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Una storia di Piperilla

Questa storia è presente nel magazine Mille volte morta

Giorno 289 - Granelli di sabbia

23 visualizzazioni

9 minuti

Pubblicato il 15 novembre 2020 in Horror

Tags: #introspezione #morte #Romanzoapuntate #Splatter

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Ero stanca.


Ero stanca dal giorno in cui ero morta in casa di mia madre: in quel momento minacciare la Signora delle Perle era stato facile e, lì per lì, non mi ero resa conto di come tutta quella rabbia avesse prosciugato ogni goccia della mia energia. Non ne avevo più; o almeno, non ne avevo più cercata. Il ricordo di quel tremendo mattino in casa dei miei genitori, di come fossi morta sotto gli occhi di mia madre e avessi preso consapevolezza della mia anima, mi aveva spinta a rintanarmi nel mio guscio: anche se non l’avrei mai ammesso, quella volta mi ero davvero spezzata.


E prima di tornare a combattere efficacemente la mia nemesi, dovevo rimettere insieme i pezzi.


C’era voluto tanto tempo: ne avevo trascorso la maggior parte per conto mio, vagando in solitudine in attesa di ogni inevitabile morte, e ogni volta avevo ignorato la Signora delle Perle, i suoi sguardi, le sue parole. Non avevo più risposto alle sue provocazioni e lentamente lei aveva smesso di parlarmi: si limitava a rivolgermi uno sguardo disinteressato prima di lasciarmi inghiottire dal buio. A volte neanche si faceva vedere.


Fu il duecentottantanovesimo giorno che capii di essere depressa.


Guardandomi allo specchio, quel mattino, vidi davvero il mio volto per la prima volta dopo quattro mesi: era pallido, era spento, era vuoto.


La Signora delle Perle c’era riuscita: stava vincendo, almeno in parte. Ormai non m’interessava più di nulla: pur continuando a non temerla, in me non era rimasta che indifferenza verso tutto e tutti; non provavo più curiosità, rabbia, gioia, dolore, niente di niente.


Mi ero rintanata nel mio guscio, sì, ma senza accorgermi che in realtà di me era rimasto ben poco: solo una larva volutamente inerme. Niente più Rose.


Compresi, osservando le occhiaie scure che mi cerchiavano gli occhi, che in qualche modo dovevo ricomporre quello che la Signora delle Perle aveva distrutto. Sarebbe stato difficile, ma ce l’avrei fatta: così pensavo.


Ma quando mi sforzai di prendere in mano i pezzi in cui mi ero frantumata, mi resi conto che non erano schegge ma sabbia finissima: la Signora delle Perle non mi aveva solo distrutta, mi aveva disintegrata. La mia anima era ridotta in polvere, ma forse potevo prendere quella sabbia e forgiarmene una nuova. Ero stata di vetro; ora sarei potuta essere d’acciaio.


Però avevo bisogno di tempo per riflettere.


Di tutte le cose che avrei potuto fare, adesso che ero riuscita a trascinarmi fuori dal letto, scelsi le faccende domestiche. Pulire aveva su di me un effetto quasi ipnotico: mentre spolveravo, lavavo e rassettavo, la mia mente poteva vagare libera lungo sentieri tortuosi, quelli in cui mi sarei inevitabilmente persa, se solo avessi osato affrontarli in piena consapevolezza.


Strofinando per la terza volta i ripiani della cucina, l’intuizione mi colpì all’improvviso: per essere più forte, per essere davvero immune alla Signora delle Perle, non dovevo più darle il potere che aveva avuto in casa dei miei genitori. Non avrei più dovuto permetterle di toccare, in me, corde così profonde: farlo ancora avrebbe significato la sconfitta.


L’esaltazione che seguì quell’epifania fu di brevissima durata. In che modo potevo impedirle di sconvolgermi? Farmi morire in modo tanto atroce davanti a mia madre era stato un colpo da maestro: aveva trovato il mio punto debole e l’aveva sfruttato.


Adesso, però, sapevo cosa si provava; e per avere la certezza che mia madre non ne fosse stata toccata, mi sarebbe stato sufficiente farle visita. Se davvero non ricordava nulla di quello che era accaduto in casa sua quattro mesi prima – o almeno, il giorno che per me si era svolto quattro mesi prima – forse avrei potuto iniziare a raccogliere una manciata di quella sabbia: una sola, e piccola, ma sarebbe stato comunque un punto di partenza.


L'idea pungolò una parte non identificata dentro di me: finalmente provavo di nuovo qualcosa, ma non sapevo quanto a lungo sarebbe durato. La riflessione successiva fu chiarissima nella sua banalità: carpe diem. Dovevo affrettarmi, dovevo muovermi e uscire prima che la depressione tornasse a inghiottirmi, soffocando quel piccolo istinto.


Senza neanche cambiarmi m'infilai una felpa, presi le chiavi della macchina e corsi fuori, giù per le scale e poi in strada: misi in moto il maggiolino e mi diressi verso casa dei miei genitori, imprecando contro il traffico. Avevo fretta di arrivare: la mia mente aveva compreso come quel primo passo fosse fondamentale per farmi ricominciare a lottare, e il terrore che qualcosa mi impedisse di arrivare a destinazione era più forte di qualsiasi altra cosa.


Forse la Signora delle Perle era distratta, in quei minuti, o magari era soltanto una delle sue tattiche: non l'ho mai saputo. Fatto sta che raggiunsi indenne la casa dei miei e tempestai la porta di pugni come se ne andasse della mia vita.


Dopo un minuto che mi sembrò infinito, il battente si spalancò.


«Rose!» tuonò severo mio padre. «Ma che ti prende? Volevi buttarla giù, questa porta?»


Per un momento mi mancò il fiato. Avrei voluto gettarmi tra le sue braccia, lasciare che mi stringesse e mi proteggesse come quando ero bambina, ma non potevo; non potevo permettermi di provare nulla, se volevo che la mia anima diventasse inattaccabile come non era stata in precedenza.


«Dov'è mamma?» riuscii a chiedere.


Mio padre mi rivolse un'occhiata strana, ma decise di non farmi domande.


«Sta stirando». Si fece da parte. «Entra».


Scossi la testa con una frenesia che non mi apparteneva. «No, io... non ho tempo». Presi un respiro profondo. «Mamma!» strillai. «Mamma!»


Mia madre arrivò di corsa: un po' turbata dalle mie urla, almeno a giudicare dalla sua espressione tesa e guardinga al tempo stesso, ma altrimenti serena. «Che succede, Rosie?»


Il cielo sa quanto, in quel momento, arrivai vicina a sciogliermi in lacrime. L'inconsapevolezza che le leggevo sul volto riuscì a lenire il senso di colpa che ancora mi perseguitava da quel centosettantesimo giorno e che mi aveva trascinata tanto in fondo.


Non dovetti sforzarmi per sorriderle. «Non succede niente, mamma: volevo soltanto salutarvi».


D'improvviso mi resi conto di come stessi prestando il fianco a un ulteriore colpo basso della Signora delle Perle: essere in presenza dei miei genitori le dava di nuovo quel potere che volevo strapparle a tutti i costi.


Girai sui tacchi senza pensarci un attimo. «Devo andare. Ci vediamo!»


Schizzai via il più rapidamente possibile: dovevo allontanarmi prima che la Signora delle Perle mi facesse morire.


Ero talmente presa dalla mia fuga da dimenticare che ero arrivata con la mia auto: la superai correndo, oltrepassai un camion per i traslochi e girai l'angolo a tutta velocità.


E andai a sbattere contro qualcosa di molto più duro della mia testa.


Se mi fossi mossa più lentamente; se mi fossi fermata alla mia auto; insomma, se avessi pensato anche solo per un secondo, mi sarei risparmiata quella morte. Non che facesse poi molta differenza, ai fini pratici: sapevo bene che anche quel giorno, a un certo punto, sarei morta.


Era l'indegnità di aver fatto tutto con le mie mani, a bruciarmi.


Se avessi rallentato appena un po', avrei avuto il tempo di vedere i quattro operai che trasportavano un pianoforte a coda e sarei stata in grado di evitarlo.


Invece lo centrai in pieno con la faccia.


Non potrò mai dimenticare come l'impatto mi fece torcere all'indietro il collo in un angolo innaturale, né il disgustoso scricchiolio dell'osso che si rompeva: una sorta di stridio con uno schiocco finale alto e sonoro, di quelli in grado di far sobbalzare istintivamente qualsiasi animale.


Caddi come una marionetta a cui vengano recisi i fili.


Rimasi stesa sul marciapiede, priva di vita e fumante di rabbia, mentre gli operai lasciavano cadere il pianoforte e iniziavano a strillare intorno a me.


Che razza di morte imbecille! non potei fare a meno di pensare. Non ha neanche dovuto faticare, quell'irritante arpia: ho fatto tutto da sola!


«Non crucciarti, Rose» intervenne compiaciuta la voce familiare della Signora delle Perle. «Anche i migliori commettono errori».


Se non avessi avuto il collo spezzato e varie fratture facciali – e se fossi stata ancora viva, certo – mi sarei concessa una smorfia infastidita.


Risparmiami la falsa comprensione, pensai irritata. Non sei affatto credibile, e ormai ci conosciamo da troppo tempo per volerne perdere in finte cortesie e frasi da circolo del thè!


Al mio pensiero così veemente, la Signora delle Perle inarcò un sopracciglio perfettamente curato con aria quasi colpita.


«Be', Rosie, a quanto pare hai recuperato il tuo spirito battagliero». Roteò due dita in un gesto discreto e misurato: una poltroncina apparve dal nulla e lei vi sedette con la consueta eleganza. «Ne sono felice: eri diventata davvero noiosa».


Sempre meglio di te, pensai all'istante in risposta. Tu sei stata noiosa fin dal principio. Anche se, considerato quanto tu sia ostile a un qualsiasi cambiamento, questa staticità non mi sorprende poi molto.


Alla mia replica la vidi torcere la bocca in una smorfia piena di irritazione mista a cattiveria e non potei reprimere il moto di gongolante soddisfazione che mi si gonfiò nel petto, proprio lì dove il mio cuore ormai morto taceva. A quanto pareva, non avevo perso il mio tocco!


«Credevo d'averti già dimostrato, Rose, che non sono un avversario da prendere sotto gamba» disse tra i denti. «E tuttavia tu persisti nel provocarmi!»


Be', mia cara, tu persisti nel farmi morire sebbene si sia rivelato inutile... dunque direi proprio che le due cose si equilibrano, pensai in tono falsamente stucchevole. Non che fosse un'impresa facile, replicare con la mente le sfumature che solo una voce può assumere, ma grazie alla Signora delle Perle, stavo facendo un mucchio di pratica in tal senso.


E poi ero disposta più o meno a tutto, pur di farla infuriare.


«Ti preferivo depressa, lo sai?» sbottò, perdendo per un istante la propria compostezza. Sbatté le mani sui braccioli della poltroncina. «Avevo dimenticato quanto potessi essere fastidiosa e, a quanto pare, stai persino peggiorando. Così mi costringi a prendere provvedimenti!»


E cosa puoi farmi, che tu non mi abbia già fatto? risposi. Un pensiero improvviso mi fulminò, quasi letteralmente mi sommerse, pieno com'era di infinite possibilità. Cosa puoi farmi, che io non possa farmi da sola?


Questo la zittì: la vidi chiudere la bocca e far saettare lo sguardo lungo tutto il mio volto, più e più volte, come se cercasse di comprendere appieno il significato delle mie parole.


«Che cosa stai tramando, Rose?» mi chiese dopo un lungo silenzio. «Quale pessima idea è nata in quella tua testa balzana?»


Perché mai rovinarti la sorpresa? Persino nella mia testa, quelle parole suonarono provocanti e piene di una gioia così distorta da essere quasi malsana. Finora quella creativa sei stata tu: adesso tocca a me. Pensa solo a goderti lo spettacolo.


E per una volta – forse la prima da quando l'avevo vista al pub, quella sera lontana di tanti mesi prima – la Signora delle Perle rinunciò a replicare e lasciò che l'oscurità mi inghiottisse, pur di sfuggire al confronto.


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