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Una storia di MirianaKuntz

Nei soliti vestiti

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8 minuti

Pubblicato il 06 giugno 2020 in Storie d’amore

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L’aveva ammesso solo a sé stessa fino a quel momento. Qualcuno l’aveva cercata, qualcuno era persino venuto sotto casa. Il telefono non faceva che squillare. Questo nei primi giorni di assenza. Ci si abituata a tutto d’altronde, persino al fatto che la gente sparisce. Era stato così per lei, quel sabato di settembre, dopo aver scelto con cura cosa indossare, e aver sentito le tre gocce di profumo propagarsi nell’aria, si era poi seduta ai piedi del suo letto, rigorosamente in ordine. Si era guardata l’orlo del vestito, le punte delle scarpe, e poi aveva tirato su col naso quella fragranza che adorava. Le chiavi della porta erano nello stesso posto dove le aveva lasciate due giorni prima, la luce era accesa, prossima a spegnersi. Le macchine sfrecciavano in ogni direzione, sul balcone, di sotto, sulla strada principale. Si immaginò in una di quelle auto, a correre all’impazzata, raggiungere la destinazione, fare festa, bere, mangiare, fumare qualcosa e poi tornare a casa a mattino inoltrato. Quando il gruppo dei suoi amici arrivò sotto casa sua, lei rimase ad osservare quel messaggio per tre minuti, poi freddamente digitò qualche parola che non lasciava dubbi: -sto male, ci vediamo appena sto meglio-. Sentì la macchina di sotto ripartire poco dopo, senza aspettare nemmeno il tempo necessario di un ripensamento. Nessun timore circa la sua salute, le persone che conosceva, sapevano bene che in un modo o nell’altro se la sarebbe cavata. Silvia rimase vestita ancora per un po’, il vestito lungo le si ammucchiò ai piedi, aveva smesso di guardarsi le punte delle scarpe, riusciva a vedere un pezzo della sua faccia nello specchio sulla parete di fronte. Con un gesto improvviso, spense la luce, accendendo la piccola lampada sul comodino. I riflessi aranciati rimandavano l’immagine di una donna bella, ormai grande abbastanza per vivere insieme a qualcuno. Silvia era sola. Non aveva mai avuto il coraggio di andare avanti dopo un finale tragico nella storia in cui più credeva. Tirava su le spalline del corpetto, ma le spalle sembravano riprendere la forma del suo broncio facciale. Cadevano in avanti, come quando si è stanchi e si ha voglia di dormire. L’arancio artificiale puntava alla forma regolare della sua faccia, risaltandone i lineamenti delicati. Provò a sorridere più volte, ma ogni tentativo sembrava più finto. Tirò giù il vestito, restando in mutande. Silvia pianse tutta la notte, e finalmente riuscì ad ammettere a sé stessa di avere un problema. Silvia era triste tutto il tempo, la sua vita oscillava tra la finzione e l’accelerazione di momenti banali. Aveva ammesso anche a sé stessa che ciò di cui aveva bisogno era piangere per almeno dieci ore di fila. L’aveva evitato quando era morta sua nonna, lo aveva evitato quando aveva perso il lavoro a cui teneva molto, aveva trattenuto il pianto quando l’uomo che amava se n’era andato con un’altra. Era brava a trattenere, ignorando il fatto che ogni lacrima che si teneva, si moltiplicava in finzione e dolore. Il risultato era che Silvia agli occhi di tutti sembrava un’automa, ma non aveva mai smesso di essere umana, e questo era un dettaglio rimasto sconosciuto a tutti. Non aveva mai avuto tanti buoni amici, quelli che la circondavano erano quelli -delle serate- o quelli -dei messaggi- . La loro patina d’oro solo placcato, infatti, si sciolse quando dopo tre giorni Silvia non aveva ancora risposto ad uno dei loro messaggi. Non si erano sincerati che stesse bene, che fosse viva, o che non le fosse capitato nulla di brutto. Avevano smesso di cercarla, vedendo nel suo silenzio un chiaro modo per starsene da sola. Ogni giorno provava a vestirsi, prima con gli shorts, poi con un vestito a cui era affezionata da sempre, aveva messo i jeans, la gonna con le pieghe, il giubbotto leggero con i ricami in organza. Era arrivata a mettersi le scarpe, aggiustarsi i capelli da un lato, scegliere gli orecchini e la collana, tirare su col naso le sue solite tre gocce di profumo, e poi osservando le chiavi della porta, si era sentita tutte le volte fuori luogo. Era come se il mondo esterno non le appartenesse più, come se tutta quella finzione le avesse procurato un male incurabile, i cui effetti si ripercuotevano sul suo modo di vivere in mezzo agli altri. Restava immobile ai piedi del letto, ogni giorno con dei vestiti diversi, fino a pomeriggio inoltrato, quando alla luce naturale si sostituiva quella led della camera, e poi quella aranciata della lampada. Quel cambio di luci sembrava ogni volta segnare la sua disfatta: nemmeno quel giorno era riuscita ad uscire fuori di casa. Nei suoi pensieri più tristi ce n’era uno che non le permetteva di fare passi in avanti: quella casa era troppo grande per un'unica persona. L’aveva scelta proprio per la sua grandezza, per gli alti muri e il soffitto arioso. L’aveva scelta perché l’uomo che amava, preferiva le case soleggiate a quelle tenebrose, e perché per molto tempo aveva vissuto in una piccola casa insieme ai suoi, dove non aveva spazio nemmeno per le sue cose. Voleva fargli un regalo, voleva che nella sua casa, che poi sarebbe diventata la loro casa, ci sarebbe stato spazio per tutto: per le cose essenziali, il frullatore con i tasti oro, le cianfrusaglie sotto al letto, le tante lenzuola di riserva, le decorazioni di Natale, un grande armadio con le luci all’interno. Se l’era immaginate così le loro cose, i loro vestiti intrecciati, quasi a scambiarsi il profumo del bucato, a spiegazzarsi in alcuni punti, perché troppo vicini, i suoi capi neri, mescolati alle sue camicie bianche. Quando apriva il suo armadio per vestirsi, Silvia, ogni volta vedeva un’anta completamente vuota. Non c’erano i suoi cappotti, non c’erano i suoi cappelli, niente calzini, niente boxer. Era un armadio da donna, con cose da donna, con comparti totalmente vuoti e deserti. L’unico profumo che sentiva era quello del suo detersivo preferito. Le cose di quell’uomo non c’erano mai finite tra le sue cose. Lui era passato dal piccolo buco di famiglia, alla casa residenziale della ragazza con cui stava adesso. Non c’era stato alcun passaggio, nemmeno uno scatolone da preparare, né una busta da lanciare con rabbia. Lui non aveva lasciato niente lì, nemmeno un maglione, nemmeno un orologio. Silvia era sola in una grande casa che aveva scelto per due. Era questo uno dei problemi più grandi, nemmeno il grande baccano cittadino era riuscito a coprire le sue domande e le sue incertezze. Odiava tutto quel sole del mattino, odiava il tetto arioso che non riusciva a toccare con le braccia, odiava le stanze grandi perché la sua voce le sembrava tornare indietro sottoforma di riverbero, ed odiava quel grosso armadio con le ante in legno chiaro. Le ricordava il suo cuore: vuoto.

-Quelli delle uscite- avevano smesso di chiamare, perché Silvia aveva smesso di essere una da uscite. Settembre aveva finito le sue ultime folate di calore. E Silvia aveva da mettere via abiti leggeri e malinconia. Fu verso i primi di ottobre che le sembrò di essere guarita. Aveva su un cappotto più pesante, e un paio di pantaloni di tessuto elastico. Aveva indossato stivali traforati, borsa in pelle, e tre gocce di profumo. Aveva spento la luce, e si era seduta lungo la schiena del letto, come ogni volta. Aveva spostato il suo sguardo sulle chiavi di casa, poi sulle tende della stanza, conscia che nemmeno quella sera avrebbe trovato un giusto motivo per uscire di casa. Tra le tende, però, quell’ottobre già freddo, aveva lasciato intravedere un uomo di spalle, a fumare una sigaretta fatta in casa. Agitava le braccia, sembrava stesse aspettando qualcosa. Fu il disegno sulla schiena a mettere Silvia in allarme: un pitone con la bocca spalancata. Aveva sempre amato quel giubbotto, ne aveva visti così pochi in giro, che riuscì a pensare ad una sola cosa: lui è tornato da me. Con uno scatto felino afferrò le chiavi dal bordo del comodino, si aggiustò ancora una volta il soprabito e corse via. La porta ormai cementata dal troppo tempo senza aperture, sembrò fare un baccano simile ad una casa degli orrori. Le scale erano alte ed impervie per chi aveva vissuto gli ultimi trentacinque giorni seduta o scalza. Quando raggiunse il portone di uscita quell’uomo era ancora lì, di spalle, in una coltre di fumo. Silvia attraversò le strisce pedonali con passo deciso, sentiva l’aria tagliarle il collo, punirla per i tanti giorni di clausura che aveva deciso arbitrariamente. Quando con una mano voltò l’uomo, si accorse che non era lui, ma un ragazzo del tutto diverso. Con delle scuse sottovoce, corse via dalla parte opposta della strada, prendendo nuovamente le stesse strisce stradali, scheggiate qua e là. Il respiro euforico diventò d’un tratto ansioso, come una nuvola che urta un’altra, e provoca un temporale.

Per la prima volta Silvia pianse davanti agli altri, ad un passante a spasso col cane, davanti ad un bambino capriccioso con le lacrime ancora in torno agli occhi. Pianse davanti alle vetrine piene, e su una panchina scheletrica senza giubbotto. Si sentì rinascere, per la prima volta, come se il dolore avesse tirato su una maschera di cera troppo difficile da portare in giro. Dal basso osservava casa sua, con le tende svolazzanti. Anche vista da lì sembrava infinitamente grande per una come lei.

Fu in quel momento che una deduzione salvifica le arrivò alla mente: lui non sarebbe tornato, e lei non era prigioniera.

Guardò quel balcone per l’ultima volta, aveva deciso di andare via in una sera senza amici e senza stelle.

Non c’era niente di bello in una casa vuota, e in una persona distrutta.


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