imponente anche da seduto, che teneva le gambe accavallate, quasi che la sedia non riuscisse a contenerlo, e molti altri ancora, ognuno sulla propria sedia. Cercò con lo sguardo aspettandosi di trovare il volto a cui apparteneva la voce che l'aveva accolta al citofono, ma non vide niente che assomigliasse ad una reception. Allora un uomo alla sua destra le suggerì: «Non c'è nessuno, noi abbiamo tutti un numero. Guardi: la macchinetta è là infondo».
La vide in un angolo, la macchinetta rossa che distribuiva biglietti con i numeri di attesa.
« Ma io,veramente... Io ho un appuntamento alle dieci e mezzo...» provò a ribadire.
«Anche noi abbiamo un appuntamento...ognuno di noi ne ha uno. Io per esempio sono stato convocato alle sette e tre quarti e guardi...sono ancora qui da stamattina!»
Di colpo sentì come un senso di pesantezza, di frustrazione. Lentamente staccò il bigliettino, mentre con il pensiero era già scomparsa altrove, e si accomodò sull'unica sedia ancora libera, vicino alla finestra. La serranda era abbassata.
«Scusate, ma allora...gli altri...cioè, voglio dire : a che ora avevate appuntamento?»
«Signorina, non cominci, per favore » le rispose spazientito il vecchietto, alzando gli occhi dal suo giornale, « Non ci si metta anche lei : ce l'ha il suo numero? Si, ecco , allora non cominci a fare polemiche : si metta tranquilla e aspetti come tutti, che tanto prima o poi toccherà anche a lei»
« Ma io...veramente... Insomma : lei è tanto che aspetta ? », tentò comunque, ancora alzandosi in piedi.
« Tanto...poco...e cosa significa il tempo per lei, scusi? Cos'è il tempo? C'è chi aspetta da più, chi da meno, ma l'importante è non cominciare a lamentarsi, a innervosirsi, ecco. Se comincia così non riuscirà ad aspettare più di cinque minuti. Gliel'ho già detto: pazienza! Io aspetto solo da cinque giorni, dopotutto non sarà una tragedia per lei aspettare un pochettino. La signora, lì, accanto a lei, la vede?».
Spostò lo sguardo alla sua sinistra e vide una donna africana con un bel vestito colorato, appoggiata al bracciolo della sedia, un turbante in testa, immersa in un sonno profondo.
«Lo vede?» continuò l'uomo del giornale «la signora accanto a lei aspetta da cinque mesi, eppure la guardi : beata e tranquilla come un angioletto »
Cinque mesi? Ci doveva essere un errore, un malinteso, forse aveva capito male, forse il signore voleva scherzare. Anche lui aveva detto di aspettare da “cinque giorni”: aveva giusto voluto scherzare. Ecco tutto. Era lei che non aveva molto senso dell'umorismo.
Si rimise sulla sedia, tirò fuori lo specchietto dalla borsa per dare una sbirciatina al trucco, poi pensò che forse era meglio farlo nel grande specchio del bagno : doveva essere impeccabile quando fosse toccato a lei. Alzò lo sguardo e solo allora notò il biancore accecante e sterilizzato della stanza, il senso di smarrimento della luce al neon che vi imperava. Un brivido l'attraversò tutta. D'improvviso si sentì fuori luogo, in quel pallore senza nessuna vibrazione. I volti intorno a lei erano lontani, ognuno perso nella sua storia, nel suo mondo, intento a fare piccoli e insignificanti gesti. Tutti rassegnati, estranei ai loro stessi movimenti. Ebbe un tuffo al cuore, si precipitò verso la porta da dove era entrata pochi minuti prima. Sbatacchiò la maniglia. La spinse con forza, prima con una mano, poi con un gomito, poi cominciando a tirarle spallate. Niente si mosse. Si voltò inorridita verso la sala. Nessuna reazione. Nessuno aveva notato i suoi disperati tentativi. Ritornò al suo posto, tra l'incredulo e il rassegnato. Il signore del giornale alzò di nuovo gli occhi, la guardò di sotto in su dai piccoli occhiali appoggiati sulla punta del naso, sussurandole: «Le avevo detto di avere pazienza... non si agiti, tanto prima o poi toccherà anche a lei».


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