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Una storia di BrunoMagnolfi

Casa di riposo.

Non ci sono più state delle vere giornate di riposo

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3 minuti

Pubblicato il 11 maggio 2020 in Avventura

Tags: #disagio #raccontobreve #virus

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Non ci sono più state delle vere giornate di riposo, da quando è iniziato tutto. Ho continuato a dirmi da sola, quasi continuamente, che questo è soltanto il mio lavoro, e quelle che mi trovo davanti a me durante questi turni infiniti alla casa di riposo non sono neppure delle persone vere, perché non hanno niente di simile a me oppure ai miei colleghi: sono soltanto coloro di cui devo occuparmi, uomini e donne anziani come sono, spesso ammalati gravi, infermi, qualche volta alla fine, soltanto corpi, di cui noi del personale di assistenza ci dobbiamo prendere cura, così come è stato già previsto dai nostri protocolli di contratto, fino al possibile raggiungimento del loro ultimo momento, e dopo basta, senza neanche conservarne poi troppa memoria. Perché, se per esempio cominciassi a farmi prendere emotivamente da quelle loro espressioni, dalle piccole storie che certe volte qualcuno mi ha raccontato, da quegli occhi imploranti, dalle mani che spesso cercano di stringermi, non potrei mai più fare questo mestiere. Distaccata, ecco come devo essere, professionale, con lo sguardo sugli strumenti quando ci sono, per controllare che tutto vada bene, che non si verifichino delle dimenticanze nelle terapie, nell’ascolto dei loro lamenti, oppure in quel continuo accudire di ogni bisogno, di qualsiasi necessità; e poi rimanermene sempre lontana il più possibile da quel particolare modo di essere stato di ognuno di loro per tutti quegli anni che portano sopra le spalle, ed infine restare indifferente anche a quella personale maniera che molti hanno adesso nella semplice dimostrazione di aver addirittura vissuto per tutto questo tempo.

Non si lamentano sempre, molti di loro anzi non dicono quasi nulla, lasciano con distacco al personale che hanno più vicino, sempre pronto ad occuparsi di tutto al posto loro, il compito di fare qualsiasi cosa sia necessaria, qualsiasi cosa di cui se ne ravveda l’emergenza, e dopo basta. Non ti guardano nemmeno, in tanti casi, quasi fossero indifferenti, disinteressati sia di noi del personale, che di ciò che li circonda, come se anche loro si fossero in qualche modo già distaccati dal proprio corpo, ed adesso osservassero se stessi quasi da una diversa dimensione. Certe volte mi arrabbio con qualcuno di loro, cerca di scuoterlo, di fargli prendere coscienza di quello che sta succedendo, di quello che rappresentano, e della vita che ancora possono vivere se reagiscono, ma non ottengo mai assolutamente niente, e resto lì come una sciocca, a chiedermi come mai continuo a perdere del tempo, quando in questo luogo devo solamente lavorare.

Giunge poi questa donna dalla pelle rinsecchita e tutta grinze a dirmi che loro sono soltanto tutti vecchi, e per questo sono deboli, fragili i loro organi, prendono i bacilli con facilità, quindi si ammalano, soffrono, patiscono lentamente cercando forse di pensare a tutto ciò che neppure si ricordano del proprio passato, e di quello che è stato negli anni precedenti, e così sono anche più soli, isolati da una reale incapacità a difendersi, facili prede di qualsiasi malattia voglia presentarsi. La guardo un attimo: “non si preoccupi”, le dico, “sono cose che sappiamo bene tra tutti i miei colleghi; noi facciamo il massimo, voi dovete soltanto fare la vostra parte, e lasciarci lavorare”. Lei mi guarda, forse vorrebbe soltanto reclamare qualcosa, farmi comprendere con le sue maniere lente che non è sempre stato così, che c’è stato anche un lungo periodo della loro vita in cui hanno provato delle emozioni, dei forti sentimenti, magari dando prova d’intelligenza e di indubbie capacità d’intervento nei campi più disparati, che fosse stato l’andamento della propria famiglia o le redini di una complessa società, e che adesso è rimasto tutto dietro le loro spalle fragili, e che non c’è più altro da fare. Mi fermo, resto colpita dalle sue parole, così le faccio una carezza, ma subito le dico con freddezza che non è certo torturandosi che le cose potranno migliorare. Poi esco, vado subito nello spogliatoio deserto, apro l’armadietto dove stanno le mie cose, e subito inizio a piangere come una sciocca, anche se lo so, lo so benissimo, che non dovrei mai farlo.


Bruno Magnolfi


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