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Una storia di Katzanzakis

I compleanni

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Pubblicato il 23 dicembre 2018 in Altro

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Forse più di ricorrenze consacrate dall’uso o dalla tradizione, più degli anniversari, cristallizzati in fragili epopee dell’attimo che fu, rappresentano occasione per percorsi interiori inattesi, cuspidi incerte, a diteggiare di luce, come lanterne ad olio in esotiche notti di vento, angoli dimenticati, voluttà sottile di tristezza, fino ad indulgenze auto-consolatorie, a ricordarci che siamo esseri imperfetti.


Perché, piaccia o no, il compleanno è davvero l’unico giorno completamente nostro, qualcosa che marca lo scorrere delle stagioni, che costringe a bilanci, a confrontarci con la nostra imperfetta mortalità, la nostra casualità nel disegno dell’universo…


Forse per questo si festeggia, perché ci pesa la consapevolezza del nostro essere soli sotto alle stelle, senza l’allegria a volte forzata, senza l’affetto di chi ti è vicino e ti ha dedicato qualcosa di più di un pensiero distratto, magari una carezza, a ripercorrere sul viso itinerari di altri giorni, non dimenticati.


Mi mancano…le foto in bianco e nero, l’affiorare lento dei contorni nelle vaschette di stampa, quando ti chiedevi cosa sarebbe comparso alla luce fioca di camere oscure improvvisate, quanta potenzialità nell’imperfezione di allora rispetto all’immeritata ricchezza dell’oggi, con la libertà di “scattare” e “scartare” senza limiti; la spazzola rossa per pulire i dischi in vinile prima dell’ascolto ed il gracchiare delle vecchie incisioni di voce d’angelo Ella Fitgerald; Ray Charles che mi cantava Giorgia prima dell’orale di maturità, il “ne m’equite pas” di Jacques Brel, con la sua voce incrinata dall’emozione, Juliette Grecò che accarezza “le foglie morte” in una sala in cui aleggiava il fumo di sigarette ancora non criminalizzate.


Mi manca Brecht, recitato al Ridotto della Fenice nel 1969, Rubinstein che ci dedicava 10 bis di Chopin a Venezia…e le discussioni a lume di candela, tra calli immerse nella nebbia, sulla grazia di Cassius Clay e la sua danza sul ring.


Mi manca l’emozione di piccoli cinema, allo spegnersi delle luci, con la sensazione “cosmica” del tenersi la mano per la prima volta; l'emozione del cuore innamorato, quando sembra che nulla possa contenerlo; il filetto alla panna e wiskey (ricordo, era il J & B) preparato in via della Vite per due ragazze conosciute da poco; il senso di solitudine intollerabile, alla stazione di Livorno, ogni volta che il treno si portava via la donna che amo; i silenzi della stazione di Arquata Scrivia, mentre aspettavo il treno per Pavia, nella notte, senza sapere se avrei trovato la mia donna di allora, ad aspettarmi.


Mi mancano i cartocci di caldarroste, a riscaldare le mani nelle fredde notti lombarde; l’appagamento del camminare sotto la pioggia, da solo, verso la chiesa di San Pietro, a Portovenere; persino la cantilena delle voci di donna che dicevano il rosario, la sera, nel piccolo oratorio in Lunigiana e il cerchio largo di quando “si scartocciavano” le pannocchie di granturco, donne e bambini soltanto, mentre gli uomini giocavano a carte nel bar del paese, e alla fine il saltare scalzi sulla montagna di chicchi dorati.


Mi manca l’emozione del primo cane veramente nostro, alla stazione Termini, il calore della gatta siamese sotto alle coperte, anche il suo morso al mio piede (e per fortuna che dormiva in fondo al letto), la prima notte insieme alla sua padrona; e naturalmente…la prima volta che ho sollevato mio figlio, così piccolo, eppure è davvero come tenere in braccio il mondo...


Per fortuna il compleanno viene una volta all’anno.


P.S.: Mi manca l'emoticon con la faccina sorridente, a chiusura di tanta commemorazione.






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