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Una storia di Danor

Luccichio

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2 minuti

Pubblicato il 02 marzo 2020 in Altro

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Lo sguardo andò verso la mensola sopra la sua scrivania. Vi erano riposte innumerevoli cianfrusaglie, ma non gli importava. L'ordine della sua stanza, tra tutte le cose che potevano avere una qualche importanza, stava così in basso nella scala delle sue priorità che sarebbe potuta benissimo esplodere una granata proprio lì, sopra quella mensola, e lui non avrebbe battuto ciglio se, tornando a casa, avesse trovato un simile disastro. Nemmeno si sarebbe preso la briga di mettere a posto. Avrebbe tirato su sulla scrivania devastata qualche libro caduto a terra, avrebbe spazzato via alla bell'e meglio le schegge più grossolane e poi non l'avrebbe più nemmeno degnato d'uno sguardo quell'angolo semidistrutto della sua tana.

Lo sguardo si posò su un piccolo oggetto che luccicava, nella semioscurità, colpito dalla fievole luce che filtrava dalla porta semichiusa. Era un coltellino svizzero che gli era stato regalato dai suoi amici per il suo compleanno, due anni prima. Dopo un breve momento di esitazione si avvicinò e lo prese tra le mani. Se lo rigirò tra le dita come soleva fare con portachiavi, catenine e ninnoli vari, ammirandone la fattura. Estrasse la lama. Era bella, pensò, mentre un lieve luccichio la attraversava. Toccò il filo con la punta delle dita, delicatamente, in modo appena sufficiente da sentire l'affilatura, ma senza ferirsi. Un brivido gli corse lungo tutto il corpo. Come in trance sollevò il braccio portandolo vicino alla lama. Si scoprì il polso senza pensare e fissò quell'intrico bluastro che si intravedeva sotto la pelle. Avvertiva le pulsazioni. Le sentiva e non pensava. Non pensava a tutti i suoi fallimenti. Non pensava alla sua meschinità di essere umano. Non pensava nemmeno alla grave malattia della madre. Ammirava soltanto con sguardo assente l'indifeso pallore della sua carne. Avvicinò la lama. Il luccichio svaniva mentre la penombra la tingeva di un grigio cupo. Ormai sentiva la vena in rilievo pulsare contro il freddo acciaio. Vide ciò che sarebbe successo: le lenzuola macchiate di sangue, l'orrore, il vuoto, la stanza d'ospedale dove si sarebbe svegliato, dove di colpo altre responsabilità gli sarebbero piovute addosso. Non che gli importasse. La vista era miserevole, ma il baratro era così invitante...

Di colpo di bloccò: un' orrenda realizzazione gli balenò nella mente. Nella folle visione era vivo! Perché mai? Si chiedeva. Eppure aveva desiderato di morire. NO! Non era vero. Lui non voleva morire. Era troppo vigliacco anche per quello. Scosse la testa con rassegnazione e ripose il coltello.

Per nulla turbato, rimuginò per qualche istante, poi, deciso, andò verso lo zaino posato a terra accanto alla scrivania. Vi frugò dentro e in breve tempo tirò fuori un paio di fogli bianchi, una penna e un raccoglitore da usare come appoggio. Poi si sedette sul letto, senza nemmeno prendersi la briga di accendere la luce, e scrisse:

"Lo sguardo andò verso la mensola sopra la sua scrivania..."


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