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Una storia di MirianaKuntz

Casa mia e casa tua

forse, mai più.

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3 minuti

Pubblicato il 30 novembre 2018 in Storie d’amore

Tags: #casa #sogni #impossibile

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Ho voglia di una casa mia. Che sia mia ed anche tua. Con le porte in legno massiccio, coi vetri delle finestre con su un po’ di neve a spruzzi. Con le luci che si vedono in lontananza, in una strada che conosco un po’ io e un po’ tu. Mi chiedo come sia facile mettere a posto il letto per tutti gli altri, un po’ meno per me, che faccio ancora confusione tra il lenzuolo, il copriletto e il piumino. Non ci capisco un bel niente, e penso che fare il letto ogni giorno sia una perdita di tempo, ma voglio imparare. Mi chiedo come sia alla sera chiudere la porta di casa con quattro mandate, perché tre non ti fanno stare sicura. Accoccolarsi sul salotto facendo a gara a chi si addormenta per primo, che pagherà pegno con un bacio. Mi chiedo come sia essere i primi a svegliarsi al mattino, girare il cucchiaino nel latte di avena al cioccolato, sentire che qualcuno dall’altra parte della stanza strofina contro le coperte per alzarsi piano piano, o ascoltare con un occhio chiuso ed uno aperto mentre l’altro se ne va, un po’ in ritardo e mezzo addormentato, con ancora un sogno appiccicato sulla divisa. Mi chiedo come sia difficile scegliere il colore dei piatti che vedrai ogni singolo giorno indossare il sapore del tuo cibo. Rosso, nero, cipria. Che lampadario è adatto, anche se alla fine si tiene sempre tutto spento, perché ad abbracciarsi al buio, ci si sente più sicuri.

Mi chiedo come sia stato bello per te scegliere il vostro letto, le vostre lenzuola, il divano perfetto per i sonnellini dopo il lavoro. Mi chiedo se ha fatto paura o no sedersi in mezzo a mille scatoloni, a disfare tutto, a riempire gli armadi, a sentire l’odore di nuovo delle tazze da colazione.

Com’è che si lava via la traccia delle cose nuove, e si marchia con l’abitudine le cose che avremo intorno ogni giorno?

Mi chiedo se sarei in grado di scegliere un bel dipinto da muro, piuttosto che una foto gigante di un viaggio insieme.

Mi chiedo che emozione sarebbe tenere per mano mia madre e mostrarle -casa mia-, ascoltare un consiglio sui tendaggi, perché tanto io sceglierei sempre cose nere su cose nere. Avere una cucina bella con una penisola al centro, almeno venti strumenti per tagliare, sminuzzare, tritare, perché non sono brava con le cose a memoria, ma sull’inventiva me la cavo abbastanza.

Mi chiedo come sia stato bello per voi avere le chiavi di casa e sentirvi proprietari di una cosa -comune-

Di come sia rassicurante mettere la testa sul cuscino e sentire che a dieci centimetri qualcuno respira e si addormenta, che se fuori piove e ci sono i lampi ci si può tenere un po’ per mano, che se la terra trema ci si guarda e si ha meno paura.

Mi chiedo quante candele stiperei nel cassetto, di quelle profumate da accendere mentre si legge o ci si bacia. E se col mio pigiama di lana sarei donna abbastanza per aggrapparmi alle notti delle carezze. Se senza il mio trucco, le mie scarpe alte e i vestiti che confondono, sarei ancora io, per te.

Mi chiedo come sia stato bello guardavi mentre ci si spoglia di tutti i vestiti, di ogni responsabilità, di ogni maschera del Sole, e restare lì, nudi e fermi, ai piedi di un muro dipinto da soli, adesso un po’ meno bambini.

Ed io che passeggiavo lentamente in mezzo a squarci di case che non esistono neppure, immaginavo fosse un po’ mia e un po’ tua, anche se non è realtà, anche se non ci sarà mai niente del genere. Anche se quelle candele non erano mie, quelle coperte non le avevo mai sentite addosso, quelle luci non avrebbero mai illuminato il nostro salone. Io mi specchiavo in un bagno che non conoscevo, sentendomi a casa, senza una casa.

Senza di te.


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