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Una storia di Pirant

Questa storia è presente nel magazine La raccolta dei frammenti

Un sorriso grande quanto il mondo.

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22 minuti

Pubblicato il 12 ottobre 2019 in Storie d’amore

Tags: #abbraccio #conforto #frammenti #naturale #rabbia

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E anche l'ultima bottiglia di Gin scese giù, lungo la sua gola secca e amara, con un sorso lungo che bruciò ogni cosa presente nel suo organismo, provocando un dolore tale che lo avrebbe ricordato per moltissimo tempo lungo tutta la pesantezza della mezza età. Era passato troppo tempo dall’ultima volta che il suo fegato si riempiva di bevande alcoliche sino alla sbornia, quindi tutto era più pesante e dolorante rispetto a quando era più giovane, più preparato, più esperto per quelle lunghe notti in compagnia delle bottiglie e dei gabinetti.


Tutto quel Gin avrebbe potuto peggiorare la sua salute da 52 enne, quella già resa precaria dalla stanchezza e dalla fatica. Ma poco gli importava in quel momento, considerando tutti gli altri problemi che aveva per la testa, talmente pesanti per il suo animo da rendere ogni male fisico secondario. Problemi che insultavano il suo onore, la sua professione, la sua carriera da Ufficiale dell’esercito, il suo unico scopo nella vita. Problemi che andavano contro tutto ciò che lo teneva ancora attivo e dava lui un'importanza concreta nel sistema. Problemi tipici di un grande uomo di un grande esercito che, a causa di un errore molto grave dovuto dalla mente non più fresca e rilassata come un tempo, pagava con tutto sé stesso il prezzo della disfatta. Il prezzo del fallimento della missione che non sarebbe dovuta fallire. Il prezzo del no capire la strategia del nemico, quella che con tutta la sua esperienza avrebbe dovuto intuire e contrattaccare all’istante, in modo da evitare l’inutile morte dei soldati giovani e speciali per la nazione, che mandò a testa bassa verso una trappola. Il prezzo di una missione che, soprattutto, non avrebbe dovuto permettere al nemico di vincere in modo così schiacciante, imbarazzando la sua nazione e la sua persona.


Il grande Ufficiale Gregory Nelson, famoso per le sue strategie sul campo di battaglia, si era infatti macchiato di una disfatta massiccia e pesante. Più grave di un organismo distrutto da bottiglie di Gin.


Per il suo insuccesso, per la sua disattenzione dei dettagli che non sarebbero passati in secondo piano se la mente avesse avuto moltissimi anni mentali in meno, il suo onore e il suo futuro si erano disintegrati come fossero cumuli di neve sciolti da un fiotto di urina. E con l’onore distrutto nessuno ebbe pietà di lui, andando contro la sua persona con tutti i mezzi politici e militari possibili, rendendo la sua saggia e antica presenza, in quella fazione militare, ormai inutile per qualsiasi futuro prossimo. Tutto trovò il modo di sotterrare la sua carriera nel posto più profondo della Terra, spingendo la realtà stessa a dimenticarsi di lui come Eroe, preferendo bollarlo come antichità stanca e superata a tal punto da dover essere rinchiusa in una piramide, dove poter passare gli ultimi istanti di vita sommerso da lacrime di vergogna.


Un’antichità da dimenticare, per lasciare il posto alle modernità.


L’Ufficiale, il soldato, l’uomo, ciò che era rimasto di lui soffriva per questo, sentendo come un macigno tutto il peso di ciò che era diventato. Si guardò le mani rugose, maledicendosele. Tremolanti per la tensione e la frustrazione si mostrarono inutili persino per firmare documenti, figuriamoci per impugnare una pistola. Le sentì completamente diverse da quelle che tanto apprezzava in passato, odiandole come fossero uno dei suoi nemici di carriera. Si guardò il corpo scoperto, maledicendo anche lui. Lo disgustò la sua poca efficienza, il suo lardo di mezza età che sostituiva gran parte dei muscoli, la sua pelle calante che sentiva tutto il peso di tutti gli inverni solitari e pieni di Gin che aveva superato. Sentiva il dolore delle cicatrici di tempi antichi che pulsavano di dolore, non avendo alcuna resistenza della carne che possa impedire loro di annoiare.


Mani e corpo erano uno spettro del passato, quasi come la sua mente, forse la parte più antica e malridotta di tutto il suo essere, che soffriva più dello stomaco e del fegato affogati nel Gin. O degli occhi disidratati dalle lacrime. O dalle braccia e gambe tumefatte dai calci e dai pugni indirizzati a tutto quello che poteva essere preso a pugni e a calci. La mente soffriva come non mai, distruggendo tutta la sua sanità mentale man mano che la serata proseguiva tra un bicchiere e un oggetto rotto. Un altro bicchiere e un altro oggetto rotto. E ancora un bicchiere bevuto tutto d'un sorso e ancora un oggetto rotto contro il muro.


E poi, quando non ci fu alcun prezioso elemento da scagliare rovinosamente contro le pareti, toccò infine a ciò che permetteva lui di bere ancora e ancora: le bottiglie che giacevano vuote ai suoi piedi e, soprattutto, il suo prezioso bicchiere di vetro murano, che sempre utilizzava per le bevute con i compagni, gli amici e le donne che un tempo ospitava nel suo ufficio. Tutte quelle persone che, con gli anni, smisero di accettare la sua compagnia tesa e irascibile, lasciandolo solo con i suoi problemi sino alla fine. Osservò attentamente il suo decorato pezzo di vetro, provando disgusto per la sua esistenza, per le persone distanti che ebbero l'idea di regalarglielo come premio per la carriera e per ciò che gli permetteva di fare quella sera: ubriacarsi, soffocare il dolore dell’insuccesso e dell’età che avanzava con tutto ciò che superava i 40 gradi. Di tormentare tutto sé stesso così senza alcuna dignità.


Sentì crescere rabbia nei suoi confronti, la furia, la voglia di sangue. Sentì i forti impulsi nel lanciarlo contro il muro e porre fine alla sua preziosa esistenza, mandando al creatore lui e anche chi, anni prima, reputò fosse un'ottima idea fargli quel regalo. Quei “chi” che non erano lì con lui perché attendevano il giorno successivo per incontrarlo con i pugnali in mano. «Dove siete ora, maledetti?» disse a voce alta, parlando con il bicchiere. «Eh? Perché non siete qui a vantarvi? Perché non ho la vostra voce petulante che mi fa la morale e mi deride? Eh... So dove siete... Siete nell'ufficio di Rubens a baciargli il culo per avere il mio posto, eh? Maledetti voi e chi vi ha dato i gradi... Andate tutti all'inferno.»


E dopo quelle parole sollevò il suo dolorante e tremolante braccio, tentando uno dei suoi migliori lanci contro la finestra di sempre. Irrigidì i muscoli. Distese il tutto a mo’ di catapulta. Strinse forte la mano e avviò il conto alla rovescia per il lancio del missile: Tre… Due... Uno...


«Se lo rompi non ti faremo più alcun regalo di compleanno per un bel pezzo, Signor Nelson.»


Ma all'improvviso una voce fermò il suo arto, riportandolo alla fredda e calma realtà. Si girò in sua direzione, per osservare meglio di chi fosse, notando una figura nell'ombra dalla silhouette molto familiare: donna di mezza età, capelli a coda di cavallo, corpo muscoloso cadente e sorriso sadico.


«Volta.» disse, stringendo i denti.


«Volta?» rispose la figura, con stupore. «Da quando ci chiamiamo per cognome?» uscì dalla parte buia, mostrandosi completamente sotto la luce fioca della luna. Camminò lentamente verso la sua posizione, avvicinandosi ai liquori a metà sulla scrivania, prendendo il gin aperto a metà. Diede un sorso rapido, assumendo un'espressione acida. «Mio Dio, sembra di bere lo sgrassante per il bagno... Non potevi ubriacarti con qualcosa di meglio?» poi rimase in silenzio fissandolo, come se attendesse una reazione alla sua ironia. Nelson preferì stare zitto e muto, senza proferire alcunché.



Era stupito di vedere quella donna: la sua vecchia amica Maria Volta. Lei era una delle poche non pugnalatrici nella sua vita, ma comunque una delle tante litiganti che approfittò di ogni occasione propizia per rivaleggiare con la sua carriera, tra parole velenose e prese di posizione sul fronte, rivendicando onori militari da rispettare e gradi da potenziare. Tanti elementi che, uniti insieme, cancellarono gran parte dei buoni propositi tra loro, a favore di una guerra fredda che li spinse a non frequentarsi più fino a data da destinarsi. Fino a una prossima tregua che non arrivava mai.


Per questo, infatti, la volontà di stare con lei era molto più in bassa del suo spirito e, soprattutto, della sua dignità. L'uomo triste e nervoso non voleva discutere con la sua rivale di ciò che stava provando, come non voleva avere vicino una persona dalla relazione così precaria. Come non voleva che lei lo vedesse ridotto in quello stato, a versare lacrime e alcool dagli occhi. Non voleva fare nulla con lei a prescindere, per non rovinare quel poco rimasto tra loro.


«Per favore, lasciami solo.» le disse, diretto. «Ho già i nervi a fior di pelle e l'umore distrutto, non ho bisogno della tua compagnia.»


«Lo vedo che sei nervoso, infatti.» rispose lei. «O almeno l'ho sentito dalla mia stanza. Sembrava che fosse entrato un commando qua dentro, da quanto rumore hai fatto da solo. Non è il modo migliore per svegliarsi...»

Lui non rispose, distogliendo lo sguardo. Lei si avvicinò ulteriormente.


«Come sei entrata?» le chiese.


«Non hai chiuso la serratura, quindi ho solo aperto la porta e ti ho visto spaccare qualcosa, urlare a qualcuno e bere. Ero qui da almeno cinque minuti di orologio e non ti sei accorto di nulla.»


«Maledizione a te, Volta…»


«Adesso insulti pure? Datti una calmata o ti abbatto qui adesso.»


«Provaci. Sarò anche uno schifo, ma un cazzotto riesco comunque a tirartelo in faccia senza problemi.»


«Addirittura un cazzotto... Che paura.»


«Preferiresti un calcio in culo? Che dici?»


«Preferirei che tu ti calmassi, Gregory, invece che fare il patetico e il bambino in questo modo, specialmente con me…»


Quando sentì il suo nome, tornò con lo sguardo verso il viso di lei, notandole maschera seria e fredda. Non ricordò l'ultima volta che le vide quell'espressione, come nemmeno l’occasione in cui il sorriso cinico e acido, che sempre portava anche quando litigava, svanì così rapidamente. Volta era un’eterna signora allegra, ma in quella notte cupa e triste preferì cambiare immagine, segno che stava prendendo la questione con un polso molto più rigido del solito. ‘A questo punto non se ne andrà facilmente.’ pensò l’ubriaco Gregory.


«E va bene Volta, scusa... Mi calmo. Basta che te ne vai... Tanto credo di essere arrivato al limite con il Gin... Se bevo ancora mi ricoverano.» le disse tranquillamente, cercando di tagliare corto.


«Non c'era bisogno di arrivare a tanto...» gli rispose lei.


«Sì invece... Ne avevo bisogno… Una volta tanto.»


«Non si sacrifica in questo modo la dignità. Ci sono modi migliori…»


«Ma quale dignità? Volta, non ho più nulla da rispettare, ormai… Sono finito, quindi posso anche mandare al diavolo tutto…»


«Non sei finito… È solo stato un errore, Gregory. Può capitare un errore militare, lo sai benissimo»


«Piantala… Il mio errore è troppo grave… Poi lo sai… Ho dimostrato tutto quello che mi hanno detto tutti… Ho dimostrato di essere superato… Ho dimostrato di non saper più fare il mio lavoro e… Oh al diavolo, non ho intenzione di parlarne con te.»


«Gregory.» lei continuò a ripetere il suo nome da civile, avvicinandosi sempre più. Uscendo dal buio della stanza, il suo corpo parve riflettersi alla luce della luna. «Parlamene invece. Sono qui apposta.»


«Ho detto di no…»


«Eddai… Non fare così. Parlami, sfogati. Lo sai che puoi sempre contare su di me, almeno per queste cose. O non ho più nemmeno la possibilità di darti una spalla su cui piangere?»


A ogni parola detta seguiva un passo di lei verso la sua posizione, tanto che entrarono in contatto quasi subito. Lei gli toccò una spalla, con un segno di conforto che lui affrontò con freddezza, ignorando la confidenza che sembrava avere nei suoi confronti. Volta fu talmente vicina che poté vederle il corpo in tutta la sua interezza, senza che il buio la nascondesse affatto. Involontariamente ebbe una distrazione dai problemi e da tutto il resto, lasciandosi prendere dalla curiosità nel vedere il fisico della sua amica che, in quel momento, era completamente diverso da come lo ricordava in gioventù, quando i muscoli erano sodi e fieri di esistere, non contaminati da età e stress fisico.


Ma la distrazione, però, durò poco.


«Non fare l'orgoglioso anche oggi... Non almeno con me.» continuò lei. «Posso capire Pattern o Stroll, che sono due bastardi, ma almeno io... Non credi che almeno io non possa sentire i tuoi piagnistei? Andiamo, fai l’omone adulto...»


Gregory sbuffò acidamente. «Non sei il tipo per un conforto.»


«Lo dici senza mettermi alla prova?»


«Ti conosco bene… Da tanti anni. So come sei fatta, quindi evitiamo di fare cose a noi estranee… Non sei adatta per le confidenze, non lo sei mai stata. Non hai mai aiutato gli altri su queste cose, ma soprattutto non hai mai aiutato me quando c’era bisogno…»


«Difficile aiutare un uomo in un alto castello. Mi hai sempre respinto quando ti succedevano cose simili, tirando fuori orgoglio e prese di posizioni… Sei testardo come un mulo e duro come una pietra.»


Fece un secondo sbuffo.


«Andiamo, lo sai anche tu che ti ho sempre invitato a prendere da bere, o anche solo guardare un film per distrarti, ma tu hai sempre fatto una guerra fredda nei miei confronti, come se mi temessi o pensassi che non valesse la pena lasciarti aiutare da me… O peggio.»


«No, peggio no…»


«A volte mi vedi come loro, come fossi una Stroll con le tette e la faccia meno da culo… Posso capire che, dopo i litigi, il nostro rapporto sia peggiorato… Ma andiamo…»


«Non ti metto ai loro livelli.»


«Davvero? Eppure, secondo me, lo fai eccome. Conoscendoti mi avrai visto in quel modo sin da quando ho protestato per la missione…»


«No, invece, su quello puoi stare tranquilla.»


«Si, come no. Lo vedo che mi stai mentendo… Mi hai messo allo stesso livello di Stroll, un lecchino opportunista. Ti pare che io sia lecchina? Forse opportunista, lo ammetto, come lo puoi essere tu… Dopotutto, non dimenticarti chi fossi prima che il nome di tuo padre ti aiutasse… E scusa se lo metto in mezzo.»


Gregory strinse i denti, quando sentì il nome del genitore.


«Ma non sono lecchina e bastarda approfittatrice. Sono sempre stata al tuo fianco, anche quando litigavamo. Se ti ho detto cose brutte è solo per farti capire quanto tu sia testardo.»


«Volta… Anzi… Maria… Per favore. Lascia perdere. Non voglio affrontare anche questo discorso... Parliamone in seguito, ok?»


«Va bene. Allora parliamo del tuo problema?» ­


Lei continuò ad avvicinarsi, apparendo completamente sotto ai suoi occhi stanchi. Sentì il suo umore amareggiarsi sempre più, preoccupandosi per un possibile scatto di ira che potesse allontanarla nel modo peggiore, forse per sempre. Non voleva che Volta entrasse nel suo dolore. Preferiva lasciarla in disparte ed evitare di rompere quel poco che era rimasto di loro, quello che ancora rispettava e che non aveva bruciato insieme a tutto il resto. Ma non riusciva a farsi valere. Non riusciva a parlare o a impostare una frase come si deve. La sua professionale parlantina da Ufficiale pluripremiato si era spenta quella notte, lasciando che la bocca biascicasse risposte semplici e patetiche.


«Non ti avvicinare.» le disse, scuotendo la testa lateralmente per riprendersi. «Lascia perdere, Maria... Non voglio litigare… Non voglio che mi vedi…»


«Ubriaco fradicio.»


«Si esatto, non voglio che mi vedi ubriaco fradicio, quindi lasciami sbollire la sbornia da solo e torna a dormire… Non… Non voglio la tua presenza… Non voglio la presenza di tutti voi…»


«Voi chi? Ci sono solo io con te. Ti ho detto di non mettermi in mezzo in questa storia… Io ho sempre avuto rispetto per te e il tuo lavoro.»


Sentì la mente scattare di rabbia, soprattutto a causa della sua confusione che lo rendeva uno stupido impacciato. Odiava la sua confusione. «Al diavolo, ti ho detto che non mi interessa… Non voglio che tu mi stia vicina, adesso… Che mi ascolti in questo stato, che senta le mie idiozie inutili su cosa diavolo è successo e… E… E altre cose di cui preferirei non parlare con nessuno, tantomeno con te che hai già i tuoi problemi e non hai tempo per dedicarti a…»


Ma non fece in tempo a finire la frase che la donna gli chiuse la bocca, appoggiando delicatamente due dita sulle sue labbra. Un gesto improvviso che lo prese alla sprovvista, considerando l’approccio fin troppo morbido da parte di una persona per nulla delicata, famosa per tirare pugni invece che carezze. Quell’azione lo riportò nella distrazione, ma soprattutto gli fece abbassare ancora di più la guardia, tanto che un flashback gli fece ricordare un frammento del passato dove lei, da giovane, fece un gesto simile per calmarlo. Più violento, ma simile.


‘No, non entrerai dentro di me.’ pensò. ‘Non posso permetterti di entrare’.


«Respira.» gli disse lei. «Concentrati e respira. Prenditi alcuni secondi di calma.»


Gregory la osservò tristemente, sentendo le sue difese sgretolarsi sempre più. ‘Lasciami nel mio dolore, da solo. Come sempre.’ pensò. ‘Non farlo.’


«Obbedisci.» lo ammonì lei, con uno sguardo deciso. Le dita fecero pressione sulle labbra. «Respira e rilassati. Ok? Cerca di riordinare le idee… Dai che ce la fai. Credo in te.»


‘Non voglio.’ continuò a pensare, ma la sua mente non riuscì a far prevalere la sua decisione, abbassando le barriere sempre più. Chiudendo gli occhi e riaprendoli subito dopo, passò quasi un minuto in silenzio facendo dei lunghi respiri strategici, riuscendo a limitare molti pensieri negativi e una piccola parte dello stordimento dovuto dal Gin. Sentendosi leggermente più lucido si guardò attorno, notando le condizioni della stanza che gli provocarono un grande dispiacere: statue, bottiglie, gioielli e medaglie distrutte. Una vita collezionata e gettata nell’oblio della rabbia in soli pochi minuti. Un rimpianto per tutto il valore di quegli anni pesanti e dolorosi ottenuto con il sangue. Sentì una fitta pesante quasi quanto il suo peccato.


Poi guardò la finestra, cercando conforto nel chiarore della Luna, che ammirò con un certo interesse e delusione, perché la sua mente trovò una breccia per ricordare altri momenti passati, insieme a vecchi rimpianti di vite diverse dall’esercito che però mai riuscì a realizzare, in un periodo di crisi economiche in famiglia e di volontà nel fargli seguire la via del soldato, come fece il padre e il padre di suo padre a sua volta. Gregory accettò il futuro voluto dalla sua famiglia, accettò di diventare ciò che era diventato, senza però negare un breve rimpianto di altri mondi lontani dalle armi, come la vita di astronauta o di dirigente di un’azienda di automobili, per non parlare di un vecchio suo pallino per la musica o la scrittura a livelli professionali, che solo in tarda età cercò di avviare nei brevi momenti senza rabbia. L’esercito diede lui un futuro decisamente fortunato, soprattutto quando arrivò nei piani alti grazie alla sua bravura e alle sue geniali strategie, per non parlare del piccolo aiuto del nome di famiglia, o dello sfruttamento poco orgoglioso di opportunità uniche che gli permisero di salire sempre più e sopravvivere molto più di quando fecero molti altri, ma in giorni di distruzione come quelli sentì il peso di una decisione che sarebbe potuta essere diversa, forse migliore sul lato emozionale e problematico. Organizzare una passeggiata nello spazio, creare una macchina, scrivere un bel libro di fantascienza erano tutte imprese più emozionanti, rispetto a quella di organizzare una missione con la speranza di veder tornare a casa più soldati possibili.


Quel piccolo momento di pausa fece lui pensare a una storia differente, forse senza bottiglie versate a terra, senza ricordi fisici lanciati contro il muro e con persone con cui aprirsi veramente. Una storia, quindi, forse senza nessun tradimento della sua fiducia e con rapporti ancora vivi e non corrotti dall’odio, dalla pressante carriera e dalla sfida continua.


Una via con ancora degli amici al suo fianco. Amici come Maria, l’unica rimasta tale fino a quel momento, nonostante tutto.


Dopo i mobili e la Luna, concentrò il suo sguardo anche su di lei, cercando di fantasticare e immaginare un futuro più positivo per entrambi. Astronauti nello spazio, nella stazione in orbita mentre giocano con le barrette di cioccolato che galleggiano in tutto l’abitacolo. Musicisti abbracciati in un palco davanti a milioni di persone, festeggiando l’ennesimo album con successo e onore. Manager che fanno cin-cin con il bicchiere di champagne per gli enormi ricavi. Storie di amici per la pelle che vivono una vita senza litigi per la carriera, senza prese di posizione, senza rivalità, senza nonnismi e senza alcuno scavalcamento di gradi.


O magari, anche più di semplici amici. Forse amanti?


Fu certo che la loro relazione si basasse su una confidenza superiore alla comune amicizia, quindi non si sarebbe stupito se, in casi diversi, il tutto avrebbe potuto portare a un fidanzamento, o a un matrimonio. A prescindere su una storia più romantica di una comune relazione confidenziale, resa problematica dalla rabbia e dallo stress. Qualcosa ricco di allegri futuri pieni di intimità, che mai anche solo lontanamente considerò in gioventù, essendo il suo onore sempre fermo sul rispetto militare e la carriera che rendeva superflua ogni cosa. Una scelta che, in quella sera confusa e triste, si pentì come non mai di aver preso. Forse era opera dell’alcool, o del dolore mentale e fisico, ma la sua mente smise per un’istante di ricordare Volta come una semplice compagna di sventure, osservandola con una luce completamente diversa: più intima, più desiderosa di anima e corpo.


Fu in quel momento che lei entrò dentro, come temeva accadesse sin dal primo momento in cui la vide uscire dall’ombra. ‘Accidenti a te…’ pensò, cercando di provare amarezza per la sua scelta, ma senza riuscirci.


«Ora ti sei calmato?» le disse improvvisamente lei, sorridendo.


«Si.» le rispose lui, uscendo temporaneamente dai suoi pensieri. Lo fece agitando la testa, come per uscire da un’ipnosi. «Ora mi sono calmato.»


Senza indugio, Maria si avvicinò ancora di più alla sua posizione, sedendosi di fianco per abbracciarlo con un solo braccio stretto sui fianchi. Sentì una presa decisa che lo strattonò, sia fisicamente che mentalmente.


«Allora facciamoci una bella chiacchierata, che dici?» gli disse, stringendosi ancora di più, tanto che poté sentirle l’odore di donna non coperto da profumi o detergenti per pulire le loro preziose divise da ufficiali. Fu qualcosa che lo spinse a distrarsi dal problema nuovamente, per concentrarsi come non mai sull’essere fisico della sua collega, ricordando un altro frammento di passato che mai considerò con i sensi.


Un flashback gli ricordò quando entrambi avevano più di venticinque anni e lei aveva un fisico pronunciato dai muscoli belli forti e possenti, tipici di giovane promessa dello sport: spalle larghe, collo lungo, petto ampio, braccia robuste e gambe corazzate. Una figura col tempo cambiata leggermente dall’età, dallo stress e dalla voglia di riposo, riducendo notevolmente la formosità generale e togliendo tartarughe per mettere, al loro posto, banali rotoli di pelle.


‘Rotoli di pelle, muscoli, formosità.’ I suoi pensieri si stupirono di quelle parole poco militari, ma infinitamente più umane e sessuali, che lo motivarono a proseguire nell’ammirazione dei lati femminili di Maria, soffermandosi anche su un particolare che apprezzò moltissimo in lei: la naturalezza del suo essere. Andando contro ogni stereotipo o vanità, Maria seguiva il suo mondo indipendente e personale, plasmandoselo senza porsi problemi di immagine: viso struccato perennemente, capelli con tratti di invecchiamento non combattuto da tinture, niente in generale che le dia l’aspetto di una modella di una rivista, rendendola diversa dalle ufficiali donne delle nuove generazioni, dall’aspetto curato e “carino” sviluppato per mediazioni meno fredde, per vanità o per imposizioni sociali. Anche il corpo seguì lo stesso principio, con la sua pelle non corretta da costosi prodotti, non toccata da rasoi, quindi con braccia, ascelle e gambe ricoperte da villosità per nulla antiestetiche, ma soprattutto non toccata da paure per i muscoli calanti.


Tutto, in quella donna, era naturale come non mai e solo per questo il suo cuore sentì emozioni molto più pesanti. L’impulso, da sempre rigettato, tornò forte nel suo corpo, il sangue caldo nelle vene lo riscaldò più del sole d’estate e la forte sensazione nella pancia, che sempre calmò senza alcun rimorso, lo colpì come un crampo.


Chiudendo gli occhi, cercò di “riavviare” la sua mente, trovando concentrazione per non andare troppo in là con le sensazioni. Poi osservò nuovamente Maria negli occhi tondi e decisi, non riuscendo nel suo intento. Quando le vide il sorriso più ampio e sincero mai visto in lei, che riuscì ad addolcire il Gin nel suo sangue come farebbe una sirena, fu il momento in cui disse al suo IO rigido e scontroso un forte ‘Al diavolo…’ decidendo di rassegnarsi e aprirsi senza troppo indugio.


Il punto di non ritorno era arrivato, pronto a cambiare le carte in tavola.


Sospirando con forza, trovò le forze per parlare. «Ok. Cominciamo.»


E il discorso partì senza indugio.


Parlò per quasi un’ora del suo problema, lasciandosi andare sempre più come fosse da una psicologa. Nel calderone mise tutti gli ingredienti: ufficiali con poca simpatia, imprevisti di ogni genere, ordini che fu costretto a seguire, prepotenze di colleghi che gli tarparono le ali, ponti crollati, bombe esplose in ritardo. Parlò di colpe che colpirono solo la sua persona, uomini ingannati da strategie più fresche e moderne delle sue, stupidità dell’esercito e di intelligenze nemiche troppo evolute per lui. Soprattutto parlò di stanchezza e di lentezza. Di morte e di dolore. Parola dopo parola sentì la sua corazza sgretolarsi, con una Volta che, con calma e qualche sprizzo di ironia, con una carezza e un abbraccio molto confidenziale, stava sfruttando la sua libertà di donna per varcare la soglia del suo animo da troppo tempo chiusa. Chiusa dal dovere e dalla rabbia che lo trasformarono in un orso aggressivo e inumano.


Orso che sentì sempre più di voler uscire dal letargo per lasciarsi prendere dall’emozione, senza temere coltelli nella schiena e cuori spezzati.


E una volta finita tutta la confessione, dopo la conclusione della sua epopea e dopo altre confidenze profonde di Maria, tutto il suo IO esaurì la carica della sua corazza, emozionandosi come non mai e lasciando scorrere altre lacrime dagli occhi stanchi. Ma non erano lacrime tristi: erano lacrime di gioia, fortunatamente. Lacrime di sollievo e di passione, che Maria rese meno dolorose con un sorriso grande quanto il mondo, privo di sarcasmo e ricolmo di una gioia inesplorata anche per lei.


Gregory, quindi, si lasciò finalmente andare nella notte calda e silenziosa, affrontando il problema finale della sua carriera, la sua rabbia infinita e la sua enorme tristezza, insieme a quell’alleato che sempre combatteva al suo fianco, ma che mai pensò di accettare nel suo alto e solitario castello.

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