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Una storia di Stegia18

Questa storia è presente nel magazine Fiabe, favole e racconti

Chi di spada ferisce…

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14 minuti

Pubblicato il 04 luglio 2021 in Altro

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Nella foto: particolare della Rocca di Ravaldino a Forlì

Girolamo Riario era un oscuro scrivano di dogana, nato a Savona nel 1443, di cui i libri di storia mai si sarebbero occupati se una ventina d’anni dopo la sua nascita non si fosse verificato un evento che lo avrebbe innalzato ai primi posti nelle vicende italiane dell’epoca. Mentre degli anni precedenti della sua vita si sa poco o nulla, da quel lontano 1471, invece, le cose per lui cambiarono assai rapidamente.

Figlio di Paolo e di Bianca della Rovere, quell’anno suo zio Francesco salì al soglio pontificio con il nome di Sisto IV.

“…uomo di bassissima e vile condizione; ma per le sue virtù era divenuto generale dell’ordine di San Francesco, e di poi cardinale. (Machiavelli – Istorie fiorentine, libro VII).

Molte e vane furono le speranze della comunità cristiana all’atto della sua nomina, proprio perché la sua affermazione era dovuta a meriti personali e non a parentele influenti.

Ma, dopo un breve periodo di buon governo, il suo atteggiamento mutò radicalmente.

Fu questo pontefice il primo che cominciasse a mostrare quanto uno pontefice poteva, e come molte cose, chiamate per lo adietro errori, si potevono sotto la pontificale autorità nascondere (Machiavelli – Istorie fiorentine, libro VII).

Deciso a riportare sotto il dominio papale tutti quei territori che, pur appartenendo allo Stato pontificio, erano di fatto governati da signorotti locali, nel timore di rivolte e attentati alla sua persona istituì il primo nucleo di guardie svizzere destinate alla sua difesa e a quella del palazzo apostolico. Ma soprattutto provvide, con una sfacciata politica nepotistica, ad elevare alle più alte e lucrose cariche la nutrita schiera dei suoi congiunti, certo che la loro fedeltà non avrebbe potuto venir meno perché la parentela era l’unico filo che li legava al potere e alla ricchezza.

Già nel suo primo concistoro nominò cardinali due suoi nipoti: Giuliano della Rovere, figlio di uno dei suoi fratelli e futuro papa Giulio II, e lo sregolato Pietro Riario, figlio di sua sorella Bianca.

Girolamo, che non si sentiva portato per la vita clericale, preferì la carriera militare, pur non avendo né il coraggio né le capacità strategiche che gli sarebbero stati necessari. Ma che importa se sei tra i nipoti prediletti del Papa? La sua repentina e fulgida carriera si concretizzò con la nomina a castellano di Castel Sant’Angelo e Capitano generale della Chiesa.

Ma l’occasione più splendida per acquisire potere, ricchezza e, addirittura una patente di nobiltà, si presentò quando, con un avventato colpo di mano, Gian Galeazzo Sforza, duca di Milano, si impadronì della città di Imola. La Romagna, tappa obbligata per chiunque intendesse con belliche intenzioni, recarsi a Firenze, Roma o Napoli, era una terra punteggiata da piccole signorie locali, tenuta sotto stretta osservazione dai più potenti stati che la circondavano: le Repubbliche di Venezia e Firenze, lo stato pontificio e il ducato di Milano, poiché ogni, sia pur piccolo, cambiamento avrebbe messo in pericolo il precario equilibrio creatosi dopo la pace di Lodi, che assicurava, comunque, uno stato di non belligeranza. Accese proteste giunsero al duca da più parti, perfino dalla, tradizionalmente amica, repubblica fiorentina. Come togliersi dall’impiccio? La soluzione arrivò, insperata, per bocca del cardinal Pietro Riario, fratello di Girolamo e principale consigliere di Sisto IV che amava profondamente questo suo nipote preferito.

Su sua proposta furono intavolate trattative per un matrimonio tra il trentenne Girolamo e una donzella di sforzesca discendenza per creare un legame tra Milano e il papato, Imola sarebbe stata acquistata dal pontefice per quarantamila ducati e la coppia sarebbe stata insignita della sua signoria, così che la strategica cittadina sarebbe rimasta sotto il controllo delle due potenze alleate. Come rinunciare ad un’occasione simile? La sposa prescelta fu Costanza Fogliani di undici anni e le trattative procedettero speditamente fino al momento in cui la madre della bambina non impose che nel contratto fosse evidenziato che la consumazione del matrimonio non potesse avvenire prima del compimento dei quattordici anni della sposa, età, all’epoca, ritenuta congrua. Questa condizione non poteva essere accettata né dai Riario, poiché nell’attesa le cose avrebbero potuto cambiare e il matrimonio essere dichiarato nullo, né da Gian Galeazzo che vedeva allontanarsi la soluzione del pasticcio imolese. La seconda scelta cadde infine su Caterina, figlia da lui concepita con l’amante Lucrezia Landriani e successivamente adottata da sua moglie, la duchessa Bona di Savoia. E stavolta né la madre naturale né quella adottiva si opposero. La decenne Caterina, da parte sua, accettò il sacrificio impostole: cresciuta alla corte sforzesca, ne intuiva, pur nell’innocenza dei suoi pochi anni, la necessità politica che lo richiedeva. Infatti non venne mai meno, nel tempo, l’affetto che la legava alla famiglia d’origine; non è dato sapere quali fossero, invece, i suoi reali sentimenti nei confronti del marito che le era stato imposto.

I quarantamila ducati necessari per l’acquisto di Imola furono richiesti dal Papa al banco dei Medici, ma gli furono negati perché la repubblica fiorentina, che aveva preso accordi col precedente signore della cittadina per farne un avamposto dei suoi possedimenti verso l’Appennino e la pianura padana, vedeva sfumare i suoi disegni e temeva l’alleanza sforzesco-papale. Grande fu l’ira di Sisto verso quei mercanti che osavano opporsi al suo volere e, ancora maggiore fu quella dei Riario che vedevano allontanarsi quell’aura di nobiltà che li avrebbe portati al livello delle grandi famiglie patrizie d’Italia.

Si rivolsero allora, per ottenere il prestito necessario ad un altro ricco gruppo di banchieri fiorentini che operavano a Roma, i Pazzi, che furono ben contenti di concederlo, essendo antagonisti dei Medici, di cui invidiavano il potere raggiunto, anche desiderando sostituirli alla guida della repubblica di Firenze.

L’insieme di queste e altre forze nemiche portò a quella che è conosciuta come “Congiura dei Pazzi” in cui perse la vita il fratello minore di Lorenzo il Magnifico, ma che lasciò sostanzialmente immutata la situazione politica essendo stato quest’ultimo soltanto leggermente ferito.

Deluso nella sua fame di potenza, avendo desiderato di assumere il comando della signoria di Firenze, Girolamo fu comunque gratificato dal potente zio papa con quella di Forlì, divenendo così il signore di due tra le più strategiche cittadine della Romagna.

Con il ricco patrimonio papalino alle spalle si dedicò all’abbellimento del suo piccolo stato, ammodernandone l’architettura civile e fortificandone le strutture militari, con un’attenzione particolare per la Rocca di Ravaldino, a Forlì, che tanta importanza rivestirà per sua moglie Caterina Sforza negli anni successivi. Per ingraziarsi la cittadinanza abolì anche parecchie tasse e dazi, con l’imprevidente promessa che mai sarebbero stati ripristinati.

Ma, con la morte di Sisto IV, il flusso di denaro verso i suoi possedimenti romagnoli ben presto cessò.

La vita dei coniugi Riario, nel periodo del loro massimo splendore, quando ogni loro richiesta economica al potente zio papa veniva sollecitamente esaudita, si svolse prevalentemente a Roma, dove abitavano nel bellissimo Palazzo Riario che Girolamo si era fatto costruire ai piedi del Gianicolo. Quando, in seguito a febbri persistenti, il 12 agosto 1484, si concluse la vita terrena di Francesco della Rovere, la ventunenne Caterina Sforza, incinta del quarto figlio e al settimo mese di gravidanza, prese possesso della fortezza di Castel sant’Angelo in nome del marito. Fece quindi puntare le armi verso il Vaticano per tenere sotto controllo i cardinali riuniti in conclave per l’elezione del nuovo pontefice, cercando di influenzare la nomina di un capo della chiesa che fosse bendisposto verso la sua famiglia. A nulla valsero le richieste del Sacro Collegio affinché riconsegnasse la rocca:

«Sisto l’ha affidata a mio marito, lui ne è il castellano e la riconsegnerà solo nelle mani del nuovo pontefice» fu la risposta secca e sicura della giovane contessa.

Fu poi la volta di un messo pontificio, inviato dal camerlengo per indurla a desistere. Caterina gli ordinò di entrare accompagnato da un solo uomo e, quando quello si offese pretendendo che fosse lei ad uscire a incontrarlo, lo fece cacciare con queste parole:

«Costui vuol giocare con me a chi ha più cervello. Non sa bene che io ho il cervello del Duca Galeazzo e son fantastica come lui».

In città, come succedeva ad ogni morte di papa e per tutto il periodo di latenza, si diffuse il caos: profittatori e vagabondi si diedero al saccheggio di ricche abitazioni e magazzini, delle navi ancorate sul Tevere, dei depositi di allume e di grano. La residenza dei Riario fu depredata anche degli oggetti di più scarso valore e completamente devastata. La popolazione era terrorizzata e sperava in una pronta nomina del nuovo pontefice. Allora una delegazione cardinalizia si recò presso l’accampamento della milizia papalina, alle porte della città, per parlamentare con Girolamo. Questi, nonostante la posizione di forza in cui l’aveva messo Caterina, dimostrò di essere un pavido, incapace di quell’azione coraggiosa che sarebbe stata necessaria e si accontentò delle concessioni che gli venivano fatte, temendo la perdita di ogni suo avere o privilegio. Gli furono offerti ottomila ducati, un indennizzo per tutti i suoi beni saccheggiati, la conferma della nomina a capitano generale dell’esercito pontificio e quella del vicariato di Imola e Forlì, a condizione che lasciasse Roma il prima possibile. Lui accettò e Caterina fu costretta a cedere, seppure accompagnata dall’onore delle armi da parte dei suoi soldati che riconoscevano il suo valore militare e dall’ammirazione di quanti erano accorsi per vedere colei che così coraggiosamente aveva saputo tenere in pugno, in quei lunghi dodici giorni, l’intera curia romana. Durante il viaggio verso Forlì i coniugi Riario seppero che al soglio pontificio era salito Giovanni Battista Cybo, assumendo il nome di Innocenzo VIII. Anche lui di origini liguri, non mostrò tuttavia per loro nessuna particolare predilezione, anzi divenne poco tempo dopo amico e parente del più potente nemico di Girolamo, quel Lorenzo dei Medici, detto il Magnifico, che in tempi precedenti lui aveva tentato di far uccidere.

Il nuovo papa mantenne solo in parte la parola, riconfermando al Riario la carica di capitano generale dell'esercito pontificio, anche se solo come titolo onorifico, dispensandolo dalla presenza a Roma e lo privò del relativo stipendio. Fu l’inizio della fine. Ben presto i denari cominciarono a scarseggiare: furono impegnati i gioielli di Caterina, il vasellame prezioso e perfino le opere d’arte, ma non poteva bastare, lontano dallo splendore di Roma e dalle continue donazioni della passata benevolenza papale. Infine Girolamo fu costretto a ripristinare i dazi e le tasse che aveva promesso di abolire per sempre, estendendoli anche alla nobiltà e guadagnandosi il malcontento della cittadinanza.

Ma all’origine di quella congiura che porterà poi alla sua morte ci fu, invece, un atto di giustizia fiscale inusuale per quei tempi.

Quando una delegazione di contadini si recò presso di lui per lamentarsi di non poter pagare avendo da tempo venduto le loro terre ai ricchi nobili cittadini e che quindi, secondo loro, spettava ai nuovi proprietari il versamento delle relative tasse, lui rispose:

«La vostra richiesta è lecita. Se non avete niente non pagherete niente» e si risolse ad istituire l’estimo catastale in base al quale sarebbero stati tassati gli effettivi possessori delle proprietà rurali, provocando sgomento e timore tra il patriziato cittadino che si vedeva privato dei consolidati privilegi fiscali.

Di questo malcontento si fece sostenitore Ludovico Orsi, la cui famiglia possedeva vaste e fertili campagne. E da lui nacque l’idea di uccidere Girolamo e abbattere la signoria dei Riario. Suo fratello Checco, capitano della guardia si incaricò di trovare i sicari. Questi furono individuati in Giacomo da Ronco e Ludovico Pansecco, due militi in servizio a difesa della città, che avevano qualche motivo di rancore verso il loro signore. Ottenne anche l’appoggio esterno degli Ordelaffi, i precedenti signori di Forlì, sempre pronti a cercare di riprendersi la signoria, e, con ogni probabilità, anche di Lorenzo il Magnifico, che non poteva dimenticare il ruolo svolto da Girolamo nella congiura ai danni della sua famiglia. Ma quel che più conta fu il consenso, seppure tacito, della nobiltà cittadina, che, senza esporsi direttamente, sperava che si concretizzasse l’eliminazione del Riario, che, nella ricerca del gradimento popolare, metteva in pericolo i loro secolari privilegi.

Due circostanze favorirono l’attuazione del piano criminoso: il “privilegio della chiave” che autorizzava gli Orsi a visitare il signore anche senza un suo invito diretto, e il debito fiscale di duecento fiorini dovuto da Checco per l’appalto del dazio sulla carne.

Il 14 aprile 1488, ricevuto da un giovane e forse ignaro cameriere, il segnale che il conte si trovava da solo a riposare nella sala delle Ninfe, si apprestò a raggiungerlo, accompagnato dai due sicari. Questi si fermarono sulla porta, mentre lui, entrando fu cordialmente salutato:

«Benvenuto, cosa ti porta da me?»

«Ho qui una lettera di credito di un amico per saldare quanto vi devo» e, facendo cenno di volerla estrarre da sotto l’abito, gli si avvicinò. Appena giunto a tiro snudò, invece, un pugnale e lo colpì tra le costole. Urlando per chiedere aiuto, Girolamo si rifugiò sotto un tavolo. Ma, raggiunto dal Pansecco e da Giacomo da Ronco, fu trascinato fuori per i capelli e ripetutamente pugnalato fino alla morte. Poi il suo cadavere fu denudato e gettato dalla finestra nella piazza sottostante. Là, Ludovico Orsi, attendeva per svolgere la parte che gli era stata assegnata. Proprio come Jacopo de’ Pazzi nell’altra più nota congiura, si mise ad urlare:

«Libertà! Libertà!» e, contrariamente ai fiorentini, il popolo forlivese rispose riprendendone il grido:

«Viva il popolo e la libertà» accanendosi con rabbia su quel corpo esanime, trascinandolo e sfregiandolo finché non divenne un’informe massa quasi irriconoscibile.

A sera i “battuti neri”, associazione che si occupava della sepoltura dei condannati a morte e degli indigenti, ne raccolse le spoglie e le seppellì.

Ma non nel Duomo, i cui canonici si rifiutarono di accoglierle in terra consacrata, nonostante i numerosi benefici a loro concessi da Girolamo quando era in vita!

Caterina, che insieme ai suoi figli, alla sorella Stella e alla madre naturale Lucrezia, che in quei giorni si trovavano in visita presso di lei, fu fatta prigioniera e rinchiusa in casa degli Orsi. Intanto da Cesena giunse il governatore pontificio, monsignor Giovanni Battista Savelli che assunse il governo della città in nome del papa. Contrariamente a quello dei congiurati, il suo interesse era quello di salvaguardare la vita di Caterina, che in fondo era la sorella del potente duca di Milano, e dei suoi figli che erano nipoti di tre cardinali. Perciò ne ordinò il trasferimento presso la rocca di Porta San Pietro sotto la sorveglianza di uomini di sua fiducia. Su una cosa furono, invece, d’accordo: la precarietà della loro posizione se non si fosse preso possesso della rocca di Ravaldino, che sovrastava la città con compiti di protezione. Quello che il vescovo Savelli non sapeva era di quanta forza di carattere, tenacia e astuzia fosse dotata la contessa!

Nella notte riuscì ad inviare dettagliate istruzioni al castellano Tommaso Feo, che sapeva esserle fedelissimo e che era il promesso sposo di sua sorella Bianca, invitandolo anche a inviare a Milano, con urgenza, un messaggero latore di una richiesta d’aiuto al fratello Gian Galeazzo.

Il giorno dopo fu accompagnata sotto le mura della fortezza perché chiedesse a Tommaso di consegnarla ai suoi carcerieri in cambio della sua vita e di quella dei suoi figlioli.

Come concordato quello rispose, quasi avesse pietà della giovane madre:

«Farò come volete madonna, ma prima voglio parlare con Voi per sistemare le cose mie e stabilire il salario che mi è dovuto. E per non essere indicato come traditore voglio anche una dichiarazione di benservito di vostro pugno».

Gli Orsi, che Caterina la conoscevano bene, intuendo un tranello, si dichiararono contrari a farla entrare da sola nella rocca, ma alla fine prevalse la decisione di monsignor Savelli, che temendo le lamentele del duca di Milano, le concesse tre ore di tempo per parlamentare col castellano. Invece la contessa fece rivolgere le armi verso la città e sparare alcuni colpi di avvertimento. In risposta i congiurati portarono i suoi figli, impauriti e piangenti, sotto le mura e la informarono che, se non si fosse arresa, li avrebbero uccisi sotto i suoi occhi.

Secondo i racconti a noi giunti, che ancora oggi trovano buon credito, Caterina, alzandosi la gonna rispose:

«Fate come vi piace, ho qui lo stampo per farne altri». Tuttavia nessuna convalida ci è giunta dai testimoni oculari che scrissero le cronache dell’epoca ed è più probabile che lei valutasse più sicuro attendere l’aiuto degli alleati, poiché tutto sarebbe stato perduto se avesse ceduto a ciò che l’amore materno suggeriva.

Nei giorni successivi arrivò da Milano un esercito di dodicimila uomini tra fanti e cavalieri, che prontamente riconquistò la città. E giunse anche, da Roma, la conferma del vicariato a Ottaviano, il figlio primogenito di Girolamo, sotto la reggenza della madre.

La vendetta di Caterina si abbatté feroce su quanti avevano preso parte, o sostenuto, la congiura condannandoli a morte o all’esilio. Fece anche demolire la casa degli Orsi e regalarne gli arredi, le suppellettili e i vini della cantina alla povera gente del popolo.


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