scrivi

Una storia di StefaniaCastella

La sposa mancata

ti ricordi di Lucia?

56 visualizzazioni

5 minuti

Pubblicato il 02 febbraio 2020 in Storie d’amore

0

L’aria fresca consola del caldo del giorno. Si muovono foglie leggere, l’azzurro di un giorno che volge al tramonto. “Ma che è non ti piace?” Il giovane sposo col viso un po’ stanco, aspetta un giudizio. Il posto è bellissimo, terrazze maestose, montagna di fronte e il mare lontano. “No, è bello, solo che io stavo pensando a una cosa, io devo fare una cosa, una cosa importante. Devo vedere una persona le devo portare qualcosa”. “Qualcosa, cosa? E a chi? Non capisco”. Il giovane milanese di accento presente e viso dubbioso, voleva capire. Non era facile spiegare, non era facile capire. “Vedi tutta la mia famiglia ci teneva, era una cosa a cui credevano un tempo. Portare un fiore, un pezzetto di stoffa. Il vestito da sposa…” Si quello con tutti quegli zeri, lo sposo si sentiva sbandare. “Lucia, vedi, nella mia famiglia c’è l’usanza che la sposa le porti qualcosa in dono, lei che non si è potuta sposare…” Un’amica zitella pensava lo sposo, una vecchia leggenda di un tempo lontano. Una giovane donna, un passato ritorno, che anno correva difficile dirlo, prima che Napoleone decidesse di sotterrare i morti fuori le mura, da un’altra parte.

Molte primavere fa, ricordi di un ricordo perduto nel tempo. Anche a quel tempo il sole cocente scottava sui muri, riverberi d’acqua, riflessi tra i vicoli e il mare davanti. Le strade gialline di polvere e folla, c’è chiasso di voci, di facce, di gente. Chi corre, chi vende, chi spinge chi “allucca”. Napoli è un mercato, Babilonia di facce, di accenti, miscuglio di razze, incroci di vite del mondo di sopra, di vuoto, di buio di notte perenne, del mondo di sotto. Nobili e poveri, si perdono insieme passando per bassi tra occhi che scrutano e bocche che parlano. Lucia scivola di veste sontuosa tra mura di casa, palazzo maestoso. Guance rosa come quelle arrampicate di spine affilate su mura e balconi. Dove tutto è perfetto di ori e di lusso, le onde del mare sono troppo lontane.

E scalpita Lucia vuole correre fuori, leggero fruscio che scivola piano. Lontano dagli occhi di madre e di padre. Quella è la vita, rumori di gente, chi ride sdentato seduto per terra e donne che agitano gonnacce e ventagli. Lucia si muove in mezzo alla folla, una spinta un sorriso, uno sguardo ammiccante. Che belle e “cerase” una mano te le offre, un altro s’inchina, le scarpe di raso di povere e folla. Una voce più forte “che vende il garzone?” una folla si accerchia, una voce di uomo “E’ frisc’ signò” una donna si accosta coi suoi seni enormi osserva la merce e mostra la sua, ammicca, sorride, Lucia un po’ si ferma, la folla la spinge, “che caldo Madonna”, qualcuno la urta, le cade il ventaglio, un momento, il silenzio non si vede più niente, non si sente un rumore, prima è giallo, poi rosso, poi dopo più niente. “Spostatevi un poco, fatele aria”, Lucia sta distesa capelli di terra e la mano possente le regge la testa, odore di mare, mai visto vicino un petto di uomo, camicia slacciata, sudore di fronte, e che bella fronte, un ciuffo sugli occhi, due tizzoni neri.

“Mi sembra, che forse son morta” pensava Lucia e morta non era, purtroppo per lei. Quel giovane accanto e una sporta di pesce cadutale accanto. “Che è stato, è svenuta, sta meglio, si riprende, si è alzata, guardate che bella è una nobile certo”. La gente borbotta si disperde a fatica, si alza più piano una donna e quell'uomo. Da allora lontano scappando veloce, Lucia sorride attraversa le stanze. Felice che tutti si chiedono “che avrà da ballare da ridere e correre che sembra volare?”. Lei guarda il balcone, aspetta l’arrivo di due gambe dal mare, aspetta di correre lo vede arrivare, ogni volta, ogni giorno, mentre sogna di andare. “Un giorno, mi sposi, scappiamo lontano” un sogno d’amore e una casa felice. E notti di luna di acqua di mare, niente, si giurano, ci può separare. Parole di amanti mai sazi d’amore.

Eppure non basta “Che scuorno, che pensi? Di poterci infettare con quel morbo di poveri che incontri per strada?”. Non puoi Lucia non lo potrai sposare, la casta non vuole, dovrai rinunciare. Ti terranno rinchiusa buttando la chiave. Sospira Lucia pensando a quel mare, a quegli occhi profondi che potresti annegare. Smetterà di dormire, smetterà di mangiare. “Così capiranno che mi consuma l’amore”. Il bustino più largo, i capelli strappati, le urla, il pianto dell’amore lasciato. La sporta pesante non sa più di mare, gli pare che puzzi di marcio e dolore. Quell'uomo che aspetta, starà ad aspettare. Per sempre sognando di vederla arrivare.

Da quando moriva Lucia diventava leggenda, un poco sospesa, un po’ tramandata. Ogni sposa da allora le porta un ricordo, un pezzetto di vita, che le è stata strappata. Chi le porta un merletto, chi le fa l’altarino, chi abbellisce quel buio come fosse cucina, di bianche piastrelle come scorcio di sposa. Sopravvive Lucia sotto un antro, riposa. “Santa Maria del Purgatorio ad Arco” un nome lunghissimo nel cuore di Napoli dove più giù non si spinge lo sguardo turista, e le vecchie dei vicoli “sceriavano” le teste degli avi perduti, per avere una grazia. Usanza durata fino agli anni sessanta, poi di nuovo ripresa. Il culto dei morti in quel ventre di vita, di terra di sotto, che pulsa nel buio. Lì il sole che stenta a scaldare, è notte per sempre e una voce e una ancora, solo per ricordare.

“Va bene ci andiamo” sorride lo sposo la faccia un po’ incerta di chi non ci crede. In fondo la storia è una storia perenne, la morte, l’amore, tra storia e leggende.


Nessuno ha ancora commentato, sii tu il primo!

Ottimo! Visita la libreria per gestire i tuoi magazine

×
!
La tua sessione è scaduta! Effettua di nuovo il login e spunta Ricordati di me per rimanere sempre connesso e non perdere i tuoi progressi!
Ottimo!

Controlla la tua email per reimpostare la tua password!

×