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Una storia di Trevor1

LE CREATURE DELL'OLTRE-MONDO

Privo di memoria e con una caviglia rotta, Jonas si risveglia in una caverna abitata da una creatura antica e leggendaria.

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165 minuti

Pubblicato il 27 marzo 2020 in Fantasy

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RISVEGLIO-ATTO 1
” Il mondo è davvero così come lo vedi? ”

Quando aprì gli occhi, Jonas capì subito di essersi cacciato in qualche guaio grosso, di gran lunga peggiore dei suoi soliti. Tuttavia un vuoto di memoria gli impedì di ricordare come, dove, e quando fosse finito lì dentro.
Intorno a lui c'erano il buio e l’odore pungente del muschio umido formatosi sulle pareti di roccia che lo circondavano. Questi ben presto fecero spazio al dolore lampante che il bambino avvertì alla caviglia qualche secondo dopo essersi svegliato.
Un sentimento di paura irruppe violento alla bocca dello stomaco. Si tastò la caviglia: era gonfia, molto gonfia. Appena provò a ruotarla, una fitta di dolore lancinante gli attraversò tutta la gamba, facendogli venire le lacrime agli occhi.
ˮRotta. La gamba è rottaˮ fu il suo primo pensiero.
Il secondo pensiero andò su suo padre e le sue due sorelle. Pensò a sua madre, che non c’era più ormai da due rotazioni. Erano passate già due rotazioni? Eppure il ricordo di lei era ancora così vivido, impresso nella mente come un volto di Dèa scolpito nel marmo di Erya. Il suo sorriso, la sua voce rassicurante, le fiabe che raccontava a tutti loro ogni sera dopo aver mangiato, quando si riunivano attorno al fuoco e la loro accogliente casetta nel villaggio di Oak diveniva l’unico posto sicuro separato dal mondo intero e dai suoi pericoli.
Non passò molto prima che si accorgesse che non v'era solo odore di muschio umido lì dentro, c’era un altro odore ancora più penetrante: odore di bestia. La sua mente confusa ritornò a quelle sere intorno al camino, quando a volte si univa a loro anche la nonna: la vecchia e cieca Isyde, nei giorni in cui la sua mente era ancora vigile e sana. A quei tempi la nonna ne ricordava tantissime di storie. Sua figlia, (ovvero la mamma di Jonas), quando era una ragazzina le aveva apprese tutte da lei.
Per qualche minuto Jonas rimase sdraiato sul duro suolo di pietra a contemplare il soffitto roccioso della caverna. Aveva le lacrime agli occhi, e la schiena madida di sudore. Aspettò un po', vagando con la sua giovane mente tra i ricordi di sua madre e sua nonna. Poi scacciò quei pensieri dolorosi e si tirò su a sedere, tenne stretta la caviglia con la mano e provò di nuovo a ruotarla. Un’altra fitta gli percorse tutta la gamba fino al ginocchio, stavolta fu talmente tanto dolorosa da farlo urlare.
« Aargh! Non si muove! Si è rotta! »
L’eco della sua voce rimbombò in tutta la caverna. La disperazione crebbe: scoppiò a piangere.
« Padre! Aiuto!..M..mamma..aiuto..»
Di solito odiava piangere, ma in quel momento non ci fece nemmeno caso, e poi dopotutto era solo un bambino. Un ”piagnotto”, come lo chiamano sempre le sue due sorelle maggiori quando si coalizzavano contro di lui per sfotterlo. Spesso Anna-Anika e Alice sapevano essere proprio delle ˮstrainik”, a volerla dire nel dialetto di Erya.
Jonas puntò i palmi al suolo e cercò di alzarsi in piedi buttando tutto il peso del corpicino paffuto sulla gamba sana, ma appena provò a poggiare delicatamente la punta dell’altro piede per terra, fu inondato di nuovo da un dolore accecante che lo costrinse a buttarsi a sedere a terra.
‘Tonf!ʼ... Jonas cadde col sedere sul duro pavimento di roccia. « Aia! » il ragazzo imprecò mentre si massaggiava una natica.
Ma non si diede per vinto, puntò di nuovo i palmi al suolo e stavolta si spinse strisciando la caviglia rotta verso la parete, di modo che potesse poggiare la schiena e stare più comodo, per quanto quel tugurio puzzolente permettesse. Si sentiva esausto, ma almeno sarebbe stato più comodo appoggiandosi alla parete. Una volta arrivato riprese fiato tra un singhiozzo e l’altro, il panico si stava impadronendo di lui piano piano.
Cosa avrebbero fatto Ragar e Sigur: i suoi migliori amici, se uno di loro si fosse trovato in una situazione simile?
Ragar era senz'altro più forte e coraggioso sia di lui che di Sigur, e questo lo dimostrava regolarmente quando si addestravano nella corsa tra i boschi, dopo le lezioni di trascrizione.
Degli allenamenti così estenuanti, e così frustrante era a volte arrivare sempre dopo Ragar. Eppure ora sentiva così tanto la loro mancanza. Amava gli addestramenti e amava anche i suoi due amici.
Ricordi su ricordi... e ancora quel dannato puzzo di belva… ma ora è più vicino, più forte e pungente.
Dei passi, pesanti e felpati, si sentirono nell'oscurità della caverna.
« Chi c'è? » domandò con un filo di voce.
Poi sentì un verso. Sembrava un miagolio unito a un ruggito sommesso.
ˮ Oh mie Dee del cielo...qui dentro c'è un animale...”
Jonas ebbe ben presto la consapevolezza di non essere solo lì dentro. Ed ebbe anche la dura certezza che sarebbe morto.
Qualcosa si avvicinò a lui. Aveva il fiato pestilenziale, il muso umido lo annusò, occhi verde smeraldo si accesero nel buio…

GUARIGIONE-ATTO 2

Per qualche attimo il dolore alla gamba svanì, sostituito da puro terrore.
Jonas era seduto a terra con le spalle al muro, non poteva alzarsi e non poteva scappare: era finita.
Quegli occhi si avvicinarono, illuminandosi di una strana luce.
Stranamente però a primo impatto quegli occhi gli sembrarono come incuriositi. Quando l'animale si avvicinò, Jonas poté vedere bene il suo muso peloso.Il grosso naso nero a forma di tartufo continuò ad annusarlo, buttandogli addosso zaffate di aria calda.
« Scio! Vattene! » provò ad urlargli, ma dalla bocca gli uscì solo un rantolo spezzato dal pianto.
« Va via! »
Ma quello ovviamente rimase lì ad annusarlo.
Jonas aveva capito che animale era, forse lo aveva capito già da quando aveva visto i suoi occhi. Fu per questo che si sentì angosciosamente prossimo alla fine. Le leggende, le storie di sua mamma e sua nonna spesso raccontavano delle imprese cavalleresche di uomini valorosi che combattevano, spesso morendo, queste creature che cicli e cicli addietro abitavano i regni di Erya. Quella era proprio una creatura di quelle, Jonas ne aveva la certezza.
La creatura assunse un’espressione incuriosita, quasi giocosa… poi continuò ad annusarlo diligentemente.
Jonas vide il muso peloso delle bestia a nemmeno una spanna di distanza dalla sua faccia. Il ragazzo chiuse gli occhi, sicuro che di lì a poco sarebbe stato divorato in un sol boccone.
Invece sentì un ” Miurghh ” ed aprì nuovamente gli occhi, ritrovandosi gli occhi della creatura fissi sui suoi, il muso ancora più vicino alla sua faccia. Quell'animale era... carino. Fu un pensiero questo che gli partì da qualche anfratto della sua mente e non lo abbandonò. Sì, quel coso era proprio carino. Sembrava fosse un cucciolo. Nelle storie che gli raccontavano sua mamma e sua nonna, questi animali erano predatori feroci e famelici, ma in quegli occhi Jonas non notò niente di tutto ciò, anzi quelli sembravano proprio occhi da bambino…
Un bambino, proprio come lo era lui.
« Miuuh! » ruggì di nuovo la creatura. Anche quello strano verso che emetteva...Jonas si accorse che non era poi così pauroso. La sua voce era da bambino, anzi lo era proprio tutto il muso. La creatura strusciò la testa addosso a Jonas, che istintivamente gli poggiò entrambe le mani sul muso e lo accarezzò. Il suo pelo era così soffice e liscio...molto gradevole al tatto. Continuò ad accarezzare l'animale, che sembrava gradire. « Miuh, Miuh! »
sembrava quasi volesse dire: ” Continua, continua. ” Così Jonas gli arruffò anche il pelo. Sorrise, i suoi occhi avevano smesso di secernere lacrime. Lacrime che ora si asciugavano sulle guance.
« Ti accarezzo ma tu non mangiarmi. Va bene? Affare fatto? »
«Uh..uh»
La creatura parve essere d’accordo con la proposta di Jonas.
Il ragazzo provò a cambiare posizione, il pavimento era scomodo e appuntito, come lo era la parete su cui era poggiato. Quando provò a spostarsi, la gamba mandò nuove scintille di dolore che si espansero fino alla coscia.
Jonas gemette. « Mi sono fatto male, non ricordo come! »
Si rese conto che si stava rivolgendo alla creatura...questa sgranò gli occhi, incuriosita...il suo sguardo era così intelligente... Sembrava avesse capito ciò che il ragazzino aveva detto.
«Mi fa male, cavolo!» Jonas si lamentò di nuovo, e la creatura lo leccò.Gli fece il solletico, la sua lingua era soffice e umidiccia, Jonas scoppiò a ridere. Più la creatura lo leccava, sempre più velocemente, più a Jonas veniva da ridere…poi quando smise di inzupparlo di saliva, gli strusciò di nuovo la testa pelosa addosso, quasi che lo volesse asciugare. Il ragazzino rise nuovamente di gusto e lo accarezzò.
” Sembra bravo ” un pensiero che si affiancò a ” Non mangiarmi ti prego. ”Ad un certo punto, lo strano animale fece uno scatto all’indietro. Jonas poté sentire la sua maestosa presenza. Il suo corpo ferino passò sotto a un minuscolo raggio di luce filtrata dal soffitto mostrando così un pezzo della sua schiena pelosa. Sì, quello era un Jorm-Tuk.
L’animale puntò le zampe anteriori a terra e alzò il sedere in aria, scodinzolando la grossa e pelosa coda, che a intermittenza veniva illuminata dai finissimi raggi di luce.
Il Jorm-Tuk continuò a scodinzolare. « Miuh, Miuh! »
Jonas capì che la creatura voleva giocare, ma si rattristò subito.
« Non posso muovermi, mi dispiace! »
« Miuh, Miuh! »
« Ho la gamba rotta! »
Nel sentire quella frase, gli occhi della belva si illuminarono nuovamente di quella strana luce intelligente. Si avvicinò a Jonas, stavolta emettendo un suono più sommesso. Ricominciò a leccarlo, e Jonas a ridere per il solletico.
Al ragazzino sembrava che il dolore stesse passando...

USCITA-ATTO 3


Sì, sembrava proprio che la caviglia si stesse sgonfiando. Il grosso livido si stava assorbendo piano piano e il dolore diminuiva sempre di più.
Jonas, incredulo e stupefatto, spostò lo sguardo dalla sua caviglia al muso della creatura. Questa continuava a strusciarglisi addosso e lui non poté fare a meno di accarezzarla. Non solo gli sembrava di guarire dalla brutta frattura che si era procurato chissà come, ma sentiva anche il suo stato d’animo migliorare prodigiosamente. Non si sentiva più perso, senza speranza. No, ora Jonas si sentiva al sicuro. Che fosse quella strana creatura dal muso così grazioso e lo sguardo simpatico e vispo, ad averlo rasserenato? Non ne era sicuro. Per ora, erano due le uniche cose di cui era sicuro: uno, che non si sa come la caviglia stava guarendo; due, che gli piaceva tanto accarezzare il cucciolone.
« Non sei un cattivo cucciolo! » disse, tirando su col naso.
Il pianto era finalmente finito. Si sentiva così sciocco quando piangeva, così piccolo.
« Uh! » fu la risposta della creatura.
Jonas era fradicio di sudore e di saliva di Jorm-Tuk. La belva cominciò ad asciugarlo, strusciandogli il duro cranio peloso addosso. Il bambino sentì tornare le forze. Decise così di fare un altro tentativo di alzarsi. La creatura fece un passo indietro, quasi avesse capito le sue intenzioni. Jonas si tirò in piedi tenendo la schiena e i palmi delle mani ben poggiati alla parete. Temeva seriamente che quella di stare meglio fosse solo una sua illusione, e che appena avrebbe provato a poggiare di nuovo il peso su entrambe le gambe, quella rotta si sarebbe spezzata in due come un bastoncino. Ebbe paura, ma ci provò ugualmente. « Muh! Muh! »
Sembrava che la belva volesse incitarlo a gran voce. Quando fu in piedi, la caviglia non si ruppe, anzi era di nuovo ben salda e sopportava il peso del corpo. Quando provò a camminare zoppicava ancora leggermente, ma la sua caviglia si era risaldata a tutti gli effetti.
” Oh mie Dèè del cielo! Ma era rotta! Io l’ho vista e sentita! Era sicuramente rotta! ” pensò incredulo, mentre faceva qualche passo di prova. Si girò verso la belva che non gli staccava gli occhioni di dosso. Sembrava divertito e contento. Sì, sembrava fosse contento per lui… « Cosa mi hai fatto? » domandò all'animale, sentendosi subito stupido.
” Non può capirmi. Sono forse impazzito? Sto parlando a un Jorm-Tuk?” Invece la bestia emise di nuovo quel verso, stavolta con tono quasi contrariato. « Muh! Muh! » Sembrava gli avesse letto nel pensiero… e non avesse apprezzato per nulla il fatto che Jonas pensasse che lui non poteva capirlo. Così il ragazzo provò a rifare la domanda. « Cosa mi hai fatto? » stavolta il suo tono fu più cauto.
Era curioso di vedere la reazione del grosso cucciolo. « Miuuh! »
Stavolta sembrava contento e giocoso. I suoi occhi si illuminarono di nuovo con quella luce strana, e Jonas notò che stava scodinzolando.
” Può…può capirmi? ” Era totalmente incredulo, incuriosito, e letteralmente affascinato. Il cuore gli sferzava nel petto, una calda sensazione gli aleggiava come denso vapore nello stomaco.
« Puoi portarmi via da qui cucciolone? » domandò all’animale. « Il mio papà si starà chiedendo dove sono finito. Sarà molto preoccupato! »
Il cucciolo parve quasi annuire ed emise un verso deciso. « Muh! »

Sì avvicinò a Jonas, e solo quando lo ebbe davanti il ragazzo si fece un'idea di quanto l'animale fosse imponente, sebbene ancora cucciolo.
” La nonna diceva sempre che i Jorm-Tuk erano giganteschi, e che erano dei predatori famelici. Diceva che tanti cicli fa loro popolavano Erya. Ma tu..”
« Tu sei buono... » Jonas fece un passo verso di lui, gli arruffò il pelo sulle guance e gli sorrise, poi tentò di abbracciarlo, ma la creatura tutta contenta ricominciò a leccarlo. « Grazie per la gamba » gli sussurrò. Non era ancora sicuro se era stata la belva, la sua saliva o i suoi occhi... ma quel grazie gli venne spontaneo appena lo toccò.
« Andiamo? » gli chiese il ragazzo.
« Muh. »
Il grosso cucciolo abbassò il dorso piegando le zampe.
« Vuoi che salga sulla tua schiena? » Gli domandò impaurito. Ma quando emise di nuovo quello strano verso di approvazione, il ragazzino non ebbe dubbi e ci salì sopra. Si aggrappò al suo pelo cercando di non tirarlo troppo, per non fargli male, e con i piedi si puntellò sul suo costato. Era così forte quel cucciolo… Sotto il soffice e lungo pelo poteva sentire il guizzare dei suoi fasci di muscoli. Quando alla fine, con qualche sforzo Jonas riuscì a salirci sopra, il Jorm- Tuk cominciò a camminare verso l’uscita. Il bambino si aggrappò a due ciuffi di pelo, aveva paura di fargli male ma lui scodinzolava.

SAURIN-ATTO 4
Il punto in cui Jonas si era risvegliato, con la gamba fratturata e nessun ricordo, era un ampio spazio buio e tetro, nel quale filtravano sottilissimi raggi di sole che passavano attraverso minuscole crepe nella roccia del soffitto. Ora, man mano che proseguivano, quello spazio si riduceva sempre di più e il soffitto si abbassava, fino ad arrivare ad un punto in cui il passaggio era talmente stretto e basso che la creatura dovette abbassarsi per passarci.
” Come ho fatto ad arrivare fin lì dentro? ” fu un pensiero che gli sorse spontaneo. Di fatto, si rese conto, per ritrovarsi all’interno di quella caverna sarebbe dovuto passare per forza per quello stretto corridoio roccioso che ora stava percorrendo a ritroso, in sella al suo nuovo amico che lo aveva salvato. Era così strana la cosa… Se inizialmente aveva infatti distrattamente pensato di essere caduto ( non rendendosi conto veramente che se fosse caduto dal soffitto, a quell’altezza, si sarebbe rotto ben più di una caviglia ) ora capiva che era improbabile che fosse arrivato lì dentro passando dal soffitto, che nella zona dove si era risvegliato era alto più di quattro distanze… ” Qualcuno mi ci ha portato qui dentro…potrebbe essere? ” fu un pensiero tanto brutto e folgorante che Jonas lo scacciò subito via, ma non poteva fare a meno di ritornarci con la mente.
Arrivati al punto più basso dovette abbassarsi anche lui, sprofondando tra il soffice pelo della creatura, fino a che alla fine si ritrovarono davanti all’uscita, e alla luce del sole che passava attraverso di essa e che illuminava l’ultimo tratto del passaggio, accecandoli entrambi.
« Ci siamo, siamo usciti! » esultò Jonas. « Ce l’abbiamo fatta! Siamo usciti!»

Anche la belva esultò insieme al ragazzino. « MUUUH! »
Una volta usciti, si trovarono davanti l’immenso paesaggio che si estendeva per intere leghe oltre la cima della montagna su cui si trovavano. ” Ma dove siamo?” Voltandosi si rese conto che la caverna era al di sotto del terreno, l’entrata era un piccolo buco per terra, tra l’erba e i fiori e i sassi. ” Eravamo davvero sotto terra? L’ultimo tratto che abbiamo percorso era in salita? ” si domandò Jonas, rendendosi poi conto che quando era all’interno non se n’era accorto.
« Quindi tu abiti qui?» chiese al cucciolo.
« Miuh » rispose lui.
Ma dove si trovavano? Non ne aveva la più pallida idea. Qualche distanza alla loro destra la montagna finiva e oltre il dirupo c’era il vuoto, splendido e immenso, così gigantesco che faceva venire i brividi e le vertigini. Si stagliava fin oltre l’orizzonte, dove le montagne in lontananza divenivano azzurrine, confondendosi col cielo, a malapena delineate nell'orizzonte. Un fiume limpido si diramava attraverso la valle sottostante tra campi coltivati e prati verdi punteggiati dai mille colori dei fiori primaverili, svoltando poi oltre le montagne in lontananza e perdendosi anch’esso all’orizzonte. Visto che l’unica strada possibile da percorrere era alla loro sinistra, Jonas, ancora in groppa alla creatura, gli indicò la direzione da seguire. « Di là bello! »
La creatura scodinzolò e ripartì. Camminarono lungo tutta la cresta della montagna. Il Jorm-Tuk avanzava cauto. Dal terreno erboso spuntavano fiori, cespugli, piante di ogni genere e rocce appuntite. Attorno a loro c’erano enormi pini e abeti che come sentinelle silenziose sembravano osservarli, muti guardiani di quel posto. « Andiamo bello! Andiamo ad Oak!»
Il Jorm-Tuk drizzò le lunghe orecchie appuntite e aumentò quel suo trottare. Ancora una volta sembrò aver capito perfettamente le istruzioni di Jonas. Ora che erano alla luce del sole, il ragazzino più lo guardava e sempre più si meravigliava di quanto fosse bella quella bestia. Sembrava un enorme cane nero peloso, il muso affusolato, snello, da lupo, ai lati della robusta schiena c’erano due protuberanze. Jonas sapeva benissimo cos’erano: quando il cucciolo sarebbe cresciuto quelle protuberanze sarebbero uscite fuori divenendo ali. Come le storie narravano.
Attraversati i prati, i boschi, e i campi coltivati, ora percorrevano una stradina di terra battuta, stretta e sassosa, usata probabilmente dai taglialegna quando riscendevano a valle con i loro muli carichi di legname. Forse quella era la strada per Oak, pensò speranzoso il bambino.
« Muh. » disse il Jorm-Tuk.
« Che c’è, bello?»
« Muuh... Muuh... »
Jonas non capiva cosa volesse l’animale. « Hai fame? Vuoi cacciare qualche lepre?»
« Muuuuh!»
No, la creatura era allarmata…

Percorsero l’ultimo tratto del lungo sentiero che, scendendo lungo il dorso della montagna conduceva a valle. La discesa era ripida e il terreno accidentato in alcuni punti. Arrivati a valle, in lontananza, ecco la foresta delle fate che circondava Oak. Era in fiamme...
INSIEME-ATTO 5
«No, non ci posso credere, quella è la foresta delle fate… sta andando a fuoco!» disse Jonas. La creatura che il ragazzo stava cavalcando si era fermata insieme a lui ad assistere al tremendo rogo. Le alte fiamme divampavano ed inghiottivano gli immensi pini secolari e tutti gli altri sempreverdi della foresta. Centinaia di ere letteralmente buttate al fuoco. La foresta era antica e sacra per gli abitanti del villaggio, veniva chiamata foresta o bosco delle ” fate ” perché, sempre secondo le leggende, lì dentro, nascoste agli occhi degli esseri umani, in tane sotterranee ed anfratti scavati nel terreno e rinforzati con il legno, oppure in capanne di paglia o casette protette da scudi magici, vi vivevano le antiche streghe. Ora quel pezzo di storia andava in fiamme, e ciò che era anche peggio era che quelle fiamme avrebbero raggiunto anche Oak. Jonas smontò da sopra la bestia, che si sedette e abbassò le orecchie, spaventata. Uno di fianco all’altro osservarono increduli le alte lingue di fuoco che incenerivano ogni cosa.
” Padre…Alice…Anna…”
L’incendio ancora non si era esteso in tutta la foresta ma era solo questione di tempo. Si stava diramando ovunque. Ai due amici arrivarono grida straziate di donne e bambini e animali.
«Dobbiamo fare qualcosa! Dobbiamo subito fare qualcosa!»
Jonas strattonò leggermente il cucciolo di Jorm-Tuk, ma lui non si smuoveva: era teso dalla paura.
« Miuahhh...» La creatura emise una specie di latrato terrorizzato.
« Portami dalla mia famiglia, ti prego! Nessuno ti farà del male! Dirò loro che mi hai salvato la vita!» lo implorò in lacrime Jonas. Niente, il Jorm-Tuk era letteralmente impietrito dal terrore.
” Ha paura del fuoco, dobbiamo aggirare la foresta…”
Il fatto era che non potevano raggiungere Oak senza attraversare la foresta delle fate. Oak era stata costruita proprio all’interno dell’immensa foresta, che era una sorta di Cinta di protezione naturale del villaggio. Secondo le leggende, gli antichi che fondarono il villaggio, erano in fuga dagli eserciti dei selvaggi delle città dei regni dell'Oivesht, e avevano stretto un antico patto con le creature magiche della foresta affinché queste li proteggessero con la loro magia, in cambio di una pacifica convivenza.
Ma Jonas doveva assolutamente raggiungere Oak. Nel villaggio c’erano le sue sorelle e suo padre, doveva trovarli a tutti i costi!
Si voltò, deciso, verso la creatura, e la abbracciò. « Grazie, grazie di tutto..non ti dimenticherò mai.»

La creatura aveva gli occhi colmi di una tristezza smisurata.
« Ora devo andare…grazie, cucciolone.» Salutò la belva con un sorriso; un’ultima carezza, un ultimo abbraccio, e poi corse verso la foresta senza voltarsi mai.
Attraversò il prato che dai piedi della montagna arrivava fino alla foresta. Più si avvicinava, più le fiamme gli apparivano calde e alte, il fumo che gli entrava negli occhi e nei polmoni. Ma Jonas continuò a correre, poi deviò a destra: sarebbe passato nel punto ancora non inghiottito dal rogo. Avvicinatosi all’entrata del fitto bosco sentì rumore di zoccoli di cavalli e delle voci.
” Forse sono cavalieri, forse mi aiuteranno! ”
Jonas accelerò verso le voci, con il cuore colmo di sollievo e di speranza. Speranza che la sua famiglia e i suoi migliori amici stessero bene. Quando si addentrò nella foresta, era come se quelle urla permeassero l’intero luogo, come se provenissero da ogni albero, da ogni singola foglia… Qualche distanza davanti a lui c’erano delle sagome, ma il fumo che aleggiava nell’aria le rendeva indistinguibili da dove si trovava. Così fece un bel respiro e si diede coraggio, il pensiero della sua famiglia in pericolo lo aveva riempito di una forza sconosciuta. Aveva perso già la sua amata madre... e ora il resto della sua famiglia era in pericolo. Jonas non si era mai sentito così coraggioso come in quel momento. Si spinse ancora più dentro, man mano che si avvicinava a quelle sagome, le fiamme e il fumo tutt’intorno a lui crescevano.
Un grosso cespuglio di rovi in fiamme gli sbarrò la strada, Jonas lo aggirò e un’ondata di terrore lo assalì quando poté vedere da vicino cos’erano quelle sagome: una fila di grosse picche appuntite sulle quali erano state impalate delle donne e quelli che avevano tutta l'aria di essere dei ragazzini; i cui corpi ora erano moncherini consumati dalle fiamme. Fu il terrore puro, Jonas scappò via immediatamente tagliando a sinistra, quando più avanti vide un uomo a cavallo che lo osservava. L’uomo diede di speroni e caricò verso il bambino, con la la punta di una grossa lancia puntata contro di lui. Si impietrì dal terrore, non riusciva a muoversi.
” E’ finita. ”
Un fruscio dietro di lui. Qualcosa si mosse felpato tra i cespugli e gli alberi. Quando il cavaliere gli fu quasi addosso, qualcosa scattò da dietro il ragazzo e saltò su l’uomo a cavallo.
Si sentì un ringhio rabbioso, una grossa sagoma nera attaccò…

FUGA DALLA FORESTA-ATTO 6
La sagoma nera era proprio lui: il cucciolo venuto in suo soccorso. Jonas lo guardò a bocca aperta mentre si apprestava a divorare il cavaliere. La creatura, con un balzo, aveva sbattuto a terra cavallo e cavaliere e aveva azzannato il collo dell’animale. Le sue fauci erano potenti e massicce, i denti mostruosamente aguzzi. Jonas li vedeva solo adesso. La creatura aveva strappato via la carne dal collo del cavallo con tale violenza da staccargli quasi di netto la testa.
« No! Ti prego!»
Il cavaliere si trascinava verso un albero alle sue spalle. La gamba sinistra gli si era spezzata quando era caduto da cavallo e un osso appuntito vi spuntava fuori.
« Ti prego! No!» piagnucolava l’uomo. Jonas non riuscì a dire niente, se ne stava lì in piedi ad assistere in silenzio a ciò che stava per accadere. La creatura avanzò verso il cavaliere. I suoi occhi non erano più quegli occhi dolci e giocosi che Jonas aveva visto nella caverna, ma erano occhi famelici…furiosi. Il cavaliere indietreggiava, la belva si avvicinava a piccoli passi verso di lui, emettendo un ringhio sommesso eppure così terrificante… Un denso rivolo di bava gli colava dalle fauci, mentre scopriva i grossi denti in faccia all’uomo che aveva cercato di uccidere Jonas, e che ora piagnucolava, completamente terrorizzato.
” E’ tornato, mi ha salvato la vita..”
Il bambino aveva il cuore a mille. Quando l’uomo a cavallo lo aveva attaccato, non era riuscito a muovere un muscolo, si era come pietrificato dalla paura.
Si levarono altre voci dietro di loro. « Eccolo! E’ lì!»

Seguirono altre voci e il rumore degli zoccoli dei cavalli che calpestavano il tappeto di aghi di pino e rami sul terreno. Quando Jonas si voltò verso quei rumori, constatò che le fiamme tutt’intorno a lui avevano ormai inghiottito quasi tutti gli alberi, e che presto si sarebbero propagate dove si trovavano lui e il Jorm-Tuk. I cadaveri di quelle donne erano ormai solo strane forme carbonizzate che cadevano a pezzi, insieme alle picche di legno sulle quali erano stati impalati.
” Chi erano quelle donne? ” pensò Jonas.
« E’ qu… » un ultimo disperato tentativo del cavaliere ferito di chiamare gli altri uomini, probabilmente suoi compagni, dopodiché il brontolio sommesso della bestia divenne un ringhio rabbioso. Jonas udì il suono della carne che veniva strappata. Quando il bambino tornò con lo sguardo verso la creatura, questa lo osservava scodinzolando. I suoi occhi erano tornati buoni, erano tornati felici…
Sì, sembrava proprio felice di rivedere il bambino, di averlo ritrovato.
« Dobbiamo andarcene subito! » gli disse Jonas, allarmato. I passi dei cavalli si avvicinavano, ma era impossibile vedere da che punto arrivassero, in mezzo a tutto quel fumo e quelle fiamme. Ma sarebbero arrivati, era solo questione di tempo.
« Miuh! Miuh!»
La creatura scodinzolò di nuovo e quando emise quel verso fu come se avesse invitato Jonas a salire su di lui per scappare. Il suo muso era completamente rosso, il pelo intriso di sangue.
Jonas corse verso la creatura e vi salì sopra. Con terrore vide poi ciò che rimaneva del cavaliere. La creatura gli aveva staccato mezzo busto all’altezza dell’ombelico. Due pezzi dilaniati giacevano ora al suolo. Tra questi, gli intestini dell’uomo sparsi un po’ dappertutto.
” Con un morso... lo ha ridotto così con un morso! ”
Il fuoco divampava, gli alberi intorno a loro scricchiolavano e poi cedevano al suolo, carbonizzati. Le lingue di fuoco si avvicinavano sempre di più, ardendo minacciosamente tutto ciò che incontravano sul percorso.
« Voi vedete qualcosa?»
« Aspetta, capitano, c’è qualcosa lì davanti! »
Gli altri soldati erano arrivati. Jonas fu percorso da un brivido di terrore lungo la schiena, ma poi si svegliò dalla stasi in cui la vista di ciò che la creatura aveva fatto al soldato lo aveva mandato, e si resse, stavolta più forte, al pelo sul dorso della creatura, poi gli diede due colpetti di tacco ai fianchi. « Andiamo, dobbiamo andarcene subito!»

Il Jorm-Tuk partì in corsa, attraversando la foresta in fiamme.
« Mi hai salvato. Mi hai salvato di nuovo.» Jonas lo accarezzò.
« Ti chiamerò Saurin, come l’eroe delle vecchie leggende. Sì, ti chiamerò Saurin.»

LA STREGA-ATTO 7
Corsero, corsero, e corsero. Man mano che avanzavano, la foresta si infittiva sempre più. I giganteschi sempreverdi, maestosi padroni di quel luogo considerato da sempre incantato, sembravano quasi gemere, scricchiolando e spaccandosi mentre venivano divorati dalle fiamme.
Il Jorm-Tuk aveva iniziato a correre e non si era più fermato. Quando Jonas gli aveva detto di portarlo via dalla foresta in fiamme, l’animale si era diretto ad ovest, avanzando a grosse falcate tra i pini secolari e gli alti abeti, oltrepassando con grossi balzi i rovi e i cespugli che ogni tanto gli si paravano davanti, e che ben presto sarebbero stati raggiunti dall’incendio che avanzava da est. In lontananza, dietro di loro, Jonas poté udire i cavalli in corsa e il comandante del gruppo che impartiva ordini sulle direzioni da seguire. Ma le parole di quell’uomo, da quella distanza, alle orecchie del ragazzo risultavano essere solo un vociare lontano ed incomprensibile.
Avanzarono e avanzarono. La foresta era enorme, Jonas non l’aveva mai esplorata tutta. Quando, insieme a Ragnar e Sigurd andavano in esplorazione correndo tra la vegetazione, lasciavano lungo il percorso dei ciottoli che via via formavano una linea che gli avrebbe fatto ritrovare la via di casa. Ci si poteva perdere in quell’enorme luogo. Le storie della nonna Isyde o di sua madre narravano che prima dell’antico patto tra uomini e streghe, quest’ultime rapivano chiunque si addentrasse troppo dentro la foresta, e che sottoponevano poi i malcapitati a strani e inquietanti rituali ancestrali. Esisteva una storia, in particolare. Una vecchia leggenda tramandata all’inizio oralmente, poi in forma scritta dagli antichi trascrittori di Erya, alleggerita nella trama e divenuta poi con il tempo solo una favola per bambini. Questa storia narrava di un glorioso e bellissimo cavaliere dagli occhi azzurri e dai lunghi capelli color oro, che era promesso sposo alla figlia di un ricco barone di Tower, la grossa città situata a pochissime leghe da Oak e uno dei più importanti nuclei commerciali dei cinque regni. Una splendida mattina d’estate, costui si recò ad Oak, per comprare una collana di zaffiri da regalare alla sua promessa sposa. Una volta acquistato il regalo però, il cavaliere, in lontananza vide una ragazza alta, snella, dai capelli rossi e ancor più stupenda della figlia del barone. Decise così di seguirla, con l’intento di presentarsi quale cavaliere famoso e rispettato in tutti i regni e proporle un posto nobiliare nella sua villa a Tower. La bellezza di quella donna lo aveva letteralmente fatto uscire di senno. Continuò a seguirla ma lei non si fermava, e sebbene fosse molte distanze avanti a lui, il ragazzo poteva ammirare benissimo lo splendore dei suoi occhi e la perfezione del suo sorriso. Si dimenticò che era promesso a un’altra e seguì la donna misteriosa, abbacinato dalla sua bellezza. Quando finalmente riuscì a raggiungerla, si ritrovò senza rendersi conto dentro la gigantesca foresta che circondava Oak e che si estendeva per leghe intere sulla cima della montagna delle ere. La ragazza si era accorta di lui e si era nascosta chissà dove, ma il suo profumo era così inebriante da permeare l’aria come una sorta di strana nube…così al cavaliere bastò seguire quel profumo che lo faceva ardere di desiderio, fino a che raggiunse un punto in cui c’erano delle casette di legno. Tra queste casette ce n’era una più alta e lui fu sicuro che la donna fosse lì dentro. Una volta dentro trovò la donna, nuda in una vasca e intenta a strofinarsi la pelle liscia delle braccia con una spugnetta intrisa di sapone alle erbe. Il suo profumo, la sua pelle, i suoi seni, e quei capelli rossi lunghissimi…quella donna era l’emblema della bellezza terrena, era la reincarnazione della Dea Kailitz. Senza troppi convenevoli i due si abbandonarono a una notte intera di puro e vero piacere carnale. Nella favola che la vecchia Isyde aveva raccontato a Jonas, la strega avrebbe incantato il ragazzo con la sua magia, inducendolo a rinunciare al matrimonio con la ricca ragazza e quindi anche a terre, possedimenti e averi, per vivere tutta la vita con lei nella foresta. La figlia del Barone, tradita e abbandonata, per il dolore si suicidò buttandosi da una delle torri dell’immenso castello in cui viveva.
La storia vera però, quella originale, era un’altra, e Jonas lo aveva appreso a scuola di trascrizione da un anziano e sapiente maestro. La misteriosa donna della foresta era una strega, e una volta appreso che il ragazzo con cui aveva giaciuto era promesso ad un’altra, gli propose di tornare a Rower per ucciderla, e di tornare poi nella foresta, da lei, tra le streghe, per vivere per sempre il loro amore carnale. Il ragazzo voleva quella strega a tutti i costi, ma non era disposto ad uccidere l’innocente promessa sposa. Così tornò in città, prese tutti i suoi averi ed abbandonò il castello e la fanciulla, macchiandosi poi i vestiti di sangue di maiale per ingannare la strega facendole credere di aver ucciso la sua promessa sposa…
LA RABBIA DI JONAS-ATTO 8
…I poteri della strega però andavano ben oltre i rituali e i classici incantesimi. La donna era anche una potente veggente, e quando seppe della menzogna del cavaliere, lo maledì per sempre e lo costrinse a far ritorno in città dalla sua promessa sposa, con il suo splendido viso trasformato per sempre in un grottesco grugno di maiale. Ritornato di nuovo a Tower, il cavaliere, privato di tutta la sua bellezza e trasformato in un abominio, implorò il perdono del barone e di sua figlia; ma loro, furiosi e oltraggiati, lo cacciarono per sempre dai quindici regni, costringendolo in esilio nell’Oivesth.
I due amici continuarono ad avanzare, fino a che il Jorm-Tuk interruppe bruscamente la sua corsa quando finalmente uscirono dalla foresta ed entrarono ad Oak. Il villaggio, una volta così ridente, verde ed accogliente, ora era un tetro cimitero di corpi carbonizzati, impalati, o semplicemente sgozzati e feriti a morte. Le belle casette di legno, i fienili, i vasti campi coltivati e i prati fioriti ora erano rossi del sangue degli abitanti assassinati. Le case erano state date alle fiamme, così come la grossa struttura che un tempo era la gloriosa e antica scuola di trascrizione di Oak, ora ridotta a un ammasso di macerie carbonizzate.

«Andiamo a casa mia!» Disse Jonas a Saurin. La vista delle fiamme e della mattanza lo aveva sconvolto e le lacrime scendevano di nuovo sulle sue guance, tuttavia nutriva ancora una flebile speranza che i suoi fossero ancora vivi. Attraversarono quindi un lungo viale di ciottoli, svoltando poi sulla destra, lungo una stradina erbosa che saliva su di un piccolo colle.
” Vi prego Dèe mie del cielo, fate che siano ancora vivi ”
Ma una volta saliti, le case sul colle, compresa la sua, erano anch’esse in fiamme.
” Padre, sorelle… ” Alla vista della sua casa in fiamme l'angoscia si impadronì di Jonas. Il ragazzino cercò di farsi coraggio.
« Miuuuhh, Miiiiuuuh…» Il latrato sofferente di Saurin si accordava con il pianto disperato del ragazzino. Sembrava che stando in groppa alla creatura, a diretto contatto con lei, gli avesse trasmesso il suo stato d’animo…
Arrivati davanti all’abitazione si fermarono. Jonas smontò da Saurin e si avvicinò all’entrata, ma le fiamme all’interno inghiottivano tutto impedendo l’accesso.
« Padre! Sorelle!» chiamò a gran voce.
Saurin sembrava teso, nervoso…
« Eccoli! »
Delle voci alle loro spalle.
« Li abbiamo trovati, Capitano! »
Erano gli uomini che gli avevano dato la caccia nella foresta.
Li avevano trovati.
Erano cinque, a cavallo, poi fecero spazio ad un altro cavaliere che passò tra loro e vi si fermò davanti.
«Uccidete il bambino e prendete la bestia.» Ordinò l’uomo. Indossava un’armatura bianca di acciaio lucente, in testa aveva un elmo che gli proteggeva tutta la faccia ad eccezione di occhi e bocca. I soldati alle sue spalle avevano armature meno robuste e lucenti, con in testa elmi di manifattura più scarsa e in mano lunghe lance appuntite. « Come facciamo a prendere quella bestia, capitano?» domandò uno dei soldati.
« Mirate al corpo e alle zampe, imbecille!»
I soldati si prepararono a lanciare. Saurin cominciò a ringhiare, i suoi occhi si riempirono di nuovo di quella ferocia bestiale che Jonas aveva visto nella foresta, quando la creatura aveva aperto in due il cavaliere. Il pelo sulla schiena e sulla coda si rizzò, e partì all’attacco.
Le lance dei soldati sfrecciarono verso di lui, ma il cucciolo fu talmente veloce da passarci in mezzo e schivarle tutte. Attaccò prima il cavaliere alla sinistra, che cadde a terra senza testa, una fontana di sangue sgorgava dal collo tranciato. Poi la belva scattò verso gli altri che goffamente cercavano di infilzarlo con le lance, ma lui era talmente veloce che non lo vedevano e infilzavano solo il terreno.
« Idioti!»
Il Capitano estrasse la sua lunga spada e attaccò Saurin, che intanto aveva sventrato un altro cavaliere, insieme al suo cavallo.
Il capitano riuscì a colpire Saurin alla zampa sinistra. Il cucciolo emise un verso simile a un latrato di dolore. Un altro soldato, dei tre rimasti, lo infilzò con la punta della lancia all’altra zampa posteriore. Saurin, ferito, ululò di nuovo. I tre soldati e il loro capitano, ancora in sella ai loro cavalli, lo accerchiarono, con le loro lance puntate su di lui.
« Nooooo!»
L’urlo di Jonas non fu naturale. Non fu un urlo di un bambino, fu un urlo sconosciuto, mostruoso… Le travi incenerite delle case si sbriciolarono e le fiamme vennero spazzate via come trascinate da un’enorme folata di vento. I cavalieri vennero spazzati via qualche distanza più avanti, insieme ai loro cavalli.
No, nemmeno quella folata di vento era naturale…
SEGUI I VENTI-ATTO 9
Jonas si guardò i palmi delle mani.
« Cos’è stato? Cos’ho fatto?»
Poi corse subito verso Saurin.
« Oh no, ti hanno ferito!»

Il Jorm-Tuk era riverso a terra con le zampe posteriori dilaniante dai colpi.
« No, No, no.. »
Jonas gli si appoggiò sopra affondandogli la faccia nel pelo e piangendo, le sue lacrime bagnarono il pelo di Saurin. Disperato, affondò anche entrambi i palmi delle mani nel pelo, tastando la pelle e i muscoli sottostanti.
«AAhrgg!»
Con lo sguardo al cielo, urlò di nuovo con tutta la forza che aveva in corpo. Dalle mani sgorgò un’energia… qualcosa di strano che attraversò prima il suo corpo, le sue mani, scaricandosi poi su Saurin.
Si sentì come attraversato da una strana elettricità..e in quegli istanti si sentì un altro, come se un’entità fosse entrata dentro di lui. Rimase qualche secondo in ginocchio, con entrambe le mani poggiate su Saurin. Quella strana elettricità adesso lo aveva abbandonato e si sentiva letteralmente stremato. Le gambe gli tremavano talmente tanto da non riuscire a rimettersi in piedi.
« Miuh.»
Saurin alzò la testa e lo guardò, poi scodinzolò.
« Amico mio… »
sussurrò Jonas. Istintivamente spostò lo sguardo sulle ferite dell’animale… si erano rimarginate. Saurin si rialzò e leccò Jonas sulla guancia, incredibilmente al bambino tornarono le forze. Intanto i cavalieri più avanti a loro si erano rialzati. Uno di loro era morto, massacrato e soffocato dal peso del cavallo che gli era caduto addosso. Gli altri due scapparono via mentre il loro capitano rimase lì.
« Tornate indietro, codardi!» urlò l’uomo.
Saurin partì all’attacco e dopo qualche istante giacevano tutti a terra senza vita. Chi senza testa, chi tranciato e fatto a pezzi.
Il Jorm-Tuk tornò da Jonas con il loro sangue che grondava dalle enormi fauci.
« Il fuoco... la mia casa non va più a fuoco » constatò Jonas.
Il bambino si diresse subito verso ciò che rimaneva dell' abitazione, domandandosi cosa gli fosse successo esattamente in quegli instanti in cui aveva visto Saurin in pericolo..
” Cos’era? Era forse magia?..”
Ma ora un pensiero più forte gli ottenebrò la mente:
” Prego le Dèe del cielo che la mia famiglia non sia qui dentro..”
Jonas entrò all’interno. Della casa rimanevano solo le travi di legno bruciate. Quando ebbe finito di esplorarla tutta, con grande gioia si accorse che lì dentro non c’erano cadaveri carbonizzati... che la sua famiglia fosse riuscita a scappare?
La gioia di quella scoperta fu come lo spuntare del sole in una giornata grigia e uggiosa. Lì dentro la sua famiglia non c’era, ma Jonas trovò qualcos’altro per terra: un medaglione d’oro attaccato a una catenella, anch’essa d’oro. Era praticamente intatto e illeso dal fuoco, come se qualcuno lo avesse poggiato lì dopo che il bambino aveva spazzato via le fiamme con quello strano urlo.
Jonas lo prese e lo esaminò, il medaglione era liscio e dorato. Quando lo girò però, sull’altro lato c’era una lieve incisione sull’oro: segui i venti…
ADDIO, OAK-ATTO 10
Segui i venti.
Jonas non riusciva proprio a togliersi dalla testa quella frase incisa sul medaglione.
Segui i venti.
Mentre attraversava Oak insieme a Saurin, in cerca di superstiti, il ragazzino non faceva altro che pensare e ripensare al senso di quella frase e a chi avrebbe potuto mettere quel medaglione dentro casa sua. Ma non gli veniva in mente proprio nessuno. Ogni tanto lo tirava fuori dalla tasca, osservandolo mentre lo rigirava nella mano.
Saurin camminava adagio attraverso le rovine del villaggio.
Stare seduto in groppa alla creatura, a quell’andatura blanda, lo rilassava. Anche l’aver constatato che la sua famiglia non era morta nel rogo aveva rasserenato il bambino a tal punto che ora gli veniva perfino da sbadigliare.
Adesso erano diretti verso la scuola di trascrizione, ma prima avrebbero fatto una deviazione verso casa di Ragnar e Sigurd. Jonas doveva sapere cosa ne era stato di loro. Come voleva sapere che fine aveva fatto il suo maestro di trascrizione.
Arrivati alle dimore dei suoi amici, queste erano ridotte ormai a neri e alti mucchi carbonizzati. Jonas scese da sopra Saurin e cercò tra le travi e le assi carbonizzate, impiastrandosi di cenere fino ai gomiti, e non trovando tracce di cadaveri bruciati. Purtroppo però, quando smise di cercare e alzò lo sguardo aldilà delle macerie, notò, riversi a terra, i corpi dilaniati dei genitori di Ragnar. Più in là, due case dopo, tra le rovine spuntavano i cadaveri dei genitori, della nonna e della sorellina di Sigurd, ma anche di lui finora nessuna traccia. Jonas tirò un sospiro di sollievo per i suoi migliori amici, sebbene fosse letteralmente sconvolto per la terribile morte che i loro cari avevano dovuto subire.
Anche dell’imponente struttura che una volta era stata la scuola di trascrizione rimanevano solo detriti semi-disintegrati dalle fiamme. L’ampio giardino fiorito che circondava la scuola, ora era un grottesco campo insanguinato, intriso di morte. Bambini, maestre, maestri, giacevano senza vita un po’ dappertutto.
Jonas scese dalla robusta schiena di Saurin, e si diresse con il cuore in gola verso le rovine in fiamme. Proprio davanti all’entrata della scuola, riverso a terra c’era il suo maestro di trascrizione. La sua lunga tunica di seta, una volta bianca, ora era diventata color porpora. I due amici si avvicinarono cauti, il maestro era ferito a morte ma ancora vivo. Respirava a fatica e i suoi occhi si andavano pian piano spegnendo per sempre.
« Maestro…»
sussurrò Jonas, inginocchiandosi vicino al corpo straziato dell’anziano. Aveva quattro squarci all’addome, dai quali continuava a uscire sangue ininterrottamente.
Il maestro rivolse lentamente lo sguardo verso il bambino, facendo un debole sorriso. La sofferenza era stampata sul suo volto, la lunga e folta barba bianca, tipica dei sapienti di Erya, era intrisa del sangue che gli stava uscendo dalla bocca.
L’anziano alzò una mano tremante e la poggiò sul volto di Jonas, accarezzandogli la guancia.
« Posso curarti, maestro!»

Saurin si avvicinò a lui, lo annusò, poi indietreggiò. I suoi occhi erano diventati tristi, afflitti.
Il maestro guardò la creatura, per nulla spaventato, per nulla sorpreso.
« Caro, piccolo Jonas…»
esordì con difficoltà il sapiente, mentre osservava la creatura.
« Posso…possiamo salvarti, lui può curarti »
gli disse Jonas, indicando il suo amico Saurin.
« Tu devi seguire il tuo…il tuo dest…»

L’uomo tossì forte, dalla bocca gli uscì altro sangue. La sua mano rugosa cadde al suolo, gli occhi rimasero fissi in quelli inquieti di Saurin. Era morto.
Jonas si rimise in piedi, accarezzò Saurin, che sembrava di nuovo nervoso.
« Era troppo tardi, non potevi salvarlo.»
Disse il bambino alla creatura.
Era arrivato il momento di lasciare Oak…
IN FUGA-ATTO 1
Jonas e Saurin sfilavano lungo il viale pietroso che attraversava il villaggio di Oak. Ai loro lati, le abitazioni, gli empori, i negozi, erano ridotti a ruderi demoliti e fumanti. C’era la bottega di Mhaur, dove Jonas aveva comperato quella fantastica bambola di stoffa raffigurante la leggendaria Dea Wilith, un regalo per la festa di rotazione di sua sorella Anika, la maggiore dei tre. Poi c’era il Forno di mastro Benù, dove ogni mattina suo padre lo mandava a comprare il pane fragrante appena sfornato. Ora ogni dolce ricordo del suo villaggio, gli alberi in fiore, le corse, le arrampicate, perfino quel bullo di Alfhild…tutto svaniva velocemente, inghiottito da una malvagità che lui non aveva mai immaginato potesse esistere.
Mentre uscivano dal villaggio, lungo la strada disseminata di cadaveri trafitti da frecce, sgozzati o sventrati, voltandosi si rese conto che la parte meridionale della foresta in lontananza era totalmente in balia del fuoco. Uscendo da Oak sarebbero entrati invece nella parte Nord, ancora non travolta dalle fiamme.
La cosa peggiore in tutto ciò, oltre al non avere idea di cosa stesse accadendo, era il non sapere dove andare…
Segui i venti…
Quella strana frase incisa sul medaglione…
Jonas ci ragionò sopra, mentre il suo amico Jorm-Tuk conduceva entrambi verso l’uscita del villaggio. I venti non sarebbero arrivati prima di un’altra rotazione, e quando arrivavano spingevano verso il grosso Oivesht. Perciò, se la scritta fosse stata un suggerimento di recarsi nel Regno dell’Oivesht seguendo i venti, cosa avrebbe fatto nel mentre che aspettava un’altra rotazione?
Come sarebbe sopravvissuto?
Saurin era un cacciatore formidabile, certo, e poteva cacciare qualsiasi tipo di selvaggina, da lepri a grossi corna-lunghe, ma lui non sapeva scuoiare la selvaggina e non sapeva distinguere le bacche e le piante commestibili da quelle velenose. Inoltre, dove si sarebbe riparato durante le interminabili piogge estive che duravano a volte anche giorni?
Presto il ragazzino avrebbe avuto la risposta a quelle domande.
« Dobbiamo fare piano, potrebbero esserci dei soldati nella foresta»
sussurrò Jonas alla creatura. Questa rallentò ancora di più l’andatura e proseguì con cautela, le zampe e la schiena leggermente piegati. Jonas ormai non aveva dubbi sul fatto che Saurin riuscisse in qualche modo a capirlo.
Per un po’ avanzarono senza incontrare nessuno, ma quando si addentrarono di più nella foresta, ecco di nuovo, come Jonas aveva previsto, le voci di quei maledetti soldati a cavallo, che gironzolavano in lungo e in largo tra gli alberi.
« E’ passato troppo, perché ancora non tornano?»
domandò uno di loro. Probabilmente, Jonas pensò, stavano aspettando quei cinque soldati che li avevano attaccati ad Oak, e che ora giacevano sulla strada di casa sua con le budella di fuori e la testa mozzata.
« Passiamo di qui » ordinò sottovoce Jonas a Saurin, indicando un fosso pieno di sassi franati e rovi alla loro sinistra. Saurin deviò quindi in quella direzione. Nonostante la sua mole, ora il suo passo era felpato ed impercettibile. Scendere di lì sarebbe stata l’idea migliore, avrebbero costeggiato il cuore della foresta, aggirando gli uomini che la stavano esplorando, probabilmente proprio in cerca di loro due. Purtroppo però, scendere per di là li avrebbe inevitabilmente fatti rilevare, poiché passando sulla breccia e sui sassi franati nel fosso i due avrebbero fatto rumore.
Così Jonas indicò a Saurin la costa esterna del fosso, per poter continuare così a camminare sul soffice manto erboso.
Una voce rabbiosa si levò da qualche parte nella foresta. « Se non riuscite
a trovarli date fuoco anche a questo lato!»
Poi un altro rispose: « Sì, Haedolfin!»
Nel sentire quella parola Jonas rabbrividì.
Haeldolfin? Che ci faceva un signore di quel rango in quella foresta?
Cosa stava succedendo?
Improvvisamente il medaglione sembrò vibrare ed arroventarsi…il ragazzo trattenne a stento un gemito di dolore e lo estrasse subito dalla tasca; qualcosa sfrecciò sibilando a poche distanze dal suo orecchio, andandosi poi a conficcare in profondità nel tronco di un albero.
Era una freccia. Jonas si voltò terrorizzato. Dietro di loro, un giovane soldato incoccava un’altra freccia.
« L...» Il soldato fece per urlare qualcosa, ma dalla bocca gli spuntò la lama di un pugnale. Costui cadde in ginocchio, gli occhi sbarrati, un fiume di sangue che gli sgorgava dalla bocca. Due occhi luminosi brillarono alle sue spalle. Dietro di lui, uno strano individuo incappucciato, esile e di bassa statura, con un colpo secco gli estrasse il pugnale dalla nuca. Il soldato si accasciò al suolo senza vita. L’individuo puntò il palmo dell’altra mano verso Jonas e Saurin, e una strana energia bluastra avvolse i due amici. Sembrava fosse una specie di cupola evanescente… « Dobbiamo andare, seguitemi » disse lo strano individuo…
IN SALVO-ATTO 2
Jonas e Saurin seguirono il tizio, avvolti da quella strana cupola blu.
Era molto basso ed esile, indossava una tunica rossa lunga e logora. Jonas non aveva potuto guardare bene il suo volto incappucciato, ma da una fugace vista gli era sembrato un giovane. Non passò molto tempo prima che gli altri soldati trovassero il corpo senza vita del loro collega arciere, ucciso alle spalle dal giovane incappucciato.
« Eccoli! » Si levarono delle voci alle loro spalle, poi cominciarono a partire le frecce. Il medaglione che Jonas portava in tasca era caldo e continuava a vibrare, ogni tanto Jonas vi posava sopra la mano e lo stringeva, sentendosi pervadere da una strana sensazione di pericolo…
I soldati a cavallo furono ben presto alle loro calcagna. Saurin continuava a correre, con Jonas sulla groppa. L’individuo della foresta li seguiva da terga. Ad un certo punto però si fermò e si voltò, i soldati stavano arrivando. Erano una decina, guidati da un uomo gigantesco con una grossa armatura nera istoriata di rubini.
” Un Haelfin dell’Oivesth…perché un Haelfin dell’Oivesth ci da la caccia? Che stiano cercando Saurin? ”
I soldati al galoppo stavano per raggiungerli, ma all’improvviso altri individui incappucciati piombarono su di loro da sopra gli alberi circostanti, facendoli cadere da cavallo e sgozzandoli tutti quanti con i loro pugnali affilati, identici a quello del tizio che aveva salvato i due amici e che ora li stava conducendo chissà dove. Quando i tizi scesi dagli alberi ebbero finito, tutti e dieci i soldati giacevano sul terreno privi di vita. I loro cavalli si sparsero per la foresta, andando a brucare placidamente l’erba. Anche quell’uomo grosso era stramazzato al suolo, dopo che uno di degli esili esseri gli aveva piantato il suo pugnale nella nuca. Gli altri poi staccarono i rubini dalla sua armatura e se li spartirono tra loro. Erano una dozzina di individui, ma forse ce n’erano molti di più ancora nascosti sugli alberi, o negli anfratti più bui e nascosti della foresta.
Ma chi erano? Fu la domanda che si fece Jonas.
« Fermo amico » ordinò il bambino alla creatura. Il ragazzino si avvicinò a loro. Indossavano tutti le medesime tuniche rosse e tutti erano più o meno della stessa bassa statura.
« Chi siete?» gli domandò. I tizi si erano raccolti in gruppo davanti a lui e Saurin , i loro occhi nocciola chiaro erano puntati sul ragazzino e la sua bestia, brillando come tante lucciole nella notte. Sembravano così bizzarri, quei strani e misteriosi abitanti della foresta… ma vedendo Saurin rimanere tranquillo e sereno, Jonas sentì dentro di sé che erano innocui.
« A tempo debito saprai tutto, ragazzino, ma ora dobbiamo continuare a muoverci, perché stanno arrivando altri soldati.»
« Va bene.»
Il gruppo dunque si incamminò. Marciarono nella foresta fino al tramonto, fino a raggiungere un gruppo di capanne di legno e paglia costruite in un prato circondato da alberi di noci e mandorle.

« Siamo arrivati » sentenziò uno dei tizi, che probabilmente era lo stesso che li aveva salvati da quell’arciere. Jonas non riusciva a distinguerli l’uno dall’altro, sembravano essere uguali sotto quei cappucci e quelle tuniche. Una volta fermi in quel piccolo accampamento, lo scudo energetico che li circondava svanì. Dalla porta d’ingresso di una delle capanne, quella più alta, situata al centro del campo, uscì una donna dai capelli rossi, bellissima e anche lei vestita con una lunga tunica rossa. I suoi occhi si posarono, incuriositi e indagatori, su Jonas e sulla sua creatura.
« Ti stavamo aspettando, vieni.» La sua voce era pacata e rassicurante, oltre che stupenda come il suo volto e il suo fisico.
Jonas trascorse la notte e i giorni successivi in quel piccolo villaggio. La donna lo ospitò nella sua capanna, gli offrì un bagno caldo e una cena a base di stufato di anatra con salsa all’arancio e del pane ai mirtilli. Una volta che si fu lavato e ripulito in una vasca d’acqua calda, Jonas mangiò tutto con avidità, corroborato anche dal tepore del fuoco nel grosso camino che riscaldava la stanza. Mentre mangiava, la donna lo guardava con crescente curiosità, non staccandogli mai gli strani e stupendi occhi rossi di dosso, e facendolo sentire a disagio.
L’interno della casa era una sola grossa sala al piano terreno, pulita ed accogliente. Delle scale conducevano a un piano superiore. Gli scaffali dei mobili erano talmente pieni di ninnoli, pozioni e tomi antichi, da dare a Jonas l’impressione che lì dentro venissero praticati rituali di ogni genere. Tuttavia sentiva di potersi fidare anche di questa misteriosa donna. Saurin era all’esterno, intento a sgranocchiare un gigantesco osso buco di manzo, che uno dei tizi gli aveva dato dopo averlo accarezzato con affetto sulla testa. Il Jorm-Tuk si lavorava quell’osso scodinzolando sereno.
« Chi siete?»
domandò alla fine il ragazzino quando finì di mangiare…
LE KAY-ATTO 3
« Il mio nome è Skarlatta, e sono la Strega-Madre dell’ordine delle Kay.»
Jonas arrossiva ogni volta che la splendida donna gli rivolgeva la parola. Quando lei gli parlava, lo guardava dritto negli occhi e lui si sentiva terribilmente imbarazzato e non riusciva a sostenere il suo sguardo.
« Sai dov’è la mia famiglia?» chiese alla donna.
« Presto avrai tutte le risposte te lo prometto. A proposito, hai ancora il medaglione con te?» rispose lei. Lui la guardò contrariato. Perché, invece di rivelargli tutto e subito, lo stava tenendo sulle spine?
« Sì. E’ successa una cosa strana. Quando ci hanno attaccati, ha cominciato a vibrare e a scaldarsi.»
Lei annuì senza dire nulla, continuando a fissarlo negli occhi.
Jonas aveva così tante domande da fare a quella donna, che non sapeva nemmeno da dove iniziare. Lei però continuava a fare la misteriosa e questo, benché si fidasse di lei, non lo rassicurava per niente.
Inoltre, la sua più grande preoccupazione in quel momento era che altri soldati avrebbero trovato e dato alle fiamme quel luogo nel quale ora si sentiva al sicuro. La strega-Madre parve quasi aver intercettato quel pensiero e lo rassicurò. « So che hai paura che ti trovino, riesco a percepirlo... ma stai tranquillo e non temere, questo luogo è protetto da una magia tanto potente quanto antica.»
« Ti presento le Kay » Improvvisamente la porta si aprì, ed entrarono altre donne. Jonas trovò la cosa incredibilmente insolita: appena la strega gli aveva detto che gli avrebbe presentato le sue ” amiche ”, queste erano subito entrate in casa, come se fossero state tutto il tempo ad origliare ciò che lui e la Strega-Madre si stavano dicendo. Ma d’altro canto erano streghe, pensò il ragazzo, ci si poteva aspettare di tutto. Le donne entrarono tutte e l’ultima della fila si richiuse la porta alle spalle. Erano una ventina, rilevò, tutte splendide e vestite con la stessa lunga e fine veste di seta rossa che lasciava intravedere le forme perfette dei loro corpi. Nessuna di loro però aveva gli occhi rossi come la strega-madre: avevano chi gli occhi color nocciola, chi gli occhi azzurri. I capelli erano tinti con sfumature dello stesso color porpora di quelli della ” madre ”. Tutte insieme, una di fianco all’altra, riunite in quella grossa sala, con i loro occhi meravigliosi puntati su di lui, fecero arrossire Jonas a tal punto che il bambino pensò che la faccia gli stesse andando a fuoco.
« Non guardatelo troppo a lungo, a lui non piace » le ammonì Skarlatta. « Loro sono: Nikolette, Soraya, Natalya, Kassandra, Anays, Anèt, Aurora, Alba, Mara, Alexandra, Valerya, Sasha, Adòry, Layla, Cicilya, Helèn, Roberta, Dyana, Kikilith, e l’ultima arrivata, la promettente Judit.»
Le ragazze fecero un breve inchino. Erano tutte molto giovani e belle, in particolare l’ultima: Judit, quella nuova, era più giovane delle altre e davvero bellissima, con i suoi capelli color oro e porpora e i suoi occhi azzurri scuri, penetranti.
« Potete andare, mie Kay » disse loro Skarlatta. Il gruppo di streghe rispose in un melodioso coro:« Va bene, madre!» Dopo un altro breve inchino diretto alla ” madre ” si congedarono.
Skarlatta tornò a rivolgersi a Jonas. « Molte di loro hanno perso la propria famiglia, le loro case, tutti i loro affetti, ma io gli ho dato una nuova speranza. La speranza di una nuova vita…e di una terribile vendetta… »
Nel pronunciare la parola ” terribile vendetta ” gli occhi della donna ebbero uno scintillio fulmineo ed inquietante, per poi ritornare vispi e sorridenti.
« Quel Jorm-Tuk…dove lo hai trovato?... »
« Mi sono risvegliato in una caverna. Avevo una caviglia rotta e non potevo muovermi, non ricordo come sono finito lì dentro, devo aver sbattuto la testa, forse… e lui mi ha guarito la gamba e mi ha portato fuori di lì. Quando sono tornato al villaggio, erano tutti morti.»
Ripensare al villaggio fece tornare le lacrime agli occhi di Jonas.Imbarazzato, si sforzò con tutto se stesso per trattenerle, ma erano già traboccate dagli occhi. Skarlatta lo accarezzò dolcemente sulla guancia con un’espressione amorevole, quasi materna. Jonas non si era mai vergognato così tanto in vita sua, ma il ricordo di ciò che aveva visto ad Oak era troppo vivido e terribile per non disperarsi. La donna si alzò dalla sedia e si diresse verso uno degli scaffali, da cui prelevò una piccola ampolla contenente un liquido blu.
« La verità, piccolo Jonas, è che siete stati via molto tempo, tu e quel Jorm-Tuk… adesso bevi questo…»
Jonas non riuscì a capire. Cosa intendeva la strega con: Siete stati via troppo tempo?

La Strega-Madre gli porse la fiala…
DI NOTTE-ATTO 4

« Non voglio prenderlo »
La Strega-Madre sorrise dolcemente, i suoi denti erano bianchi e perfetti.
« E’ un ricostituente, ti aiuterà a riposare e ad allentare i nervi.»
La sua voce era così serena e rassicurante. A tratti quella donna le ricordava la sua dolce mamma scomparsa, gli trasmetteva le medesime sensazioni di sicurezza, di amore, che provava quando sua madre Alba-Anika era ancora in vita.
« Non devi temere nulla da me, piccolo Jonas. Io e le Kai siamo qui per voi, per aiutarvi.»
« Io devo trovare mio padre e le mie sorelle, voglio tornare da loro.»
La donna parve intenerita da Jonas. Stappò la boccetta e la bevve tutta d’un sorso.
« Serve anche a me qualcosa per alleggerire la tensione » gli disse sorridendo, poi si diresse di nuovo verso lo scaffale e prese un’altra boccetta identica a quella che aveva in mano.
Jonas provò a farle un piccolo ricatto: «Io la bevo se tu mi dici dove sono mio padre, Alice e Anna-Anika.»
L’espressione di Skarlatta cambiò, divenne cupa.
« I tuoi famigliari sono nell’Oivesth, ma non tutti. Tua sorella maggiore Anna-Anika è oltre l’Oivesh. Una volta che sarai pronto, è lì che andrai alla fine... »
Jonas scattò in piedi con tale impeto che la sedia di vimini sulla quale era seduto si capovolse.
« Stanno bene?» Le chiese preoccupato.
«Sì.»
« E Ragnar e Sigurd? Mi spieghi cosa sta succ…»
« Ora basta! Il patto era che ti dicevo dei tuoi famigliari e te l’ho detto.» « Ti prego…» la supplicò Jonas.
« Rincontrerai entrambi. Uno in liete circostanze, l’altro purtroppo, in circostanze non felici.»
La donna aveva assunto un'espressione solenne.
« Bevi, domani ne riparleremo.»
Jonas alla fine bevve, e il rilassamento e il sonno annunciati dalla strega arrivarono presto.
Skarlatta aveva ragione: quel tonico era un vero toccasana. La donna lo condusse al letto e lui ci crollò sopra, sprofondando in un sonno istantaneo.
Durante la notte, fece una specie di incubo. Sognò di svegliarsi, proprio su quel letto, e di trovare la strega completamente nuda, sdraiata affianco a lui. Jonas non aveva minimamente idea di come fosse fatta una donna nuda, non l’aveva mai vista, ma in quel sogno era come se lo sapesse perfettamente: il corpo di lei così morbido e perfetto, il suo ombelico…Jonas allungava quindi la mano sul seno della strega, constatando quanto fosse sodo e incredibilmente pieno…improvvisamente dai seni della donna cominciava a sgorgare un liquido, un liquido bianco come vero e proprio latte, e il bambino avvicinava le sue labbra alla mammella, bevendo ciò che ne fuoriusciva.
Il sapore del latte della donna era così dolce, incredibilmente squisito. Più lo beveva, più Jonas si sentiva forte e potente…
Ad un certo punto si svegliò di soprassalto, fuori pioveva a dirotto. Era notte fonda. Si mise a sedere sul comodo materasso imbottito di piume d’oca che la Strega-Madre gli aveva gentilmente concesso per la notte. Voltandosi verso la finestra vide gli astri nello sterminato cielo di Erya, poi abbassando lo sguardo…ecco Saurin. Il Jorm-Tuk lo fissava da dietro il vetro. Sembrava incuriosito. Jonas lo salutò con un cenno della mano, al cucciolo brillarono gli occhi, aprì la bocca tirando fuori la lingua e scodinzolò. Jonas ripensò poi al sogno, e a qualcos’altro. Aveva avuto una fugace immagine, una visione nel sogno: Una ragazza bendata in mezzo a un clan, lei sedeva su un alto scranno e gli uomini del clan la ascoltavano mentre parlava a tutti loro.
Si ributtò sul materasso e per un po' rimase a guardare il soffitto. Non riusciva a dormire: quel sogno lo aveva destabilizzato. Si alzò, dirigendosi poi verso le scalette che conducevano al piano di sopra e le salì. La stanza di sopra era oscura e tetra, i massicci tavoli d’ebano, sui quali erano accatastati decine e decine li libri e grossi tomi, nel buio creavano sagome strane ed inquietanti. In fondo alla stanza c’era un grosso letto a due piazze, Jonas vi si avvicinò, come ipnotizzato. Sentiva un odore strano, odore di cipria, di lavanda e di fiori, di capelli di ragazza lisci, ben lavati e profumati… Sotto le coperte pesanti di lana dormiva la donna. Jonas alzò le coperte e la trovò lì sotto, completamente nuda. Emanava un odore forte e allo stesso tempo delicato, piacevole.
Come ipnotizzato, si infilò sotto le coperte e si strinse stretto a lei, si riaddormentò.
La strega aprì improvvisamente gli occhi.
Nel buio della stanza, brillavano di una luce rossa.
MAGIA-ATTO 5
Arrivò il mattino.
Jonas si svegliò, riposato e in forze. Si stropicciò gli occhi e si alzò dal letto. Skarlatta era davanti al camino, intenta a girare con un mestolo di legno una strana polpa rosso scuro che bolliva all’interno di un grosso calderone posto sulle fiamme.
Nella casa aleggiava una vaga fragranza di frutti di bosco e bacche. Quando il bambino le andò vicino, la strega tolse l’attenzione dal calderone e si voltò verso di lui.
« Dormito bene?»
«Sì, avevi ragione, quel tonico mi ha fatto proprio bene» rispose Jonas.
« Ma che cos’è questo?» domandò alla donna.
Lei allungò il braccio verso lo scaffale del mobile di fianco al camino e prelevò un piatto di ceramica.
« Confettura di more e gelsi » rispose, mentre riempiva il piatto.
Quella mattina la Strega sembrava diversa, strana. Aveva due gonfie occhiaie sotto agli occhi e il viso pallido e stanco. Diede il piatto a Jonas e se ne riempì uno anche lei. Insieme si sedettero a mangiare.
« Questa marmellata è squisita!» Jonas la mangiò tutta in pochi minuti. Quando anche Skarlatta ebbe finito, disse al bambino:«Andiamo fuori.»
Era una mattinata a dir poco fantastica: il globo nel cielo limpido di Erya splendeva sopra al villaggio e gli alberi tutt’intorno. La vegetazione era accesa delle mille sfumature dei fiori, nell’aria si respirava una totale calma avvolgente e penetrante.
Appena uscito dalla dimora, ad aspettarlo c’era Saurin, scodinzolante e felice come non mai di rivederlo. Jonas si domandò se la creatura avesse passato tutta la notte davanti all’entrata della casa.
Gli accarezzò il testone.
« Come va cucciolone, riposato bene?»
« Hiuu» rispose Saurin.
I due amici seguirono Skarlatta, fino a raggiungere un prato recintato su cui c’erano cinque manichini di paglia in fila, segnati con la tempera rossa su testa, cuore, e inguine.
« Entriamo » gli disse la strega. Sembrava proprio esausta.

Forse aveva dormito male. Lui invece era stato comodissimo sul letto al piano terra.
Saurin cercò di intrufolarsi nel recinto.
« No, tu no, a cuccia!» lo ammonì Skarlatta.
Il Jorm-Tuk obbedì e rimase fuori, seduto sulle zampe posteriori e intento ad osservarli placidamente.
A Jonas venne quasi da ridere: se il cucciolo avesse voluto saltare oltre la recinzione, gli sarebbe bastato uno slancio dei suoi, oppure semplicemente avrebbe potuto caricare le assi di legno con una testata e ridurle in pezzi. Intanto, ecco che arrivavano alcune delle streghe, con loro anche tre di quei strani individui bassi.
Il gruppetto raggiunse la recinzione e salutò la Strega-Madre intonando come al solito una melodia di voci.
Uno dei tre nani si avvicinò a Saurin, che si voltò di scatto. L’essere sobbalzò e decise di non voler più accarezzare il cucciolo.
Skarlatta puntò l'indice della mano verso uno degli omini di paglia. Una saetta velocissima si scagliò ronzando contro il bersaglio, colpendolo al centro della testa.
« Prova» disse a Jonas.
« Come si fa?» chiese il bambino.
« Chiudi gli occhi e concentrati. Nella tua mente visualizza la saetta che parte dal dito.»
”Chissà perché è così pallida stamattina”… si domandò Jonas.
Il bambino fece come gli era stato detto: chiuse gli occhi e immaginò. Si sforzò di visualizzare nella mente una saetta come quella che la strega aveva lanciato poco prima. Divenne tutto rosso in faccia, tese i muscoli del braccio ed esclamò: «Vai!»

Non successe niente.
Le streghe fuori dal recinto risero di sottecchi, Jonas si sentiva tutti i loro occhi puntati addosso. Saurin drizzò le lunghe orecchie e diede loro un’occhiata fugace e disinteressata. Tra le donne che assistevano c’era anche Judit: l’ultima arrivata. Era molto più bassa di loro ma incredibilmente bella. Non staccava mai gli occhi da Jonas e dal suo cucciolo.
« Avanti, ritenta.»
« Ma io non so farlo, non sono un mago!»
protestò. Lo sghignazzare delle streghe lo aveva innervosito.
« Riprova!» gli urlò Skarlatta.
Jonas, pieno di imbarazzo e rabbia, chiuse di nuovo gli occhi e puntò il dito contro il bersaglio. Gli tornarono in mente gli abitanti di Oak, massacrati e uccisi. Ripensò alla sua casa in fiamme e alla sua famiglia scomparsa chissà dove, e poi gli tornò in mente Saurin ferito alle zampe posteriori mentre quei cinque soldati lo accerchiavano.
Improvvisamente il medaglione vibrò e si scaldò di nuovo.
« Vai!» urlò Jonas.
Percepì uno strano flusso di energia attraversargli il braccio, poi una saetta enorme schizzò velocissima dal suo dito.
« Non posso crederci »
disse sbalordita Skarlatta, voltandosi verso le altre streghe.
Saurin aveva drizzato le orecchie e si era alzato.
Il manichino colpito non c’era più, al suo posto c’erano solo rametti, paglia e fogliame sparsi un po’ ovunque…

LA LOTTA-ATTO 6
Sbalordito, Jonas osservò il suo palmo della mano. Il medaglione smise di vibrare, e piano piano cominciò a raffreddarsi all’interno della tasca dei suoi pantaloni logori.
« Ma che cosa è stato? Io non riesco a capire! »
Ma poi si ricordò di quando Saurin era stato in pericolo e c’era stata quell’esplosione di rabbia: un flusso di energia simile a quello che aveva avvertito adesso lanciando la saetta, ma di gran lunga più potente. In quell’occasione, ricordò, aveva sentito l’enorme energia pervadergli letteralmente tutto il corpo, per poi uscire fuori da lui con una furia distruttrice, attraverso quell’urlo disperato che aveva fatto alla vista dell’amico Jorm-Tuk in pericolo.
Le streghe dietro di lui si guardarono l’una con l’altra sbalordite. L’unica che non sembrava sorpresa era Judit, che continuava ad osservare Jonas con quegli strani occhi colore del mare e quel sorrisetto accattivante appena accennato sul volto. A Jonas, quella ragazzina piaceva da impazzire. Ad occhio e croce, pensò mentre la guardava fugacemente, doveva avere dodici o tredici rotazioni, quindi due o tre più di lui. Le altre non dovevano avere più di venti rotazioni.
Skarlatta ne aveva forse trenta o giù di lì.
« Bene! Perfetto! » esclamo la Strega-Madre. Sul suo volto ovale, sorridendo le si formavano delle fossette nelle guance. Jonas trovava bellissima anche lei, ma non riusciva a capire perché quella mattina la donna rossa apparisse così sfinita...così giù di tono…
« E ora? Cosa devo fare? » le chiese. Si sentiva piuttosto soddisfatto: del manichino che aveva colpito non rimanevano che pezzettini sparsi qua e là.
« Vud, Mud! Venite qui! »
Due dei tre esseri che avevano accompagnato le streghe fin lì si affrettarono ad entrare nel recinto. A guardarli parevano strani bambini malaticci dal viso pallido e la pelle estremamente chiara, gli occhi che emanavano uno strano luccichio. In effetti, pensò Jonas, non sembravano occhi del tutto umani.
« Sìssignora dica Signora! » esclamarono entrambi. Il loro accento era strano e del tutto nuovo alle orecchie di Jonas. Sicuramente non era accento di Erya. Poteva essere dell’Oivesth, per quanto il ragazzino ne sapesse. Da quello che aveva appreso dai racconti della nonna Isyde infatti, i nani o folletti, o ancora: i ” Ratok ”, ( perché questi combaciavano proprio con gli esseri delle foreste chiamati in quel modo descritti nei racconti della nonna ) abitavano L’Oivesth, sparsi tra gli uomini nei Regni e nelle città della Valle.

« Dov’è il bastone? Ma è possibile che ogni volta devo ricordarvi di portarlo? » li sgridò entrambi Skarlatta, visibilmente infastidita.
« Mi scusa Signora vado subito Signora! » I due, sull’attenti, animati da un visibile timore reverenziale nei confronti della Strega-Madre, quasi si azzuffarono tra di loro per essere i primi a portare il cosiddetto ” bastone ” a Skarlatta. Alla fine la spuntò Vud, che tornò correndo in men che non si dica al recinto, scavalcandolo con un’agilità impressionante. L’altro, Mud, stava a braccia conserte a guardare storto Vud. Erano così buffi.
Skarlatta alzò gli occhi al cielo, spazientita, e sospirò.
« Ne serve anche un altro! »
A questo punto, visto che la loro piccola competizione per chi prendesse per primo quello strano bastone rosso era stata inutile, Mud fece una risatina e corse a prenderne un altro.
Quando tornò lo diede a Skarlatta.
« Judit, vieni dentro. » ordinò la donna rossa.
La giovane strega entrò nel recinto e si mise di fianco a Jonas. Il ragazzino notò quanto fosse brillante il colore oro sfumato rosso dei suoi lisci e lunghi capelli.
Skarlatta consegnò loro i bastoni rossi.
« Ora vedremo come lotti…» annunciò.
Jonas non aveva idea di cosa dovesse fare.
« Cosa dev… »
” Sbam! ” Gli arrivò una legnata in fronte talmente forte da fargli vorticare tutto il mondo circostante per qualche attimo. Il bambino indietreggiò di qualche passo, con entrambe le mani schiacciate contro la fronte dolorante che bruciava e pulsava. Il suo bastone era caduto a terra.
« Prima regola del combattimento con l’Abétu: mai abbassare la guardia! » disse Skarlatta, solenne in volto. Le altre streghe, compresa Judit, sembravano essere piuttosto divertite.
Judit aveva assunto una posizione di guardia: una gamba piegata in avanti a sostenere il peso del busto, anch’esso proteso in avanti. L’altra gamba tesa dietro in accompagnamento del corpo e dei movimenti. Il bastone puntato contro Jonas.
Nonostante fosse giovane, la ragazzina sembrava già sapere esattamente come muoversi.
« Così non val…» provò a protestare Jonas, ancora dolorante, la fronte tutta rossa e gonfia e gli occhi colmi di lacrime.
Judit scattò velocemente in avanti e lo colpì di nuovo, stavolta con la punta del bastone allo stomaco.
« Aia! » Il bambino si piegò in due.
« Raccogli il bastone » gli ordinò Skarlatta.
Intanto Saurin assisteva alla scena, ma senza intervenire.
Che sapesse che era un allenamento?

LA CENA - ATTO 7
Il giorno lasciò spazio al tramonto, poi alla sera.
Jonas era letteralmente sfinito mentre percorreva la strada per tornare a casa di Skarlatta. Saurin, calmo e blando al suo fianco.
« Ma come fa ad essere così brava!? »
Skarlatta camminava davanti a loro. Sembrava molto stanca anche lei, molto più di quanto lo era stata a inizio giornata.
« Judit è come te, in un certo senso. Ha perso tutti: la sua famiglia, i suoi fratelli. Quando l’ho trovata, l’odio albergava nei suoi occhi, nel suo corpo. L’odio la pervadeva. Così ha cominciato da zero, da molto meno rispetto a quello che tu già hai. Ed è andata avanti…»
Skarlatta si girò verso lui.
« Perciò lamentati di meno e impegnati di più! »
In alcune occasioni, come durante l’allenamento di quel giorno, oppure in quel preciso istante, la strega sapeva essere così severa..mentre in altri momenti, come quando accolse Jonas nella sua dimora e lo lavò e lo nutrì..in quelle situazioni era quasi materna. La sua espressione affranta continuava ad essere il cruccio di Jonas: avrebbe voluto tanto domandarle cosa le fosse successo la notte scorsa, ma allo stesso tempo sentiva che sarebbe stato meglio farsi i fatti propri. Comunque ora la priorità del bambino era che ogni singola parte del suo corpo gli doleva come non mai. Judit aveva continuato a vessarlo con una miriade di colpetti in tutto il corpo con la punta del cosiddetto Abétu. Quando lui si rialzava, scoordinato, umiliato e dolente, lei lo metteva a sedere di nuovo assestandogli un altro colpetto deciso e non troppo forte ( quantomeno, non forte come il primo colpo infertogli alla fronte ) allo stomaco o alle cosce. Cosce che ora facevano un male cane: erano rosse, quasi violacee, piene di ematomi, e sulla fronte andava formandosi un bernoccolo.
Si era sentito così ridicolo, e arrabbiato, mentre lei lo picchiava.
Ad un certo punto, dopo esser finito col sedere sull’erba forse per la decima volta, Jonas si era tirato in piedi, animato da un impeto di rabbia crescente. Aveva deciso di saltarle addosso e picchiarla sul serio, quella splendida Judit; ma quando poi i suoi occhi si erano fermati in quelli di lei, la rabbia era scemata e si era sentito strano, come imbambolato. Si erano guardati negli occhi per qualche istante e si era sentito folgorare da un turbinio di emozioni.
Poi lei gli aveva scagliato contro un’altra legnata rispedendolo a terra.
Arrivarono a casa di Skarlatta. Jonas era così stanco che il breve percorso dal prato recintato alla dimora era stato un supplizio per i polpacci. Ma ancora più doloroso era ripensare agli sguardi divertiti delle altre streghe che assistevano al suo rovinoso primo addestramento. Una volta finito si erano congedate dalla madre con il loro solito coro di voci e si erano dileguate tra la vegetazione e le casette di quell'insolito villaggio.
Almeno, pensò, in quel luogo lui e Saurin erano protetti dalla magia e quei soldati non li avrebbero attaccati. O almeno credeva.
« Oggi è stato il tuo primo giorno ed è stato faticoso. Vai a farti un bel bagno e poi mangiamo insieme alle altre Kai, va bene? »
Ora Skarlatta era tornata ad essere premurosa. Jonas ne fu lieto.
Dopo aver salutato il cucciolone con baci e carezze, il bambino si acquietò nel tepore dell’accogliente casetta, si lavò e per poco non si addormentò nella vasca. Poi, una volta vestitosi si diresse piuttosto affamato nel salone.
C’erano tutte e venti le Kai, riunite intorno al grosso tavolo circolare imbandito di selvaggina, frutta e confetture varie.
« Siediti qui, ti ho tenuto il posto…» Tra il vociare delle donne, riconobbe subito quella della splendida fanciulla che poco prima lo aveva quasi accoppato di legnate in quello stupido allenamento! Jonas le si avvicinò con timore.
« Non temere! » esclamò Judit. Le altre scoppiarono a ridere.
Perfino Skarlatta accennò un sorriso. Jonas arrossì e si innervosì subito.
« Sei una strainik… » le disse, tutto offeso, poi si sedette e allungò una mano verso una fetta di pane alle mandorle, ma Judit gli diede un colpetto sul dorso della mano.
« Che vuoi? » le chiese spazientito.
« Prima il tributo… » rispose lei.
Le streghe alzarono le mani al cielo e intonarono una serie di preghiere a lui del tutto sconosciute.
Grande Dea Kailith illuminaci..
Grande Dea Kailith proteggici..
Grande Dea Kailith rafforzaci…
Ripeterono la cantilena una decina di volte, lui le osservava sbalordito e incuriosito. Dalla finestra alle spalle di Skarlatta vide Saurin, che lo fissava felice. Dietro di lui una barriera attorno alla foresta. Aveva studiato la storia di quella Dea che stavano pregando: era la Dea della vendetta..
Ma di chi, quelle donne volevano vendicarsi? Era chiaro che le donne impalate e incenerite nella foresta erano streghe come loro, poiché nelle foreste della montagna delle ere solo le streghe vi abitavano. Ma chi le aveva ridotte in quel modo?
Sapeva che avrebbe dovuto aspettare per le risposte che cercava.
Cominciarono a mangiare.

LA GUERRA ALLE PORTE - ATTO 10
Cominciarono con dello stufato di cervo con carote cipolle chiodi di garofano e salvia. L’odore che il calderone fumante emanava permeava la stanza. A Jonas fece venire l’acquolina in bocca.
Da dietro la finestra, alla vista delle pietanze anche a Saurin venne l’acquolina: il Jorm-Tuk per poco non mandò in frantumi la finestra quando si rizzò in piedi strusciando freneticamente le zampe anteriori contro il vetro. Alla fine, Vud riempì una grossa ciotola di legno con ossa e frattaglie varie e la lasciò fuori la porta. Il cucciolo si avventò sul cibo divorandolo in pochi secondi.
« Non può andarsene in giro per la foresta a cacciare? » domandò una delle streghe: Kassandra.
« Credo sia la barriera che glielo impedisce » le rispose la strega che le sedeva affianco: Cicilya. Questa aveva un visetto tondo e delicato e un nasino a patata molto grazioso, era leggermente più paffuta di Kassandra, che aveva invece la faccia aquilina e le spalle più larghe.
Jonas, esterrefatto, si domandò chi avesse preparato tutto quel ben di Dea mentre tutte loro erano alle prese con gli addestramenti, poi ebbe la risposta quando vide Vud e Mud che portavano le pietanze e ne preparavano altre, vestiti con un buffo grembiule intriso di macchie di sugo e sangue si selvaggina.
« Ecco voi rape a miele e more » annunciò uno dei due mentre serviva la pietanza. Le streghe li ignoravano, ormai erano abituate ai loro volti eterei e strambi. Ma Jonas no, trovava quegli esserini strani e buffi allo stesso tempo.
« Questo che stai fissando da un'eternità è un Ratok » gli disse infine Skarlatta, seduta a capotavola.
« Un Ratok? Ma i Ratok vivono nell’Oivesht! »
« E a te chi te lo ha detto, nanerottolo? » intervenne Judit, divertita. Quanto le era antipatica! Eppure perché ogni volta che il solo guardarla, il solo starle seduto vicino e sentire il suo odore, lo mandava in brodo di giuggiole? Non ne aveva proprio idea…
« Me lo ha detto il mio maestro di trascrizione, Strainik! »
Si levò un coro di risate. Nel frattempo l’altro Ratok: Mud, metteva a tavola una pirofila con dentro un caldo sformato di funghi e cipolle dall’aspetto davvero invitante, poi si congedava con un breve e impacciato inchino.
« Ooh, il piccolo non l’ha mandata giù la storia! Attenta che se l’è legata al dito! » esclamò un’altra delle streghe: Roberta. La donna aveva uno strano accento, e una voce forte e squillante. Aveva due seni giganteschi, tenuti a stento da uno stretto farsetto di seta rossa che glieli stringeva e gonfiava. Jonas non poté fare a meno di osservare tutta quella prosperosa carne che ballonzolava fiera ogni volta che la donna si muoveva sulla sedia. Fino a che lei non gli fischiò.
« Hey, guarda che la mia faccia è qui è! » lo apostrofò Roberta indicandosi la faccia. veva un’espressione divertita e molto amichevole. Si levarono altre risate, Jonas abbassò lo sguardo sul suo piatto e continuò a mangiare lo stufato. Roberta non era di quelle parti, ed era anche la più grande del gruppo.
« Dai, cominciamo con l’ordine del giorno, adesso » esordì Skarlatta, con un lieve sorriso sulle labbra. Le sue occhiaie si andavano sgonfiando.
« Mud, porta l’ordine! » urlò la Strega Madre.
Dall’interno della cucina si udì uno strepitare di passi, Mud arrivò di corsa con una lunga pergamena in mano. Si avvicinò a Skarlatta e si inchinò talmente veloce che per poco non le diede una testata.
« Ecco te Signora mia! » L’essere chiamato Ratok le porse il foglio e Skarlatta lo lesse.
« Questa è la lista dei viveri! » gli urlò contro la donna rossa.
« Scusa Signora mia provvedo subito! » il nanerottolo si riprese il foglio e corse di nuovo in cucina. Le streghe ridevano a crepapelle, mentre Skarlatta disapprovava sconsolata facendo segno di no con la testa.
« Io non ce la posso fare, questi due idioti mi stanno facendo venire l’esaurimento » disse La Strega-Madre.
Mud tornò con la giusta pergamena. Skarlatta la aprì e si rivolse alle venti Kai: « Le città della Valle dell’Oivesth si stanno rivoltando l’una contro l’altra. »
« Quella stupida baldracca di Glenda! E’ tutta colpa sua! » disse una delle streghe. Jonas, che osservava Skarlatta che parlava, non riconobbe di chi fosse quella voce.
« Fa silenzio Valerya! » la ammonì Skarlatta.
« Ormai Glenda è morta e sepolta, ma ci sono le sue due figlie: Maira e Lilith..e si dice si siano ricongiunte entrambe a Sportym, entrambe con i loro cavalieri giurati… » a parlare fu Soraya.
« Glenda non è morta manco per il cazzo. Sta pure lei a Sportym con le figlie, e ora stanno radunando un esercito. Ma io Skà…credo che possiamo star tranquille per il momento, ho saputo dalle mie spie che la valle per il momento sta impegnata a risolvere la disputa contro GoodStone... Quella pazza della figlia minore di Glenda si è proclamata Dea-Regina subito dopo la morte del padre, e ha fatto appiccare il fuoco a mezza città! »
«…chissà se sanno che è solo una strega bastarda!?.. »
Roberta rimproverò Mara: una strega dal fisico esile e dallo sguardo intelligente.
« E’ una strega bastarda, ma non sottovalutare il suo potere. Lei lo accresce da quando aveva quindici rotazioni, ed è diventata molto potente. »
Per come si rivolgeva alle altre Kai e a Skarlatta stessa, era evidente che Roberta fosse considerata la spalla destra della Strega-Madre: una sorta di consigliera che si trovava un gradino sopra tutte le altre e uno sotto a Skarlatta.
« Ma scusa, io però non capisco » cominciò un’altra Strega: Alexandra. « Se i Signori delle città della Valle sanno che è stata Lilith con il suo esercito a bruciare gli oppositori, e se sanno anche che è una bastarda, perché ancora non è morta? » Alexandra bevve un bicchiere di vino rosso mentre aspettava la risposta di Skarlatta. Era una donna statuaria e molto fine ed elegante in ogni suo piccolo movimento.
Skarlatta, seduta su una sedia un po’ più alta delle altre, finì anche lei il suo bicchiere di vino speziato e rispose: « Ancora non lo so di per certo, ma i motivi possono essere due: o l’esercito di Marvich… perché è di quello che stiamo parlando no? Sappiamo tutte che impalare le streghe e bruciarle è usanza di Marvich sin dalle ere antiche…dicevo: o a Marvich, e in tutto il Nord della Valle, qualcuno è venuto a sapere che colei che si è proclamata Regina-Dea, facendo ammazzare tutti i suoi oppositori in tutta GoldStone, è in realtà una strega bastarda; o è stato inscenato un rapimento ai danni di Lilith, dopo l’incendio di GoldStone, per trovare un capro espiatorio, una volta che hanno constatato che gli oppositori della bastarda sono in tutta la valle, e più di quanto pensassero.»
Roberta rivolse a Skarlatta uno sguardo colmo di approvazione e ammirazione.
« In quel caso il capro espiatorio saremmo noi. La cosa più facile da fare è incolpare noi Kai. Di certo non incolperebbero il suo cavaliere, che invece l’ha portata in salvo dalla sorella e dalla madre a Sportym, prima che metà della Valle le dichiarasse guerra! »
Roberta cercò l’approvazione di Skarlatta, che annuì, aggiungendo poi: « Io ho anche un’altro pensiero in mente, che non mi da tregua: e se entrambe le cose fossero vere? Se l’incendio e il finto rapimento siano stati architettati per avere tutta la Valle dalla sua parte, per potersi poi scagliare contro di noi? Suvvia, sappiamo tutte quanto odio provava sua madre per noi, e quanto ne ha trasmesso alle figlie, di quell'odio! »
« Così avrebbe preso due lepri con una lancia! Vero! Così facendo si sarebbe tolta la furia degli oppositori di dosso, per poi scagliarla contro di noi, vendicandosi per la scomunica di sua madre! » continuò Roberta, sempre più speranzosa di ingraziarsi Skarlatta. A Jonas, che le ascoltava ed osservava mentre bevevano un bicchiere di vino dopo l’altro anziché mangiare, quell' atteggiamento da lecca piedi che Roberta stava assumendo gli dava piuttosto fastidio.
« Così sarebbe nel caso nessuno sapesse niente delle origini di Lilith, in caso contrario sarebbe stata la prima a morire, che ci fosse il suo cavaliere o no a proteggerla » intervenne l’intelligente Mara.
« Esatto » convenne Skarlatta « per questo penso che nessuno ancora sappia niente che Lilith è una bastarda, e che sia tutto un suo piano folle per vendicarsi di noi.» Concluse Skarlatta, gettando un’occhiata di approvazione a Mara. Roberta invece guardò l’esile donna con astio. A Jonas ricordò molto quando le sue due sorelle si contendevano le lodi del padre.
La cena terminò, e ognuna delle Kai tornò nella propria dimora.
Jonas era satollo di cibo e di chiacchiere, e aveva gambe e schiena a pezzi. Chiese a Skarlatta il permesso di congedarsi anche lui, per poter andare a dormire, lei anuì amorevolmente. Era tuttavia palese che fosse molto preoccupata. Prima di andare a coricarsi, Jonas le domandò:« Quindi sono stati quelli dell’Oivesth ad uccidere gli abitanti di Oak? »
« Sì, piccolo, e ora probabilmente staranno scovando streghe in tutte le città dei venti regni. »
Jonas, a quel punto la supplicò: « Ti prego, Skarlatta, se lo sai, dimmi dove sono il mio Papà e le mie sorelle…ti prego.»
« Vieni, piccolo, vieni qui con me…»
Skarlatta lo condusse al letto dove Jonas dormiva.
« Sdraiati e rilassati, e saprai tutto…»
Ma Jonas non seppe nulla. Una volta che fu allungato sul letto, la strega gli si sedette vicino e lo accarezzò, come faceva sua madre quando gli raccontava una favola della buonanotte. Più Skarlatta lo accarezzava, più a Jonas veniva sonno. Fino a che non si addormentò.
Quella notte si svegliò di nuovo. Pioveva a dirotto. Fuori dalla finestra Saurin lo osservava con i suoi occhioni sereni. Jonas lo salutò con un cenno della mano, poi salì le scale e raggiunse Skarlatta al piano superiore. La strega era in piedi, nuda, davanti a un grosso specchio più alto di lei, incastrato in una cornice merlettata.
Dea Kailith aiuta il ragazzo…
Dea Kailith aiuta il ragazzo…
I seni della donna erano gonfi e turgidi, del latte sgorgava da essi..
Jonas, sonnambulo, si avvicinò e bevve…

IL POTERE DELLA CUPOLA [ ATTO 1 ]
Ogni giorno che passava, dal sorgere fino al tramontare del globo, la bellissima Strega-Madre: Skarlatta, insieme alle venti Kai, sottoponevano il bambino Jonas ad allenamenti estenuanti. I primi giorni furono i peggiori. Jonas tornava a casa alla fine di ogni giornata con qualche contusione e tutte le ossa doloranti.
All’inizio si era confrontato quasi sempre con Judit. La ragazza, spesso infantile e dispettosa, lo atterrava con raffiche di Abètu o con onde magiche che lo scaraventavano al suolo. Lei lo sbeffeggiava e punzecchiava, visibilmente divertita, e lui si rialzava e non si dava per vinto, prendendo botte su botte, e dopo qualche settimana, riuscendo addirittura a schivare o parare colpi. Il peggio era quando si era dovuto confrontare con le altre: lo avevano letteralmente massacrato. E loro non erano scherzose come Judit. Loro mantenevano lo sguardo serio e cupo ad ogni colpo che gli infliggevano, perché ogni colpo era una lezione che Jonas avrebbe dovuto conservare gelosamente.
Cicilya si muoveva leggiadra come un cigno. Le sue braccia e il collo erano esili, e quando saltellava di qua e di là, evitando i colpi rabbiosi e scoordinati di Jonas, aveva proprio la grazia di un cigno acquatico.
Mara era altrettanto magrolina e aggraziata. La streghetta dal viso delicato e grazioso lavorava però di astuzia. Non a caso era considerata quella intelligente del gruppo. Ogni volta ingannava Jonas con il solo sguardo, confondendolo e mandandolo poi con la faccia nell’erba quando lui la attaccava frontalmente con l’Abètu, con lei che era già scattata dietro di lui. Una vera gatta, animata da una leggiadra civetteria.
Invece Roberta, quella con i seni enormi, ci era andata giù pesante con il bastone. Tanto che, una volta rincasato insieme a Skarlatta, un Ratok sveglio e dalla parlata normale dovette ricucirgli il naso e la fronte. Ma Jonas imparava, cresceva, e cambiava. Sempre di più. E presto sarebbe stata anche la sua undicesima festa di rotazione , ma lui a questo non pensava. Come non pensava più con la stessa frequenza e con la stessa angoscia a dove fossero le sue sorelle e suo padre. Una sera, mentre erano a tavola, gli era stato assicurato che stavano bene. Le donne a tavola discutevano animatamente davanti a lui su quale fosse l’unguento o l’essenza migliore da applicarsi tra le cosce, per provare piacere nel sonno durante tutta la notte.
Nemmeno più a questo faceva caso. Ormai pensava quasi esclusivamente all’addestramento e a migliorare sempre di più. Le streghe non lo facevano nemmeno di proposito, spesso era come se non si accorgessero che tra loro c’era un bambino. Parlavano di uomini, uomini grossi come orsi che le avevano cavalcate selvaggiamente, distesi sui verdi prati fioriti della foresta delle fate, prima che metà di essa venisse data alle fiamme. Per un po’ non affrontarono più l’argomento: strega bastarda Lilith e i suoi inganni. Per un momento le Kai parvero perfino felici. Tranne una. Skarlatta era ogni giorno sempre più magra, pallida e sfinita. E questa era una delle poche cose che ancora continuavano a preoccupare Jonas. La strega era così rigida ed intransigente durante i duri allenamenti, ma fuori da questi era praticamente la copia spiccicata della madre che aveva perduto: così premurosa, così gentile. Lui le voleva bene. Ma poi, perché nessuna delle altre sembrava non farci caso? Era come se per loro lei fosse quella di sempre: rigogliosa, bella, in carne e prosperosa. Jonas non sapeva proprio spiegarsi il perché di quella cosa.
Poi c’era Judit, e lui cominciava a sentire dentro di sé delle strane pulsioni quando la vedeva. Queste pulsioni andavano di pari passo con il crescere di una quasi percettibile peluria sul volto e l’inguine. E quando osservava la sua immagine riflessa nei grossi specchi a casa di Skarlatta, pensava: ¨ possibile? ho solo dieci rotazioni..anzi fra poco undici. ¨
Ma a parte quello, Judit non era sempre così solare, sorridente e a volte infantile. A volte sapeva essere proprio una strainik, eppure quell’immancabile macigno che sentiva nello stomaco ogni volta che la vedeva non glielo toglieva nessuno.
Saurin... Saurin stava diventando un qualcosa di spettacolare e mostruosamente grosso allo stesso tempo. Il suo torace si era irrobustito e allargato, come anche le zampe, imponenti e muscolose. Per non parlare poi delle zanne, e di quelle membrane ai lati del dorso che crescevano sempre di più. In generale, il Jorm-Tuk sembrava via via diventare un adulto, e Jonas si domandava ogni giorno quanto sarebbe diventato grosso.
Un giorno, a tavola, Alexandra accortasi che Saurin osservava così allegramente e amorevolmente Jonas da fuori la finestra, gli aveva domandato: « Ma non va nemmeno a caccia.. mangia e non fa niente tutto il giorno, come fa a essere così poderoso? Non dovrebbe ingrassare? » Skarlatta era intervenuta. « E’ la Cupola…io credo sia per via dell’energia della Cupola che avvolge il villaggio. » Poi aveva guardato Jonas e gli aveva sorriso. Le sue occhiaie sempre più gonfie.
Quella notte pioveva a dirotto...

IL PIANTO [ ATTO 2 ]
Jonas si svegliò di soprassalto da quel terribile incubo, aveva la fronte completamente imperlata di sudore. Le soffici e profumate lenzuola erano zuppe. Non ricordava però cosa aveva sognato. Fuori dalla finestra, Saurin lo osservava con aria felice. A dire il vero sembrava quasi che sorridesse. I suoi occhi verdi, curiosi e fissi sul bambino, splendevano nella notte. Le enormi fauci spalancate nel suo respirare pesante, e la lunga lingua di fuori.
Si, sembrava contento. E lo osservava.
” Io sono tutto il suo mondo ” pensò Jonas.
” E lui è tutto il mio.”

All’improvviso sentì un flebile pianto provenire dalla stanza di Skarlatta, al piano di sopra. Il bambino si diresse di corsa per le scale ed entrò.
La Strega era nuda come le Dee l’avevano fatta, in piedi davanti al grosso specchio. Piangeva.
Non resisto più…ti prego…non resisto più…
Aiuta il ragazzo…conducilo…e il debito sarà ripagato…
Ti prego io non resisto più…

Quelle frasi così sconnesse, pronunciate tra un singhiozzo e l’altro, fecero venire a Jonas i brividi dietro la schiena.
Il bambino si avvicinò alla strega e le posò delicatamente una mano su un braccio.
« Ska…che succede? »
Con il passare dei giorni, ‘Ska’ era diventato l’abbreviativo con cui la chiamava. Usava abbreviazioni anche per le altre streghe, ma tranne che per Judit, che odiava essere chiamata ‘Jud’ perché le ricordava un nome da Ratok. Era una ragazza dal carattere piuttosto difficile, Jonas provava sempre ad addolcirla comportandosi in modo confacente alla sua tempra. Se riuscivi a prenderla dal verso giusto infatti, lei sapeva essere anche molto simpatica e gentile. Una mattina però, dopo che Jonas l’aveva chiamata con quel nomignolo, per cercare di stabilire una sorta di confidenza, lei aveva immediatamente espresso il suo disappunto facendo comparire con un incantesimo, ( stringendo il pugno si era intravista una luce tra le dita, come se stringesse una sfera di energia luminosa nella mano ) un rospo nelle mutande di Jonas. A quel punto era scoppiata in una scomposta e fragorosa risata, quasi fosse un rozzo monello dispettoso. E in effetti, nonostante la sua bellezza, Judit aveva l’eleganza di un guardiano di porci.
« Perché piangi Ska? »
La Strega-Madre si voltò, a Jonas venne un groppo alla pancia, tremò dal terrore.
Skarlatta piangeva lacrime rosse, e dai suoi seni sgorgava sangue…
« So che ti chiedo troppo ma fallo, ti prego tesoro, è per il tuo bene…» gli disse, in preda a un pianto disperato e macabro. Gli occhi erano completamente ricolmi di sangue che le rigava le guance.
Jonas, come in balia di un sogno ad occhi aperti, le si avvicinò e la abbracciò forte. Le arrivava con la faccia all’altezza dei grossi seni, e poteva sentire il calore della sua pelle, del suo corpo, e l’odore di lei su di sé. La strega ricambiò l'abbraccio, poi gli poggiò una mano dietro la nuca e gli spinse la faccia con forza su uno dei seni.
« Ti prego prendilo…manca poco ti prego… » gli disse, mentre continuava a piangere.
E Jonas, come in un altro folle incubo, bevve.
Il mattino successivo si svegliò ben riposato e di buon umore. Era carico di energie e pronto ad affrontare un altro estenuante allenamento. Mentre Skarlatta sembrava non si fosse ancora svegliata. Strano, di solito come lui si svegliava la trovava già operativa, intenta a preparare misture con confetture di frutti di bosco e a spalmarle su delle croccanti fette di pane alle noci, mentre intonava con una voce assolutamente angelica una strofa di qualche ballata secolare.
Quella mattina però nella cucina e nella sala regnava il silenzio e una vaga sensazione di malinconia. Jonas si drizzò a sedere guardandosi intorno, poi si alzò e corse al piano di sopra.
Skarlatta era lì che ancora dormiva profondamente, avvolta sotto le spesse coperte di lana. Russava anche, e beata. Jonas decise di non disturbarla e si preparò la colazione da sé: dopotutto stava crescendo e non era più un bambino. Tra un giorno, arrivata la sera, nel momento in cui il globo bianco sarebbe stato alto nel cielo, posizionandosi tra la costellazione dell’ariete e quella della tigre, avrebbe compiuto undici rotazioni.
Si preparò la colazione e poi uscì di casa. Fuori lo aspettava come al solito Saurin: orecchie drizzate, coda scodinzolante, e occhi che sprizzavano gioia e serenità. Oltre al cucciolone, e a un globo rosso alto e luminoso nel cielo di Erya, incredibilmente, con suo grandissimo stupore, c’era anche Judit ad aspettarlo.
La ragazzina gli diede il buongiorno con un cazzotto sulla spalla.
« Andiamo moccioso, sei in ritardo! »
Judit guardò la casa e inarcò un sopracciglio.
« Ma Skarlatta dove sta? »
« Stamattina ancora dorme, ho preferito non svegliarla.»
« E credimi, hai fatto bene! Andiamo allora, le altre ci aspettano, lei tanto ci raggiungerà dopo.»
I due ragazzini si diressero ai recinti di addestramento, accompagnati dall’allegro zampettare di Saurin.
Erano dentro, Jonas avrebbe cominciato con il riscaldamento: tiro al bersaglio con le saette magiche…

SFIDA ALLE LEGGENDE [ ATTO 3 ]
I bersagli erano ormai molto facili da colpire. Quello era solo il riscaldamento. Prima con la sinistra, poi con la destra, Jonas scagliava saette di fuoco e fulmini addosso ai fantocci di paglia. Testa, petto ed inguine: i bersagli perfettamente centrati fumavano. Ora riusciva a controllare meglio la potenza di quelle scariche, cosi da non distruggere completamente i manichini e cosi che Mud e Vud non dovessero ogni volta rimpiazzarli con dei nuovi. Ora proprio Mud lanciava in aria un grosso osso di montone. Saurin lo prendeva al volo tra le enormi fauci, sgretolandolo sotto la sua potente morsa. Dopidiché il Ratok faceva qualche passo indietro per sicurezza, ma Saurin, interessato solo all’osso, non lo considerava nemmeno.
« Bene, cominciamo » sentenziò Alexandra, mentre entrava nel recinto.
Alta e dalle spalle larghe, il volto aquilino, si mise in posizione: la stessa che si doveva assumere quando si impugnava l’Abètu a due mani. Senza il bastone, il braccio andava teso in avanti, con il palmo della mano puntato contro l’avversario. L’altro braccio con il gomito piegato e ben attaccato al busto, il palmo ugualmente puntato in avanti.
Alexandra attaccò Jonas. Con uno scatto felino in avanti fece schizzare il palmo contro la faccia del ragazzino. I primi tempi, quel palmo lui nemmeno lo vedeva arrivare e gli finiva dritto spiaccicato sul naso. Ora no. Il medaglione vibrò e si riscaldò leggermente nella sua tasca, Jonas era ormai abituato pure a questo. Si spostò di lato e il colpo di Alexandra gli passò sulla spalla, a pochissime distanze dal viso. Jonas le bloccò il braccio e la colpì non troppo forte allo stomaco, Alexandra si piegò su se stessa e fece qualche passo indietro. Riattaccò. « Aah! » Stavolta fu il suo calcio a sfrecciare in faccia a Jonas. Il ragazzino si abbassò di scatto, roteando poi sulla gamba di appoggio e spazzando le caviglie della strega con quella di accompagno. Alexandra fece un bel volo, poi cadde al suolo. Ma si rialzò immediatamente. Puntellandosi con le mani al suolo tese le gambe in aria e saltò, rimettendosi in piedi. Lo scrutò con gli occhi nocciola chiaro, fini, a mandorla, bellissimi. Solo che la sua espressione in quel momento non era bellissima: era incazzata nera. Strinse entrambi i pugni, tra le dita serrate filtrava della luce blu scuro. Stavolta il medaglione cominciò a scaldarsi e vibrare sul serio, Jonas ebbe un gemito di dolore, la coscia su qui era poggiato si stava scottando. « Prendi questo allora! » La strega aprì i pugni di scatto e quell’energia venne rilasciata, scaricandosi al suolo, che cominciò a tremare sotto i piedi di entrambi. « Cosa fai!? » Jonas perse l’equilibrio e lei lo attaccò con un calcio rotante dritto in faccia. Non seppe come, ma si ritrovò con una mano sopra la coscia della donna e la testa sotto: l’aveva in pugno. Fece leva sul terreno che si era stabilizzato e con la gamba lunga e muscolosa di lei poggiata sulla spalla e tenuta ferma dalla sua mano, la spinse in avanti facendola caracollare al suolo: Alexandra era al tappeto.
Fuori dal recinto, Mara ebbe un sorrisetto mieloso. Quelle Strainiki di Streghe erano costantemente in competizione l’una con l’altra, constatò Jonas.
Mara entrò nel recinto. « Ora tocca a me. » Adesso sarebbe arrivato il difficile, Mara era astuta e velocissima. Anche Saurin sembrò pensarlo, quando per un attimo alzò il muso dall’osso e disse: « Miauh. »
« Avanti piccoletto! » Mara scattò con un salto in alto, roteando velocemente su se stessa a mezz’aria e ricadendo perfettamente con le gambe fine e toniche strette attorno al collo di Jonas, che non si era accorto di nulla. Lo atterrò e rotolò su se stessa bloccandolo in una morsa letale ed impossibile da raggirare. Le sue cosce gli stringevano il collo, la ragazza indossava una tutina strettissima di seta. Jonas riusciva a sentire il suo calore, il suo odore.
« Sei in trappola, piccolo umano! » lo sbeffeggiò Mara.
« A..Argh…non…posso muoverm… »
« Concentrati… pensa a quando hai visto Oak in fiamme… arrabbiati… »
Una voce fuori dal recinto si era levata tra il brusio e i commenti delle streghe che assistevano all’incontro: era Skarlatta, ed era tornata. Jonas chiuse gli occhi e ricordò. Il ricordo, l’immagine del sangue e del fuoco fece crescere un fiume dentro di lui, il medaglione si arroventò letteralmente.
« AAAAARRRRGGGGHHHHHHH »
Dopodiché Mara venne spazzata via diverse distanze più avanti e svenne. Cicilya la soccorse, la medicò con una strana essenza e la portò fuori dal recinto. Jonas si rialzò e le squadrò tutte, non sentiva nemmeno più il calore del medaglione ustionargli la carne della gamba.
« Avanti la prossima! »


ROBERTA
Entrò Roberta. Quell'enorme balcone ballonzolante che aveva sul petto distraeva ogni volta Jonas, che rimase a fissargli il seno per qualche momento.
« A quanto pare abbiamo trovato il punto debole del ragazzo! » esclamò Kassandra. Tutte le altre scoppiarono in una fragorosa risata. Roberta si voltò ridendo verso le compagne. Mara era ancora svenuta al suolo, tra le braccia di Cycylia.
Roberta unì i palmi delle mani l'uno con l'altro e se li portò davanti al viso, con le dita di una mano poggiate su quelle dell'altra, i palmi uniti e i pollici alzati. Poi ruotò entrambi i polsi, puntando le dita verso Jonas. Il ragazzo la osservò con una punta di timore, chiedendosi cosa avrebbe fatto. Roberta era molto potente. La strega dagli enormi seni lo guardò con un sorriso beffardo, poi soffiò sulle mani unite. Qualcosa, una specie di vento, si insinuò tra le gambe di Jonas, passando attorno ad esse e cingendole in una morsa sovrannaturale. Il medaglione riprese a vibrare e scottare.
« Cosa mi stai facendo? Di nuovo? » le domandò Jonas, piuttosto spaventato. Stavolta anche Saurin sembrò allarmato, alzò il muso verso il ragazzo e drizzò le orecchie, gli occhi verdi spalancati.
« Ora lo vedi! »
Roberta scattò in avanti, Jonas nemmeno se ne accorse. Quello strano vento gli stava bloccando le gambe e non riusciva a muoversi. Tuttavia quando lei gli fu addosso, riuscì a pararsi il viso con le braccia un secondo prima che il calcio frontale di Roberta gli si stampasse sulla faccia.
Cadde comunque a terra, continuando a pararsi il volto con gli avambracci, ma lei gli spazzò via la guardia con un altro calcio, dopodiché gli poggiò un piede sulla faccia.
« Sei sconfitto ragazzino! » gli disse.
Ma come aveva fatto a fare quella magia? Voleva impararlo anche lui.
Jonas cercò di togliersi il piede di lei dalla faccia, ma la strega fece scattare i due palmi delle mani da cui uscì di nuovo quel vento che gli bloccò anche le braccia.
Lui però non si considerava ancora sconfitto. I suoi occhi ora vedevano solo una parte di cielo azzurro, per il resto vedevano la pianta del piede di lei. Così li chiuse. Pensò al villaggio, alle persone che conosceva, ai suoi cari scomparsi non si sa dove. Per qualche tempo era riuscito a non pensare a loro, ma ora il ricordo tornò fulmineo a torturargli l'anima.
Un fuoco crebbe dentro di lui. Un fuoco, letteralmente.
« Aiaaa! » Roberta alzò di scatto il piede e se lo prese tra le mani, poi vi soffiò sopra: la pianta era scottata.
« Ma che cos'è? » chiese a Jonas.
Il ragazzino però non rispose e rimase con gli occhi chiusi.
'' ÒmTÚ! '' Se non ricordava male era quella la parola da pronunciare in caso di incantesimi che lo immobilizzavano. Glielo aveva spiegato Skarlatta una sera a cena, dopo che durante l'addestramento una delle Kai, ( se non ricordava male Kikilith ) lo aveva immobilizzato come un salame insaccato e poi si era divertita a punzecchiarlo con l'Abètu.
« ÒmTÚ! » gridò Jonas. Sul volto di Roberta apparve un'espressione di paura, un brusio di sorpresa si levò tra le altre Kai. Skarlatta assisteva in silenzio a braccia conserte. Quel vento che lo artigliava costringendolo al suolo venne letteralmente spazzato via. Jonas si alzò in piedi, incurvò la schiena e strinse in dentro l'addome, per poi cingere le braccia attorno ad esso, come se stesse abbracciando una grossa palla d'acqua. Ed era proprio così come glielo aveva insegnato Ska: il movimento fu perfetto, nella sua esecuzione. Quando Roberta guardò negli occhi di Jonas, capì di essere sconfitta. Al ragazzino bastò ripetere: « OmTU! » ed aprire le braccia, come per scaraventare a terra quel grosso pallone d'acqua immaginario che teneva schiacciato sulla pancia. Solo che l'acqua uscì davvero. Quando urlò quella formula e rilasciò, scaraventò un immenso getto d'acqua comparsa dal nulla, addosso alla strega, come se le avesse gettato una catinella in faccia. La strega rimase lì immobile, completamente fradicia, la veste di seta schiacciata contro i seni a mostrare i capezzoli turgidi e tutte le sue altre forme. Tutte le Kai scoppiarono a ridere, anche Skarlatta.
« Sei tu che sei sconfitta! » le disse Jonas.
Roberta lanciò a Jonas un'occhiata severa, imbarazzata e offesa, ma poi prima di uscire dal recinto gli disse una sola parola. « Bravo. » E questo valse più di mille parole per lui.
Fu il turno di Kilkilith. Jonas aveva un buon rapporto con lei, con '' Kiki ''.
Kikilith era tra le Kai la strega più maliziosa ed esuberante, i suoi lunghissimi capelli platino le arrivavano quasi al bacino, aveva degli occhi costantemente scintillanti di curiosità, ed era una vera maestra con le saette. Tanto che Jonas venne immediatamente sbattuto in terra da uno dei suoi colpi magici, con i vestiti bruciacchiati e i capelli tutti rizzati dall'elettricità delle scariche. Quando si rialzò, Kikilith lo aveva già congedato con altezzoso disinteresse ed era uscita dal recinto. Ora c'era Judit dentro...

JUDIT
« Coraggio mocciosetto, fammi un po’ vedere che fai? »
Eccola: Judit, più irriverente e Strainik che mai. La ragazzina si legò i capelli tirandoli all’indietro, facendosi una specie di cipolla sulla testa. Se si fosse presa qualche volta più cura dei suoi capelli biondi con sfumature lucenti color porpora, se li avesse lavati più spesso, se li avesse pettinati e profumati come facevano tutte le altre, sarebbe stata la più bella lì in mezzo. Ma Judit era una bestiolina dispettosa, e non le importava un fico secco di essere bella ( anche se lo era terribilmente, come lui notava ogni volta che la vedeva ), a lei importava solo di essere potente e pericolosa. Il medaglione vibrava e scottava come non aveva mai fatto, fu costretto a prenderlo e buttarlo nell’erba. Lei scoppiò a ridere.
« Quello non ti serve? » gli domandò. « È? Caro il mio bel mocciosetto con le guanciotte e i baffetti? »
Jonas fu subito irritato. « Non chiamarmi mocciosetto! »
« Altrimenti che fai, mocciosetto? » Judit si mise in posizione, Abètu tra le mani puntato contro Jonas. Rivolse un sorrisetto sbeffeggiatore al ragazzino. Anche lui si mise in posizione di combattimento. Saurin questa volta aveva lasciato l’osso e si era posizionato in prima fila insieme alle Kai, assistendo anche lui allo spettacolo.
Jonas decise di non cedere alle sue provocazioni, o lei ne avrebbe tratto un vantaggio.
« Mi chiami moccioso e hai solo due rotazioni più di me? Sei stupida allora, cara la mia ‘Jud’! »
L’espressione sul volto di lei si trasformò immediatamente. Jonas non arrabbiandosi era stato più astuto, ora era lei quella arrabbiata.
« Ora ti farò male moccioso » disse la ragazzina.
« Vieni Jud, vieni a prenderle! »
« AAAARRRGHHH!!! » Judit spiccò un salto in alto e atterrò abbattendo l’Abètu con tutte le forze sulla testa di Jonas. Il bastone sibilò nell’aria. Ma il ragazzino fu veloce e con una capriola laterale riuscì a schivare il colpo. L’Abètu andò ad infrangersi al suolo con un tonfo secco. ‘TUM!’
«Dove scappi moccioso!?» ‘Jud’ attaccò di nuovo, stavolta con una sciabolata dritta al collo. Jonas abbassò la schiena e con due passi laterali sgusciò sotto il colpo, evitandolo. La ragazza alzò il braccio, fece ruotare velocemente l’Abètu tra le dita e poi scagliò di nuovo un potente traverso talmente veloce da tagliare l’aria. Si sentì un: ‘Fiu!’ Jonas inarcò la schiena e la testa all’indietro, al massimo della sua estensione, il colpo gli passò vicinissimo alla faccia, fischiandogli nelle orecchie, ma andò comunque a vuoto. Lui ancora non aveva attaccato, per ora rimaneva in guardia. Non riusciva a trovare un punto scoperto in lei, che colpiva così furiosamente ma allo stesso tempo con una tecnica pazzesca, impeccabile.
Judit si rimise in posizione, pronta per un nuovo attacco. Dietro di lei il medaglione nell’erba era diventato rovente, e vibrava talmente tanto da essere udibile a tutti. « VUUM, VUUM »
Skarlatta se ne accorse subito e lanciò una scarica sullo strano oggetto, che smise di far rumore.
”La sua potenza è incredibile, devo subito fare qualcosa” pensò Jonas. Quell’ultimo colpo che aveva schivato lo avrebbe mandato a nanna per parecchio se non lo avesse evitato.
Così il ragazzo provò a imitare il colpo immobilizzante che aveva visto fare da Roberta e qualche giorno prima da Kikilith, unendo i palmi delle mani con le dita rivolte verso l’avversario, per poi soffiare sopra all’incantesimo generato e scaraventarlo in faccia a Judit. Ma non lo aveva mai fatto ed era una tecnica complessa, perciò prima che potesse congiungere le mani nel modo adatto e immagazzinare la giusta quantità di energia, la ragazzina gli fu di nuovo addosso.
Judit cominciò a scagliare una miriade di diagonali consecutive ad incrociare, partendo dal basso verso l’altro e viceversa, e creando una specie di X energetica appena percettibile nell’aria, proprio davanti a lui che continuava ad arretrare e ad ondulare per non essere colpito.
« Smettila, è solo un allenamento! » gli urlò Jonas. Judit però continuò ad attaccare.
Doveva inventarsi qualcosa, e alla svelta. Gli venne in mente un’idea.
Continuò ad arretrare mentre Judit mulinava sempre più velocemente L’Abètu. Quella X energetica si andava intensificando sempre di più, assumendo una colorazione blu scuro.
Jonas indietreggiò, ruotò i polsi e allargò le braccia piegando i gomiti, mentre continuava ad evitare i colpi spinse leggermente la pancia in dentro e la schiena in fuori…
LO SCONTRO
Il ragazzo cercò di concentrarsi nonostante le sferzate di Judit. Saltellando di qua e di là non poteva concentrare la quantità di potere che avrebbe voluto, perciò visualizzò velocemente di abbracciare una grossa palla d’acqua, cercando di accumularci dentro più energia possibile.
Fece qualche passo indietro ma Judit continuava ad avanzare, mulinando delle velocissime diagonali con l’Abètu; diagonali che formavano una serie di X evanescenti lungo il percorso. Alla fine Jonas scagliò con tutte le forze la palla d’acqua energetica addosso a Judit, che venne scaraventata diverse distanze avanti a lui. Bene, ora aveva il tempo di caricare il giusto quantitativo di energia necessario a sconfiggerla. Ma si rese conto subito che la mossa dell’acqua energetica non sarebbe servita a niente, perché Judit si era rialzata immediatamente.
La ragazza si guardò addosso, la tunica rossa che indossava era fradicia ed appiccata al corpo.
La ragazza raccolse il bastone. « Mi hai inzuppato, stupido moccioso! »
Jonas rimase imbambolato a contemplare le forme del suo corpo delineate dalla veste bagnata, poi si destò. Ma Judit ancora non lo aveva attaccato.
”Cosa avrà in mente?” pensò.
Lo scoprì ben presto. Judit ricominciò a mulinare l’abètu in diagonale, sempre più velocemente, ma ferma sul posto. La scia di X energetiche appena percettibili tra lui e lei cominciarono a intensificarsi man mano che il movimento del bastone diventava più veloce. La streghetta eseguiva un movimento ondulatorio con il bacino e le sue braccia si muovevano rapidissime, il bastone rotante passato velocemente da una mano all’altra. Le X divennero blu e fiammeggianti, si intensificarono e cominciarono ad unirsi l’una con l’altra fino a formare un’unica gigantesca X energetica che sprizzava fiamme di un blu talmente scuro da avvinarsi al nero.
Era tempo di agire. Jonas si inarcò in avanti con il busto, le braccia piegate e attaccate ai fianchi, i palmi delle mani rivolti verso l’alto. Cominciò ad immagazzinare energia. Con la tecnica che aveva in mente però, lo sforzo sarebbe stato estremamente maggiore. « AAAAARRRRGGHHHH!!! » Un calore sempre crescente irruppe dentro di lui, nel suo corpo: si sentiva avvampare. Due piccole fiammelle spuntarono dai palmi delle sue mani. Le guardò, si concentrò e nella sua mente visualizzò che queste crescevano a dismisura, divenendo due enormi palle di fuoco.
Il medaglione riprese a vibrare con violenza. Talmente era rovente da inscurire l’oro di cui era fatto, facendolo diventare giallo scuro. Anche Saurin era piuttosto agitato. « Miuh! Miuh! Miuh! » continuava ad urlare, senza però intervenire… Meglio, Jonas non voleva che Judid venisse fatta a pezzi dal Jorm-Tuk! La X energetica che si era venuta a creare in mezzo a loro era diventata enorme. Jonas continuò ad immagazzinare energia, sentendo il fuoco e il calore attraversargli le braccia e riversarsi nelle mani, dove le due palle di fuoco energetico cominciavano ad essere pericolosamente grosse. Quella era la tecnica che prediligeva, una tecnica però da utilizzare solo quando non si aveva altra scelta. Così gli aveva detto Skarlatta, durante i lunghi ed estenuanti allenamenti. Allenamenti fatti di sudore, sangue, e urli e rimproveri della strega-madre; ma alla fine lui aveva imparato. Le palle di fuoco erano ormai grosse al punto da arrivargli quasi all’altezza delle spalle, Jonas sapeva di dover mantenere un po’ di forze per il lancio finale.
Judit alla fine roteò su se stessa accompagnata dalla rotazione del bastone, per poi scaraventarlo di punta contro la grossa X. L’abètu seguì una linea orizzontale perfetta a mezz’aria, lasciandosi dietro una scia blu data dall’energia che aveva accumulato. La punta andò a conficcarsi proprio al centro della X, che venne scaraventata con una potenza inaudita addosso a Jonas. Il ragazzo raccolse le ultime energie, e con tutte le forze che aveva in corpo spinse entrambi in palmi in avanti, congiungendoli. Le palle di fuoco di unirono in un’unica gigantesca massa incendiaria e schizzarono contro Judit.
La X blu e la palla rossa si schiantarono l’una contro l’altra, generando scintille d’energia tutt’intorno. Entrambi tenevano tese le braccia, ognuno spingendo la propria energia contro l’altra. Jonas non ce la faceva più, Judit nemmeno. I suoi occhi erano diventati incredibilmente rossi e bestiali. Occhi di tigre. Le due enormi masse energetiche spingevano l’una contro l’altra ma nessuna sembrava prevalere. Il suolo cominciò a tremare, i versi di Saurin erano sempre più sguaiati, dei latrati bestiali. Il medaglione cominciò a lievitare, il cielo a scurirsi.
Una lunga e potente cometa energetica arrivò all’improvviso da chissà dove…
LA POTENZA DI SKA
La cometa andò a schiantarsi contro le onde energetiche dei due allievi, spazzandole via. Il potente colpo energetico sfrecciò poi su nel cielo fino a che non divenne un puntino luminoso in mezzo a tutti gli altri astri, per poi scomparire. Jonas rimase incredulo ad osservare la cometa divenire uno scintillio lontano. Aveva entrambe le mani ancora tese, i capelli scompigliati e fumanti a causa dell’elettricità prodotta dal suo corpo. I vestiti che portava: una maglietta a maniche corte e dei pantaloni logori, tutti bruciacchiati e fumanti. I suoi occhi erano spiritati.
Chi era stato a scatenare una potenza simile? I suo colpo energetico, come anche quello di Judit, era stato molto potente, e scontrandosi erano diventati una sola grossa massa di energia, somma di entrambi i loro poteri. Ma quella cometa li aveva spazzati via quasi fossero stati due deboli fuocherelli. Lui e Judit si guardarono. La ragazza lo stesso era tutta scapigliata e fumante, il viso lercio di sudore e fuliggine. Quella cometa con la sua scia aveva rilasciato un’enorme quantità di cenere che si era andata poi a depositare sul suolo.
La tunica di Judit era ridotta a uno straccio trasversale lungo il busto. Un seno, sodo e appuntito, fuoriusciva da questa, ma lei non ne era minimamente preoccupata.
Saurin smise di latrare e si sedette composto, il muso preoccupato che osservava Jonas. Le venti Kai, prima così scherzose e rumorose, ora non proferivano parola alcuna. Il gruppetto di streghe si allargò e tra loro passò Skarlatta: la strega-madre, che si diresse verso il recinto e vi entrò.
« Sei stata tu? » le domandò Judit sbalordita. Jonas si limitò a fissarla. La strega-madre sembrava letteralmente a pezzi: il viso gonfio e tumefatto, gli occhi stanchi, tristi, l’intera faccia madida di sudore. « Adesso basta! L’allenamento è finito! Andate a lavarvi e poi si mangia! » Skarlatta era arrabbiatissima, più tardi i suoi urli si sarebbero sentiti fino a Tower.
« QUANTE VOLTE VI HO DETTO DI NON USARE MAGIE POTENTI SE NON SIETE COSTRETTI!? QUANTE VOLTE!? LO DICO SOPRATTUTTO A TE JUDIT! »
Judit provò a ribattere come al solito ma l’ira di Skarlatta la zittì immediatamente.
« E’ COLPA TUA! IL RAGAZZO SI E’ SOLO DIFESO!

Quella sera la cena fu a base di costolette di agnello in salsa d’arancio, quaglia in salsa di mirtilli e patate dolci in salsa agrodolce con vino bianco. ”Ma dove le prendono tutte queste leccornie?” si domandava sempre Jonas. Come ormai da consuetudine, lui sedeva vicino a Judit, che prima di cena gli aveva addirittura fatto i complimenti per come si era battuto. Anche le altre si erano complimentate, e lui si era sentito soddisfatto. Tra una portata e l’altra, servite da Mud, le streghe ingollavano ( come sempre ) abbondanti quantità di vino, servite regolarmente da Vud, che tornava a riempire le caraffe vuote con notevole assiduità. Il tavolo di Skarlatta era pieno di quelle caraffe colme di vino speziato e altre essenze. In particolare la Strega-Madre stava bevendo più delle altre, e non il vino, ma una particolare essenza blu contenuta in una caraffa tutta per lei… La strega era piuttosto ubriaca. Lei e le altre discutevano su Lilith e su possibili novità riguardo alla situazione nei venti regni. « La puttana è ferma a Sportym insieme a sua sorella e ai loro cavalieri giurati. Con loro ci sono due Ratok dalle spiccate abilità magiche, e potentissimi, a quanto mi hanno riferito le mie spie » le riferì Roberta. Kikilith finì il suo bicchiere di vino rosso, visibilmente ubriaca anche lei. « Gli eserciti dell’Oivesth sono sparpagliati qui tra i cinque regni. Mettono sottosopra le città, scovando streghe e Ratok e uccidendo chiunque.»
« E’ certo che in tutti i quindici regni dell’Oivesth gli eserciti stiano dalla parte di Lilith. » Mara anche era piuttosto ubriaca, e si stava ingozzando di costolette di agnello. La streghetta si era risvegliata quando tutto era finito grazie all’intervento di Skarlatta. Proprio la strega madre bevve la sua essenza e diede un grosso morso a una fetta di pane alle mandorle. Quella sera, oltre a riempirsi di vino ed essenza, stava mangiando come un tagliaboschi dopo una giornata di lavoro nella foresta. Le sue guance avevano ripreso colorito e le occhiaie si erano sgonfiate, in generale sembrava più in salute. « Non preoccupatevi, il giorno sta per giungere…e presto tutti sapranno la verità su Lilith… »
« Sì, e poi ci sarà la guerra » ribatté Mara.
« Beh lo sapevamo, altrimenti perché tutto questo?… » le rispose Skarlatta.
Dopo svariati bicchieri di vino le Kai abbandonarono quel discorso e parlarono di tutt’altro. Sembrava che sapessero già tutto e che sapessero come agire, ma Jonas in tutta onestà non riusciva proprio a capire. Non gli interessava: lui doveva e voleva solo diventare più forte!
JON & JUD
Judit non bevve tanto, ma mangiò anche lei di gusto e ogni tanto accompagnava il cibo con un sorso di vino. Anche Jonas assaggiò quel vino: glielo fece assaggiare proprio lei dal suo bicchiere, ma poi glielo tolse subito.

« Basta, che sei troppo piccolo! »
« Non sono troppo piccolo e poi tu stai bevendo come una porca e hai solo due rotazioni più di me !»
« Non sto bevendo come una porca! » rispose adirata Judit, anche se con quel poco vino che aveva bevuto già sentiva la testa galleggiare. Il vino era forte e dolce, quell’assaggio aveva fatto subito intontire anche Jonas. Ma come facevano le altre a berne così tanto e a non cadere a terra ubriache come zucchine lesse? Si domandava. Bevevano tanto: c’era Kikilith che ne mandava giù un bicchiere dopo l’altro. Per non parlare di Mara, che però almeno ci mangiava sopra, e quanto! Anche Roberta, Soraya e Chanel mangiavano tanto e di gusto… E poi c’era Skarlatta, che continuava a bere quell’essenza… a volte solo quella, altre volte la mescolava anche col vino e trangugiava il tutto.
« Così domani è la tua festa di rotazione è? » le gote di Judit erano rosse di vino e cibo, la strega era piuttosto sudata, il fuoco del camino era troppo alto, Mud ci buttava dentro ciocchi di legna in continuazione, e nella sala faceva un caldo bestia.
« Basta con quella legna! » gli urlò Skarlatta.
Mud posò il tronchetto che stava per gettare al fuoco e batté in ritirata. « Va bene mia signora madre signora! »
« Ma sono tutti così i Ratok? » domandò Jonas a Judit, mentre osservava Mud e Vud destreggiarsi con le portate di cibo e le caraffe di vino. Erano così buffi, a lui facevano ridere. Tuttavia ricordava anche che quando era stato tratto in salvo nella foresta delle fate, gli altri ratok sembravano svegli e potenti… sopratutto quello che aveva avvolto lui e Saurin in quella grossa cupola magica, per poi trarli in salvo e condurli nel villaggio delle Kai.
« No, no… » rispose Judit. « Ci sono Ratok potentissimi nei quindici regni dell’Oivesth…poteri che nemmeno immagini. » Mud si avvicinò al tavolo con in mano una grossa bacinella di legno.
« Se mettete qui le ossa e gli avanzi mie signore signori maestà, le porto al Jor-tuk mie signore! »
Quelle di loro che avevano finito di mangiare o che erano sazie svuotarono i loro piatti con gli avanzi e le ossa dentro alla bacinella. Jonas si voltò verso la finestra: Saurin era lì fuori che lo osservava. Appena vide Mud con la bacinella, cominciò a scalpitare e scodinzolare. La sua coda diveniva sempre più lunga, il muso sempre più affusolato e ferale. Quelle due membrane continuavano a crescere… ben presto Saurin avrebbe avuto anche un bel paio di ali per volare.
Jonas ci pensava in continuazione, tutti i giorni, ed era eccitatissimo all’idea. Si immaginava in groppa al grosso Jorm- Tuk della leggenda, arrivato chissà da dove per salvarlo. Si immaginava come un eroe potente e giusto: l’eroe di tutti i venti regni, che sorvolava tutta Erya sopra al suo grande e unico amico fidato Saurin. Sorrise all’idea, mentre lui e Saurin continuavano a guardarsi. Gli rimaneva solo lui, solo Saurin.
Si domandò cosa avrebbero detto i suoi amici Ragnar e Sigurd vedendo il suo cucciolone. Si domandò inoltre dove fossero finiti loro e la sua famiglia, ma scacciò subito quel pensiero che lo rattristiva e deprimeva. E quella sera voleva essere felice: l’allenamento era andato bene, Judit sembrava di buon umore, e anche tutte le altre streghe.
Saurin spostò subito lo sguardo al suo lato. Jonas poté vedere Mud che gli si avvicinava con cautela, svuotandogli la bacinella davanti e battendo subito in ritirata. Il ragazzino fece un sorriso. Poi si accorse che Judit lo guardava. Judit si spostò la frangia di capelli che le si era appiccicata sulla fronte sudata. « Mie Dèe del cielo quanto fa caldo qui dentro, quei due stupidi hanno caricato al massimo il fuoco! »
« Quel tuo medaglione è proprio bello… Quando te ne andrai per la tua strada… me lo regali?»
« Credo che mi servirà… » le rispose Jonas. « Mi servirà per ritrovare la mia famiglia e i miei amici scomparsi… »
« Li ritroverai piccolo Jonas, fidati… »

E quelle parole lo misero ancora più di buon umore.
Finita la cena, le Kai, tutte mezze ubriache, tornarono nelle loro dimore. Skarlatta, visibilmente brilla, salutò Jonas e Judit, che le avevano chiesto il permesso di rimanere un altro po’ seduti sulle scale di casa ad accarezzare Saurin e a parlare un po’.
« Quello che avete fatto oggi… il vostro potere è grande, ma dovete imparare a gestirlo, o verrete annientati da esso! » disse loro la strega- madre.
« Perdonami Madre, non succederà più… » Judit aveva un’aria dispiaciuta ma a Jonas sembrò che stesse solo facendo finta, e probabilmente lo sapeva anche Ska, ma in quel momento era troppo alticcia per curarsene. La strega si avviò per le scale e andò a dormire… loro rimasero fuori, con Saurin che riposava vicino ai loro piedi. Judit gli si avvicinò di più, Jonas si sentì avvampare. « Insomma, spero tu mi abbia fatto un bel regalo per la mia festa di rotazione di domani! » Lei sorrise. « Sei tu che dovresti fare un regalo a me! »
« E perché? » le domandò Jonas con aria interrogativa.
« Beh, prima di tutto perché sono una ragazza. E da quello che so io sono i ragazzi che fanno i regali alle ragazze. E poi dovresti farmi un regalo come ringraziamento per non averti ucciso, oggi! » la ragazza scoppiò a ridere.
« Non ce l’avresti mai fatta! » gli rispose Jonas sulla difensiva.
« Se lo dici tu! » Judit parve divertita. Squadrò Jonas con quei suoi occhioni azzurro chiaro, scintillanti. Sembrava felice quella sera. Jonas ripensò a quando i suoi occhi erano diventati di quel rosso acceso e così feroci, mentre lottavano. Da dove veniva Judit? Cosa le era capitato?
« Perché sei qui? » le domandò alla fine.
Lei ebbe un’espressione malinconica e gli si avvicinò di più, prendendogli la mano nella sua. Jonas aveva i rospi nella pancia per l’emozione. « Vivevo a Tower con la mia famiglia e i miei amici… poi loro sono arrivati, e li hanno uccisi, hanno ucciso tutti… »
« Tu come sei fuggita? » Jonas era curioso, voleva sapere.
« Non lo so, mi ero nascosta sotto il letto ma loro stavano arrivando, mi avrebbero trovata, stuprata, e poi fatta a pezzi. Ho chiuso gli occhi e ho immaginato un altro posto, poi il buio.
Quando mi sono svegliata, ero qui nel villaggio… »
« E tu? »
« Mi sono risvegliato in una caverna, avevo la gamba rotta… »
« E’ lì che hai trovato Saurin? »
« E’ lui che ha trovato me a dire il vero… senza di lui, sarei morto… » Jonas accarezzò affettuosamente il Jorm-Tuk. Judit gli si appiccicò praticamente addosso, continuandolo a tenere per mano.
« Lui mi ha guarito, mi ha portato fuori di lì. Quando sono tornato al villaggio, erano tutti morti. Ma Saurin li ha uccisi tutti, quelli che hanno compiuto quel massacro. Li ha fatti a pezzi, gli ha strappato via la testa e le budella! » Un’ondata di rabbia nel ragazzino, poi un’altra di tristezza. In quel momento non riusciva a non pensare al massacro. Si sentiva così vulnerabile ora in presenza di Judit.
Lei abbassò lo sguardo verso Saurin, e strinse la mano di Jonas nella sua. « Quello era solo un piccolo contingente, gli altri sono tutti a Tower e nelle altre grandi città dei cinque regni. Le occupano, mangiano, bevono e dormono a spese dei cittadini e dei locandieri, che non si possono opporre altrimenti vengono impiccati. All’alba cominciano la caccia alle streghe, impiccando o mettendo al rogo ogni persona sospetta, innocenti, bambini, chiunque. Io lo giuro sulla Dea Kailith: me la pagheranno! » Gli occhi della ragazza si riempirono di lacrime. Jonas fu addolorato per lei, non l’aveva mai vista così. Almeno la sua famiglia era viva, quella di Judit era stata uccisa davanti ai suoi occhi. Il ragazzino la abbracciò, stringendola forte. Lei si girò e lo guardò, sussurrandogli: « Non andartene mai da me, ti prego. » Poi lui la baciò.

Non credeva a quello che aveva fatto: l’aveva baciata sulle labbra! Un uragano di emozioni scombussolò Jonas dalla testa ai piedi. Lei lo abbracciò, poi si alzò in piedi.
« E’ meglio che andiamo a dormire, o domani Ska si rimette a urlare! » gli consigliò la ragazzina.
Jonas rimase lì seduto a guardarla, aveva il cuore a mille.
« Beh? Hai capito che ti ho detto? » ripeté Judit.
Jonas si svegliò da quella specie di sogno ad occhi aperti, per poi alzarsi anche lui. « Certo, va bene, a domani allora! »
Judit si incamminò verso la sua capanna. « Ah, e mi aspetto un regalo è? » gli disse mentre se ne andava.
« Ancora? Sei tu che devi farlo a me! » Rieccola con quella storia del regalo, Jonas non capiva se la ragazza dicesse sul serio o scherzasse, ma lui si aspettava veramente un regalo da lei.

Il ragazzino accarezzò e salutò Saurin, che insonnolito ricambiò con un breve cenno del muso. Rientrò in casa, si cambiò e si mise a letto, addormentandosi quasi immediatamente.

Quella notte fu priva di sogni… Pioveva...

Il mattino seguente, quando si svegliò, trovò Skarlatta intenta a triturare erbe in un mortaio, per poi buttarle in un pentolone posto sul fuoco nel camino. Una strana tintura verde scuro vi bolliva dentro.
« Cosa fai Ska? » le domandò perplesso.
La strega mescolò accuratamente il liquido all’interno del calderone, poi quando la mistura cominciò a bollire, con due stracci bagnati prese il calderone dalle maniglie in ottone e lo tolse da sopra il fuoco, poggiandolo sul grosso tavolo di legno. « Mi serve per il mal di testa, ho la testa che mi scoppia! » Nonostante fosse visibilmente provata dal troppo vino della sera prima, quella mattina Ska era già vestita di tutto punto, con la sua lunga tunica rossa; i capelli ben lavati, lisci e profumati. La strega prese poi una piccola ampolla contenente un liquido blu, la aprì e la svuotò dentro il calderone.
Skarlatta indicò un piccolo fagotto… « La tua colazione è lì. »
Il bambino la ringraziò, si sedette e addentò avidamente le fette di pane con la confettura spalmata sopra che gli aveva preparato l’amorevole strega rossa. « Cos’è quella roba? » domandò alla strega, indicando la piccola ampolla che lei aveva appena svuotato.
« Essenza ristoratrice. Fa passare i dolori. La usiamo quando ci viene il nostro sangue, oppure quando, come ieri, esageriamo con il vino. »
Ma Jonas ricordava bene che la sera prima Skarlatta, oltre al vino, aveva ingollato una modesta quantità di qualcos’altro; questo qualcos’altro era un’essenza simile a quella, ma di colore più chiaro. Non poté fare a meno di domandarglielo. « E quella che bevevi ieri a cena? Che tipo di essenza era? » Jonas si guardò intorno nella stanza: i scaffali erano pieni di ampolle con all’interno liquidi dei più disparati colori.
Lei parve infastidita da quella domanda. « Tu come al solito vuoi sapere sempre troppo. Quella è roba da donne, e tu sei piccolo. »
”Mi dicono sempre tutti che sono piccolo” pensò seccato ”oggi faccio undici rotazioni e nemmeno un regalo mi ha fatto!”
Jonas finì di mangiare la sua colazione. « Vado ad allenarmi. »
Si tolse la tunica per la notte ed indossò i suoi vestiti. Una volta finito, si accorse che il medaglione, che lasciava sempre dentro la tasca dei pantaloni, era sparito.
”Forse l’ho poggiato sul tavolino di fianco al letto.” Ma niente, il medaglione non era nemmeno lì. ” Forse mi è caduto da qualche parte, nel prato di allenamento… può essere?” Ma ricordò di aver raccolto il medaglione e di esserselo messo in tasca, infatti lo aveva con sé durante la cena della sera prima, tant’è che Judit lo aveva visto e gli aveva detto che era bello, chiedendogli anche se voleva regalarglielo.
”Judit… è stata lei? Ieri quando mi si è accostata e mi ha abbracciato?”
Possibile? Se era stata davvero lei, non si era accorto di niente. La streghetta del resto era molto scaltra, lui lo sapeva bene, e ora tutti i suoi sospetti ricadevano su di lei.
Raggiunse in fretta e furia il prato recintato degli allenamenti, Saurin al suo fianco trottava allegramente. Che brutta sorpresa che gli aveva fatto quella Strainik! Rubargli il medaglione proprio in un momento delicato come quello della sera prima. Quell’abbraccio… il bacio… ne aveva approfittato per prendergli il medaglione e lui si era fatto derubare come uno sciocco!
Era molto arrabbiato.
Arrivato al prato, non trovò né Judit né le altre Kai. Lì non c’era nessuno…
Saurin emise un verso stranamente allarmato. « Miuuh… » Poi drizzò le lunghe orecchie, lo sguardo puntato verso la fitta foresta che si estendeva aldilà della cupola energetica che avvolgeva il villaggio. Chissà perché ma a Jonas la cupola pareva più chiara, le scie azzurre di cui era fatta ora erano di un celeste appena percettibile, sembrava quasi che stesse svanendo…
« Hey moccioso! Sono qui! » La voce proveniva dalla foresta.

Jonas corse subito verso la foresta, nel punto in cui gli alberi e la vegetazione si infittivano. Saurin correva al suo fianco. L’enorme cucciolo con poche galoppate lo superò e si inoltrò nella boscaglia.
« Saurin aspetta! » lo chiamò Jonas, ma il Jorm-Tuk era già svanito nella folta selva.
« Aspettamiii! » Jonas gli corse dietro, entrando anche lui nella macchia. All’improvviso da sopra un albero saltò fuori Judit, che atterrò proprio davanti a lui. « Cercavi questa moccioso? »
« Ridammelo! » le urlò.
La ragazzina, con aria di sfida gli mostrò il medaglione che aveva nella mano, poi sorrise. « Ma come, e il mio regalo?… Vieni a prendertelo se ci riesci! » La strega scattò in corsa, lui la seguì. « Ridammi quel medaglione Jud! Mi serve! » le urlò mentre la rincorreva. La ragazza era velocissima, Jonas non riusciva a starle dietro. « Vieni a prendertelo Jon! »
Continuarono per svariate distanze, fino a che Jonas non cominciò a rendersi conto di essersi spinto troppo in fondo e che si stava allontanando pericolosamente dal villaggio… se avesse continuato a inoltrarsi in quella vastissima foresta avrebbe finito col perdersi.
« Torna qua! Così ci perderemo! » continuò a urlare, ma lei non se ne curò e proseguì.
D’un tratto tra i cespugli alla loro destra si sentì un movimento, poi fu tutto talmente veloce che Jonas e Judit nemmeno se ne accorsero. Saurin saltò fuori da un grosso cespuglio e atterrò Judit. Jonas li raggiunse, il Jorm-Tuk incombeva sulla ragazzina, che urlò terrorizzata. « Fermo Saurin! » gli urlò Jonas. Il Jorm-Tuk le mostrava le enormi zanne, densi rivoli di bava gli fuoriuscivano dalle fauci, cadendo in faccia alla ragazzina, che in mano ancora stringeva il medaglione di Jonas. « Digli di togliersi! Mi sta sbavando addosso! Che schifo! »
« Saurin, a cuccia! » gli ordinò Jonas. Saurin si allontanò da Judit, che si rialzò in piedi. Ormai il ragazzino aveva dimenticato il medaglione ed era solamente preoccupato per lei. Le si avvicinò. « Stai bene? »
Lei non gli rispose e velocissima saltò su un albero e scomparì tra i rami e le foglie, Saurin, eccitatissimo, provò a riprenderla ma era troppo grosso e pesante per salire su quel grosso abete, così si limitò a strusciare le zampe contro il tronco e ad emettere degli strani versi, come di sconfitta.
« Judit torna qui! E’ pericoloso qui fuori! Torniamo al villaggio! »
Ma la ragazzina non rispose. Jonas la chiamò ancora ma sembrava come essersi volatilizzata.
Provò a cercarla rimanendo però in quell’area, non voleva entrare di più nel fitto della foresta o si sarebbe perso.
Alla fine si rassegnò. « Torniamo indietro Saurin » disse sconsolato.
I due tornarono così sui loro passi, Jonas sedeva in groppa al Jorm-Tuk, che procedeva ad andatura svelta. Rifecero il percorso seguendo le impronte nel terreno e proseguendo dritti. Usciti dalla folta boscaglia, si riaffacciarono al grosso campo di mandorli e noci, dove c’erano le case delle streghe. Solo che il villaggio era scomparso, con lui anche la cupola che lo circondava. C’era solo un’unica, grossa casa in legno al centro del campo: la casa di Skarlatta…
La casa però non era come prima. All'esterno era decadente e marcescente. L’interno era pure peggio. Il grosso tavolo centrale nella sala era vecchissimo e tarlato. Così come i mobili, gli scaffali polverosi e tutto il resto. Il camino sembrava spento da chissà quanto tempo, grosse ragnatele si erano formate all’interno. L’unica cosa che era rimasta come prima era l’enorme quantità di ampolle, piccole e grosse, libri e tomi accatastati sui vecchi mobili a prender polvere. I liquidi all'interno delle fiale sembravano ancora intatti, il loro colore era ancora vivo e acceso, ma Jonas non osò immaginare che tipo di diavolerie fossero.
Si fece coraggio e salì al piano di sopra. Entrò nella stanza di Skarlatta…

La stanza era buia e fredda, pervasa da un forte odore di chiuso, di vecchio. La tenue luce di due candele poggiate su due mobiletti ai lati del grosso letto si riflettevano nell’alto specchio. Lì Jonas poté vedere l’immagine riflessa. L’immagine di una vecchia raggrinzita sdraiata sul letto, avvolta sotto le coperte. Si avvicinò al letto. La faccia di lei era tutta un’increspatura, le mani ossute, solcate da grosse vene violacee, tenevano la coperta all’altezza dei seni prosciugati e rinsecchiti. Il volto rugoso e scavato si spostò su di lui. I capelli lunghissimi erano come stoppa, gli occhi semichiusi e doloranti. Quella era Skarlatta.

« S..sei stato bravo piccoletto…ora sei pronto… » la sua voce era un rantolo sommesso, sofferente.
Jonas non riuscì a dire niente, i suoi occhi cominciarono a bruciare e colmarsi di lacrime.
« Ska… io non capisco… che succede? » riuscì a dire alla fine.
La vecchia alzò una mano tremante e prese quella di Jonas.
« Il vecchio debito con Anika è ripagato…»
La sua mano era così piccola e fragile, i suoi occhi infossati scrutavano Jonas con amore, ricordandogli quelli di nonna Isyde.
Il ragazzino sentiva le lacrime scendere lungo il viso, ma si fece forza.
«Io non capisco, Ska…»
«Ti aspettavo da tempo…» la voce roca della strega si spezzò, poi riprese fiato « tua madre era una Kai, proprio come me e le altre… era la più potente strega dell’est, la sua abilità e il suo animo puro sono state la mia ispirazii…one costante… » Skarlatta tossì. « Ma un giorno mentre eravamo tutte nel villaggio ad allenarci, passarono degli uom…ini, dei tagliaboschi. Il villaggio era protetto dalla cupola, l..loro..non potevano entrare…guardarono un po’ la cupola e proseguirono senza curarsi di noi, e noi senza curarci di l…loro…» La voce di Skarlatta di spezzò di nuovo, l’anziana strega ricominciò a tossire più forte e senza sosta.

Jonas si guardò intorno. « Aspetta ti prendo dell’acqua! Dov’è? »
« La f…iala blu, quella vicino al grosso to…mo sullo scaffale di fianco al c..amino, prendi quella…»
Jonas fece come gli era stato detto, poi tornò sopra e le fece bere l’essenza blu. Ska stette subito meglio, la sua voce di schiarì e la tosse terminò.
Jonas aggrottò la fronte, impaziente di sapere tutta la storia.
«Tra quegli uomini però ce n’era uno alto e aitante, biondo proprio come te, i suoi occhi azzurri come i tuoi…il suo nome era Ulfid… »
« Mio padre… » sussurrò incredulo il ragazzo.
« Già, proprio così… Tua madre quel giorno raccoglieva bacche di ginepro nei campi, e vide passare quei taglialegna… vide tuo padre e rimase incantata dalla sua fierezza. Anche lui si accorse di lei. Rimasero a fissarsi, separati dalla cupola. Da quel giorno tua madre sembrò sempre più turbata, ma allo stesso tempo felice, sognante; cominciò a vedersi di nascosto con lui, violando il trattato tra streghe e uomini. Finché qualche tempo dopo scoprì che una piccola vita nasceva dentro di lei… Prima che le altre lo scoprissero le consigliai di scappare e di non tornare mai più, e lei lo fece. Lasciò il rosso e le Kai e andò a vivere con quell’uomo così buono e gentile… che purtroppo era vedovo e viveva con le due figlie avute con la defunta moglie.»
«Lara e Alice…» Jonas non riusciva a crederci.
«Proprio così, e poi nascesti tu. Tua madre cominciò a farsi una nuova vita, io credo che volesse vivere come un essere umano… Cominciò a liberarsi di incantesimi ringiovanenti, di unguenti e pozioni, non sapendo però che così sarebbe invecchiata precocemente, per poi, purtroppo morire.»
Jonas abbassò lo sguardo al suolo, si sentiva crollare a pezzi.
« Lei non voleva abbandonarti…la malattia che l’ha uccisa è stata rapida e senza preavviso, quando cominciò ad ammalarsi ormai non si poté fare più niente. Provò degli incantesimi su se stessa, si applicò ogni tipo ti tintura o essenza… tu eri tutto per lei… Ricominciò con la magia nella speranza di curarsi, ma era troppo tardi e quella cosa aveva già attecchito… »

« Quando tua madre abbandonò il villaggio, io presi il suo posto di Strega-Madre. Un giorno, qualche tempo dopo la tua venuta al mondo, lei tornò da me in lacrime, raccontandomi di una terribile premonizione che aveva ogni notte mentre dormiva. Anika sognava una strega malvagia che voleva unirsi ad un ricco signore dell’Oivesth, per poterlo corrompere e ammaliare a suo piacimento, ottenendo così eserciti, oro e potere. Questa strega malvagia avrebbe generato due figlie che un giorno avrebbero messo in rivolta tutti i venti regni. Tua madre sognava ogni notte le fiamme che divoravano il villaggio di Oak, la foresta delle fate, Tower, e ben presto ogni città di Erya. Si fece giurare solennemente che quando saresti arrivato qui io ti avrei preparato e aiutato…e ora il mio debito è saldato. Jonas…tu e Saurin siete la chiave per la salvezza di Erya…» la vecchia strega riprese a tossire violentemente. « Le creature dell’Oltre-Mondo, i Jorm-Tuk… lui è l’ultimo. Tua madre prima di morire diede delle istruzioni ben precise a tuo padre… lei sapeva che il Jorm-tuk viveva lì con i suoi genitori che erano gli ultimi rimasti…»
« Quindi come sono finito lì dentro? E che c’entra Saurin? E il medaglione? »
Skarlatta fece un breve sorriso… diventava sempre più pallida. Dei puntini luminosi cominciarono ad uscire dal suo esile corpo e a salire nell’aria, perdendosi nella stanza.
« Come sempre sei tanto tanto curioso, è picco..l..o? » Skarlatta tossì di nuovo. La vecchia strega madre continuava a sbiadirsi, cominciando a diventare evanescente. Quei strani puntini che uscivano da lei erano sempre più numerosi e stavano riempendo la stanza come uno sciame di lucciole.
« Ma per questo dovrai recarti nell’Oivesth… Passa per Tower, picc…ol..oo J…onas… lì vedrai una persona…e avr..ai le rispos…te.. Voi siete l’unica sper…anz..aa..il debito è ripag..at.. »

La strega chiuse gli occhi e spirò.
Scomparì, dissolvendosi in uno sciame di pulviscolo luminoso…

Adesso era solo.
Il letto era vuoto, una nuvola densa e gonfia di pulviscolo luminoso andava via via disperdendosi nella stanza.
E così era questa la verità? Sua madre era stata una potente strega che per amore rinunciò all’ordine delle Kai? Jonas si sentiva così confuso e perso, ma aveva ancora Saurin al suo fianco. La belva non lo avrebbe mai abbandonato.
Poggiato sullo specchio c’era il lungo e nodoso bastone d’allenamento: l’Abétu. Jonas lo prese, insieme ad una faretra di seta poggiata a terra. Il ragazzo la raccolse, vi infilò dentro l’Abètu e la indossò.
Scese nel salone al pian terreno, dove i mobili erano pieni di pozioni, e prese l’ampolla blu identica a quella che aveva portato a Skarlatta poco prima. Su un vecchio mobiletto di fianco al camino c’era un fagotto. Lo aprì, all’interno c’erano una manciata di gallette di farro rinsecchite. Prese anche quelle, poi raggiunse Saurin fuori dall’abitazione.
Era stato lì per settimane, allenandosi insieme a quelle venti streghe; faticando, piangendo, ma anche ridendo, scherzando, ascoltando le loro diavolerie e amando…
Judit… Lui provava qualcosa per lei, qualcosa di strano e insolito, ma lei invece lo aveva ricambiato derubandolo del suo medaglione d’oro la sera prima dell’undicesima rotazione. Lo aveva fregato in maniera subdola e meschina…
Skarlatta prima di scomparire gli aveva detto di passare per Tower, che lì avrebbe incontrato qualcuno e allora avrebbe saputo cosa fare, ma Jonas non aveva idea di come arrivarci.
A scuola di trascrizione aveva studiato a grosse linee la geografia dell’Est. Tower si trovava ai piedi della montagna delle Ere, perciò avrebbe dovuto attraversare il versante Nord della foresta, ma come si sarebbe orientato?
Poi ricordò.
Segui i venti.
La stagione dei venti difatti era alle porte. L’incisione scritta sul medaglione diceva di seguire i venti e lì sulla montagna delle ere durante la stagione i venti soffiavano verso l’Oivesth.
Verso la sua destinazione, verso il suo destino.

« Andiamo cucciolone. »
Saurin scodinzolò, Jonas vi montò sopra e si guardò intorno. Oltre alla capanna di Skarlatta, lì non c’era più niente, solo alberi di noce e mandorle, querce, abeti e pini.
Le loro foglie, i loro rami, erano sollazzati da un leggero venticello che tirava alle sue spalle. Jonas poteva sentirlo: era tiepido e piacevole. Ma a stagione inoltrata quei venti erano estremamente aggressivi e freddi. Si narrava di alberi o case letteralmente spazzate via. Gli venne da domandarsi come avrebbe affrontato la dura stagione alle porte, visto che ora era da solo e sperduto chissà dove nella foresta.
« Andiamo per di qua cucciolone! » Il ragazzo puntò il dito davanti a loro e diede un paio di colpetti di tacco sui fianchi di Saurin, che cominciò ad avanzare.
Quando furono nel fitto umido della foresta, divenne impossibile sentire il vento. Le cime verdi e folte inoltre filtravano i raggi del globo, facendo calare un buio tetro intorno a loro. Saurin e Jonas continuarono così senza un punto di riferimento, cercando di avanzare dritti senza deviazioni, inoltrandosi sempre più nell’immensa foresta delle fate.
Il canto di pappagalli e colibrì li accompagnò durante quasi tutto il giorno, mentre il globo rosso scendeva nel cielo e tutt’intorno calava la sera. Jonas non sapeva in che punto si trovassero, né se stessero procedendo per la via giusta. Passarono molti tempi e alla fine il ragazzo si sentì stremato, con le natiche che andavano a fuoco per il troppo tempo seduto sulla schiena di Saurin, che invece non sembrava per nulla stanco o affaticato.

In prossimità di un gigantesco abete decise di fermarsi a mangiare qualcosa. Era ormai sera e non aveva idea di dove accamparsi per la notte. Smontò e si sedette ai piedi del sempreverde secolare. Estrasse le gallette, erano una decina. Ne diede cinque a Saurin e l’altra metà le tenne per sé.
« Forse dovevamo rimanere a casa di Skarlatta. Lì eravamo al sicuro… » disse al Jorm-Tuk, che aveva praticamente ingoiato le gallette e ora lo guardava pieno di aspettativa per averne delle altre. Calavano le tenebre, e con loro il freddo e l’umidità che ti entrava nelle ossa e non ti abbandonava più. Dalle impenetrabili e foltissime cime degli alberi arrivavano una miriade di cinguettii e altri rumori sconosciuti.
« Ho tanto freddo… » Jonas tremava come una foglia. Saurin era sdraiato accanto a lui a riposarsi. Il respiro della bestia leggendaria era così pesante, il torace che si espandeva notevolmente quando inspirava. Dal muso e dalle fauci fuoriuscivano delle nuvolette di vapore. Inoltre quelle due membrane… Jonas le notò mentre la sua mente era completamente concentrata sul freddo e l’umidità che probabilmente lo avrebbero ucciso quella notte. Quelle membrane crescevano sempre di più, presto Saurin avrebbe potuto volare..
Si accucciò sul ventre peloso di Saurin, cercando di prendere un po’ del calore emanato dal corpo della bestia, e il freddo pungente della notte diminuì…

SOPRAVVIVENZA
C’era qualcuno lì con lui, Jonas poteva avvertire la sua presenza. Tutt’intorno un vento gelido sferzava i rami degli alberi, piegandoli, aggredendoli. Era buio, la luce bianca, pallida, del globo bianco non riusciva a filtrare tra i fitti pini, la foresta sembrava una sorta di limbo surreale, in cui voci sconosciute si aggiravano guardinghe e malevole attorno ai due amici.
Anche la sua vista era diversa, strana. Riusciva a rilevare anche il più piccolo movimento tra i cespugli, metteva a fuoco ogni sagoma che in quel buio tetro sarebbe stata irriconoscibile a qualsiasi altro essere normale. Ma in quel momento lui non si sentiva normale né uguale ad altri esseri. potenza scorrere dentro di sé, udiva ogni minimo rumore, ogni piccolo scricchiolio lontano in qualche punto remoto nella foresta. La foresta. La foresta era come se gli parlasse, come se si fosse avvolta tutt’intorno a lui e ora lo consigliasse. Proseguì, il passo veloce, silenzioso come un fantasma. C’era qualcosa tra i cespugli, sentì lo stomaco gorgogliare, non mangiava da giorni.

un vecchio su un monte e una ragazza cieca con gli occhi bendati…

Jonas si svegliò subito, un attimo dopo aver visto quelle due misteriose figure in sogno. Era completamente bloccato, intirizzito a causa del freddo e dell’umidità che gli era entrata quasi nelle ossa. Saurin non c’era.
Tremando e con lo stomaco sotto sopra si alzò in piedi e per poco non vomitò quelle poche gallette di farro che aveva consumato insieme a Saurin la sera prima. Ma dov’era andato il cucciolone?

« Saurin! Dove sei!? » La sua voce rimbombò in tutta la foresta, che quel mattino sembrava così surreale, limpida e dipinta di mille colori diversi. Sembrava esser tornato nel villaggio di Skarlatta, e quando ci pensò, ricordò che anche in quell’occasione, durante tutta la sua permanenza presso la dimora della gentile strega-madre, tutto ciò che lo circondava gli era sembrato così paradisiaco, intriso di pace e libertà.
« Sauriiin?» Jonas richiamò il suo amico, all’improvviso un leggero fruscio alle sue spalle, come seta strascicata sull’erba dal vento. Si voltò immediatamente, era Saurin.
Il Jorm-Tuk lo guardava soddisfatto, scodinzolava. Tra le fauci stringeva una massa di pelo dilaniata e sanguinante.
Jonas gli si avvicinò. « Cos’hai preso cucciolone? »
Il Jorm-Tuk mosse più energicamente la coda e fece una specie di saltello, emettendo un: « mm…mm » soffocato dalla preda che teneva in bocca: una lepre.
« Bravo cucciolo, ma io non so come scuoiarlo! »
Saurin lasciò la preda, che cadde al suolo, e si avvicinò a lui, desideroso di carezze… diventava ogni giorno più poderoso.
Jonas raccolse il lepre sventrato e salì in groppa alla creatura.
« Dobbiamo muoverci, andiamo bello! »
Forse lo disse con troppa enfasi poiché Saurin partì in un galoppo sfrenato, sembrava così eccitato quella mattina! Jonas fece in tempo ad aggrapparsi con forza ai lunghi ciuffi sulla groppa e per poco non cadde all’indietro.
No, lui avvertiva la
« Buono! Buono! Vai piano bello! »
La creatura obbedì immediatamente e rallentò. Proseguirono tutto il giorno senza fermarsi mai, salendo pendii, entrando in fitte boscaglie, attraversando prati che per un po’ erano scoperti dagli alberi ma poi tornavano ad incupirsi sotto le folte chiome verdi. La foresta era così varia e suggestiva, in alcuni punti, perlopiù nelle zone d’ombra, un’infinità di puntini luminosi si spargevano nell’aria, come tantissime minuscole fatine volanti delle leggende. Quando cominciarono a scendere le tenebre quelle luci si moltiplicarono a dismisura riempendo la foresta di uno sciame luminoso. Jonas dovette smontare, aveva le cosce e le natiche doloranti e piagate a causa del troppo tempo passato in groppa a Saurin. Si gettò sfinito a terra ed emise un sincero e profondo sospiro di sollievo. Il Jorm-Tuk invece ambiava tra gli alberi e i rovi, annusando il terreno. La lepre cominciava a gonfiarsi e a puzzare, ma Jonas moriva di fame.
Rimase sdraiato al suolo per un po’, quasi si addormentò, ma lo stomaco gorgogliava da una giornata intera e quella terribile nausea non lo abbandonava. Jonas prese un lembo di pelliccia, nel punto in cui era stata lacerata dalle zanne di Saurin, e la tirò con tutta la forza che aveva, tirando via oltre alla pelliccia anche la carne tranciata che v’era attaccata, e scoprendo ossa e intestini dell’animaletto. Saurin si avvicinò ad annusare, Jonas infilò una mano nello squarcio che aveva aperto tirando via la pelliccia, e prese una massa flaccida, liscia ed umidiccia, che erano gli organi.
« Bleah che schifo! » gettò lontano gli intestini e gli altri organi, Saurin corse a mangiarseli in un sol boccone, senza nemmeno masticare.
Si guardò la mano puzzolente e grondante sangue, e a quel punto vomitò quel poco che aveva nello stomaco per terra, di fianco a sé.
Sentiva la pancia e la gola bruciare terribilmente, la vista appannata dalle lacrime.
« Come faremo?» disse a Saurin.
« Miuuh! » rispose la creatura.

Occhi nel buio lo osservavano..

LA RAGAZZA BENDATA
Corse a prendere una manciata di pietre con cui formò un cerchio, all’interno del quale sistemò dei rametti.
Poi puntò il palmo della mano verso il mucchietto.
Come Skarlatta gli aveva insegnato, per emettere una scintilla doveva concentrarsi e immaginare le fiamme che attraversavano il suo braccio e fuoriuscivano dalla mano. Una volta visualizzata quest’immagine, doveva indurire i muscoli della schiena e della pancia. Skarlatta una volta aveva paragonato quel tipo di sforzo a quello che facevano i menestrelli quando dovevano cantare delle note alte. Maggiori erano lo sforzo e il livello di concentrazione, più intense sarebbero state le fiamme.
Era proprio questo che Jonas non riusciva a controllare: il livello di concentrazione.
La fame e la disperazione lo avevano reso nervoso. Nonostante sentisse il suo corpo vacillare a causa della debolezza e della fame, si sentiva agitato e teso.
Pensò alle fiamme, ma quando lo fece, la prima immagine che gli venne in mente furono quelle gigantesche che avvolgevano la sua dimora… la rabbia lo assalì, e si sforzò con tale impeto che dalla mano gli partì un grosso pallone di fuoco che si schiantò sul cerchio di pietra, facendo schizzare ovunque i sassi e le sterpaglie.
« Oh! » esclamò spaventato. Perfino Saurin sussultò e fece qualche passo indietro, emettendo sordi brontolii di scontento.
Al posto del cerchio ora c’era una grossa buca fumante nel terreno. Jonas si buttò a sedere per terra, sconfortato e disperato.
Saurin gli si avvicinò e lo annusò. « Miuuh, Miuuh. »
Jonas lo accarezzò sul capo, arruffandogli i ciuffi neri.
Il pelo della creatura non era più del colore della notte come lo era prima; Jonas si accorse che stava diventando sempre più chiaro e lucente, addirittura in certi punti aveva delle sfumature che davano sul giallognolo.
« Devo riprovarci, devo fare più piano o rischio di incenerirlo. »
« Miuh, Miuuuh… »
Rifece la stessa procedura, pose dei sassi in cerchio e all’interno vi mise le sterpaglie. Ci sarebbero voluti dei bastoni da piantare ai lati del cerchio, e un altro da mettere sopra ad entrambi e da usare come spiedo. Cercò in lungo e in largo dei legni a forma di mazza fionda, ma interruppe quasi subito la ricerca quando lo stomaco tornò a gorgogliare violentemente.
« Va bene farò alla meglio! »
Jonas puntò il palmo direttamente sull’animale squarciato, fece un bel respiro ed espulse il fuoco. La fiamma, ora molto più piccola, avvolse la lepre.
« Aaah, che puzza! » l’odore dei peli bruciati gli si insinuò dentro le narici. Aspettò che la lepre cuocesse un altro po’, poi la calpestò ripetutamente per spegnere il fuoco. Si mise in ginocchio, Saurin si avvicinò a lui, annusando la preda che aveva cacciato quel pomeriggio.
La lepre era mezza carbonizzata in alcuni punti e ancora cruda in altri. La pelliccia bruciata emanava un odore nauseante. Il sangue che ancora sgorgava dallo squarcio nel ventre era diventato rosso scuro, quasi nero.
« Ho troppa fame! » Jonas prese la lepre con entrambe le mani e se la portò alla bocca, cercando di mordere nei punti in cui era quantomeno un po’ cotta. Strappò la carne dalle zampe, la masticò avidamente, inghiottendo carne e pelo bruciato. Poi mise la bocca nel ventre aperto e bevve il sangue e mangiò gli organi rimasti dentro. Alla fine, cotta o non cotta, mangiò l’intera preda con voracità, affondando la faccia nella carcassa e strappando tutta la carne dalle ossa.. poi vomitò tutto per terra.
« Mi sento male… mi sto sentendo male…» si gettò a terra, andando quasi a finire sul suo stesso vomito, e pianse. Saurin lo annusò e gli strusciò il capo contro la fronte, poi scattò tra gli alberi.
« Dove vai! Torna qui! » Ma Saurin si era già dileguato nella foresta. Jonas chiuse gli occhi e si addormentò.

Il villaggio di Oak era avvolto dalle fiamme, due uomini trascinavano una ragazza per le braccia, portandola chissà dove. La ragazza urlava e piangeva ma loro non avevano nessuna pietà. Non erano però soldati, non portavano armature o vessilli; sembravano banditi.

Poi di colpo si ritrovò davanti alla stessa ragazza, seduta sopra a un alto scranno e bendata sugli occhi… il suo sorriso gli parve familiare…

Aprì gli occhi, Saurin camminava in tondo davanti a lui. Tra le fauci stringeva un’altra lepre, questa volta più grossa.

Quanto aveva dormito? Non ne aveva idea, ma era buio e l’unica luce presente era il globo bianco di Erya, che rischiarava la tetra foresta con la sua luce pallida. Jonas prese una pietra dal cerchio, scegliendo quella più appuntita, e cominciò a colpire la preda fino squarciargli la pelliccia, che poi cercò di tirare via, stracciando insieme ad essa muscoli e tendini. Si concentrò e con il palmo della mano accese il fuoco nel cerchio e usò uno dei bastoni come spiedo, infilzando da parte a parte la lepre appena cacciata da Saurin.
Questa volta non vomitò la sua cena.
Era freddo, Jonas sapeva di non poter reggere un’altra notte all’aria aperta, aveva il fuoco sì, ma l’aria era umida.
Qualcuno lo guardava
LA VECCHIA
Girò nella foresta, con Saurin al seguito, alla ricerca di fogliame. Staccò pezzi di cespugli sprovvisti di spine, poi trovò altri rami di pino e abete. Era notte fonda. Quando tornò al fuoco, vi aggiunse altre sterpaglie e lo ravvivò. L’aria era fredda e umida. La foresta in quel periodo diventava ostica anche per gli esploratori più in gamba. Ma lui aveva Saurin. Incredibilmente, nonostante la stanchezza, a Jonas il sonno era passato. Si sedette davanti al fuoco e protese le mani verso di esso per scaldarsi. Saurin si sedette al suo fianco.
Nel punto in cui erano, c’era un piccolo spazio tra le folte chiome degli alberi, da cui passava la luce del globo bianco.
Qualche distanza più avanti la montagna terminava con uno strapiombo, in un piccolo scorcio tra gli alberi si intravedeva il cielo blu stellato di Erya, che abbracciava le grosse montagne che si estendevano a vista d’occhio fino all’orizzonte.
E da lì arrivava un freddo venticello, che nella notte sarebbe stato ancora più ostico e pungente.
Segui i venti
Se il vento soffiava da sud, dove arrivava dalle immense vallate oltre lo strapiombo, allora Jonas e Saurin il mattino dopo avrebbero dovuto proseguire a Nord, nella direzione che avevano seguito fino a quel momento. Incredibile ma durante il loro cammino Saurin aveva trottato proprio in quella direzione, con i venti alle loro spalle. Proprio quei venti sarebbero stati letali se Jonas non si fosse riparato sotto il caldo pelo del Jorm-Tuk.
Si scaldò un altro po’ e si sdraiò quindi sotto il ventre della creatura, mettendosi sopra tutti i rami che aveva trovato. Il fogliame non lo avrebbe di certo riscaldato ma era quantomeno una copertura in più.
Jonas pensò alla prossima mossa da fare. Il mattino successivo avrebbero camminato ancora, ora che sapeva in che direzione andare ed era quasi sicuro che lo sapesse anche Saurin.
Chiuse gli occhi, rannicchiato sotto Saurin, con la testa e metà del corpo sprofondati nel suo pelo. La creatura emanava calore, il suo respiro erano delle calde zaffate d’aria regolari e pesanti, i battiti del cuore simili a un enorme tamburo colpito a intervalli regolari. Aspettò un sonno che tardò ad arrivare, ma che alla fine giunse.

era in piedi davanti a uno strapiombo enorme, davanti a lui si estendeva sterminata una vallata verde solcata da un fiume azzurro che si ramificava attraverso i campi e le città

quelle non erano le vallate di Erya, così sterminate ed incontaminate, lì sotto c’erano una miriade di città e paesi, piccole macchie grigie perse nel verde, che improvvisamente cambiavano colore divenendo rosse. quella era la valle dell’oivesth, i regni occidentali di Erya messi a ferro e fuoco dagli eserciti del nord della valle, le città di Marvich e sportym e goldstone.

un fruscio tra gli alberi

Jonas si svegliò.
Saurin lo osservava scodinzolando, anche lui ancora sdraiato al suolo. Non gli toglieva gli occhi di dosso.
Jonas si alzò e si stiracchiò. Il pelo della creatura lo aveva tenuto caldo durante la notte, ma sentiva lo stesso il gelo che si era insinuato nelle gambe, alle dita dei piedi. Anche Saurin si alzò e scrollò la folta pelliccia.
« E’ ora di ripartire bello! »
Saltò in groppa alla creatura, si sistemò comodo e diede due colpetti di tacco ai fianchi, Saurin iniziò a camminare.
Avanzarono per un po’, inoltrandosi in una zona fitta e tetra. Si sentivano i primi canti mattutini degli uccelli, Jonas si guardò intorno alla ricerca di un angolo in cui andare di corpo e lo trovò ben presto alla base di un rialzamento circondato dai rovi. Sarebbe stato impossibile salire per di là e vedere cosa c’era sopra quel monticello: lungo il perimetro v’era una fila di giganteschi rovi e piante di spina acacia che impedivano l’accesso. Lui aveva il fuoco, certo, ma sarebbe stato impossibile controllarlo in quel punto così fitto della foresta. Se lo avesse gettato sui cespugli le fiamme si sarebbero propagate ovunque in men che non si dica. Perciò decidette di proseguire attraverso il bosco pianeggiante. Fece i suoi bisogni e rimontò su Saurin, ripartirono.
In prossimità del rialzamento del terreno, un’anziana signora che raccoglieva bacche da una pianta, si voltò verso di loro.

«Che mi venga un accidente! Un Jorm-Tuk! Dove l’hai preso, ragazzo! E che ci fa un bambino con un Jorm-tuk nella foresta delle fate?» La sua voce era rauca e squillante, a Jonas venne un brivido freddo lungo la schiena. Saurin emise un brontolio sommesso che divenne poi un ringhio, scoprì le zanne.
«Sono Jonas di Oak e sono un allievo delle Kai, tu chi sei?» rispose Jonas.
« Sono Mimma, vivo qui vicino. »
« Sei una strega? »
« Sì…»
Saurin continuava a ringhiare.
« A quanto pare al tuo Jorm-tuk non vado molto a genio è? »
La vecchia sorrise, il volto rugoso si increspò, in bocca aveva una manciata di denti marcescenti.
Il ringhio di Saurin aumentò, era pronto a scattare.
Gli occhi vitrei della vecchia scintillarono, lasciò cadere le bacche e puntò il palmo verso i due amici.
« Non vedo l’ora di mangiarti, Jonas di Oak…»

MUD E VUD

Jonas provò a prendere l'abètu ma qualcosa lo bloccò. Anche Saurin tentò uno scatto verso la strega ma rimase fermo sul posto.
Dal palmo della vecchia era fuoriuscito un piccolo vortice di luce blu. Guardandosi attorno, Jonas capì che quella luce era anche intorno a loro, avvolgendoli, immobilizzandoli.
« Che cosa mi hai fatto? » le chiese.
« Miuuurghrrrr » ringhiò Saurin.
Un sorrisetto maligno e beffardo increspò le labbra di lei, i suoi occhi si accesero della medesima luce blu che avvolgeva i due amici.
« Non lo vedi? Ti ho fatto un incantesimo immobilizzatore, e sto già pensando a come cucinarti! »
Il terrore puro assalì il ragazzo, addosso poteva sentire anche la paura di Saurin, e probabilmente Saurin avvertiva la sua.
« Borjack! Efius! Qui! » urlò la vecchia.
Si sentì un fruscio tra i rami e le foglie, poi dalle chiome dei grossi kapok alle loro spalle sbucarono fuori due Ratok malconci e vestiti con stracci luridi, i loro volti grigi erano tempestati di cicatrici e a uno dei due mancava un occhio. Jonas li guardò. « Lasciatemi stare!» urlò, ma i due si erano già accostati ai fianchi di Saurin che li sovrastava di qualche piccola-distanza. Uno dei due, quello senza un occhio e con un'orrenda cicatrice che partiva dall'orbita vuota fino al mento, saltò sulla groppa di Saurin, alle spalle di Jonas, prese il ragazzo dalle ascelle e lo portò giù. Jonas si sentiva come un blocco di pietra.
« E la bestia? » domandò l'altro Ratok alla vecchia « cosa ne vuoi fare? »
« Lasciatelo perdere! » urlò Jonas. Sentiva un'ondata di calda rabbia crescergli dentro, come un vulcano in procinto di eruttare.
« Tu sta zitto! » uno dei Ratok raccolse un bastone da terra e lo colpì talmente con violenza da fargli perdere conoscenza.
Ebbe qualche momento di vaga lucidità, in cui sentiva l'intero corpo stretto in una stretta morsa che gli lacerava la pelle, ma poi perse di nuovo i sensi.
Quando si svegliò, un odore pungente di chiodi di garofano gli si insinuò subito nelle narici. La vecchia, con un grosso mestolo, mescolava qualcosa dentro un calderone posto sulle fiamme di un vecchio camino, gli occhi scintillanti fissi dentro di esso. Jonas si guardò attorno, era dentro una catapecchia piena di vecchi mobili tarlati e marcescenti, con sopra verdure marce, zampe e cotenne di maiale tempestate di mosche e larve. Addirittura, poggiata sopra un tavolo lercio di macchie di sangue rappreso, c'era una testa di maiale, privata degli occhi e con il grugno rivolto proprio verso di lui.
Entrarono i Ratok. « Oggi si mangiaa » esultò uno dei due, quello con entrambi gli occhi. L'altro si limitò a guardare Jonas con quell'unico occhio che aveva e che non faceva trasparire nessun tipo di emozione.
« Dov'è Saurin! » Jonas provò a divincolarsi dalla stretta delle spesse funi, ben strette attorno al suo corpo, ad immobilizzargli braccia e gambe.
« Perché ci fate questo? Io pensavo che voi streghe foste buone! »
Entrambi i Ratok e la vecchia scoppiarono in una fragorosa risata.
« Dov'è Saurin!» urlò di nuovo Jonas, sentiva crescere il calore dentro di sé, le corde che lo avvolgevano cominciarono a scaldarsi e un lieve fumo uscì da esse.
« Presto immobilizzalo!» Urlò il Ratok sfregiato.
« DOV'E' SAURIIIIN!!! » Ci fu un'esplosione gigantesca. I Ratok e la vecchia strega vennero spazzati via come mosche, il tetto della capanna volò via nel cielo in mille pezzi, anche le pareti vennero disintegrate, vecchie travi di legno e paglia spazzati via. La casa non c'era più, v'era rimasto solo il camino di pietra, incredibilmente ancora acceso. Jonas si rialzò, non era più immobilizzato. La strega cercava a fatica di rimettersi in piedi, Jonas le si avvicinò e la prese per i capelli stopposi riuniti in una crocchia. Quando le toccò i capelli, questi cominciarono a bruciare, una puzza nauseante si disperse nell'aria. La alzò per la crocchia e la guardò dritta in quei suoi occhi vitrei bluastri. « Ho detto, dov'è Saurin! »
« Il Jorm-Tuk adesso è mio! » gracchiò lei, il suo fiato era fetido.
Sentì un rumore alle sue spalle e lasciò cadere la putrida strega per terra. Si voltò. Il Ratatok con entrambi gli occhi si stava rialzando da sotto i detriti. Jonas spostò lo sguardo sulla destra, l'altro, il suo compagno, giaceva morto sotto un mucchio di legno e paglia. I suoi occhi spenti erano puntati verso il cielo, nel collo aveva conficcata una grossa scheggia di una trave, ai lati della quale schizzavano densi fiotti di sangue nerastro.
ˮ E' così il sangue di un Ratok? ˮ fu un pensiero che gli balenò velomente nella testa, prima di rivolgere l'attenzione all'altro Ratok ancora vivo che intanto si era rialzato.
La pelle grigia dell'essere era escoriata e bruciata su quasi tutto il corpo, a causa dell'esplosione.
« Guarda cos'hai fatto alla nostra casa! » abbaiò l'essere, poi scattò verso Jonas. Il ragazzo, spaventato, istintivamente puntò il palmo della mano contro il Ratok, che venne folgorato all'istante da una violentissima scarica elettrica che per qualche istante illuminò la foresta intorno a lui, e letteralmente bruciò l'essere malvagio dalla testa ai piedi.
ˮ Ma cosa è successo? Perché non è uscita la fiamma? ˮ
« Creatura! » sbraitò la vecchia alle sue spalle.
« Ma cos...»
Dall'alta vegetazione sbucò fuori Saurin, con liane e foglie di palma poggiate sull'enorme corpo.
« Saurin...» sussurò Jonas, felicissimo di rivederlo. Ma la belva gli ringhiò e gli mostrò le zanne, i suoi occhi erano azzurri.
« Che cos... che cosa ti è successo? CHE COSA TI HA FATTO?! »
Gli occhi di Saurin erano diversi, non erano più gli occhi della creatura affettuosa che lo aveva protetto fino a quel momento. No, sembravano occhi di qualche altro essere tutt'altro che affettuoso.
La strega fece una risata sguaiata e perfida. « E' sotto il mio controllo!» Il Jorm-Tuk si avvicinò a Jonas ringhiando, pronto ad attaccarlo. Il ragazzino si sentì spaesato, debole, e infinitamente angosciato. « Che cosa ti ha fatto? »
Saurin sembrava non capire. Quella scintilla di intelligenza e comprensione, che gli si accendeva negli occhi quando Jonas gli parlava, non c'era più, era svanita. Adesso aveva gli occhi di una belva feroce con l'unico intento di uccidere e mangiare.
« Creatura...» gracchiò la vecchia strega, « Att... »
SPRASH! Un suono di carne e ossa frantumati. Jonas si voltò, la strega lo fissava con gli occhi sbarrati, mentre un fiume di sangue nero le colava lungo la faccia. C'era un pugnale conficcato di tutta la lama nel suo cranio, una mano grigia che ancora lo impugnava.
« Questa strega cattiva mio ragazzo mio, ma ora controllo della belva finito! » disse Mud.

Jonas rimase esterrefatto. « Tu?» Sentì un tonfo e si voltò di scatto. L'altro Ratok, Vud, era sbucato dalla cima di qualche albero lì vicino, atterrando sull'erba e sulle foglie secche. Si avvicinò a Jonas e Mud, come passò vicino a Saurin, la belva si voltò di scatto verso di lui. Vud sussultò e fece un balzo indietro.
Jonas corse verso Saurin. « Stai bene amico? Cosa ti aveva fatto? » lo abbracciò al grosso collo taurino. Gli occhi di Saurin erano tornati vispi ed intelligenti, e lui era ritornato a scodinzolare e a leccare Jonas sulla faccia con la sua grossa lingua umida.
Jonas si sentì rinvigorire e le sue forze tornarono immediatamente.
« Ora sei al sicuro Jonas, vieni con noi! » disse Vud, avvicinandosi a lui e l'altro Ratok.
« E dove andiamo? » chiese il ragazzino.
« Andiamo Tower signore mio signore, Tower! » intervenne Mud. Quella sua parlata stramba non sempre era comprensibile, delle volte ripeteva più volte delle parole cambiando il senso di un discorso.
« Tu sei stato nutrito con sangue di strega. Skarlatta e tua madre erano ben a conoscenza del tuo potenziale e del tuo destino! » Vud parve esaltarsi nel dirlo. La sua faccia grigia con quegli occhietti neri, piccoli e infossati, mostrava più intelligenza di quanta ne avesse il suo amico Mud.
« Io sono solo un bastardo di una strega...»
« Ti sbagli Jonas » disse solennemente Vud.
« Ma ora dobbiamo andare. Ne parleremo strada facendo.»
I tre si incamminarono. Jonas seduto su Saurin che avanzava a passo d'uomo. I due Ratok camminavano ai lati del Jorm-Tuk.
Guardando la sua groppa, Jonas notò quanto fossero cresciute ulteriormente quelle piccole ali che solo poche settimane prima erano due membrane in fase di sviluppo. Certo, Saurin ancora non poteva volare, e certo, quando l'avrebbe fatto, Jonas si sarebbe messo alla ricerca dei suoi famigliari, e nessuno gli avrebbe impedito di prendersi la sua vendetta. Ora che riusciva a controllare, quasi a plasmare, quel potere che risiedeva dentro di lui, e che sembrava essere cresciuto ogni giorno in cui era stato ospite di Skarlatta, sentiva anche una crescente rabbia dentro; un sentimento di furia allo stato puro, di fronte alle violenze e le ingiustizie perpetrate nel mondo.
« Che vuol dire, sono stato nutrito con sangue di strega? » domandò a Vud. Mud era troppo stupido per chiedergli qualsiasi cosa, era più adatto a semplici compiti manuali, anche se Jonas gli era infinitamente grato per aver conficcato un pugnale nel cranio di quella perfida vecchia strega e di aver così salvato lui e Saurin.
« Vuol dire che la notte, quando non eri cosciente, lei era nella tua mente, e ti ha trasmesso il suo potere. »
« Ma il villaggio, lei, le altre kai, tutto è scomparso il giorno della mia undicesima rotazione! »
« Le kai, il villaggio, Skarlatta, sono esistiti centinaia di ere fa... »
Jonas era stufo di tutti quei misteri. « Ma se Skarlatta conosceva mia madre, com'è possibile che sia esistita ere prima?...»
«... Jonas, un potente essere si sta risvegliando grazie alla magia nera di Lilith, e lei nemmeno lo sa! »
« Cosa? E chi è? » domandò Jonas, incredulo.
« La discordia tra gli esseri del mondo, ma lui non è di questo mondo. Lui, come le kai che hai visto, viene dall'oltre-mondo... »

IL MAGO
« L’oltre-mondo? » Jonas era incredulo. La vecchia nonna Yside, e spesso anche sua madre Alba-Anika, molte volte gli avevano raccontato storie sull’oltre-mondo e sulle creature che vi appartenevano.
« Tua madre conosceva Skarlatta, certo, ma non in questo mondo. Tua madre, come te, viveva sprazzi di vita dell’oltre-mondo.»
« Oh! » Mud saltò oltre un cespuglio e corse verso delle grosse palme, poi ne staccò alcune foglie. Tornò, tutto contento, ad affiancarsi a Jonas, Saurin e Vud, e porse le foglie a Jonas.
« Queste curano ferite di mio signore oh mio signore! »
« Va bene Mud, grazie allora. » Jonas prese le foglie di palma, le piegò e le infilò in tasca. Sentiva tutti i giorni la mancanza del medaglione dentro quella tasca, e incredibilmente sentiva anche la mancanza di Judit. Ma perché si era comportata così?
ʺ Perché mi ha ingannato in quel modo? Perché mi ha rubato il medaglione? ʺ
« Toh! A proposito, mio signore! Signore ecco tuo abètu o mio signore! » Mud, quando erano ancora nei pressi della capanna della strega, aveva raccolto l’abètu da terra e lo aveva tenuto in mano durante tutto il tragitto fino al punto in cui si trovavano ora, nel fitto che non permetteva a nessuno di potersi orientare.
Jonas in realtà aveva notato l’abètu sin da subito, ma non gli aveva chiesto di ridarglielo perché sentiva che i Ratok sarebbero rimasti con lui fino a Tower, e anche perché voleva che Mud lo tenesse come ringraziamento per il suo tempestivo intervento contro la strega.
« Grazie anche per l’abètu, Mud. Puoi tenerlo, te lo regalo come ringraziamento per avermi salvato!»
A Mud scintillarono gli occhi dalla felicità. « Grazie signore grazie grazie o mio signore! » cominciò ad esultare saltellando di qua e di là intorno a Saurin.
« Ora basta, Mud. Io e Jonas stavamo parlando, mi sembra! » sbottò Vud. L’altro Ratok si fermò subito e la sua felicità cessò immediatamente quando si rabbuiò in volto.
« Mi dicevi » continuò incuriosito Jonas, « Se Skarlatta e le altre Kai appartengono a molte ere passate, mia madre come le ha conosciute? E Lilith e sua madre Glenda chi sono? »
Uscirono fuori dal bosco, entrando in un campo verde illuminato dal sole, e costellato di margherite e primule.
Jonas pensò: ʺ La nuova rotazione sta arrivando, e con lei i venti…ʺ
« Ricordi il villaggio dove hai vissuto, no? Beh quel villaggio è esistito ere fa, ma la cupola blu che lo avvolgeva era reale e ancora esiste. Fatta centoventi rotazioni fa, quella cupola ha permesso a te, e a tua madre, di vivere per un po’ nell’oltre-mondo, ma su questo mondo. »
Jonas corrugò la fronte.
« Lo so, è difficile da capire. ma credimi, nell’oltre-mondo avevano visto centoventi rotazioni prima il ritorno di Vtril… »
« Chi è questo Vtril? E che c’entriamo io e la mia famiglia? »
« Migliaia di rotazioni fa, le kai, gli stregoni e gli arcadi antichi avevano un capo, un Sovrano, che…»
« Fermi tutti fermi tutti » disse Mud a voce bassa e allarmata. Davanti a loro, in fondo al campo di margherite e in prossimità di un altro bosco, dei soldati erano riuniti in cerchio davanti ad una capanna, al lato della quale c’era un orto con dentro un olivo.
« Vieni, nascondiamoci… » sussurrò Vud, defilandosi verso una gigantesca sequoia. Gli altri lo seguirono.
« Stai giù, abbassati Saurin… » Jonas, che intanto era sceso a terra, gli fece cenno di abbassarsi e lui si mise a pancia a terra. Si riunirono tutti e tre dietro l’albero, spalle contro il tronco, con Vud che sbirciava oltre. In lontananza arrivavano voci talmente flebili che fu impossibile sentire cosa dicessero. L’unica frase che arrivò ben chiara alle orecchie di Jonas fu: « Erya necessita del vostro contributo. »
Anche Jonas si sporse oltre il grosso tronco. Saurin, vicino a lui, teneva le orecchie drizzate e fiutava l’aria.
Sporgendosi, Jonas poté udire meglio quello che dicevano.
« No, vi prego, noo! »
In mezzo al gruppo di soldati, c’erano un uomo e una donna in ginocchio e vestiti di stracci. La donna piangeva e supplicava con le mani giunte in segno di preghiera.
« Sono un contadino e sua moglie. Io e Mud li conosciamo, sono brave persone. » sussurrò Vud. Mud annuì freneticamente con la testa.
« Che cosa vogliono da loro quei soldati? » domandò Jonas. Gli uomini indossavano armature di acciaio che splendevano sotto i raggi del Globo rosso.
« Vogliono la loro essenza. Lilith vuole riportare indietro suo padre dall’oltre-mondo, e con l’essenza degli esseri umani sta creando un portale per farlo. Ma più questo portale diventa grande, più le altre creature sono vicine a questo mondo, e lei non ha idea di chi sta riportando indietro…»
Dalla fila di soldati si fece avanti un uomo, vestito con una tunica blu splendente, ornata di ricami d’oro lungo le maniche delle braccia e intorno al collo. L’uomo congiunse le mani a coppa e una luce rossa uscì dai palmi, poi i due contadini cominciarono a levitare.
« No ti prego! » la donna supplicò ancora. L’uomo chiuse le mani a pugno e una strana luce blu fuoriuscì dai contadini…


LE ANIME DI LILITH
Un fresco venticello si levò tra le fronde degli alberi. Da dietro la grande sequoia secolare, Jonas, che osservava quel pugno di soldati e quel mago che aveva alzato in aria i due poveri contadini, si sentì pervadere da una rabbia e una forza senza precedenti, e visibile anche agli altri come una flebile aura blu che gli circondava l’intero corpo, illuminandolo.
« Ti prego lasciaci stare! » urlò la donna.
« Ti prego » lo supplicò l’uomo, probabilmente lo sposo di lei.
Ma nessuno di quei soldati disse una parola, né tantomeno il mago, che alzò al cielo le mani irradiate di luce rossa. Due soldati uscirono dalla fila, affiancandosi al mago e alzando due grosse fiale vuote al cielo. Tutti si limitarono ad osservare in silenzio.
Il mago strinse i pugni e la luce rossa aumentò di densità e luminosità.
Dai due contadini, che ora piangevano disperati, cominciò a fuoriuscire un’aura celeste, che in un flusso continuo sfrecciò verso le fiale, lasciando una scia celeste nel cielo.
« Devo fermarl…» Vud bloccò Jonas prima che potesse andare verso di loro, anche Saurin era pronto a scattare, le zampe leggermente piegate, le zanne scoperte, il pelo drizzato.
« Oh no oh no oh no » continuò a ripetete Mud, in una cantilena stucchevole e fastidiosa.
« Vuoi star zitto idiota, o vuoi che ci scoprano? » lo rimproverò Vud. Mud obbedì immediatamente e tacque.
Il mago continuava ad aspirare la vita dai corpi dei due contadini, che man mano si increspavano e rinsecchivano come mele marce, fino a che non ebbe finito e le fiale furono piene di un’essenza celeste.
I soldati chiusero le fiale con grossi tappi di sughero, le infilarono in delle bisacce e ritornarono in formazione. Il mago riportò le mani, ancora lievemente illuminate di rosso, in basso e i due poveri contadini caddero al suono in un tonfo orripilante. Erano completamente prosciugati come fichi secchi.
« Che cosa gli ha fatto? » domandò Jonas a Vud, piuttosto sbalordito e terrorizzato.
« Te l’ho detto, ha preso le loro anime, la loro essenza, e ora le porterà a Lilith. »
Il gruppo si dispose in una fila perfetta, con il mago nel mezzo, e si mise in marcia, entrando e scomparendo nel fitto verde del bosco dietro la capanna.
Vud fece qualche timido passo oltre la sequoia, guardandosi intorno.
« Potete uscire! »
Jonas e Mud sbucarono quindi da dietro il tronco, con Saurin al seguito. Jonas sentiva quel vento fresco dietro la schiena, e le fronde degli alberi più avanti a loro erano leggermente sollazzate e pendevano verso Nord.
i venti, Tower, la mia famiglia
« Dobbiamo proseguire! » li esortò Vud. Gli altri si incamminarono insieme a lui lungo il prato, in direzione della capanna. Arrivati lì, Saurin annusò i due corpi mummificati dei contadini e spaventato fece un piccolo balzo indietro. Anche Jonas vi si avvicinò, constatando con terrore che i due poveracci sul volto avevano stampato il terrore più puro.
Rimase lì a fissarli per qualche istante, fino a che Vud non lo prese per un braccio e lo portò via verso la capanna.
« È troppo rischioso rimanere qui per la notte » disse il Ratok una volta che furono dentro alla casa.
« Potrebbero tornare e scoprirci qui dentro, e una volta trovati ci prenderebbero l’anima e poi ci brucerebbero insieme alla capanna. E tu sai quanto è grande e preziosa l’anima di un Jorm-Tuk? »
« No » rispose Jonas, mentre invece Mud annuiva freneticamente.
Saurin andò a spaparanzarsi sotto al tavolo di legno della cucina, dopo aver infilato il muso dentro a un grosso pentolone ed aver constatato che dentro non c’era niente.
Il Jorm- tuk non toglieva gli occhi di dosso a Jonas.
Vud ispezionò a fondo la baracca, in cerca di cibo. « Deve pur esserci qualcosa da mangiare, io muoio di fame.»
« Sì sì pure io pure io » fece eco Mud.
« L’orto, hai controllato l’orto? » gli chiese Jonas. Poi, senza aspettare una risposta corse fuori dalla capanna, con Saurin che si alzò di scatto facendo rovesciare il tavolo e gli corse dietro.
Nell’orto c’era qualche pianta di insalata e qualche carota. Jonas girò nel retro della capanna alla ricerca di un eventuale bottino nel quale fosse riposta della carne sotto sale, ma non trovò nulla.
Tornò dentro con piante di insalata e carote tra le braccia.
« Possiamo bollire le carote e addirittura condire l’insalata! » disse a Vud, « devono per forza avere dell’olio, nell’orto c’è una pianta di olivo! »
E infatti trovarono l’olio in uno scaffale polveroso, e Mud tutto contento ci condì l’insalata. Vud però disse che non potevano accendere un fuoco nel camino e quindi bollire le carote nel pentolone. Jonas capì subito che era per via del fumo che sarebbe uscito dal camino: qualcuno avrebbe potuto vederlo e scoprirli.
Quella sera mangiarono insalata e carote dure innaffiate con olio e con dell’aceto rancido che Mud aveva trovato dentro un vecchio mobile. Conversarono, poi esausti crollarono pressoché subito sul duro pavimento di terra battuta.

era notte, le stelle e le comete brillavano nel cielo blu
un’aura blu attraversava il prato davanti alla capanna...


VERSO TOWER
Al mattino si rimisero in marcia, seguendo i due Ratok in testa al gruppo. Mud e Vud avevano asserito di essere certi che quella fosse la giusta direzione per Tower. Il terreno, ricoperto di aghi di pino e foglie, era ancora umido per la lieve pioggerella che c'era stata quella notte. Al passaggio del maestoso Saurin, delle enormi impronte si imprimevano nel fango. Jonas, in groppa al Jorm-Tuk, accarezzava il suo pelo nero soffice e gradevolmente morbido al tatto. Quando quella mattina il ragazzino era salito sulla schiena di Saurin, aveva dovuto sedersi più avanti, quasi sopra l'attaccatura del suo massiccio collo, poiché quelle membrane che il Jorm-tuk aveva ai lati della groppa erano cresciute ulteriormente, e ora quei tegumenti ancora molto fini, venati ed attraversati da piccole striature ossee, ogni tanto si alzavano e si abbassavano, come piccolissime ali che ancora non si spiegano bene, e quando si alzavano sbattevano addosso al ragazzo.
Davanti a lui e Saurin, Vud saltellava spensierato con L'abètu stretto in mano. Ogni tanto lo roteava tra le tozze dita, con una velocità impressionante.
ˮ Chissà se sa combattere con L'abètu, o sa utilizzare la magia.ˮ pensò Jonas guardandolo. Poi si rivolse a Mud, che invece esaminava la zona, in cerca di selvaggina.
« Chi devo incontrare a Tower? E poi quando entriamo in città, Saurin dove mi aspetterà? Non posso mica farlo vedere alla g...»
« Fa silenzio! » lo interruppe Mud. Qualcosa si mosse dentro a un grosso ammasso di muschi e licheni verdi, facendo scuotere l'intero cespuglio. Mud si fermò subito e si irrigidì, con lo sguardo fisso verso la vegetazione. Anche Saurin drizzò le lunghe orecchie appuntite. Vud invece rimase a bocca aperta, con un piccolo rivolo di saliva che gli colava dall'angolo della bocca, in un' assorta espressione di stupore. Il cespuglio si mosse nuovamente. Qualcosa scattò velocemente fuori dai muschi, e ben più veloce - quasi impercettibile - fu il lancio del pugnale di Mud, che passò da parte a parte il ventre di un piccolo coniglio selvatico, che dopo due profondi respiri smise di vivere. Tra gli alberi si levò il garrito di un pappagallo.
ˮ La foresta delle fate ne è piena, di pappagalli ˮ pensò il ragazzo.
«Oggi si mangia coniglio, signori!» annunciò Mud, tutto soddisfatto, alzando il coniglio per le zampe posteriori e osservandolo mentre dondolava e sgocciolava sangue sul terreno.
Vud, con il suo originale modo di esultare : « Wuoo, Wuooo! » saltellava a pugni chiusi. Mud si avvicinò a Saurin e Jonas. «Tieni, reggilo tu, appena usciamo dalla boscaglia troviamo un prato in cui accamparci e lo cuociamo. Tu sai accendere un fuoco da campo?» Nel passare il coniglio a Jonas però, Mud, che non si era nemmeno reso conto che dal momento in cui aveva ucciso la preda, Saurin stava annusando il terreno intriso di sangue, con gli occhi spalancati dall'eccitazione e con grandi zaffate d'aria dal muso, fece lo sbaglio di avvicinare troppo il coniglio al collo di Saurin. Il Jorm-Tuk si dimenticò della pozza di sangue che stava leccando, alzò la testa di scatto e strappò il coniglio di mano a Mud. Per poco non gliela staccò.
Ci fu un « nooo » generale, che sulle labbra di Vud e Jonas sembrò quasi divertito, mentre dalla voce di Mud trasparì solo una certa scocciatura. « Bravo, grandioso! E ora che ci mangiamo noi? » domandò a Saurin, che aveva praticamente inghiottito il coniglio senza nemmeno masticarlo.
« Stupido Jorm-Tuk! » Tuonò Mud. Saurin di scatto gli puntò il muso in faccia, fissandolo con i suoi occhi verdi a palla. A quel punto Mud indietreggiò e decise che invece di lamentarsi avrebbe cacciato altra selvaggina.
« Saurin non si fa! Quel cibo era per tutti noi. » Gli disse Jonas in tono più caldo e amichevole, accarezzandogli il fianco.
« Miuh, Miuh » rispose il Jorm-Tuk, alzò la testa e leccò vivacemente la faccia del ragazzo.
Continuarono a camminare. Quella mattina il cielo era limpido, il globo alto nel cielo rischiarava e riscaldava la foresta nei punti in cui le grosse fronde degli alberi erano semi-aperte e separate l'una con l'altra, facendo così entrare i raggi. Jonas aveva caldo, e quando i due Ratok si tolsero le loro maglie logore, intrise di sudore, quando notò che Saurin ansimava e sbavava copiosamente mentre camminava, si rese conto che il ciclo nuovo era alle porte.
E con lui i venti.
Si fermarono in prossimità di un fosso pieno di alti cespugli di more e gelsi. « Riposiamoci » disse Mud. Il Ratok estrasse una brocchetta d'acqua dalla borsa che aveva precedentemente legato attorno al collo di Saurin, prima che si mettessero in cammino dalla capanna dei due contadini.
« Bisognerà cacciare qualcos'altro allora.» Sentenziò Mud. Il suo amico Vud e Jonas si sedettero su delle grosse rocce al lati del fosso. Vud bevve dalla sua brocca e poi la passò a Jonas.
Intanto Mud era sceso giù nel fosso con il coltello in mano, camminando attraverso uno stretto passaggio tra due grossi cespugli di more.
« Oh mie Dèe...» sussurrò. « Venite a vedere! »

MAGIA ROSSA
Jonas, che si era appena seduto sull'erba massaggiandosi l'interno delle cosce doloranti, sbuffò e si rialzò svogliatamente. «Che altro c'è adesso?»
Scese il breve sentiero che conduceva giù nel fosso, seguito da un eccitato Vud ed un Saurin placido e sbadigliante. Non senza qualche difficoltà, riuscì a passare attraverso i cespugli, pungendosi in più punti ed imprecando quando la maglia rimase attaccata alle spine.
Era paffuto, ma aldilà di questo, solo degli esseri estremamente smilzi come quei due Ratok avrebbero potuto attraversare un passaggio così stretto senza difficoltà e senza rimanere impigliati nei rovi. Riuscì comunque a passarvi oltre. Vud lo seguì da terga e Saurin con un'estrema disinvoltura, quasi di scherno, saltò oltre i rovi con un balzo, atterrando pesantemente dall'altra parte.
C'era qualcosa nel terreno. Il primo ad avvertirne la pericolosità fu proprio Saurin, che di colpo abbassò le orecchie ed indietreggiò.
« Miuuh, Miuuh...»
Jonas guardò spaventato il suo Jorm-Tuk, poi si rivolse a Mud. «E questo che razza di animale è?» gli domandò, osservando oltre la testa del Ratok, con una mano poggiata sulla sua spalla. Mud non rispose, si limitò a fissare quello strano essere con occhi sbarrati e colmi di terrore.
« Oooh.. signore mio signore questo pericolo mio signore...» disse Vud, esterrefatto.
Dopo qualche istante Mud ruppe il silenzio. « State indietro, non avvicinatevi! »
Tutti e tre indietreggiarono. Davanti a loro, in una buca non molto profonda, giaceva una creatura deforme, con il corpo di un gatto e la testa di un serpente. Al posto del pelo però, l'animale era completamente ricoperto di lucide squame verdognole. Emetteva profondi sospiri che ad intervalli regolari facevano gonfiare il suo ventre fino allo spasimo. Dalla bocca gli uscivano zaffate d'aria simili al respiro di un cavallo. I suoi occhi a palla erano completamente rossi, vitrei come quelli di un pesce marcio, ed erano persi nel vuoto. La creatura spostò fulmineamente lo sguardo sul gruppo, fece scattare la lingua biforcuta e sibilò. Rimase a guardarli. Saurin ringhiava, mostrando le zanne gigantesche e sbavando copiosamente, ma continuava ad indietreggiare. Jonas lo notò, e cominciò a sentire il cuore martellargli nel petto.
« E' un Daunexo, è magia. Magia rossa. » constatò Mud, con una punta di timore. Non era più saccente e sicuro come di solito.
«Pericolo, pericolo...» Anche Vud non era più il babbeo spensierato di sempre, ansia e paura permeavano la sua voce.
ˮ Magia cattiva ˮ pensò Jonas.
« Non avvicinarti per nessun motivo, Vud. » ordinò al suo amico dalla mente semplice.
« Cosa... cosa dobbiamo fare adesso? » gli domandò Jonas. Era disgustato oltre ogni dire, e spaventato. Quella era la creatura più insolita e ributtante che avesse mai visto. Nemmeno nelle raffigurazioni contenute nei pesanti tomi illustrati che in passato sfogliava nella grande biblioteca della scuola di Oak aveva visto mai un animale simile, né aveva letto mai niente riguardo ad animali nati da magie rosse.
« Semplice, dobbiamo ucciderlo. Ma dobbiamo essere svelti, prima che cresca.»
« Cresca? »
« Non muovetevi, può scattare da un momento all'altro.»
Ad ogni respiro il ventre della creatura si gonfiava sempre di più, dando la concreta impressione che stesse per scoppiare da un momento all'altro.
« Si è vero, sta crescendo » concordò Jonas.
Lentamente stava crescendo. Le zampe da gatto irte di squame si gonfiavano, con esse anche la testa spigolosa e viscida aumentava di volume. Mud teneva il suo pugnale ben stretto in mano. Jonas strinse il pugno. Avrebbe voluto incenerire quell'abominio con la magia del fuoco. Ma non provava rabbia, provava solo disgusto e paura.
Il ringhio di Saurin diveniva sempre più intenso ed esacerbato, ma il Jorm-Tuk era tutt'altro che pronto ad attaccare. Era indietreggiato fino ad arrivare con la schiena al margine roccioso del fosso.
L'abominio continuava a crescere. Il suo sibilo era quello di un serpente dall'aria estremamente pericolosa. Era intenso e sempre più terrificante.
Poi, quasi all'unisono, Mud alzò la mano che stringeva il pugnale e l'abominio scattò verso di lui con una velocità spaventosa. Un misto tra uno scatto felino e quello di un serpente a sonagli.
Gli altri sussultarono, anche Saurin. Poi, ancora più velocemente che nell'averlo alzato, Mud abbatté il pugnale sull'abominio. La potenza del lancio fu tale che il pugnale si conficcò per intero nella testa di serpente e nel suolo. L'abominio, attaccato al terreno, si dimenava.
A quel punto intervenne Jonas, si concentrò e gli lanciò contro una debole palla di fuoco che attecchì sull'immondo essere.
Tra lo sgomento di tutti. La creatura demoniaca si contorse nelle fiamme emettendo sibili che divennero versi somiglianti a gridi disperati. A Jonas venne la pelle d'oca. Dalle fiamme si levò nell'aria una nube di fumo nero come la pece e una puzza incredibilmente nauseante, di uova marce.
Osservarono l'abominio consumarsi lentamente nel fuoco...

CATTURA


« Oh mie Dèè. » Jonas si portò una mano davanti la bocca, ci mancò poco che vomitasse quel poco che aveva nello stomaco.
« Ma che razza di roba era quella? » domandò a Mud, che schifato si schiacciò l'avambraccio sulla bocca.
Saurin si avvicinò. Vud invece non aveva più proferito parola, se non i soliti versi di stolida meraviglia mista a timore.
Sì sentirono altri minacciosi sibili di serpente. I quattro amici si voltarono verso la stradina sopra il fosso. Tre creature identiche a quella che Mud aveva appena ucciso, ma molto più grosse, li guardavano dal ciglio del sentiero. Alti quasi quanto Saurin, i mostri erano coperti per intero di piastre aguzze e dure come la pietra, sulla testa di serpente una lunga cresta di squame appuntite. Erano grotteschi. Ci fu un fruscio tra gli alberi sul piccolo colle che si ergeva oltre il fossato. Jonas e gli altri spostarono l'attenzione verso quei rumori. Tre soldati riscendevano lentamente il declivio del colle, camminando cautamente girati di lato per non cadere. Nel loro incedere, piccoli pezzi di terra e sassi franavano nei rovi del canale. I loro archi con le frecce incoccate erano puntati verso Jonas e gli altri.
Da dietro i tre abomini, qualcuno disse: « Vivi, mi raccomando, li voglio vivi. »
Jonas e agli altri si voltarono di nuovo.
Sotto un ciliegio in fioritura, quasi sulla cima di un altro piccolo colle costeggiato dalla stretta stradina di sassi e terra che aveva condotto i ragazzi e il Jorm-Tuk fino in quel punto, si ergeva una sagoma avvolta da una tenue aura rossa. Indossava una tunica lunga fino ai piedi. Lo riconobbero subito: era il malefico mago che avevano visto il giorno prima all'esterno della capanna dei contadini.
« Non muovete un muscolo. » ordinò loro uno dei tre soldati giunti nel frattempo alla base della collinetta. Avanzarono fino alla buca dove Mud aveva trovato il mostriciattolo.
Il fuoco che consumava l'abominio andava spegnendosi gradualmente, scoprendo il mucchietto di cenere puzzolente che v'era rimasto all'interno. Le tre creature immonde sibilarono facendo scattare la lingua. I loro occhi paonazzi rimanevano fissi su Saurin. Occhi di rettile, occhi che avevano fame. Saurin, incredibilmente, aveva la coda tra le zampe. Jonas non lo aveva mai visto terrorizzato in quel modo, nemmeno quando il Jorm-Tuk aveva titubato nell'entrare nella zona in fiamme della foresta delle fate. Il mago cominciò a scendere. I suoi passi erano solenni e ponderati. Manteneva le braccia staccate dai fianchi, i palmi delle mani puntati verso Saurin. Il Jorm-Tuk abbassò le orecchie ed emise un latrato allarmato.
ˮ E' finita ˮ pensò Jonas. Una sensazione di calore cominciò a salirgli dentro.
Disceso il colle, il mago si fermò davanti a una grossa parete rocciosa al lato del sentiero. Dai palmi delle sue mani si sprigionò una luce rossa accecante che immobilizzò all'istante Saurin.
ˮ E' la stessa magia immobilizzante della vecchia strega della foresta ˮ
Ed era anche quella che la Kai Roberta gli aveva scagliato contro in allenamento. Ma quella della strega era una luce blu, questa era rossa.
Saurin scalpitò come un cavallo ma ben presto rimase immobile, emettendo un verso che era un pianto straziante.
ˮ Fermo! Lascialo in pace! ˮ urlò Jonas. Il mago sorrise.
Intanto i tre soldati si avvicinarono a Mud e Vud.
Uno di loro prese Jonas di forza e gli strinse entrambi i polsi dietro la schiena, per poi legarglieli brutalmente con una spessa fune.
Gli altri due nel frattempo avevano fatto altrettanto con i due Ratok.
« Preso! » esultò l'uomo con aria di scherno. I due colleghi ridacchiarono.
« Cosa volete fare? » domandò Mud al soldato che lo aveva appena legato. L'uomo, alto, grosso, con le guance ricoperte da un ispido tappeto di barba, guardò il mago. Egli annui leggermente. Il soldato sorrise. « Vogliamo fare questo. »
Estrasse il pugnale dalla fodera legata alla vita e lo affondò nel ventre di Mud.
« Noooo! » urlò Vud. Il soldato davanti a lui, un uomo dall'aspetto rancido e il naso a becco, colpì in pieno volto il Ratok con un violento manrovescio. Lo spesso guanto di maglia si abbatté sul volto del Ratok, che cadde a terra e dopo qualche spasmo non si mosse più. Dalla sua bocca ancora aperta fuoriuscì un lento fiume viscoso di sangue e denti.
« Mud, Vud! » Jonas fece per raggiungerli. Il Ratok si stava accasciando a terra con le mani premute sullo stomaco squarciato.
« Sta fermo, ragazzo! » Quello davanti a lui gli si mise davanti bloccandogli la strada e gli poggiò la mano sul petto.
« Se non vuoi fare la stessa fine! »
« Miuuuuuuuuuh! » Il verso di Saurin riecheggiò tra gli alberi e si levò nel cielo.
« Fa star zitta questa bestia maledetta, ragazzo » gli ordinò l'uomo.
Il mago osservava Saurin stupito... « Proprio una gran bella bestia .»
« Legate il Jorm-Tuk. Ci rimettiamo in marcia verso Sportym. » Ordinò ai suoi soldati.
Intanto, altri soldati erano sopraggiunti alle loro spalle.
ˮ Sportym? Ci porteranno dalla strega. ˮ
Il mago li guardò tutti.
« Incamminiamoci » ordinò......


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