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Una storia di Vitocepa

Questa storia è presente nel magazine Racconti

L'altra via

Tutte le strade portano a scuola

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6 minuti

Pubblicato il 27 febbraio 2020 in Fiabe

Tags: #racconti #fiabe #scuola #bivio #scelta

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C’era una volta un giovane ragazzo che tutti i giorni, con lo zaino in spalla e il pranzo al sacco preparatogli amorevolmente dalla mamma, intraprendeva la strada verso scuola. Avrebbe potuto compiere quel tragitto anche ad occhi chiusi oramai: esci da casa, oltrepassi il cancello, giri a destra, prosegui sempre dritto fino al grande albero in fondo alla via, a quel punto svolti a sinistra e… ti trovi di fronte ad un bivio. Una strada a sinistra e una a destra, separate da un muro. Quel ragazzo, però, avrebbe potuto continuare la sua marcia senza guardare solo percorrendo la il sentiero a sinistra, e mica perché era l’unica strada a portare a destinazione! Era risaputo nel quartiere che entrambe le strade, alla fine, avrebbero consentito di arrivare a scuola. Eppure il primo giorno di scuola, accompagnato dal papà, aveva girato a sinistra e giorno dopo giorno familiarizzò sempre più con quella strada. Passarono i mesi e il papà non lo accompagnò più, ma lui puntualmente arrivava di fronte a quel muro e imboccava quella via; e quindi cominciava a contare gli alberi, per scandire il tempo e rendersi conto di quanto avrebbe tardato prima dell’inesorabile suono della campanella. Il primo albero per qualche misterioso motivo era sempre secco e puntualmente l’interrogativo era “ma sarà ancora vivo?”. Una volta giunti all’altezza del terzo, un grosso gattone arancione scendeva dal ramo più basso e si avvicinava per riscuotere la sua parte di panino. Dopo sei alberi, superata una schiera di biciclette posizionate su entrambe le fiancate della strada, si iniziava ad incrociare i primi compagni e la campanella suonava. Così quel ragazzo entrava a scuola lasciandosi bici, gatti e alberi alle spalle.


Un giorno, per gioco, decise veramente di andare a scuola ad occhi chiusi. Barcollava un po’, a volte barava perché apriva impercettibilmente l’occhio sinistro temendo di cadere e farsi male. E per fortuna che lo faceva, perché una radice di quel grande albero in fondo alla via quasi lo faceva finire a terra, lasciandolo secco! Scampato il pericolo, chiuse gli occhi un’altra volta e quando li riaprì si ritrovò di colpo davanti al muro che divideva il cammino. Per poco non si trovava con un bernoccolo alla testa! Sorrise tra sé e sé e istintivamente allungò un passo verso sinistra, per poi interrompersi bruscamente. Rimase fermo per qualche istante, mentre un alito di vento fece danzare libere le foglie cadute da quel grande albero oramai alle sue spalle. Ricominciò allora a camminare ma sterzò, imboccando l’altra strada, quella sconosciuta. Quel lancio nell’ignoto avrebbe potuto costargli la prima ora, ma l’odiata educazione fisica era assolutamente sacrificabile. Abbiamo a che fare probabilmente con l’unico studente che preferisce stare piegato sui libri anziché dover sgranchire le ossa sudando in palestra.


Iniziò allora timidamente a camminare e istintivamente, avanzando, cercò quell’albero sempre secco, ma se quell’oggi eccezionalmente avrebbe avuto qualche foglia verde lui non avrebbe potuto vederla: l’albero non c’era e al suo posto non trovò nulla. Davanti a sé una ripida discesa non permetteva di scorgere nulla all’orizzonte e ai lati c’erano solo mura grigie e qualche cespuglio spelacchiato. Il ragazzo accelerò il passo e un brivido gli attraversò la schiena; forse era colpa del vento, o magari c’entrava il pensiero che non avrebbe visto il suo compagno di merende. Quel gattone sarebbe rimasto digiuno quel giorno, e lui più solo. Gli occhi adesso erano più che aperti, praticamente sgranati, ma claudicava più di prima, sembrava lottare contro l’istinto di voltarsi e tornare indietro. Invece i piedi all’improvviso cominciarono ad avanzare da soli, repentinamente. Sembrava essersi trasformato in un millepiedi, ma di gambe continuava ad averne solo due, che si accavallavano l’un l’altra a gran velocità. Aveva iniziato quella ripida discesa che vedeva da lontano; ma quanto tempo era passato? Non avendo contato gli alberi non si capiva più nulla! Continuando a zampettare con furia, impattava contro il vento che imperversava in direzione opposta: i suoi capelli lunghi e mossi si muovevano disordinati come tentacoli, le braccia larghe abbracciavano l’aria e improvvisamente si rese conto che aveva cominciato a bucare il vento, fendendolo come una lama nel burro. Sentiva le sue urla di dolore fischiargli nelle orecchie. Sul viso di quel ragazzo si inarcò un lieve sorriso, appena accennato, e gli occhi si chiusero. Cominciò a correre con forza e il vento questa volta gli fu amico, affiancandolo e distribuendo nell’aria un turbine di foglie. Immerso in quella frenetica danza, ridendo a crepapelle, il giovane aprì gli occhi cercando l’azzurro del cielo, ma trovo inaspettatamente un colore ben più torbido, ovvero quello dell’acqua stagnante: una grossa pozzanghera gli si parava davanti. Digrignò i denti e istintivamente le sue gambe si piegarono e lo sospinsero in avanti, i piedi si staccarono dal terreno. Un urlo squarciò il cielo e gli uccelli svolazzarono spaventati dal ramo di un albero.


L’albero dell’altro sentiero, quello di sinistra, intanto era rimasto secco, deluso perché nessuno stavolta si era preoccupato per lui. Quel gatto arancione, affamato, si guardava intorno cercando altre prede. Le biciclette rimanevano immobili al solito posto, imprigionate nelle loro catene, in attesa che i loro padroni, ora impegnati sui banchi di scuola, tornassero a liberarle. La campanella aveva già suonato.


Sudato, con i capelli scombinati e il panino per la prima volta integro dentro lo zaino, il giovane ragazzo entrò in classe con il fiatone, tra gli sguardi allibiti dei compagni. Si scusò per il ritardo e si mise seduto. Il perdono del professore gli valse l’ora di educazione fisica. Neppure il tempo di mettersi comodo e riprendere fiato e dovette rialzarsi per scendere in palestra: l’attività del giorno era il salto in lungo. Lui e i suoi compagni si posizionarono in fila, uno dietro l’altro, e cominciarono a saltare a turno. Il primo inciampò e cadde in mezzo al terriccio, tra le risate fragorose dei compagni; un altro fece un salto stilisticamente buono, ma non arrivò lontano; un altro ancora si prese i complimenti del professore; poi toccò a lui.


Stranamente non era nervoso, nessuna paura o tensione. Gli occhi si chiusero e un solco sul viso rivelò ancora una volta un leggero sorriso. Il professore diede il via e quel sorriso si schiuse.


Nella sua mente imperversava un susseguirsi di immagini che si scaricavano lungo il corpo facendolo letteralmente vibrare. Si sentiva come un carillon che la mano di qualche bimbo stava caricando: la manovella girava lentamente e le sue gambe si contraevano come delle molle pronte a scattare, mentre le sue braccia aperte erano come ali ricoperte di piume. La manovella girava e girava ancora e il vento iniziava a sospingerlo manco si trattasse del soffio di un gigante. Il buio dentro i suoi occhi chiusi mutava e si tingeva dell’azzurro del cielo. Rivide quella pozzanghera, ma non era più la stessa: si trattava di un vero e proprio lago. Aprì gli occhi di colpo e click, ecco lo scatto.


“Abbiamo un record”, esclamò il professore. Un miagolio riecheggiò in lontananza.


Il giorno seguente quel ragazzo, incamminandosi nuovamente verso la scuola, giunse un’altra volta davanti a quel bivio e si fermò. Guardò entrambi i sentieri e, ricominciando a camminare proseguì dritto, scavalcando quel muro.


Autore:


Vito Cipolla



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