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Una storia di AndyArton

Vivere (fottere e morire)

in collaborazione con Giulia Sartori

109 visualizzazioni

5 minuti

Pubblicato il 04 gennaio 2021 in Fantascienza

Tags: #cyberpunk #fantascienza

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Sono la tua ossessione. Sono il tuo giocattolo, una bambola di pezza a cui ti diverte torcere i polsi e tenerli così, stretti tra le dita. Sono tutto ciò che credi di poter desiderare davvero questa notte e di far tuo al punto da decidere quale unghia far saltare e quanto a fondo spingere. In realtà sono solo una stupida, che ora ti dà la schiena e sa di non potersi dimenare senza rischiare di spezzarsi. È così che funziona, è per questo che sei venuto proprio qui tra tanti bordelli. Non ti soddisfano più gli androidi, tanto simili a donne vere da averle sostituite nel compito di soddisfare i piaceri più perversi, senza però riuscirci completamente. Ci sono tipi come te che cercano ancora il gusto proibito della carne. Qui nessuno può vederti farmi del male. Tu vuoi sentire com’è quando a soffrire sotto le tue mani è la mia voce strozzata. A volte prima di incontrare i clienti mi danno della droga, ma tu non hai voluto, a te piace che mi ribelli. Mentre mi tieni la testa schiacciata contro il cuscino fisso l’ologramma sul comodino. Mezzanotte e zero-tre minuti. Cerco di indovinare quanto durerai ancora. Due minuti? Dieci? Aspetto che il tre diventi un quattro, ma devi esserti reso conto che ho smesso di lottare perché mi costringi a voltarmi e mi guardi.

Non sei brutto. Dev’essere perché sei ricco. Quelli ricchi hanno sempre una forma del viso delicata, probabilmente scolpita da un chirurgo plastico. La bruttezza tu ce l’hai negli occhi. Sono azzurri, gelidi come il ghiaccio, una stilettata allo stomaco quando me li punti contro. Mi odi. Anche io ti odio, mi disgusti, ma rimango impassibile, me lo tengo per me il mio odio perché so che così non ti concedo quest’unica parte di me e anche se questo ti farà infuriare di più perché sei venuto qui per vedere delle emozioni sulla mia faccia non ti darò niente. Sarò esattamente come una di quelle bambole di plastica che fanno le prostitute nei bordelli legalizzati dallo stato e sponsorizzati da corporazioni che vendono sintetici di alta qualità. Ma tu mandi tutto il mio piano all’aria quando tiri fuori il coltello. Capisci immediatamente che sono spaventata perché arricci le labbra in un sorriso meschino, uno che snuda denti bianchi perfetti.

Non voglio morire, non so nemmeno più perché, ma non voglio morire. Non farei questo lavoro di merda altrimenti. Voglio pagarmi l’affitto. Voglio delle belle cose. Voglio mangiare ancora una volta nel ristorante all’angolo. Voglio guardare tutti i film che ancora non ho visto. Voglio vivere. Ti prego lasciami vivere. Ti supplico con lo sguardo quando avvicini la lama alla mia gola. Ti piace, così torni a muoverti sopra di me, lo fai con più foga, più rabbia. Fa male, ma rimango immobile. Quando un gemito ti sfugge dalle labbra perdi la presa sul manico del pugnale così lo afferro e pianto la lama nella tua gola. Arretri portandoti le mani al collo, così salto giù dal letto, prendo la mia vestaglia di finta seta con un motivo a fiori. Mi era piaciuta tanto. Adesso temo che se mi arresteranno non avrò nient’altro addosso. Mi fa paura.

La infilo mentre già corro. Non ho preso le scarpe. Me ne rendo conto quando esco dal bordello e sento l’asfalto bagnato sotto i piedi. C’è una limousine parcheggiata al lato della strada. Ne esce un uomo in giacca e cravatta. Mi fissa. Sono coperta di sangue, tra i capelli, sul viso. Merda. Deve essere la tua guardia del corpo. Accelero il passo. Prendo una strada affollata. Mi faccio largo tra i passanti a spintoni, con rabbia. Combatto per la mia vita.

Ricomincia a piovere.

Lava via il sangue.

Io continuo a correre.

Prendo una svolta dopo l’altra senza riflettere, nemmeno ci riuscirei volendo.

Sto per morire.

Lo capisco quando di colpo mi trovo in un vicolo cieco. Mi volto per tornare indietro, ma c’è lui. Giacca e cravatta scuri, fradici quanto me. Siamo dietro un ristorante cinese ne sento l’odore dolciastro, mi guardo intorno, non ci sono appigli.

Morirò qui.

Decido che non me ne andrò terrorizzata a morte, decido che lo farò guardando negli occhi il mio assassino. Metto nello sguardo tutta la mia rabbia come se così potessi ucciderlo. Non me lo merito, persino io che non valgo niente non merito di morire. Io voglio vivere, cazzo, è colpa di quel pezzo di merda, non mia!

C’è una sola falla nel mio piano, lui ha gli occhi marroni, non abbastanza scuri da sembrare neri, ma caldi e profondi, tanto profondi che invece di aggredirmi come squali, mi risucchiano mentre mi osserva. Ha un viso dolce anche se è duro, squadrato sulla mascella. È più una sensazione che un dettaglio della sua espressione. D’improvviso so che se qualcuno deve uccidermi mi va bene che lo faccia lui, mi è rimasto solo questo. Sono io che lo voglio.

L’acqua non smette di scrosciare tra di noi, su di noi.

I miei respiri si fanno più lenti.

Mi chiedo cosa stia aspettando.

Poi abbassa appena la pistola. Non mi muovo finché non punta a terra.

Ho ucciso il suo capo, sta facendo un grosso errore. Però, non mi fermo a spiegarglielo, penso che già lo sappia, mi muovo lentamente con la schiena premuta contro il muro senza perderlo di vista, e quando finalmente l’ho superato riprendo a correre. Per un attimo ho paura che mi spari alle spalle, come un sadico bastardo, ma poi mi dico che lui non lo farebbe mai.


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