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Una storia di vladimiroforlese

Questa storia è presente nel magazine Vivere per (r)esistere

Il trono

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14 minuti

Pubblicato il 25 gennaio 2019 in Fantasy

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Appena terminata la conferenza stampa di presentazione del suo ultimo saggio, una minuziosa analisi del carteggio tra Marguerite Yourcenar e gli altri membri dell’Académie française, il professor Augusto Mariani, docente emerito di letteratura contemporanea nell’Ateneo di T., desideroso di bere un caffè si allontanò dalla sala ancora gremita di gior-nalisti e studenti. Il tempo d’infilare le monete nel distributore automatico che sentì arrivare, dal fondo del corridoio che collegava l’Aula Magna al punto ristoro, un veloce ticchettio di passi seguito da una voce femminile che lo chiamava con insistenza.

«Professore… professor Mariani, scusi, può dedicarmi ancora un minuto?».

Girandosi, riconosciuta la proprietaria delle scarpe e della voce, sbuffando per la perdita di quell’agognato momento di tranquillità, appena la donna fu abbastanza vicina, disse: «Cos’altro c’è… non le sono bastate le domande cui mi ha sottoposto prima? Dottoressa Bonatti, me lo lasci dire, al suo confronto il signor Stachanov era un principiante… Si rilassi un momento!» e indicando con la mano il distributore, aggiunse: «Lo gradisce un caffè? Non è quello del Bastianelli, ma per tirare un po’ il fiato va bene».

«Ok, professore, vada per il caffè, però, dopo, un minuto me lo concede, vero?».


«Allora, quale parte del libro non convince la nostra ipercritica redattrice di Scenari?».

«No, Professore, il libro non c’entra anzi trovo che sia un lavoro ineccepibile e ben riuscito. Il motivo per cui la disturbo è un altro: mi piacerebbe che lei offrisse ai lettori della rivista qualche gustoso retroscena della sua vita, si sa così poco del suo privato».

«Dottoressa, dovrebbe esserle noto che è un argomento di cui non parlo…».

«Suvvia, professore, mi basterebbero un paio di aneddoti, qualche ricordo. I lettori amano apprendere particolari mai menzionati nelle biografie. Insomma, ha compreso cosa intendo?».

«Ah, certo che ho compreso… altroché se ho compreso. Mi sta chiedendo di incrementare le sconcezze e la diseducazione imperante nei programmi televisivi tra le pagine di una rivista di critica letteraria. Da lei non me lo aspettavo proprio, farò finta che non mi abbia chiesto niente e…».

«Oddio, Professore, scusi, c’è stato un malinteso, forse mi sono espressa male, io non intendevo quel genere di cose là, ma delle note di colore per rendere più vivo l’articolo che scriverò sul prossimo numero. La prego, non mi dica di no!».

«Lei… lei con quegli occhi maliziosi è una strega tentatrice. Venga, andiamo nel mio ufficio, staremo sicuramente più comodi. Di me, sia chiaro, non le dirò niente. Le racconterò, invece, una confidenza fattami da un celebratissimo collega e amico che sicuramente incrementerà le vendite del suo giornale. Le interessa?».

«Professore, poiché non riguarda direttamente lei, ascolto e poi le dico» rispose la redattrice, in cuor suo speranzosa di non perdere tempo o peggio di non dover fronteggiare un maldestro tentativo di approccio dell’illustre scrittore nei suoi confronti.

Superato lo scalone di accesso al piano nobile dell’Ateneo e percorso il breve corridoio del dipartimento di cui Mariani era il direttore, l’ufficio-studio del professore lasciò a bocca aperta la dottoressa Bonatti. Oltre alle scaffalature di legno chiaro, con i libri suddivisi per paese e periodo storico, quadri d’autore riempivano un’intera parete, tra cui spiccava un’Annunciazione dai colori pastello che sembrava una lampadina, tanto era piena di luce.

«Complimenti, professor Mariani, il suo studio è… bellissimo, un nido caldo e accogliente. Scommetto che è su questa meravigliosa fratina che nascono i suoi tesori».

«Beh, completati i miei doveri d’insegnante e di responsabile del dipartimento, le confermo che su questo tavolo, ereditato da mio nonno, hanno visto la luce tre dei miei romanzi e il saggio sulla Yourcenar. Qui lavoro meglio, a casa è più dispersivo. Che sciocco… prego dottoressa Bonatti si accomodi, non stia in piedi. Gradisce discorrere seduta sul divano?».

«Grazie, va benissimo! Allora, Professore, mi aveva promesso una confidenza, di che si tratta?».

Preso posto nella poltrona accanto al divano, Mariani non rispose subito. Aveva lo sguardo fisso nel vuoto, come se cercasse nell’aria le parole giuste da pronunciare. Quando, finalmente, posò gli occhi sulla donna, si sbloccò: «È un argomento delicato, di primaria importanza per ogni scrittore…» stava dicendo marcando ogni singola parola, che la dot-toressa Bonatti lo interruppe: «Scusi, la disturba se registro?».

«No, affatto… Ecco, come le stavo accennando il tema è l’ispirazione, qualcosa di capitale. Un vero inferno per chiunque deve affrontare la pagina bianca o i tasti del proprio computer. Se non arriva, il paradiso te lo scordi e non c’è niente da fare. Ovviamente non funziona allo stesso modo per tutti. Ciascuno, l’ispirazione, quel quid immaginifico che permea il cervello condensandosi in visione e, poi, in pensieri che ordinano alle mani la scrittura, la cerca, o meglio, gli arriva oltre che nelle più impensate situazioni e condizioni, nei luoghi che meno te lo aspetti. Si potrebbe scrivere un libro se solo gli autori non fossero gelosi di svelare ad altri autori il mistero dei misteri, le modalità delle loro ispirazioni. Pensi, cara Dottoressa, che c’è persino qualcuno che ha sistematizzato a tal punto la propria percezione, il proprio momento ispirativo, che senza di esso, senza stare nello stesso luogo, non riesce nemmeno a pensare, quasi che dentro di lui la fantasia, quel fluido d’anima che permette di aprire le danze, scompaia, condannandolo fuori dal giardino».


Travolta da quel mare di parole, la redattrice iniziò ad agitarsi sul divano cambiando più volte posizione, accavallando e scavallando le gambe, speranzosa che l’illustre accademico s’accorgesse della sua insofferenza ponendo fine a quella lunga quanto scontata prolusione. Ma dato che l’altro continuava imperterrito, lo interruppe con una domanda: «Professore, certamente l’ispirazione è un momento importantissimo della fase creativa, ma cosa attiene quanto mi sta dicendo con la confidenza che mi aveva promesso per i lettori?».

«Sì, ha ragione, mi sono lasciato prendere la mano, però la confidenza è riferita proprio all’ispirazione, e sa di quale autore? Si tenga forte, perché sto per dirle qualcosa d’inedito e straordinario su E., il nostro scrittore più famoso e venduto nel mondo!».

«Scusi, mi dica che ho capito bene, sta parlando proprio di lui, di E.?».

«Certo che sì, cara Dottoressa, di E. e delle sue manie, della sua mania creativa. Allora, le interessa o insiste ancora che io le riveli chissà quale insignificante retroscena della mia vita?».

«Professore, alla rivista e ai lettori interesserebbero entrambe le cose» rispose la donna aggirando con diplomazia l’imbarazzo insito nella domanda. «Ora, però…».

«Sì, arrivo al punto, mi lasci fare solo un’ultima piccola digressione. È nota, agli addetti ai lavori e ai lettori, la prolificità letteraria di E. Tra un libro e l’altro, settimana in più settimana in meno, non sono mai trascorsi dieci mesi. È andata avanti così per anni: puntuale, a ogni ottobre, arrivava in libreria un suo nuovo romanzo. Poi, all’improvviso, per circa due anni, di E. non si pubblica più niente. Certamente ricorderà la quantità di articoli usciti su diverse riviste e giornali nei quali si cercava di comprendere a cosa fosse dovuto quell’inspiegabile silenzio del nostro autore che, pur sollecitato, non ha mai inteso fornire alcuna spiegazione. Il mistero s’infittì quando E. lasciò la casa di Roma, facendo perdere le sue tracce. Qualcuno formulò addirittura l’ipotesi che fosse stato colpito da un misterioso morbo, paventando una sopravvenuta incapacità di intendere, altri che fosse stato colto da ictus. Insomma, un vero mistero, un caso letterario mai chiarito nemmeno dal suo editore, anche adesso che il caro E., per nostra fortuna, è tornato a pubblicare e a collezionare, lo dico senza alcuna invidia, successi con la stessa regolarità di prima».

«No… no… non mi starà dicendo che lei sa cosa è per davvero accaduto? Dio santo, altro che incremento delle vendite, questa è una bomba! La prego, Professore, non mi lasci sospesa a mezz’aria, vada avanti, mi dica qual è la verità, perché, se ho ben intuito, era questa la confidenza che intendeva farmi, vero?».

«Valuti lei, io mi limito a riportarle quanto lui mi ha raccontato. Spero solo di ricordare tutti i particolari, alcuni dei quali rasentano una comicità tragica, da pièce teatrale, tanto sono gustosi».

«Vale a dire?» chiese con fervore la giornalista.

«Non sia impaziente, ci arrivo… che ne direbbe se adesso ci concedessimo due dita di Porto? Ne ho una bottiglia di quello pregiato, appartenente alla categoria Vintage, un vero miracolo enologico».

«Professore…».

«Non dica di no, è un momento speciale, e poiché le sto rivelando un signor segreto, penso che l’occasione meriti un brindisi assaporando qualcosa di speciale. Ecco, alla nostra salute e al suo successo!».

«Umm!».

«Delizioso, vero?».

«Sì, una vera sciccheria, ma ora racconti…».

«Deve sapere che E., per sua natura è, o almeno così era prima di un certo avvenimento, persona rigida, ombrosa, poco propensa alle distrazioni, quasi maniacale nel seguire certe sue abitudini di vita, incline ad avere tutto sotto controllo. Scrive unicamente di mattina, tra le otto e le dieci. Secondo lui sono queste le ore della giornata in cui gli riesce meglio il colloquio con la sua pagina, col foglio bianco. Si alza, beve il caffè, e ancora col pigiama addosso e in mano la tazza fumante, va nello studio. Finito di temperare le sue matite, si accende una sigaretta e, comodamente seduto, aspetta. Aspetta che maturi, che arrivi…».

«L’ispirazione, il fluido magico…?» disse la dottoressa con una vocina da ragazzetta del primo banco.

Sorridendo compiaciuto il Professore, dilatando la pausa dovuta all’interruzione, scuotendo la testa rispose: «Non esattamente, quello viene dopo. Aspetta, semplicemente, che maturi lo stimolo per andare in bagno. Normalmente non passano che pochi minuti, sufficienti a condurlo nel bagnetto che si è fatto costruire adiacente allo studiolo. Seduto sul trono, come pudicamente lo chiama lui, mentre il suo corpo si svuota, la sua mente, invece, si riempie d’immagini, tesse i fili di trame destinate ad essere memorabili: ecco avanzare Laura, l’eroina partigiana di “Una vita difficile”; o Antonio, il portuale di Reggio Calabria grazie al quale il commissario Antinori scopre i delitti della cosca legata al traffico di rifiuti tossici, mirabilmente narrati in “Misteri di casa nostra”. Insomma, credo che abbia compreso, altri dettagli sono superflui. E., mentre evacua, crea, immagina, seleziona, toglie e mette tasselli alle sue trame che, uscito dal bagno, trasforma in parole lungo decine e decine di pagine. L’avrebbe mai immaginato? I libri di E., quegli immortali capolavori, sono stati concepiti sul trono, tra un movimento e l’altro del suo intestino».

«Professore, che dire: buon per lui e buon per noi!» ribattè sbrigativa la donna.

«Certo, per lui e per noi» replicò acido Mariani rilevando nella risposta della sua interlocutrice un’irritante mancanza intuitiva che lo deluse, tantè che scuotendo ripetutamente la testa, in tono di rimprovero disse: «Ma benedetta la mia giornalista quanto le ho sin qui raccontato, non le suggerisce niente?» Poi, guardandola più bonario aggiunse: «Ci pensi intanto che io le verso ancora un goccio di Porto».

Trascorsi un paio di minuti, lei dapprima sbiascicò un incerto «Non saprei…» e, subito dopo, assestandosi una vigorosa manata sulla coscia, ringalluzzita disse: «Oddio che sciocca, scusi non c’ero arrivata, adesso ho capito... Se l’ispirazione lo pervade quando è seduto là, sul trono, ciò significa che per due anni… No, non è possibile, sarebbe morto!».

«Invece è proprio così. Almeno a grandi linee, nel senso che per un lungo periodo il suo orologio biologico, la sua regolarità mattutina ha iniziato a fare i capricci, ribellandosi al suo dominus, trasformando quel momento di privato piacere in un tragico e doloroso martirio: mal di pancia, addome gonfio, sudorazioni eccessive, vertigini. L’intera gamma di quei sintomi che i medici annoverano sotto la voce di stitichezza cronica. Ovviamente la conseguenza di questo impigrimento intestinale, di questa crisi – mi lasci passare il termine – defecatoria, oltre che sul piano fisico, ha significato il totale prosciugamento creativo, la più totale pigrizia immaginativa».

«Poveretto, e che sofferenza!».

«Pensi, Dottoressa, che all’inizio, quando la sua stipsi non era ancora così grave, pur avvertendo lo stimolo, una volta sul trono, espelleva unicamente aria. Non faceva che scorreggiare per tutto il giorno e, con suo grande imbarazzo, nelle situazioni meno opportune. Sì, ha detto bene: poveretto!».

«In seguito, cosa è successo?».

«Dapprima si chiuse in casa, negandosi agli amici e rifiutando ogni invito pubblico. Si era ridotto a vivere come un eremita. L’unico ammesso in casa era il suo medico personale, il quale le tentò tutte, dai più potenti lassativi chimici a dosi di clisteri buoni per un cavallo, senza trascurare tisane di erbe dai poteri miracolosi. Niente di niente, se non la fuoriuscita, a giorni alterni, di piccoli “torzoletti duri e neri” (così li definì E. un pomeriggio che passai a trovarlo), insufficienti, però, a lenire mal di pancia sempre più ricorrenti e dolorosi. Ciò che complicava la diagnosi, la comprensione e, quindi, l’individuazione di una possibile cura, era l’assoluta mancanza di evidenti patologie segnalate sia dai comuni esami radiografici, sia da quelli più approfonditi, risonanza magnetica e Tac».

«Professore, più mi racconta, più provo per il Nostro pena. Immagino solo lo stato di prostrazione, fisica e morale».

«Difatti, e ne sono diretto testimone: si poteva raccattarlo col cucchiaino, tanto era a pezzi. Ricordo che mentre mi raccontava la sua odissea stitica, rispondendo alla mia domanda se avesse consultato anche altri specialisti, tipo uno psicoterapeuta, mi rispose che era in procinto di lasciare Roma proprio per recarsi in una clinica tedesca ubicata in quella zona così cara ai romanzieri ottocenteschi di quel Paese e agli stressati di oggi, Der Schwarzwald, la Foresta Nera, leggendario luogo di elfi e di streghe, famosa per l’aria pura, gli ameni paesaggi e la presenza di strutture idonee a curare l’anima, come diceva Goethe».

«Scelta ottimale, un posto amato, se la memoria non m’inganna, anche da Mark Twain, frequentatore delle terme di Baden Baden, che scrisse: “Al Friedrichsbad, dimenticate il tempo dopo dieci minuti; e dopo venti, dimenticate il mondo…”. Servirebbe anche a me un soggiorno in una località del genere, così più nessuno mi paragonerà a Stachanov… eh Professore?».

«Rispondo con una sola parola: touché. Le basta?».

«Accademico ma apprezzabile… Tornando a E. e al suo problema, lei sa se il ricovero nella clinica gli portò beneficio?» domandò la giornalista.

«La vita sana, le quotidiane ore di palestra accompagnate da passeggiate nei boschi e l’assunzione di cibo ricco di frutta, fibre e verdure, oltre che a ripulirlo dagli eccessi farmacologici cui era stato sottoposto per mesi, permise una defecazione più regolare. Decisive, però, a giudizio di E., furono le sedute di psicoterapia. Ricordo che usò un’espressione che mi colpì: “Augusto, mi sentivo rinascere e come un bambino, giorno dopo giorno, scoprivo l’impensabile”».

«Incredibile, ma che gli hanno fatto?» chiese la giornalista.

«Non so dirle, Dottoressa, il percorso terapeutico adottato dalla clinica. Di certo so, per ammissione di E., che prese coscienza del suo corpo e d’interiori problematiche da cui era – forse per paura o chissà per quali altre ragioni – sempre rifuggito, responsabili, secondo chi lo aveva in cura, dello stato di forte stress emotivo, causa principale della sua stitichezza, a sua volta segnale del malessere sepolto e all’improvviso esploso».

«Ascoltandola, Professore, ora mi è più chiaro il messaggio che E. ha riposto in “Finalmente mi vedo”, il romanzo del ritorno in libreria, diversissimo dagli altri, così permeato di richiami psicologici, con i personaggi – soprattutto Tea e Mario – continuamente avvinti a un’irrisolta trama delle loro infanzie che continuava a perseguitarli nella vita adulta, inducendoli a compiere scelte spesso dolorose, pagate anche a costo della vita. Un bagno di umanità. E' vero, rinascere fa bene …!».

«Cara Dottoressa, mi fa piacere quanto ha detto. Ogni scrittore sublima nella pagina qualcosa del suo vissuto. La grandezza, ed è il caso del mio amico, consiste nel varcare i confini del proprio io rendendo la narrazione un patrimonio nel quale tanti possano riconoscere la forza, le fragilità e il senso che guida l’esistere di ciascuno. Purtroppo per lei, su questo tema, non ho confidenze utili a sollecitare l’interesse dei lettori della sua rivista. Ah, un ultimo dettaglio: E., ha imparato a ridere!».

«Ok, Professore, messaggio ricevuto, mi sta congedando. Grazie, sono contenta, è stata una bella chiacchierata. La sua confidenza è tutta sul nastro. La riascolterò con calma e, poi, deciderò che farne».


Dieci giorni dopo Mariani, ritirando la posta giacente in segreteria, trovò la copia di “Scenari Letterari”. La sfogliò dalla prima all’ultima pagina. In evidenza c’era l’articolo-recensione della dottoressa Bonatti sul suo libro, ma non vi era traccia di quanto le aveva raccontato. Soddisfatto sorrise, ripromettendosi di inviarle, quello stesso giorno, un biglietto di ringraziamento…


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